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venerdì 13 maggio 2016

Cannes 69. Clash di Mohamed Diab. Un Certain Regard. Il film che al Sisi non può non amare


Roberto Silvestri

“Né la legge islamica né la legge marziale devono governare l’Egitto”. Così afferma nel press-book il regista Mohamed Diab, chiamato a inaugurare la sezione Un Certain Regard, e già autore del blockbuster The Island che dal 2007 primeggia nel box office cairota di tutti i tempi. Diab auspica una terza via, costituzionalmente corretta, e che ricomponga il paese lacerato in due. Giusto.
Però da quel che si vede in Esthebak, la seconda legge sta sanguinosamente prendendo il controllo nel paese. Desaparecidos. Mai sentito in Egitto. Arresto di giornalisti. Retate di islamisti armati. Non solo l’omicidio sfacciato di Regeni (che ha avuto l’effetto di sbriciolare ancora di più l’unità politica dell’Europa, visto che i francesi sono platealmente ansiosi di prendere il posto dell’Italia negli scambi economico con il neotiranno “moderato” al Sisi). Prendiamo una scena del film che ci appare, dopo questo crimine insoluto, veramente abietta. Il tenente della polizia antisommossa ordina a un sottoposto: “Tieni pure aperta la porta del furgone con i prigionieri dentro, se no potrebbero pensare che torturiamo i detenuti!”.
Prendiamo anche le scene degli scontri di piazza (che fecero molte vittime, e meno tra i poliziotti). Gli insorti sono visti come scalmanati folli che gettano pietre e sparano con le armi a casaccio e perfino contro il furgone con i loro compagni dentro (sic). Insomma chi vede il film non potrà che stare, nel conscio e nel subconscio, dalla parte dei poliziotti e dell’esercito….Dice il regista che ha costruito la scena con un militare assassinato dal cecchino islamista: “perchè così si vede come e perché un ufficiale di polizia possa diventare estremamente violento”. Attenuanti generiche.
Uno dei film più attesi a Cannes, claustrofobico perché il soggetto è la chiusura del processo rivoluzionario in Egitto, e il regista si autodefinisce un promotore dell’insurrezione del 2011, è quello che ha aperto il “concorsino”, come lo ha definito Riccardo Scamarcio, che è in gara nei prossimi giorni per la piccola palma con “Pericle il nero”, il thriller anomalo di Stefano Mordini.
Attesa delusa, quella per “Esthebak”, nonostante le scene di rivolta popolare e di scontri duri con la polizia siano tabù nell’immaginario cinematografico mondiale mainstream e nonostante alcuni accorgimenti narrativi quasi originali (come l’unità di luogo, tutto si svolge, pipì compresa, dentro un cellulare della polizia che ramazza prigionieri di ambedue gli schieramenti, oscurantisti islamisti e rivoluzionari democratici), che paraltro ci ricorda sinistramente un’analoga trovata (un film israeliano interamente girato dentro un carro armato all’assalto di Jenin).
Le scene d’azione nel buio dei quartieri popolari sono ricostruite bene, fantasmatiche, quasi un documentario dalla città dei morti, con l’uso di 500 tra comparse e cascatori, sniper ovunque (la polizia non spara mai piombo, solo lacrimogeni in aria…). Poi i dialoghi sono banalmente “quotidiani” e sentimentali come sanno essere solo nei peggiori mèlo egiziano e non scodellano sostanza conoscitiva rispetto a avvenimenti che avrebbero davvero bisogno di essere compresi e analizzati meglio, certo anche attraverso il “fattore umano” (era il metodo utilizzato nelle commedie satiriche anti Mubarak di Sherif Arafa, pur citato nel film, ma non troppo ben reinterpretato).
