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domenica 4 settembre 2022

Mostra di Venezia 90. Wiseman e Schrader. Di Mariuccia Ciotta

Schermi incrociati per le vie del Lido e ritorno al cinema della sacralità. Niente format seriale. Frederick Wiseman e Paul Schrader si incontrano in un giardino del secolo scorso. Un couple (concorso) e Master Gardener (fuori concorso). L'immagine si congela nella visione trascendentale. Wiseman (92 anni) segue le tracce di de Oliveira, al lavoro fino al traguardo di 106 anni, e non solo per una questione d'età. La sua Sofia/Sonja Andrèevna assomiglia alle portoghesi Benilde e Francisca, nascoste sotto abiti sontuosi, testimoni rivolte alla macchina da presa per confessare molti segreti e rivelarsi all'origine dell'arte maschile. Lei, Sonja (Nathalie Boutefeu) parla (in francese) di Lev Tolstoj, ed è già un suo personaggio, corpo reale per le pagine di Sonata a Kreutzer. Sospetti, gelosia, indifferenza, omicidio. Nell'isola bretone di Belle-Ile, alberi, cespugli e fiori sono animati da vita propria. Le corolle si agitano e non solo a causa del vento, approvano o contestano le parole di Sonja che vaga nel giardino di La Boulaye, e recita, straniata, le lettere inviate al marito, ogni giorno per 48 anni di matrimonio e 13 figli. La mattina Leo è amoroso, la sera è spietato. Un giorno la ama, e poi la caccia via infastidito. Il giardino reagisce e commenta, come in un film parallelo dell'autore di National Gallery. Primi piani dei petali frementi, osservatori del monologo, quasi la platea dei consiglieri comunali di Monrovia. Wiseman non li alterna alla recita per sottolinearne l'emotività, ma scandaglia la fioritura e la interroga. Forse Sonja non è una vittima, ma una scrittrice alle prese con un provino, ricordando Straub/Huillet, privati, però, di concentrazione e di austerità. Wiseman ride, si capisce, dietro le spalle di Sonja. Sta dalla parte del giardino e dei suoi colori che elargiscono vita, collane preziose dipinte di azzurro e rosa pastello. Ed eccoli tornare, apparizione disneyana e da paradiso anti-calvinista, i fiori, nella sequenza fiabesca di Paul Schrader che, come Wiseman, abbandona la storia del giardiniere ex primatista bianco, svastiche tatuate sulla schiena, ora pentito, ma succube della ricca signora sudista Norma Haverhill (Sigourney Weaver) che in un'altra vita sarà stata Rossella O'Hara, schiavi compresi. Joel Edgerton è Narvel Roth, il master gardener della grande tenuta di Graceland, sotto osservazione poliziesca (è stato testimone di giustizia) e morale (e sessuale) della padrona del giardino, pronto al concorso del più bello della zona. La signora, che diffida della nipote mulatta, possiede una Luger e la punta contro l'ex nazista in una inversione delle parti. Chi è più bianco? Gelido lo schermo, come sempre, tutto deve stare al suo posto secondo linee geometriche, seguendo le aiuole fiorite, moralmente squadrate, in continuità con Il collezionista di carte. All'improvviso, però, Schrader passa dal giardino all'italiana (e non alla francese, errore del copione?), ordinato e armonioso, all'allucinazione fantasmagorica, al giardino selvaggio in stile inglese. La vegetazione invade la strada sotto l'auto dell'ex white power innamorato della ragazzina african-american, il miracolo sparge fiori sui margini della carreggiata e poi, in un'esplosione di corolle multicolori, la notte si illumina e stende un tappeto di margherite e orchidee al passaggio della coppia. Contatto con Un couple. Deviazione dall'ordine delle cose e del proprio stesso cinema. Liberazione urlata dalla strana coppia che guida in un altro film, fuori dal perimetro narrativo, allo stesso modo di Wiseman.

mercoledì 4 settembre 2019

I disegni e gli scritti profumati di Angela Ricci Lucchi




VENEZIA
I Diari di Angela. Secondo capitolo

Si ricomincia dal monte Ararat. Da dove la vita era partita di nuovo, dopo l'apocalisse delle acque. Walter Chiari che è lì, sulle orme di Raphael Gianikian, scampato al genocidio del 1915-1916 e oltre, ce lo indica con il dito, lontanissimo, altissimo, una punta bianca in un panorama che va in dissolvenza dopo altre due formazioni montuose.
Anche Angela Ricci Lucchi, pittrice, cineasta, scrittrice fine che annota sul suo diario il 23 dicembre 2015, citando Mandelstam, “io non ti rivedrò mai più miope cielo armeno”, riferendosi proprio al viaggio del 1987, e agli occhi del mondo che non funzionarono d allora troppo bene, è una sopravvissuta alla grande violenza del secolo, perché abitava da piccola nel 1944 e fino alla primavera liberatrice del 1945, sul set italiano peggiore, in un paese e nelle campagne della Linea Gotica, tra retate naziste, vendette alleate, cibo introvabile, bombe che “si abbattevano sulle nostre teste, sulle case, sulle strade, sui campi, sui fossi”. Le immagini segrete e intime filmate da lui, le parole e i disegni e i silenzi di lei, questa volta, duettano a distanza, mentre la scrittrice Lucrezia Lerro dove manca la registrazione audio originale di Angela, più che leggerne i testi si fa eco, voce del coro, coda musicale.

Angela Ricci Lucchi (1942-2018)

E dalle radici armene di Yervant all'America, anche se nel fotogramma le acque degli uragani e dei maremoti (New Orleans?) occupano nella sovrimpressione le parti basse. In America per due volte di seguito, 1980 e autunno 1981. Un tour, il secondo, in ben16 tappe. Università, cinema d'essai, musei, istituti culturali, hotel, l'ospitalità di amici, il vagabondare nelle strade tra la segnaletica pop del paese di Reagan e di dio... A volte il pubblico è folto ma la proiezione mediocre, a volte succede il contrario. San Francisco, Los Angeles, Toronto, New York, Minneapolis, Vancouver, El Paso, Pasadena, Berkeley, Madison, Pittsburgh, Utica, Binghampton, Chicago.... Stancante. Yervant ne è provato. Sopravvive a 24 voli interni Pan Am. Come i padri pellegrini a un anno di traversata. Nonostante la gloria.
Non è così scontato per una coppia di cineasti underground europei, Yervant Gianiakian e Angela Ricci Lucchi, girovagare per gli States nei primi anni 80, con i loro “Scented Film”, con le bottigliette delle essenze alchemiche cinquecentesche da liberare in sala - perché di “cinema profumato” allora si trattava - esperienza sinestetica unica e inebriante tra immagine e odore, ospiti dei colleghi d'oltreoceano. Che realismo può esserci nelle immagini se gli odori del mondo non si riescono a restituire. John Waters elabora stratagemmi simili in quei mesi. Jonas Mekas e i suoi amici li avevano chiamati dopo un primo successo all'Anthology Film Archive, ma un'eco simile tra la comunità dei film-maker sperimentali o nei giornali di punta della controcultura e dell'establishment, dal Village Voice al New York Times, era inimmaginabile.
Torneranno molte volte Angela e Yervant al Moma di Manhattan e al Museo d'arte moderna del Queens, da dove l'11 settembre del 2001 vedranno le gemelle crollare.

