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domenica 22 maggio 2016

La tela del ragno di Farhadi avvolge Cannes



Mariuccia Ciotta

Molto apprezzato in finale di partita, The Salesman (Il cliente) di Asghar Farhadi, storia di una coppia di attori nell'Iran contemporaneo in forma di “giallo”, ha ricevuto due premi a Cannes (sceneggiatura, attore protagonista) e raccolto una messe di critiche positive. Questo beniamino dei festival, infatti, è così abile nel manipolare gli spettatori da presentarsi come un riformatore dell'immaginario islamico sciita, tanto da vincere l'Oscar 2011 con La promessa.

Specializzato nell'omettere ogni volta il “fatto” intorno al quale organizza un teorema emotivo, una ragnatela suggestiva che avvolge il pubblico e lo indirizza verso una realtà distorta dal suo grandangolo mentale, Farhadi crea innanzitutto le condizioni per far accettare il suo mondo di riferimento, valori, divieti, comandamenti.

In questo caso, il gioco si appoggia a Morte di un commesso viaggiatore, interpretato dal protagonista e da sua moglie. Pièce celebre e quindi confortevole, nebulosa di sentimenti familiari e fallimenti morali nell'America del “sogno” che fa da trait-d'union tra occidente e oriente.

In scena. La moglie di un insegnante e attore teatrale apre la porta a uno sconosciuto pensando che sia suo marito. La ritroveranno nel bagno con la testa spaccata, sangue dappertutto, rischio di morte, ricovero in ospedale e sostituzione del velo con fasciatura bianca.

Fuori scena. Il cliente di una prostituta crede che abiti ancora nell'appartamento (la coppia ha appena traslocato), si accorge che la donna nuda sotto la doccia è un'altra, la colpisce con un oggetto pesante e la violenta mentre è svenuta.

Lo spettatore non ha visto, ma nemmeno la vittima, priva di sensi. Intorno a questo buco di immagine, si avvia il “processo” di Farhadi. Chi è il vero colpevole? La donna che ha aperto la porta, l'uomo che l'ha violentata o il marito vendicativo?

Il thriller ha inizio con il pedinamento del “fantasma”, che ha lasciato soldi per la prestazione sessuale involontaria (perché poi?), calzini insanguinati e un furgone parcheggiato in garage. Il marito Emad (Shahab Hosseini) indaga sull'autore del crimine, dopo aver escluso, d'accordo con l'intimorita moglie Rana (Taraneh Alidoosti), di denunciare il fatto alla polizia. Gli consigliano di lasciar perdere. Emad insiste, segue le tracce dello sconosciuto in un percorso “hitchockiano” e alla fine lo trova e lo sequestra.

Ed ecco come la “Farhadi version”, con tono sommesso, farà convergere le simpatie di pubblico e critica sul colpevole che non abbiamo mai visto agire. E' un povero vecchio malato di cuore, incapace di salire una rampa di scala, e non il macho sospettato in un primo momento. E allora perché non assolvere un buon uomo che ha ceduto alla tentazione? La moglie Rana - sul volto l'ombra della colpa - minaccia il marito che se non lascerà subito libero il suo aggressore piangente, circondato da coniuge, figlia e futuro genero, uniti in un coro straziante, “sarà tutto finito tra noi”.

L'ordine gerarchico sessuale e familiare vale più di tutto, ma Farhadi ci convince che a fronteggiarsi sono oscurantismo e carità islamica (e cristiana). Emad, “è un uomo evoluto, insegnante e attore, ma ha una reazione tradizionale... hanno oltraggiato la sua casa”, spiega il regista. E' la dignità del vecchio il bene da salvaguardare. Mentre l'unico vero colpevole è lui, Emad, l'intellettuale amante di Arthur Miller, lui che cerca giustizia, lui che non vuole ammazzare nessuno né mandarlo in galera, ma soltanto “farlo vergognare” di fronte ai suoi cari. Il giorno dopo, però, c'è il matrimonio della figlia, non sia mai.
Alla fine, rimane la donna umiliata, che "non si vede", e il patriarca che esercita indisturbato il suo potere, "non visto".
Questa è la sceneggiatura che ha vinto la 69a edizione di Cannes.