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venerdì 5 gennaio 2018

TOP FIVE LA CLASSIFICA (IMPOSSIBILE) DEI MIGLIORI FILM DEL 2017

A Ciambra di Jonas Carpignano


di Roberto Silvestri

Radio Onda Rossa come ogni anno chiede a un mucchio selvaggio di critici italiani (per lo più uomini perché radio onda rossa non rispetta il politicamente corretto e le quote, per far piacere a Tom Wolfe, il rapporto è 12 a 3) quali sono i cinque migliori film del 2017 usciti regolarmente nelle sale, anche off off. (*)
Spielberg e prima ancora Welles ci hanno però sempre messi in guardia da questo giochino utile semmai a ricordare e riassumere l'annata, e spiegato che l'arte non ammette classifiche generali, alla faccia dei grandi festival (Cannes, Berlino, Rotterdam, Venezia, Toronto, Locarno e Telluride) e delle loro giurie di super star, e checché ne dicessero ad Atene i fan delle olimpiadi culturali.
I film potrebbero essere sì giudicati da esperti esterni, teorici e critici d'arte, direttori di festival, cioé da un pubblico particolarmente consapevole e onnivoro (a parte i premi Oscar che sono premi aziendali, assegnati per ogni categoria dai rispettivi colleghi) solo se differenti registi partissero dallo stesso copione. Se no come pesare l'originalità e l'unicità delle opere d'arte? Comunque qualche film si imprime nella memoria più di altri. E non sempre questo vuol dire che sia più artistico e affascinante di un altro, che magari si introduce in parti del cervello molto meno esibizioniste, ma è sempre pronto a esplodere, prima o poi. Comunque.
Radio Onda Rossa chiede anche un giudizio sull'annata. Più il cinema, inteso come sala, è in crisi più si vedono film, attraverso una molteplicità di supporti inimmaginabili pochi anni fa. Dunque la situazione è eccellente. Si producono molti film e si possono vedere ovunque opere da tutto il mondo. Anche se aspettiamo ancora il Lav Diaz che ha vinto Venezia 2017. Altro dato interessante. I primi tre film nella classifica Usa di incassi vedono tre donne super star protagoniste. E sono tre super eroine che hanno scalzato i Batman e i Superman, i Lanterne Verdi e i Daredevil: Wonder Woman, La Bella e la Bestia e Guerre Stellari Episodio 8: Gal Gadot, Emma Watson e Daisy Ridley. Insomma l'anno è caratterizzato da una certa supremazia simbolico-immaginario delle donne. La conferma arriva anche sul lato del cinema non hollywoodiano. I nuovi film di Claire Denis, Agnes Varda, Lucrecia Martel, Valeska Grisebach, Greta Gerwig, Sally Potter, Valeria Sarmiento, Annemarie Jacir... entrano in moltissime classifiche critiche.

Il Giovane Marx di Raoul Peck

LA TOP FIVE....

Premessa: non ho visto Il giovane Marx di Raoul Peck, sulla vita pubblica e privata di Karl Marx fino al 1848, alle prese con Proudhon e Feurbach, con Hegel e con la prima grande rivoluzione in Occidente. Il film forse uscirà in Italia con I wonder per tre giorni, intanto si può acquistare in dvd all'estero. Siamo o no al bicentenario? Non è un caso che sia un grande cineasta haitiano a ricordarcelo. Toussaint Louverture non è passato invano. Ha guidato la prima rivoluzione proletaria mondiale. Vincente. Nel 1804. E certamente ha molto influenzato non solo l'Otello di Rossini, ma anche il Genio di Treviri.

Premessa n.2. Non ho ancora visto Chiamami col tuo nome di Luca Guadagnino che spero vinca qualche oscar perché credo che Guadagnino sia il cineasta italiano più coraggioso, inventivo e spregiudicato della nuova generazione, meno manierista di Garrone e più colto visualmente di Sorrentino. Lo dimostra il fatto che sia il primo cineasta italiano/italieno che riesce a sfidare i grandi del cinema Usa nelle categorie principali. Non come regista del migliore film alieno. Cosa inedita per un regista italiano. O quasi. Ma il gay movie che avrebbe dovuto dirigere Jams Ivory, non è ancora uscito in Italia.

Premessa 3. Non sono ancora usciti una decina di opere importanti ammirate nei vari festival come:

David Lynch e Harry Dean Stanton in Lucky
Lucky, di John Carroll Lynch, con David Lynch, l'ultimo film, semi autobiografico, quasi un auto necrologio, di Harry Dean Stanton,

First Reformed di Paul Schrader sulla Chiesa Riformata d'Olanda, sui calvinisti d'America che tanto hanno massacrato l'infanzia del cineasta, e sulla interpretazione così inquietante e letteralista della Bibbia da istigare il cristiano dai saldi principi etici a passare alla lotta armata e a inseguire il fondamentalismo talebano sul suo stesso terreno. Perché “bisogna distruggere i distruttori della terra”. Come ci impone di fare il Libro Sacro.