I cineasti sperimentali Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi 

Il capitolo secondo dei Diari di Angela, intitolato Noi due cineasti, uno dei momenti magici della Mostra 76, è composto come il primo di materiali filmati eterogenei, meno 'compatti' e rilavorati del solito. Non i reels di repertorio fermati rallentati ricolorati decolorati della Grande orribile Guerra, del genocidio armeno, di Luca Comerio, degli archivi di Mosca, del Colonialismo, o il girato dalle collezioni di bambole e giocattoli o dai festival dell'Unità. Qui siamo nel campo ancora più libero dell'home movie e dell'improvvisazione mnemonica, al montaggio asincronico di momenti di vita e di lavoro, sulla base dei diari, immagini private, registrazioni, risignificazione di un connubio artistico che molto deve ai bellissimi disegni da fumetto espressionista di Angela: “macedonia o insalata russa di ciò che frulla nella mia fantasia secondo i giorni e le notti” scriverà mentre Yervant inizia a elaborare col robot “von Polzum Aequator”, il film che decreterà il successo mondiale dei cineasti. Le sofferenze private, le operazioni, la malattia, la gamba rotta, e le sofferenze politiche, Praga 1968, il riflusso politico, la memoria che sbiadisce. Le gite, in Alto Adige nel 1984. Il lungo studio sul fascismo e i suoi emblemi. E le sue vittime. Etiopi, zingari.Cristiani stessi. A giudicare dai brani per me inediti che sono il cuore horror di questo film. Pasqua 2007. Al Santo Sepolcro di Gerusalemme. Un pellegrinaggio religioso che diventa una gigantesca manifestazione di odio tra cristiani di differente provenienza e prepotenza per aggiudicarsi più centimetri quadrati possibili dentro la chiesa che li dovrebbe rappresentare tutti. Ci vogliono i soldati armati di Israele per calmarli. Quelli di Brooklyn con la Croce pesante che asfaltano chiunque si presenti davanti a loro, con gli occhi violenti del fanatismo fondamentalista. “Molte cose non descrivibili. Gli odori. I puzzi. I sapori. I sudori. L'odio. Durante questo viaggio ho sofferto per l'odio che trasudava ovunque. Mi si è bloccata la parola. Non riuscivo più a districare le parole. Ho detto a Yervant: devo stare in silenzio e riposare. La regigione è usata come un'arma feroce”. Per dividere cattolici di rito diverso. Cristiani ortodossi di rito diverso. Copti e Etiopi. Armeni e Greci e Russi. Serbe povere con il loro Pope. Armeni in fuga dall'Iraq. Siriaci. La torre di Babele vista per la prima volta nella sua essenza. Ecco da dove viene quell'urlo poco calvinista dell'ultimo film di Paul Schrader. Il Makhmalbaf del Nuovo Testamento, First Reformed – La creazione a rischio.

venerdì 5 gennaio 2018

TOP FIVE LA CLASSIFICA (IMPOSSIBILE) DEI MIGLIORI FILM DEL 2017

A Ciambra di Jonas Carpignano


di Roberto Silvestri

Radio Onda Rossa come ogni anno chiede a un mucchio selvaggio di critici italiani (per lo più uomini perché radio onda rossa non rispetta il politicamente corretto e le quote, per far piacere a Tom Wolfe, il rapporto è 12 a 3) quali sono i cinque migliori film del 2017 usciti regolarmente nelle sale, anche off off. (*)
Spielberg e prima ancora Welles ci hanno però sempre messi in guardia da questo giochino utile semmai a ricordare e riassumere l'annata, e spiegato che l'arte non ammette classifiche generali, alla faccia dei grandi festival (Cannes, Berlino, Rotterdam, Venezia, Toronto, Locarno e Telluride) e delle loro giurie di super star, e checché ne dicessero ad Atene i fan delle olimpiadi culturali.
I film potrebbero essere sì giudicati da esperti esterni, teorici e critici d'arte, direttori di festival, cioé da un pubblico particolarmente consapevole e onnivoro (a parte i premi Oscar che sono premi aziendali, assegnati per ogni categoria dai rispettivi colleghi) solo se differenti registi partissero dallo stesso copione. Se no come pesare l'originalità e l'unicità delle opere d'arte? Comunque qualche film si imprime nella memoria più di altri. E non sempre questo vuol dire che sia più artistico e affascinante di un altro, che magari si introduce in parti del cervello molto meno esibizioniste, ma è sempre pronto a esplodere, prima o poi. Comunque.
Radio Onda Rossa chiede anche un giudizio sull'annata. Più il cinema, inteso come sala, è in crisi più si vedono film, attraverso una molteplicità di supporti inimmaginabili pochi anni fa. Dunque la situazione è eccellente. Si producono molti film e si possono vedere ovunque opere da tutto il mondo. Anche se aspettiamo ancora il Lav Diaz che ha vinto Venezia 2017. Altro dato interessante. I primi tre film nella classifica Usa di incassi vedono tre donne super star protagoniste. E sono tre super eroine che hanno scalzato i Batman e i Superman, i Lanterne Verdi e i Daredevil: Wonder Woman, La Bella e la Bestia e Guerre Stellari Episodio 8: Gal Gadot, Emma Watson e Daisy Ridley. Insomma l'anno è caratterizzato da una certa supremazia simbolico-immaginario delle donne. La conferma arriva anche sul lato del cinema non hollywoodiano. I nuovi film di Claire Denis, Agnes Varda, Lucrecia Martel, Valeska Grisebach, Greta Gerwig, Sally Potter, Valeria Sarmiento, Annemarie Jacir... entrano in moltissime classifiche critiche.

Il Giovane Marx di Raoul Peck

LA TOP FIVE....

Premessa: non ho visto Il giovane Marx di Raoul Peck, sulla vita pubblica e privata di Karl Marx fino al 1848, alle prese con Proudhon e Feurbach, con Hegel e con la prima grande rivoluzione in Occidente. Il film forse uscirà in Italia con I wonder per tre giorni, intanto si può acquistare in dvd all'estero. Siamo o no al bicentenario? Non è un caso che sia un grande cineasta haitiano a ricordarcelo. Toussaint Louverture non è passato invano. Ha guidato la prima rivoluzione proletaria mondiale. Vincente. Nel 1804. E certamente ha molto influenzato non solo l'Otello di Rossini, ma anche il Genio di Treviri.

Premessa n.2. Non ho ancora visto Chiamami col tuo nome di Luca Guadagnino che spero vinca qualche oscar perché credo che Guadagnino sia il cineasta italiano più coraggioso, inventivo e spregiudicato della nuova generazione, meno manierista di Garrone e più colto visualmente di Sorrentino. Lo dimostra il fatto che sia il primo cineasta italiano/italieno che riesce a sfidare i grandi del cinema Usa nelle categorie principali. Non come regista del migliore film alieno. Cosa inedita per un regista italiano. O quasi. Ma il gay movie che avrebbe dovuto dirigere Jams Ivory, non è ancora uscito in Italia.

Premessa 3. Non sono ancora usciti una decina di opere importanti ammirate nei vari festival come:

David Lynch e Harry Dean Stanton in Lucky
Lucky, di John Carroll Lynch, con David Lynch, l'ultimo film, semi autobiografico, quasi un auto necrologio, di Harry Dean Stanton,

First Reformed di Paul Schrader sulla Chiesa Riformata d'Olanda, sui calvinisti d'America che tanto hanno massacrato l'infanzia del cineasta, e sulla interpretazione così inquietante e letteralista della Bibbia da istigare il cristiano dai saldi principi etici a passare alla lotta armata e a inseguire il fondamentalismo talebano sul suo stesso terreno. Perché “bisogna distruggere i distruttori della terra”. Come ci impone di fare il Libro Sacro.