Il regista egiziano Mohamed Diab, già autore anche di “Cairo 678”, pamphlet antimachista, che ebbe molto successo nel 2011, narratore popolare che non si spaventa di affrontare importanti questioni politiche e umane comunicando con il più largo pubblico, racconta questa volta con la collaborazione del fratello sceneggiatore Khaled Diab, e di una ventina di attori-prigionieri (tra questi la star Nelly Karim, già attrice di Chahine) abituati alle tonalità enfatiche delle serie televisive in “Esthebak”, ovvero “Clash”, ovvero “Scontro”, i giorni della caduta di Mohamed Morsi. Parliamo cioé del 2013. Delle manifestazione avvenute dopo e contro il “colpo di stato”, come lo chiamano i filo-integralisti islamici, che volevano rimettere Morsi al potere; e quelle, parallele e conflittuali, della componente laica, femminista e democratica del movimento, completamente a favore della “rivoluzione” e al fianco dell’esercito.
Si capisce subito dal film che Diab è stato dalla parte di chi non considera la cacciata di Morsi, pur democraticamente eletto, un “colpo di stato” né Al Sisi il suo dittatoriale e machiavellico ideatore. Questo è anche il motivo grazie al quale il film è stato fatto senza problemi di sorta e di censura, anzi con l’aiuto del’esercito visto che ricostruire scene di guerriglia urbana non poteva passare inosservato. Il tutto anche grazie a contributi produttivi francesi (Arte e Sampek), tedeschi e degli Emirati Arabi Uniti. Insomma un film non anti-governativo, anche se è giusto considerare quella defenestrazione di Morsi come l’esito politico delle più grandi manifestazioni di massa avvenute nella storia del paese dall’epoca di Nasser, con milioni di cittadini esasperati dal malgoverno dei Fratelli Musulmani. Dunque una cacciata imposta dal basso ai militari (che poi ne hanno approfittato, come sappiamo), perché Morsi, il leader dei Fratelli Musulmani, organizzazione islamista di antica origine, già molto potente con Mubarak, per il quale controllava scuola e sanità, stava attentando alla laicità della Costituzione e voleva introdurre nella carta comune articoli regressivi, bigotti, partigiani e oscurantisti. Meno chiara la partecipazione dei moti pro-esercito da parte della componente integralista ancora più fanatica dei Fratelli musulmani, ovvero quella dei salafiti che hanno fiancheggiato Al Sisi, e ancora lo fanno, in nome di una strategia internazionale sunnita che li vede al fianco di alcuni paesi del golfo contro altri (Arabia Saudita contro Qatar). Ma nel film niente di tutto questo. E neppure una bella litigata tra gli opposti estremismi militanti, tutti vagamente ridicolizzati: il leader religioso e astuto come una volpe, la donna con il velo, il rappettaro, il tifoso dell’Al Alhi, laico ma gelosissimo della sorella, il giornalista un po’ opportunista, di Al Jazeera (che è modellato su chi ha passato davvero un anno e mezzo in prigione dopo quei fatti, cioé l’egitto-canadese Mohamed Fahmy), il ciccione con lo scolapasta in testa che è una macchietta obbligatoria in ogni commedia cairota, il vecchio che ha perso il figlio e urla il suo nome nella notte, l’infermiera costretta a usare mezzi molto rudimentali per cucire una ferita, l’homeless che ha perso il cane, i membri del partito islamista e i simpatizzanti, chi inneggia già all’Isis, la mamma che trema ma che sa anche urlare per proteggere il suo piccolo, il poliziotto dal cuore tenero che tradisce, l’ufficiale implacabilmente stupido…
Molto simili sociologicamente i due schieramenti, come mai ce lo saremmo aspettato. Borghesi e proletari, donne e uomini, studenti e operai su fronti opposti. E da quel che captiamo i temi più interessanti che si intuiscono dal film sono una certa xenofobia diffusa (la teoria del complotto straniero che perseguiterebbe qualunque cambio politico al Cairo); il tradimento dei giornalisti (c’è anche un fotografo, ispirato a Mohamed Abu Zied, in carcere ci sta da tre anni e non credo perché riprendeva con un orologio-telecamera) e un finale davvero orrendo con il furgone finalmente nelle mani dei manifestanti. Ma non si sa di quale fazione. Per cui metà dei prigionieri trema.