La mini serie tv, molto politica, su una pagina oscura della storia usa anni 60, di Errol Morris Wormwood;

The Nothing Factory, un musical portoghese (trotskista ma senza pasticcini, quasi come lo sognava Nanni Moretti) di Pedro Pinho su una occupazione di fabbrica anti-globalizzazione piuttosto festosa nonostante il tetro clima;

un doc di Barbet Schroeder Le venerable W. di Barbet Schroeder che ha anticipato prima che il mondo se ne accorgesse che in Birmania peggioravano i pogrom contro le minorante musulmane bengalesi dei Rohingya. Aizzati da un monaco First Reformed e Talebano contemporaneamente.

Post di Steven Spielberg, che sta però per uscire nelle sale e probabilmente farà incetta di statuette e di globi..

Premessa 4. Non sono usciti mai in Italia se non nei festival e sono attesi, tra gli altri:

Sinestesia di Maged el Madhi (per capire a pelle, con l'occhio l'orecchio e la bocca, cosa sta succedendo nell'Egitto rimilitarizzato da al-Sisi e perché una sollevazione popolare ha rovesciato i fratelli musulmani)

L'ornitologo di Joao Rodrigues (ai padovani non piacerà perché scopriranno che sant'antonio è portoghese)

Hissein Habré, a Chadian Tragedy di Mahamat Saleh Haroun (forse prima di dire di “aiutare l'africa a svilupparsi” sarebbe bene osservare attentamente questo film che racconta perché gli aiuti europei sottosviluppano ferocemente da più di 4 secoli l'Africa, perché la Francia ha organizzato oltre 60 colpi di stato per tenere tutte le ex colonie sotto controllo neocoloniale e perché Minniti rischia di imitare più Crispi che Zanardelli)


Premessa 5. Tra i film quelli usciti (o in procinto di uscire) che non metto in classifica, una decina di ottimi film visti, conferme ulteriori di altisssima qualità:

Ex Libris di Fredrick Wiseman (anche senza essere esperti in biblioteche 'viventi' si può capire perché questo testo dovrebbe essere conosciuto e studiato da tutti gli assessori alla cultura)

Wonderstuck di Todd Haynes (opera tattile, non è simile a Hugo Cabret, anche se il film è tratto da un romanzo dello stesso scrittore, e anche se racconta l'amicizia a distanza tra due adolescenti che hanno molto in comune, perché tono e timbro restano di Haynes, e i nervi sono meno a fior di pelle, la magia del vedere l'invisibile è più morbida, la profondità storico-politica che circonda l'avventura è più palpabile. Anni venti/anni settanta, stessa epoca di ribellione ad alta tensione.

La vita in comune di Edoardo Winspeare, perché fa capire (anche se il racconto riguarda la giunta di sinistra di un paese dell'entroterra salentino: la cultura, che sembra polverosa, dei suoi intellettuali organici, le strategie economiche per uscire dall'immobilismo e perfino la politica carceraria, che è all'opposto di quella leghista e pentastellata) il miracolo di Lecce, unico comune strappato dal Pd alla destra nelle ultime amministrative, merito di Salvemini ovvero l'estremista che ha quelle capacità di mediazione politica e di rispetto per gli avversari che un moderato non sembra possedere.
Guardiani della galassia 2 di James Gunn, il primo era perfetto, questo troppo identico al primo, anche in perfezione, nel gioco agro-dolce, nel tono brechtiano e super camp....

Personal shopper di Olivier Assayas, migliore film francese dell'anno.

Tre manifesti a Ebbing, Missouri scritto e diretto da Martin McDonagh (quello che Minervini ha anticipato in poesia, su come è fatta strana l'America redneck, qui viene spiegato anche ai muri e ai cartelloni pubblicitari. Elogio funebre al fondatore di Playboy che, come ha scritto Camille Paglia, ha cercato di strappare i cowboy alla loro rozzezza atavica e brutale, quella di Trump e di Weinstein, senza riuscirci, se non un po' sulle coste est e ovest)

The Other Side of Hope di Aki Kaurismaki, il migliore film comunista

Okja di Bong Joon-Ho il migliore film animalista

Da una storia vera di Roman Polanski, Eva contro Eva, ma come se Norman Mailer (Emmanuelle Seigner) duellasse con Thomas Wolf (Eva Green).