La mini serie tv, molto politica, su una pagina oscura della storia usa anni 60, di Errol Morris Wormwood;

The Nothing Factory, un musical portoghese (trotskista ma senza pasticcini, quasi come lo sognava Nanni Moretti) di Pedro Pinho su una occupazione di fabbrica anti-globalizzazione piuttosto festosa nonostante il tetro clima;

un doc di Barbet Schroeder Le venerable W. di Barbet Schroeder che ha anticipato prima che il mondo se ne accorgesse che in Birmania peggioravano i pogrom contro le minorante musulmane bengalesi dei Rohingya. Aizzati da un monaco First Reformed e Talebano contemporaneamente.

Post di Steven Spielberg, che sta però per uscire nelle sale e probabilmente farà incetta di statuette e di globi..

Premessa 4. Non sono usciti mai in Italia se non nei festival e sono attesi, tra gli altri:

Sinestesia di Maged el Madhi (per capire a pelle, con l'occhio l'orecchio e la bocca, cosa sta succedendo nell'Egitto rimilitarizzato da al-Sisi e perché una sollevazione popolare ha rovesciato i fratelli musulmani)

L'ornitologo di Joao Rodrigues (ai padovani non piacerà perché scopriranno che sant'antonio è portoghese)

Hissein Habré, a Chadian Tragedy di Mahamat Saleh Haroun (forse prima di dire di “aiutare l'africa a svilupparsi” sarebbe bene osservare attentamente questo film che racconta perché gli aiuti europei sottosviluppano ferocemente da più di 4 secoli l'Africa, perché la Francia ha organizzato oltre 60 colpi di stato per tenere tutte le ex colonie sotto controllo neocoloniale e perché Minniti rischia di imitare più Crispi che Zanardelli)


Premessa 5. Tra i film quelli usciti (o in procinto di uscire) che non metto in classifica, una decina di ottimi film visti, conferme ulteriori di altisssima qualità:

Ex Libris di Fredrick Wiseman (anche senza essere esperti in biblioteche 'viventi' si può capire perché questo testo dovrebbe essere conosciuto e studiato da tutti gli assessori alla cultura)

Wonderstuck di Todd Haynes (opera tattile, non è simile a Hugo Cabret, anche se il film è tratto da un romanzo dello stesso scrittore, e anche se racconta l'amicizia a distanza tra due adolescenti che hanno molto in comune, perché tono e timbro restano di Haynes, e i nervi sono meno a fior di pelle, la magia del vedere l'invisibile è più morbida, la profondità storico-politica che circonda l'avventura è più palpabile. Anni venti/anni settanta, stessa epoca di ribellione ad alta tensione.

La vita in comune di Edoardo Winspeare, perché fa capire (anche se il racconto riguarda la giunta di sinistra di un paese dell'entroterra salentino: la cultura, che sembra polverosa, dei suoi intellettuali organici, le strategie economiche per uscire dall'immobilismo e perfino la politica carceraria, che è all'opposto di quella leghista e pentastellata) il miracolo di Lecce, unico comune strappato dal Pd alla destra nelle ultime amministrative, merito di Salvemini ovvero l'estremista che ha quelle capacità di mediazione politica e di rispetto per gli avversari che un moderato non sembra possedere.
Guardiani della galassia 2 di James Gunn, il primo era perfetto, questo troppo identico al primo, anche in perfezione, nel gioco agro-dolce, nel tono brechtiano e super camp....

Personal shopper di Olivier Assayas, migliore film francese dell'anno.

Tre manifesti a Ebbing, Missouri scritto e diretto da Martin McDonagh (quello che Minervini ha anticipato in poesia, su come è fatta strana l'America redneck, qui viene spiegato anche ai muri e ai cartelloni pubblicitari. Elogio funebre al fondatore di Playboy che, come ha scritto Camille Paglia, ha cercato di strappare i cowboy alla loro rozzezza atavica e brutale, quella di Trump e di Weinstein, senza riuscirci, se non un po' sulle coste est e ovest)

The Other Side of Hope di Aki Kaurismaki, il migliore film comunista

Okja di Bong Joon-Ho il migliore film animalista

Da una storia vera di Roman Polanski, Eva contro Eva, ma come se Norman Mailer (Emmanuelle Seigner) duellasse con Thomas Wolf (Eva Green).

L'insulto di Ziad Doueri (Libano), miglior contributo alla soluzione della questione israelo- palestinese. Se non ci riescono i politici, ci riescono gli artisti a spiegarci attraverso un film uno e bino, commedia feroce e dramma processuale, la strada per superare il conflitto. Riconoscere i proprii errori e massacri e trovare mediazioni e compromessi. L'arte è estremista, la politica deve essere sempre capace di patteggiare con il nemico e ripudiare ogni soluzione finale.

Premessa 6.
MIGLIORE FILM FUORI FORMATO: Twins peaks return, oltre 18 ore che rendono David Lynch imparagonabile, se non a Guerre Stellari Episodio VIIII


Inoltre:

migliore performance attoriale, sia maschile che femminile (a parte i giudizi sconsiderati su Polanski) :
Asia Argento (da Bianca Berlinguer a spiegare davvero cos'era successo 20 anni prima con Weinstein e cioé che non è vero che lo ha frequentato per 5 anni dopo il fattaccio - difficile da evitare perché il boss Miramax è di una grandezza erculea e forza irresistibile, impossibile dargli un calcio alle palle - e che ha accettato lussuosi doni: ma chi ha diffuso queste balle che tutti hanno immediatamente date per vere?)

miglior film IN ASSOLUTO il movimento “me to”, primo tempo, ovvero testimoniare e Time's up, secondo tempo, ovvero creare un fondo di molti milioni di dollari per assistere finanziariamente e legalmente tutte le donne vittime di molestie sessuali soprattutto fuori dall'ambiente del cinema, nelle fabbriche, negli uffici e nei ristoranti e supermercati: l'8 gennaio ai Golden Globes tutte le attrici e tutti gli attori che aderiscono vestiranno in nero.


MIGLIORE DOC

I am not your negro” di Raoul Peck, dall'ultimo libro non finito di James Baldwin, basato su interessanti materiali di repertorio televisivi, come i suoi celebri scontri in diretta con intellettuali reazionari, tutti facilmente distrutti. Il film racconta il rapporto personale dello scrittore e militante nero con tre delle tante vittime del razzismo anti african american negli Stati Uniti degli anni 60 e 70, Martin Luther King, Malcolm x e Medgar Evers. Strano che dal film non esca la polemica contro il black panthers party, di cui Baldwin fu bersaglio prediletto (in particolare di Eldridge Cleaver) non perché fosse politicamente un moderato, ma per essere gay dichiaratissimo. E' uscito anche nella collana doc di Feltrinelli in dvd.
Peck fotografo giornalista laureato in ingegneria, formato cinematograficamente a Berlino, è un regista haitiano che ha alternato doc e fiction, ed è famoso per un magnifico film su Lumumba, preceduto da un doc sull'assassinio di Lumumba visto “in diretta” perché Peck era figlio di diplomatici del presidente della repubblica del Congo appena indipendente, Kasavubu. Suoi anche importanti film sulla comunità haitiana di Manhattan. Suo anche Il giovane Marx.
Non si possono dimenticare infine due ottimi doc statunitensi: I called him Morgan di Casper Collin (sull'assassinio del trombettista jazz Lee Morgan) e Dawson City: Frozen Time di Bill Morrison, prodotti però nel 2016. E tra i doc del Tff (Torino non  Toronto) il russo  Cronaca del tempo dei guai di Vladimir Eisner Evaldovich  Tra i doc italiani da tenere d'occhio nelle sale "normali": Lorello e Brunello di Iacopo Quadri; 77 no commercial use di Luis Fulvo (anche se c'è qualche Cossiga di troppo); Cento anni di Davide Ferrario; Vento di soave di Corrado Punzo (sui disastri ambientali a Brindisi e nel grande Salento).

