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martedì 17 maggio 2016

Double Ghost. Il nuovo film di Olivier Assayas, Personal Shopper




Roberto Silvestri

Siamo completamente soli o possiamo entrare in contatto con qualcuno, almeno qualche volta? Possiamo essere assolutamente affascinati da ciò che detestiamo? Si può filmare un attore come se fosse lo spettro, lo spirito, come nel tema sulla mucca del film di Godard Vivre sa vie? La mucca ha un esterno e un interno, togli l'esterno e resta l'interno, togli l'interno e resta l'anima.....
Sono queste alcune riflessioni, ben celate in un film di genere fantastique, al centro di un ipnotizzante monologo interiore filosofico-horror. Per andare più sul concreto. Sfiora già il sublime che esiste questo lavoro: far lo shopping per un altro. Peccato che chi se lo può permettere ha in genere cattivissimi gusti (oltre ad una patologia schizoide: non era il piacere massimo e unico girare per negozi di classe? Anche i ricchi non hanno tempo, hanno ormai le ore contate?)… Se poi questo lavoro non ti piace, ma sei attratto da ciò che brilla, dalla ricchezza e dalla moda, le ambiguità crescono.
Kristen Stewart e Olivier Assayas sul set di "Personal shopper"
Oggi è il giorno di Olivier Assayas con un film in concorso, il suo sedicesimo (a parte corti e doc), e 20 anni dopo Irma Vep, il primo del genere.  Molto attesa la ghost story eccentrica, "modaiola" (Dior, Chartier, Louboutin...)e gemellare, quasi un Cronenberg, dal titolo, appunto, di Personal Shopper, superfavorito tra i francesi, secondo indiscrezioni autorevoli, per la Palma d’oro.

E’ vero che il dramma sulla paranormalità, i fantasmi, gli ectoplasmi e lo spiritismo del regista francese che viene dai marxisti-leninisti e poi dai Cahiers du cinema è stato tra i più fischiati della selezione. Nei film charmant sui fantasmi, i fantasmi non si devono mostrare, mica è Ghostbuster! Le segnaletiche d’arte, al festival di Cannes, il più ugonotto di tutti, vanno rispettate rigorosamente, come la chiusura dei cellulari prima della proiezione.