Alcuni grandi registi come Scorsese, Verhoeven, Gibson, Zemeckis confermano la loro grandezza con film superbi come Il silenzio, Elle, Allied, Hacksaw Ridge..... Ma ci sono 5 film davvero speciali quest'anno, che possiamo isolare perché sono i migliori in ambiti più ristretti:






  1. Detroit di Katherine Bigelow, miglior film rivoluzionario dell'anno perché non è tanto importante la bellissima seconda parte, certo un omaggio a Jonas Mekas, sulla tortura - simil Diaz e simil troppe azioni di sopercheria poliziesca assassina ai danni di tutti i dannati della terra, dall'Illinois a Tehran da Damasco a Mosca - ma per il blocco Motown sound/rivolta della moltitudine: più è potente, accerchiante, organizzata e promiscua la ribellione, ritmata da una musica egemonica mai udita prima, è il suono del 68, più i poliziotti locali pubblici e privati, la guardia nazionale e l'esercito, come tori nell'arena circondati, colpiscono a vanvera e perdono la testa, perdendo. Come in Vietnam (indipendentemente dal verdetto del magistrato). Salvo lasciare un deserto, per vendetta, come in Vietnam (non pagando quel che era dovuto secondo i patti di resa). Come è ridotta oggi Detroit si sa.
  2. Wonder Woman di Patti Jenkins, miglior block buster del'anno. Ovvero tutto sulle spalle dell'attrice israeliana GAL GADOT (è l'amazzone semi dea “Diana Prince”). E' il film fumetto Marvel che rilancia tutta la serie deviandone il baricentro simbolico (La bella e la bestia con Emma Watson, e Guerre Stellari con Daisy Ridley hanno altrettanto forti protagoniste). In più si tratta di una inedita coproduzione Hong Kong, Cina e Usa. Inoltre è il primo film di super eroi diretto da una donna, e la regista di Monster qui è come se si vendicasse in anticipo dell'affare Weinstein che sta per scoppiare e come se fosse la portavoce del movimento nato per mettere fine a pratiche di potere troglodite. Nata nel 1942 Wonder Women è la prima eroina a fumetti della storia, innesto di mitologia greca e eroismo anti nazista. Diventa importante quanto Batman e Superman, ma non in Italia. Simbolo dell'insorgenza femminile nella società americana durante la la seconda guerra mondiale. Era dal 1958 che non primeggiavano nelle top ten film ben tre protagioniste (in quell'occasione erano molto meno muscolose: Auntie Mame di Morton Da Costa con Rosalind Russell e South Pacific di Joshua Logan con Mitzy Gaynor. 
  3. L'inganno di Sofia Coppola, miglior remake obliquo dell'anno, un contro western femminista che divide e ovviamente sa farsi odiare. Via col vento incontra l'horror. Clint il nemico bello da sedurre a tutti i costi qui perde il posto centrale, quello di magnete simbolico dell'horror freddo, che passa a Nicole Kidman, l'ape regina che controlla gerarchicamente, come fosse il generale Lee, tutte le sue ragazze. Ma non per questo è femminista il film. In realtà non si tocca nemmeno il capolavoro di Siegel, ma si ritocca il romanzo da cui L'inganno, The Beguiled, ha origine. Non è tanto la rozzezza yankee contro la raffinatezza southern delle ragazze, il bianco merlettato e ombreggiante, la luce di candela della mansion contro la miserabile astuzia seduttiva del ferito prigioniero, ma rozzo e macho, che interessa Coppola, ma decostruire i capisaldi della cultura americana: né pragmatismo industriale e cultodel profitto né decadentismo schiavistico e culto della rendita. Uscire dalla contrapposizione originaria tra piantagione e fabbrica, per rifare daccapo l'America. Senza mostri. Questa la rilettura storico politica femminista. 
  4. The shape of water di Guillermo del Toro, miglior film-saggio. Un classico horror di Jack Arnold adorato, adornato e rispettato dal cineasta messicano, entra nell'immaginario fantasy più conturbante del momento, e come in una nota a piè pagina se ne spiega lo sfondo, accuratamente: la guerra fredda, l'idiozia della Cia (non a caso formata da ex stalinisti pentiti, ma rimasti identici “dentro”) e dell'Fbi.
  5. A Ciambra di Jonas Carpignano. Migliore trasformazione di un corto in un lungometraggio. Il meno italiano nei nostri cineasti da molti anni è un cittadino di Manhattan che passa metà dell'anno in quel pezzo di Calabria (anche mafiosa) che bloccò il petrolchimico (dando una certa indicazione umanista non raccolta dall'Ilva) e che si chiama Gioia Tauro, dove attraverso il lungo sodalizio con Pio, il piccolo rom, adolescente, il peggiore dei peggiori distrugge ogni conformismo scolastico di regia, entra ed esce dalla finzione come solo Rossellini sapeva fare, e ci dà un esempio di “cinema falsità” che è più vero di ogni cinema del reale. 

A Ciambra ha vinto il referendum di Rasdio Onda Rossa.
In attesa della top ten di Film Parlato, a cura di Lorenzo Esposito, diamo alcune interessanti classifiche.
Per i Cahiers du cinema ha vinto Twin Peaks Return.
Per Sight and Sound Get out.
Per Raymond Bellour: I had nowhere to go di Douglas Gordon; Western di Valeska Grisebach; Zamas di Lucrecia Martel; Ex Libris di Fredrick Wiseman; Domain et tous le autres jours di Noemie Lvovsky.
Per Carlo Chatrian (direttore del festival di Locarno): Twin Peaks: Return; Zama, Call me by Your Nome, Three Billboard Outside: Ebbing, Missouri; Jeannette di Bruno Dumont.
Per Molly Haskell (critica statunitense femminista): Lady Bird di Greta Gerwig; I, Tonya di Craig Gillespie; The Meyerowitz Story di Noah Baumbach; Logan Lucky di Steven Soderbergh; One Mississippi di Diablo Cody e Tig Notaro.
Jonathan Rosenbaum (critico Usa): 24 Frames di Abbas Kiarostami; Let The Sunshine In di Claire Denis; Mudbound di Dee Rees; Faces Places di Agnès Varda; Twin Peaks: Return
Noel Vera (critico filippino): Twin Peaks: The Return; Silence di Martin Scorsese; A Quiet Passion di Terence Davies; Respeto di Treb Monteras II; Okja di Bong Joon-ho

(1) Federico Raponi, redattore della trasmissione di Radio Onda Rossa "Visionari" che ogni anno organizza la classifica, e ha chiesto anche i miei 5 titoli, mi ha mandato due precisazioni:
"la prima, da ascoltatore: un redattore e una trasmissione (Visionari) non rappresentano un collettivo redazionale, come è quello di ROR che tra l'altro vanta da anni una trasmissione autogestita da femministe e lesbiche, e sfido a trovarne un'altra nel panorama dell'etere nazionale.
La seconda, da giornalista: i criteri nella scelta del "mucchio selvaggio di critici italiani" sono stati sia personali (amicizia/stima) sia professionali (precedenti partecipazioni - a vario titolo - alla trasmissione/autorevolezza/visibilità di chi muove il cinema in Italia oppure ne scrive e ne parla). Questo tenendo anche conto della parità di genere, cosa che del resto faccio per tutto il resto dell'anno. In questo caso, però, non ho trovato alternative convincenti alla scelta finale, con un rapporto di 12 a 3 ".

Bisogna riconoscere che non è un problema solo dei Visionari e dell'Italia. La classifica di "Sight and Sound" è stata redatta con un rapporto simile: 12 critiche e 28 critici.



domenica 22 maggio 2016

Una lezione di libertà per chi la cerca nelle serie tv. Dog eat dog di Paul Schrader, la Palma d'oro ombra del festival di Cannes 69

Roberto Silvestri

Come al solito gli ultimi giorni del festival di Cannes, che è l’anti-festa del cinema, perché è per soli invitati, sono sempre riservati ai “pezzi da Novanta”, ai film migliori.
Così si deve resistere fino alla fine sulla Croisette, anche dopo un’edizione di medio interesse come questa, per la gioia di chi fa pagare 6 euro e 50 un cappuccino e un croissant, alle 8 di mattina quando si entra, come a scuola, nei cinema,  ovviamente “militarizzati”.
Ma l’oggetto d’affezione super non è solo Femme di Paul Verhoeven che ha chiuso alla grande il concorso maggiore (con Isabelle Huppert all’altezza di I cancelli del cielo). 
Infatti chiusura super anche della Quinzaine, una sezione “autonoma” (aperta al pubblico) che non è stata però all’altezza dei sua fama - di solito è molto più “anarchica” e libera nelle scelte - e che ha premiato alla fine solo cineasti francesi (una afghana a parte, la Sadat, che  però è d’allevamento cannoise), cosa inelegante visto che la sezione, sessantottina di nascita, è finanziata dal sindacato dei cineasti francesi. Si scelgono e si premiano…. Sono finiti qui molti film da competizione ufficiale come le apprezzate opere di cineasti illustri, Larrain, Jodorowski, Bellocchio, Anuragh Kashyap o Laura Poitras (che prosegue la sua indagine su Julian Assange). Ma i premi sono andati a Divines della franco-marocchina Houde Benyamina e, in memoria, alla franco-islandese Solveig Anspach, L’effet acquatique.
Comunque serata finale magnifica, anche grazie alla presenza sul palco di una lavoratrice intermittente pungente e sintetica che fa comprendere, anche alle poltrone, ai muri e a chi ne imita l’aplomb, la gravità della legge sul lavoro che sta passando in Francia, per colpa dei socialisti (l’alternanza è fare leggi orribili, un po’ a destra e un po’ a sinistra, proprio come in Italia).
Il suo intervento, “corto”, vale più di decine di film “lunghi” visti in questi giorni, almeno in fatto di motion ed emotion.
Guerra pura contro tutto il cinema circostante hollywoodiano, cristallizzata in immagini e dialoghi imprevedibili anche nel bellissimo film di chiusura, Dog eat dog, diretto da un cineasta complesso e contorto, qui particolarmente pop nel fraseggio, che è anche un critico americano teoricamente agguerrito, della generazione di Marco Bellocchio (che invece ha inaugurato la Quinzaine, un po’ contrariato per una delocalizzazione arrivata all’ultimo momento). A metà tra racconto morale di Sam Fuller e critica dell’immoralità di Tarantino, tra comicità sarcastica di John Landis e ferocia satirica (e sempre al di là del buon gusto e della rispettabilità artistica) di John Waters Cane mangia cane si addentra nei territori dell’action movie più estremo e spregiudicato e anche in quelli della postmodernità critica, quella che si batte ancora per i fatti e la verità contro il sofisma dell’interpretazione più chic e vendibile.
Lo abbiamo trovato particolarmente fuori schema, questo b-movie d’arte, anche perché l’intera fila dei registi francesi premiati e molti cineasti ospiti quest’anno della sezione, come l’animatore russo Garri Bardine (e moglie), classe 1941, autore del corto L’acuto di Beethoven, hanno preferito scappare dalla sala, darsela a gambe dopo poche sequenze, iperviolente e “insostenibili”.  Il fratello di Paul Schrader (morto molto giovane), Leonard, studioso di cultura giapponese e con lui cultore di Mishima,  aveva realizzato negli anni 70-80 Killing in America, un documentario pionieristico che raccontava la storia di troppi serial killer, giovani o anziani, donne o uomini, che riempivano la cronaca nera delle province statunitensi, facendo emergere le viscere di un paese incancrenito nei suoi tessuti profondi, ma che non si voleva analizzare né isolare, né curare, se non a base di sedia elettrica. Mi ricorda molto questo film, aperto da una discussione tv, che potrebbe essere quella tra Hillary e Trump, sulle armi da fuoco.   
Dog eat dog tratta proprio di carceri, di privazione della libertà, che non vuol dire privazione della dignità, della sessualità, del diritto all’istruzione e al lavoro. Il carcere dovrebbe reinserire nella società, e non scodellare uomini deumanizzati e pronti ad aggredire la società con ferocia sempre maggiore. E’ quel che succede qui. A un mafioso messicano serve un favore, rapire un bebé per farsi restituire dal padre una grossa cifra. Tre debsciati ex detenuti, Troy, Mad Dog e Diesel, accettano il contratto….Il loro problema è di non tornare mai più in prigione (perché come si sa dopo tre volte….). Ma il loro problema numero due è di farsi un bel gruzzolo subito per non delinquere mai più e soprattutto per non lavorare mai più, perché “se no che vivere sarebbe mai questo?”. Attanagliati da queste alternative, non facili da gestire, i loro difetti caratteriali (insicurezza emotiva, stolidità, fobie per i logorroici) li porteranno alla rovina.
Non è stato messo in gara, Dog eat dog,  probabilmente per colpa delle dichiarazioni del presidente della giuria George Miller che considera l’apice del lavoro artistico, nel cinema, saper rigenerare e rinnovare gli elementi costruttivi di un film di genere, a ampia comunicativa (e che dunque su Verhoeven dovrebbe indirizzarsi, o sulla commedia tedesca, per la Palma).
E in questo caso si è intervenuti, con sostanza conoscitiva spessa e impeto etico per nulla post moderno, dentro il “buddies movie”, il film d’azione sull’amicizia virile (in questo caso è una amicizia piuttosto particolare) di cui Hollywood possiede un brevetto molto protetto. Ebbene, niente film da Studio, qui. Libertà più totale per tutti, musicista, costumista, capo scenografo, capo operatore. La generazione post-regole le leggi le conosce tutte. Dunque per lei è più facile scavalcarle. Fare il film che si vuole fare è quasi una eresia oggi a Hollywood. Niente proibizioni. L’unico divieto è di non divertirsi.   
Paul Schrader lo ha diretto e anche interpretato, nel ruolo di El Greco, un capo gang (e per farlo ha chiesto aiuto a Tarantino e Scorsese, Nick Nolte e Chris Walken, Jeff Goldblum e Michael Douglas….), da un copione di Matthew Wilder, assieme a un cast perfetto, perché resta a proprio agio quando si sconfina dal realismo al grottesco, e poi si torna indietro, per rendere più chiara e aggressiva la polemica politica. Si prende particolarmente in giro la nota affermazione della destra, neanche estrema, e neanche solo Usa, convinta che una generale distribuzione di armi, anche ai bambini, fermerebbe la violenza. “Se fossimo stati armati al Bataclan…” ha affermato un componente della band rock che doveva suonare quella sera nel locale aggredito dai nazi-islamisti (e a causa di queste dichiarazioni la Francia ha proibito due concerti del gruppo questa estate). Non è affatto questa la soluzione e questo film ne è la dimostrazione scientifica. E’ Cleveland, città industriale dissolta dalla deterritorializzazione, il set prescelto (ma soprattutto per il credito di imposta), ma se fosse Baltimora saremmo proprio nelle atmosfere  trash di John Waters. Nicolas Cage (Troy) così si è permesso di inventare alcune variazioni sulla sua presunta somiglianza con Bogart che non erano nel copione, Willem Dafoe (Mad Dog) non è mai stato così truce dai tempi di Walter Hill e un superbo gigante pelato molto fragile nella psiche, Christopher Matthew Cook nella parte di Diesel, poteva condurre la trama del film dove voleva. Così rifanno Blue Collar, solo che invece di operai molto incazzati con il sindacato fino al punto da svuotasne le casse, i nostri eroi sono criminali assassini, che usano prima il grilletto e poi il cervello, disperati  e coatti, peggiorati dal carcere, che tornano nella civiltà senza saperla più gestire. Non sapevano niente di Facebook, di come funzionano i cellulari…. figuriamoci. Tratto dal libro di Ed Bunker sappiamo che ogni parola, ogni riga di dialogo, ogni considerazione esistenziale sono esatte al 100%. Bunker è uscito dalla galera pesante. Sa di che si parla.