Ma del pubblico della Croisette, soprattutto quello della mattina, in sala Lumiere, oltre 3000 posti difficili da riempire alle 8.30, non ci si può più fidare, né quando delira di entusiasmo (spesso incomprensibile) né quando si indigna rumorosamente, perché le proiezioni stampa sono ormai annacquate da un pubblico di non addetti ai lavori, formato soprattutto da invitati tra i notabili della città e relative clientele. Stiamo parlando male, come dei maledetti snob, di una platea normale? Quella che, come diceva Billy Wilder, è sempre geniale, perché solo il singolo spettatore può essere stupido? No, sto parlando perplesso delle platee miste dei festival, “quando arriva quella gente con gli occhiali io mi alzo” (chi lo diceva?) e delle claque nemiche dei Dardenne o di Refn, infiltrate, perché basta qualche booooo ben organizzato, che sappia titillare i nostri più reconditi pregiudizi schermici (il trash è ancora il nemico pubblico numero uno del critico occhiluto perbene o maligno) per nuocere parecchio al botteghino.   
E’ anche vero che il direttore del festival Thierry Fremaux ha dato confidenzialmente per favorito alla stampa americana proprio il dramma teosofico che Kristen Stewart interpreta come un assolo di violino, by Paganini, dall’inizio alla fine. Quasi un documentario sul corpo doppio e la tecnica recitativa multiplateax, da virtuosa, della superstar di 26 anni, ma veterana del set, che entra ed esce dai blockbuster - il più famoso resta l’eroticissimo Twilight - con non-chalance invidiabile. Tanto che l’attrice americana ha vinto un Cesar per Le nuvole di Sils Maria, la precedente stravaganza “vettista” e nietzschiana di Assayas. Anche lì, sulle Alpi, era segretaria tuttofare di una diva (Binoche) in lutto. E si discuteva di cinema, se era meglio il cinema di genere o d’autore… L’amicizia di Kristen con il produttore di Assayas, Charles Gillibert, ha favorito certo questo secondo incontro, ancor più affiatato del primo. Il fatto è che questo è il corpo erotico del momento, sia per la sua stretta contiguità del pallore di questo viso con la morte e con l’eternità, sia perché il corpo è di flessibile perfezione. Kristen è atta a ogni lavoro, disponibile perfino a farsi succhiare tutto il sangue, come un operaio Fiat, da Valletta a Marchionne, o a farsi morsicare da famelici licantropi che lei ha sedotto per questo.       
Qui Kristen Stewart è l’androgina Maureen, americana in Europa, che di mestiere fa, annoiata ma sempre in movimento frenetico, lo shopping di classe e la stilista aggiornatissima (ma ne ha le palle piene) per una celebrità parigina, non poco narcisista, che la paga con biglietti da 500 euro,  e che intanto cerca, traumatizzata, di rientrare in contatto con lo spirito del fratello gemello, giovanissimo, morto improvvisamente di infarto. Lei e lui infatti erano entrambi medium, sensitivi capaci di comunicare con ogni mezzo necessario, al di qua e al di là della vita. Insomma come una gemella ancora più incasinata, coinvolta, promiscua con l’altrui corpo e l’altrui mente. Ecco perché sembra sempre triste, sola, addormentata, catatonica, senza “carattere”. Come Edberg quando primeggiava sul Rolland Garros. Durante questa ricerca di griffe e di graffi dall’al di là, tra Praga, Londra e Parigi, complicata da un fidanzato genio dei computer che lavora nella penisola araba, dall’assassinio della sua datrice di lavoro (nel quale viene quasi implicata, per colpa di una sua avventata amicizia on line), dall’amicizia con la ex del gemello, che ora ha un nuovo fidanzato, Maureen evoca strani e minacciosi poltergeist, che abitano i misteriosi spazi di una villa abbandonata in campagna e altri elementi fantastici, che stridono con il resto del film, un thriller tradizionale, sfrontatamente realistico.

Da cui lo scandalo della ricezione che considera insopportabili le basse incursioni di genere horror dentro un testo che non risparmia citazioni colte come le sedute spiritiste di Victor Hugo e soprattutto il rapporto tra teosofia e nascita della pittura astratta, frutto delle ricerche non di Kandinsky ma prima di lui di una pittrice svedese, la non troppo conosciuta Hilma Af Klint, morta nel 1944, che inizia a comporre i suoi mille giochi cromatici nel 1906, sotto influsso dell’occultismo.

Parte un vero duetto, a comunicazione intima, sensuale, “transverbale” più che tra Maureen e il gemello, tra lei, l’attrice, e lui il regista, fatto di vuoti silenzi rumori più che di significiati. Insomma i significanti riescono a mettere un sasso in bocca ai significati. Non succede spesso al cinema, senza annoiarsi a morte. Arrivare a prosciugare dalle immagini il senso, ampliando nello stesso tempo la gamma delle suggestioni sensorie, è il procedimento che anche Assayas, dall’altra parte dello schermo, sperimenta assieme alla sua affiatatissima (ormai) troupe, composta sempre dagli stessi creativi e tecnici. Yorick Le Saux controlla le 50 sfumature di grigio splendidamente, le sue tonalità sembrano il catalogo delle cucine più chic. Marion Monnier gioca al montaggio di controbalzi e scratching. Antoinette Boulat sceglie attori e comparse in modo che non interveriscano mai esistenzialmente con Maureen, vetri e riflessi “magici” sono la specialità dello scengrafo, Francois-Renaud Labarthe…

Anche perché il cinema è una arte occultista, nel significato non spirituale o mistico. Ma perché “occulta”, nasconde strutturalmente il fuori campo, il fuori scena, l’osceno. Il migliore cinema è proprio quello che di questo fuori campo si fa traghettatore. E fa vedere l’osceno. Il fuori scena. Effetto horror che nessuna ricetta seriale sa contraffare.