Paul Schrader qui a Cannes è venuto in concorso  ben quattro volte. Una assieme a Patricia Hearst. E cenava con lei alla Mere Besson, un ristorante decente, che infatti adesso è chiuso nella zona di Cannes che è più torturata dalla gentrificazione. “Ma forse chi adesso guida il festival – si è chiesto perplesso lo sceneggiatore di Taxi driver e il regista di Cat people e Hardcore e Blue Collar - non deve avermi mai sentito nominare”. 

sabato 24 ottobre 2015

Festa di Roma. Il film di Kent Jones sul libro-intervista di Truffaut a Hitchcock



Roberto Silvestri

Un tempo, decenni fa, Felice Laudadio voleva realizzare per il festival di Rimini una grande rassegna, poi annullata, dedicata ai cineasti che erano diventati discepoli, quasi adepti e prosecuori di un loro più illustre collega del passato che, pur provenendo dal cinema muto, era diventato il guru, il punto di riferimento, l'oggetto d'affezione, dell'immaginario psico-visivo più moderno e radicale. Una sorta di Borges del Cinema. Dove è oggi il cinema inteso come insieme di forme svuotate del proprio contenuto dall'esercizio integrale della messa in scena?

Quella idea è diventata oggi un interessante film-saggio. Lo abbiamo visto, dopo Cannes, alla Festa di Roma. Nei festival ormai la riflessione metacinemtografica è diventata una sezione fissa. Proiettati all'auditorium Parco della musica infatti altri lavori interessanti sui fratelli Taviani, Scola, Pasolini, Sinatra, Kubrick, Sergio Corbucci, Rosi e Tornatore, Bunuel, Morandini, nel triplo ricordo come attore, direttore di festival e critico.

Ma questo documentario franco-americano (c'entra Arté), di ottanta minuti sulla "più grande lezione di cinema di tutti i tempi", è piuttosto speciale. Parte dall'incontro storico (siamo negli anni di Kennedy presidente) tra un cineasta europeo, ed ex critico prestigioso della rivista di punta del secondo dopoguerra e il suo maestro anglo-hollywoodiano, che però non è considerato in quegli anni un artista importante, ma solo un abile mestierante. 

Quella intervista diventerà un libro pubblicata in tutto il mondo (in Italia sarà Pratiche Edizione ad aggiudicarselo) e capovolgerà i valori e le gerarchie del cinema. 

Vi si svisceravano, sequenza per sequenza, tutti i film di questo sommo maestro, evidenziandone la maestria psicologica, l'acutezza tecnica e l'anomalia fertile del suo tocco, rispetto al canone tradizionale. Si cercava di studiare le leggi interne dei suoi film, di catturare il segreto intimo di una poetica sovversiva e di una bellezza inedita. Hollywood, in quel decennio, vive non a caso la sua più grave crisi di identità e di vendite e cerca disperatamente di copiare lo charme leggiadro delle nouvelle vague mondiali. 
Ma, come nel rapporto tra discepolo e maestro zen, si ha sempre l'impressione di non arrivare mai alla verità.

Anche se questo documentario sul mitico incontro è piuttosto tradizionale e a volte pedante, come se affiorassero le antiche ossessioni accademiche di completezza e consequenzialità, dalla struttura, molto seria e squadrata, si aprono cedimenti e squarci interessanti. 

Lo hanno concepito in due, questo documentario. La sceneggiatura è a quattro mani, quelle di un critico francese dei Cahiers più recenti e del direttore newyokese di un grande festival del cinema (che cura anche la regia). Lo vederemo in primavera nelle sale italiane. Distribuisce Cinema, la nuova società di Valerio De Paolis.

Si parte dalla esibizione del tesoretto audiovisivo. I nastri magnetici e le fotografie originali che registrarono le 30 ora di discussione tra i due cineasti ci accompagneranno per tutta l'opera. Una voce fuori campo inquadra e spiega bene (il testo è letto da un altro regista, Bob Balaban) i materiali: spezzoni di film realizzati dall'intervistato (ma anche dall'intervistatore), poster celebri e gli interventi critici di alcuni dei più interessanti registi viventi, i nordamericani Peter Bogdanovich, Martin Scorsese, Paul Schrader, David Fincher, Wes Anderson e James Gray. I francesi Olivier Assayas e Arnaud Desplechin, il giapponese Kiyoshi Kurosawa. 

Attraverso queste testimonianze di fans sfegatati (e lucidi analizzatori, come Bogdanovich e Schrader) scopriremo che quella rivalutazione/risarcimento è oggi perfettamente riuscita, ma che resta opposta la lettura europea e americana di questo patriarca,  come disse in tv, nel 1979, l'autore di quella storica intervista: "In America avete rispetto per lui perché gira scene d'amore come se fossero scene di omicidio, noi lo rispettiamo perché gira scene di omicidio come fossero d'amore". Il piacere dell'azione fluida contro le sfumature del sentimento più impalpabile... 


Ma torniamo indietro nel tempo.   

C'era una volta un regista di cinema considerato universalmente un abile artigiano e poi, dopo la promozione da Londra a Los Angeles,  il "maestro del brivido", il "re dello spettacolo commerciale". 
I suoi thriller, muti o sonori, ti inchiodavano sulla sedia. Sapeva ben temperare il suspense, fermare il tempo, deformare lo spazio e velocizzare con stile le emozioni, mescolando le immagini visive con le immagini sonore. Manipolava gli attori, gli esterni e i dettagli proprio come guidava l'inconscio degli spettatori, e i loro sensi di colpa, i loro desideri occulti, da doppio direttore d'orchestra. Come Butch Morris.
Ma, avendo anche rubato a Salvador Dalì il segreto per diventare una icona pop unica, quella del cineasta dal nome più famoso del mondo, complici alcuni successi al box office, un umorismo nero accattivante, un corpaccione prepotente, alla Orson Welles, e la televisione, che maneggiava senza disprezzo, e soprattutto dopo un film, Psycho, che aveva fatto letteralmente urlare di paura le platee, questo regista surrealista ma alla maniera british era inviso alla maggioranza dei critici, sopraffatti e inermi rispetto alle sue ipnotiche messe in scena, e agli intellettuali più ignari delle tecniche di comunicazione di massa e che considerano ancora il cinema una sottospecie infima della letteratura. Un'arte minore (nonostante costringa a un controllo formale molto più complesso e stratificato). 
Oltre ad essere, quella sagoma buffa, troppo sovresposta a livello mediatico, il che è sempre considerato di cattivo gusto per un grande poeta. Anche se, dopo Andy Warhol...

Inoltre Hitch era una di quei cineasti disimpegnati, come si diceva allora, certo, un "rooseveltiano" che avevano combattuto Hitler, ma troppo cinematograficamente radical per fiancheggiare l'Urss, stalinista e post stalista. Anzi era addirittura anticomunista e anti castrista (Il sipario strappato, Topaz...). Però il cinema non è un ufficio postale, non vende slogan e messaggi, non spedisce telegrammi, piuttosto è come una fetta di torta...  E, come sappiamo, di contenuti forti i dolci sono involucro fertile, capace di moltiplicare forme e infragusti micidiali. "Nel cinema - scriveva Enzo Ungari - non vi è un oggetto paragonabile ai film di Hitchcock, per la capacità di non essere niente al di fuori del cinema stesso. Nessuna realtà, nessun conflitto ideologico, nessuna traccia, magari pallida, della vita e dei suoi riflessi: un altrove"

Anche per questo i notabili di Hollywood, prima e dopo McCarthy, divennero circospetti. E non lo degnarono mai di un Oscar. Eppure, nei primi anni 60, indicare "un film di Alfred Hitchcock" diventò ovvio, proprio come riferirsi a "un romanzo di Dickens", a una "sinfonia di Mozart" oppure a "un quadro di Leonardo".  

Insomma la carriera di Hitch dimostrava la giustezza teorica della battaglia politica sull'autore condotta dai Cahiers du cinema. Conferire al cinema la stessa dignità artistica della pittura, della musica, della letteratura. Il regista di cinema, quando è dotato di una personalità stilistica solida, inventore di mondi e modi spaziotemporali unici, è un grande artista che nessun produttore riuscirà a controllare. Ancora più grande perché utilizza materiali di composizione eterogenei, l'intera gamma espressiva "embedded" dai grandi Studios, ossessionata dalle formule della vendibilità sicura. Eppure - come Ford, Murnau, Lubitsch, Hawks, Walsh, Fuller, Nick Ray, Aldrich... - la conosce alla perfezione, quella metrica, quella prosodia, ma sa andare anche più in là delle leggi, rigonfia la sequenza e fa esplodere il fraseggio. Trasforma la padronanza tecnica in "formula magica", direbbe Brodskji. 

Se ne accorge anche, in Italia, Filippo Sacchi recensendo La congiura degli innocenti: "E' formidabile mestiere, eppure non è soltanto mestiere. C'è nell'impeccabile schema del meccanismo scenico un soffio segreto, un evasivo fermento che mette nel film un alone di estrosa e bizzarra poesia... mostrandosi per la prima volta grande paesista, Hitchcock ha immerso il film nella natura, nelle luci trascolorate degli immensi tramonti autunnali, nell'umida fragranza dei boschi e delle foglie secche, nella fredda iridescenza dell'alba lunare. E' la sua Sinfonia d'Autunno".  

Quale è il suo regista preferito, mister Truffaut? Il giornalista statunitense rimase di stucco quando la risposta fu, senza esitazione, "Hitchcock". 
Il libro che il regista di I 400 colpi dedicò al suo Maestro, ottenendo la famosa intervista di otto giorni, 30 ore di registrazione, e si parlava di cinema anche a pranzo e a cena,  analizzando analiticamente tutti i suoi film, è probabilmente il manuale prediletto del cinema contemporaneo. E capovolse le gerarchie del piacere schermico. La new Hollywood studiò all'università l'arte del maestro inglese. Siamo in pieno clima culturale a dominanza newyorkese, non losangelina. E New York, fin dall'epoca della regina della critica Pauline Kael è sotto l'influsso culturale della Francia e della Nouvelle Vague. Da lì partì il risarcimento Hitch. Brian De Palma ricominciò da lui. Infatti. Non trovare, proprio in questo film Brian De Palma, che è Hitch dopo Hitchcock, è davvero imbarazzante, un po' come sentire parlare del Grande Torino senza mai nominare Valentino Mazzola...       

Truffaut e Hitchcock, anzi Hitchcock/Truffaut. Ecco il titolo di questo documentario sul celebre Hitchbook, l'intervista del 1962 che cambiò il mondo del cinema. Ne è autore finale il saggista, critico cinematografico e cineasta Kent Jones, dal 2013 direttore del New York Film Festival. Ha preso il posto, dall'edizione 51, di Richard Pena (uno degli esperti del direttore della Festa di Roma, Antonio Monda), l'inguaribile cinefilo che trasformò il Chicago Film Festival in una manifestazione prestigiosa e di livello mondiale, come Locarno, Telluride e Rotterdam. 

Jones fa parte infatti del "cerchio magico" del newyorker Martin Scorsese. Con lui ha scritto Il mio viaggio in Italia, di cui da tempo aspettiamo la seconda parte, un documentario sulla Statua della libertà e su Elia Kazan, mentre tutto solo ha iniziato un viaggio tra i maestri del cinema, a partire da Val Lewton, il celebre produttore di horror film per la Rko. Con Desplechin ha codiretto Jimmy P. in gara a Cannes 2013. 


Anche se il critico francese Serge Toubiana, il responsabile della Semaine de la Critique di Cannes  (e qui cosceneggiatore) preme per spostare il finish del film verso una sorta di presunto pentimento-ripensamento rosselliniano dell'Hitchcock morente, "avrei dovuto lasciare qualche finestra aperta sul set, improvvisare di più, lasciare che le sequenze prendessero aria pura", enfatizzando insomma il ruolo di Truffaut come allievo che supera il maestro, lavoro del cineasta francese è solo accennato. Si vedono solo poche sequenze dei 400 colpi e di Jules et Jim. Non si parla molto inoltre di La finestra sul cortile, Intrigo internazionale e Delitto per delitto, l'opera preferita del Maestro (così meticolosamente illustrata nel libro). 
Ma alcuni interventi sono indimenticabili. Paul Schrader che si diffonde sui simboli freudiani di cui è permeata l'opera omnia di Hitch; David Fincher che ricorda come osservando gli storyboards pubblicati dal libro ha appreso l'importanza della composizione d'immagine; James Grey che sposta l'attenzione soprattutto su Vertigo e sulla trasformazione necrofila del look e del corpo di Kim Novak,  Kurosawa che non si capacita di come un corpus cinematografico così radicale e sfrontato non solo abbia superato tutte le censure dell'epoca ma sia diventato anche così naturalmente, banalmente popolare; le osservazioni sempre fuori schema di Peter Bogdanovich  Wes Anderson, Oliver Assayas e di Martin Scorsese, eloquente come sempre. Ma le testimonianze sembrano tutte condotte dalla regia verso alcune situazioni-chiave predilette, che "chiudono" invece che aprire il discorso: il voyeurismo, il narcisismo,  l'importanza del dettaglio, le riprese "spiritualiste", dall'alto (si pensi agli Uccelli o al secondo delitto di Psycho), la meccanica del suspense (che non  è sempre il motorino di avviamento della paura), gli attori come bestiame, la perversione sessuale nascosta e palese, la somiglianza-il doppio-l'equivoco-l'impostura (Il ladro), la scienza della ricezione, i temi della vertigine, dello spettacolo, della fuga, della vacanza, del viaggio, dell'equivoco... l'ossessione geografica, l'acqua del periodo inglese e il deserto del periodo americano e perfino il cattolicesimo. Quale importanza ha il cattolicesimo nel suo cinema? E' la domanda. E la risposta è Spenga il registratore.  Avrebbe dovuto ricordare infatti che se "nel documentario il regista è Dio, perché lui ha creato la vita in un film di finzione il regista è un Dio perché crea in totale libertà un mondo di impressioni, espressioni e punti di vista e gli dà vita. E dunque a quei critici che gli rimproveravano la verosimiglianza replicava che mancavano di immaginazione".  Nel cinema di Hitchcock ciò che non si vede non esiste. Ma qualche volta quel che si vede è l'invisibile. Non in senso mistico. Il fatto è che la maggioranza dei cineasti riproducono immagini consecutive (l'immagine fisiologica) o immagini mnemoniche (o immagini della rappresentazione). Ma pochi, come Hitchcock sono riproduttori di immagini eidetiche. Quelle che analizzò il fisiologo
Urbantschitsch nel 1907: aveva osservato che alcuni soggetti, qualche tempo dopo la percezione d'un oggetto, avevano di esso una immagine assai fedele, assai viva, precisa nei contorni e nei particolari, quasi con carattere allucinatorio. L'immagine che ci inabissa.
Siffatta immagine fu denominata da Urbantschitsch immagine soggettiva visiva (subjektive optische Anschauung) che nel 1919 E. R. Jaensch chiamò eidetiche. Un allievo di Jaensch, Kroh, dimostrò che esse si hanno soprattutto nei giovani; e Hertwig, altro scolaro del Jaensch, dimostrò che le immagini eidetiche si hanno nel 37% dei giovani. I soggetti nei quali, anche dopo la fanciullezza, rimane la possibilità di avere immagini eidetiche, sono i più fedeli amanti del cinema di Hitchcock. 


venerdì 30 agosto 2013

The Canyons. Il cinema si chiama Paul Schrader.Joe e La moglie del poliziotto


Lindsay Lohan
Mariuccia Ciotta

Venezia

Il cinema è tutto nel mirino di Paul Schrader, produttore, regista, critico cinematografico e nel suo Canyons (fuori concorso), lussuoso omaggio zero budget alla New Hollywood e ai quei cinema romantici con il frontespizio triangolare dove scorrevano i titoli al neon. Fotogrammi in bianco e nero di uno di questi monumenti al 35mm (“cos'è?” chiede un quindicenne nel film di Sono Sion) intercalano la storia scritta da un altro teorico del “trascendente” Bret Easton Elllis (American Psycho). Noir su noir, i due autori compiono slittamenti semantici dal “genere” anni '40, oggetto di un insuperabile saggio del regista di American Gigolo, alla morte del grande schermo per mano di quelle telecamerine invasive di cui Schrader si ricopre passeggiando per Manhattan nel suo corto per i 70 anni della Mostra. Nulla in contrario al digitale e al web, il cineasta interviene all'incontro stampa a fianco di Easton Ellis, ma certo le rivoluzioni generano caos, almeno all'inizio. Anche se da Internet e da un sito per progetti creativi e indipendenti sono arrivati i dollari per Canyons, durata delle riprese una settimana.

E dunque ecco Los Angeles perlustrata in ogni suo set leggendario, scandita dalla Sunset Plaza a Venice, da Westwood a Santa Monica, da Melrose alle colline di Hollywood con le sue gettate di ville faraoniche, meta dei turisti, visita alle dimore-mausolei dell'era d'oro del cinema. Ed ecco divi e divine ridotti a ectoplasmi, gonfi di nostalgia e di altre sostanze psicotrope come si vede dalla faccia di Lindsay Lohan, l'attrice più ricercata, dalla polizia. Le sue foto, di fronte e di profilo, infestato le riviste di gossip, ritratti della multicarcerata per violazione del codice stradale e per risse in stato di alterazione alcolica. Nessuna meglio di lei, un tributo alla Marilyn degli Spostati, dichiara Schrader, poteva interpretare il personaggio della disfatta Tara, ex aspirante attrice, finita nelle mani sporche di Christian, produttore di infimi filmetti web, interpretato dal vero campione del porno James Deen, amato dalle adolescenti che ne apprezzano i caldi virtuosismi sessuali in Rete.

Nessuno più ricorda il visetto bambino di Lindsay sdoppiato nelle gemelle di The Parent Trap (Genitori in trappola, '98), remake Disney del mitico film con Hayley Mills di David Swift (Il cowboy col velo da sposa, '61) e il seguito sempre in casa di Mickey Mouse, Herbie il super maggiolino (Herbie Fully Loades, 2005). Carriera deviata verso Scary Movie 5 e lo schedario della Lapd. Schrader la vuole icona del suo poema nero sul cinema in disfacimento in mezzo a una trama incrociata di gelosia e vendetta con lei ridotta a dar spettacolo erotico per voyeur solitari, carne in mostra per l'onanismo da tablet. Perché l'alternativa al gioco domestico del suo “produttore” amante con piscina, possessivo e compulsivo smanettattore hi-phone, sarebbe la sua precedente vita accanto a un ragazzetto disneyano, anche lui, però, irretito dalla voglia di successo, all'oscuro della fine del cinema e pronto a prostituirsi per una particina.

Schrader omaggia Brian De Palma, come lui espulso dalla macchina blockbuster e costretto a finanziamenti esili (ed europei) per l'ultimo, bellissimo Possession, riflessione matematica sul cinema perduto attraverso un'altra storia nero-erotica. E mima Vestito per uccidere con il suo James Dean-Deen che indossa tuta e guanti neri per trucidare una bionda. Nella magnifica fotografia di John DeFazio a colori pop, la città degli angeli dispiega la sua malinconia bellezza, e segue la videocamera ubbidiente alle traiettorie del regista che sogna quella sala buia con le insegne a luce intermittente.

Philip Groning, autore tedesco di Il grande silenzio, documentario estenuante (162') sulla vita in convento, tenta ancora un “film estremo”, quasi tre ore, con La moglie del poliziotto (concorso) diviso in capitoli di due o tre minuti l'uno, una specie di corsa ad ostacoli per l'occhio dello spettatore, costretto a un lavoro di montaggio in diretta al seguito della vita domestica di una giovane coppia con bambina nella religiosa provincia bavarese. Ogni frammento è chiuso dalla scritta “fine del capitolo 1” e dal seguente “inizio del capitolo 2” in un lento susseguirsi di moduli narrativi che, dice il regista, fanno da avvertimento a chi guarda: attenzione all'anima delle cose, soprattutto della bambina minacciata dal crescendo di violenza del dolce papà afflitto da un'impotenza sentimentale. La “preghiera” di Groning si articola in tanti fioretti, bimba che impara a far germogliare le piante, metafore della vita interiore, bimba che impara ad apprezzare perfino il padre cattivo, picchiatore della moglie, alla quale urla : “Sei tu la base della mia logistica”.

Lo stile rigoroso e “spirituale” di Groning rischia l'autoritarismo dello sguardo. E viene in mente, purtroppo, Jerome K. Jerome in Tre uomini a zonzo, viaggio in bicicletta nel paese di Groning, quando descrive i tedeschi, ciecamente perfezionisti , tutti in fila, dalla fine del primo capitolo all'inizio del secondo. Molto “logicistici”. Molto devoti. Era il 1900, e Jerome spaventosamente prevedeva l'attitudine teutonica all'ordine del '33.

Sorprendente Joe del 38enne David Gordon Green (vincitore del Torino film festival 2000 con il debutto George Washington) che entra in gara con una istantanea sul Texas, dove è cresciuto. La sorpresa è nel giro a vuoto di un film emozionalmente ambizioso che si disgrega fotogramma dopo fotogramma dopo un affondo sul degrado di un postaccio ai confini del nulla con un Nicholas Cage come sempre allibito. Impariamo però che i commercianti di legname abbattono illegalmente gli alberi dopo averli avvelenati, e ripiantano alberelli più robusti per più pingui incassi, evento che costituisce l'happy end del film, dove si susseguono scene di repertorio del genere, alcolizzati, bruti, cani cattivi, puttane, mogli e fidanzate oppresse. E dove il macho sfida l'altro macho fino alla resa dei conti. C'è qualcosa di marcio nel Texas.