L'insulto di Ziad Doueri (Libano), miglior contributo alla soluzione della questione israelo- palestinese. Se non ci riescono i politici, ci riescono gli artisti a spiegarci attraverso un film uno e bino, commedia feroce e dramma processuale, la strada per superare il conflitto. Riconoscere i proprii errori e massacri e trovare mediazioni e compromessi. L'arte è estremista, la politica deve essere sempre capace di patteggiare con il nemico e ripudiare ogni soluzione finale.

Premessa 6.
MIGLIORE FILM FUORI FORMATO: Twins peaks return, oltre 18 ore che rendono David Lynch imparagonabile, se non a Guerre Stellari Episodio VIIII


Inoltre:

migliore performance attoriale, sia maschile che femminile (a parte i giudizi sconsiderati su Polanski) :
Asia Argento (da Bianca Berlinguer a spiegare davvero cos'era successo 20 anni prima con Weinstein e cioé che non è vero che lo ha frequentato per 5 anni dopo il fattaccio - difficile da evitare perché il boss Miramax è di una grandezza erculea e forza irresistibile, impossibile dargli un calcio alle palle - e che ha accettato lussuosi doni: ma chi ha diffuso queste balle che tutti hanno immediatamente date per vere?)

miglior film IN ASSOLUTO il movimento “me to”, primo tempo, ovvero testimoniare e Time's up, secondo tempo, ovvero creare un fondo di molti milioni di dollari per assistere finanziariamente e legalmente tutte le donne vittime di molestie sessuali soprattutto fuori dall'ambiente del cinema, nelle fabbriche, negli uffici e nei ristoranti e supermercati: l'8 gennaio ai Golden Globes tutte le attrici e tutti gli attori che aderiscono vestiranno in nero.


MIGLIORE DOC

I am not your negro” di Raoul Peck, dall'ultimo libro non finito di James Baldwin, basato su interessanti materiali di repertorio televisivi, come i suoi celebri scontri in diretta con intellettuali reazionari, tutti facilmente distrutti. Il film racconta il rapporto personale dello scrittore e militante nero con tre delle tante vittime del razzismo anti african american negli Stati Uniti degli anni 60 e 70, Martin Luther King, Malcolm x e Medgar Evers. Strano che dal film non esca la polemica contro il black panthers party, di cui Baldwin fu bersaglio prediletto (in particolare di Eldridge Cleaver) non perché fosse politicamente un moderato, ma per essere gay dichiaratissimo. E' uscito anche nella collana doc di Feltrinelli in dvd.
Peck fotografo giornalista laureato in ingegneria, formato cinematograficamente a Berlino, è un regista haitiano che ha alternato doc e fiction, ed è famoso per un magnifico film su Lumumba, preceduto da un doc sull'assassinio di Lumumba visto “in diretta” perché Peck era figlio di diplomatici del presidente della repubblica del Congo appena indipendente, Kasavubu. Suoi anche importanti film sulla comunità haitiana di Manhattan. Suo anche Il giovane Marx.
Non si possono dimenticare infine due ottimi doc statunitensi: I called him Morgan di Casper Collin (sull'assassinio del trombettista jazz Lee Morgan) e Dawson City: Frozen Time di Bill Morrison, prodotti però nel 2016. E tra i doc del Tff (Torino non  Toronto) il russo  Cronaca del tempo dei guai di Vladimir Eisner Evaldovich  Tra i doc italiani da tenere d'occhio nelle sale "normali": Lorello e Brunello di Iacopo Quadri; 77 no commercial use di Luis Fulvo (anche se c'è qualche Cossiga di troppo); Cento anni di Davide Ferrario; Vento di soave di Corrado Punzo (sui disastri ambientali a Brindisi e nel grande Salento).

Alcuni grandi registi come Scorsese, Verhoeven, Gibson, Zemeckis confermano la loro grandezza con film superbi come Il silenzio, Elle, Allied, Hacksaw Ridge..... Ma ci sono 5 film davvero speciali quest'anno, che possiamo isolare perché sono i migliori in ambiti più ristretti:






  1. Detroit di Katherine Bigelow, miglior film rivoluzionario dell'anno perché non è tanto importante la bellissima seconda parte, certo un omaggio a Jonas Mekas, sulla tortura - simil Diaz e simil troppe azioni di sopercheria poliziesca assassina ai danni di tutti i dannati della terra, dall'Illinois a Tehran da Damasco a Mosca - ma per il blocco Motown sound/rivolta della moltitudine: più è potente, accerchiante, organizzata e promiscua la ribellione, ritmata da una musica egemonica mai udita prima, è il suono del 68, più i poliziotti locali pubblici e privati, la guardia nazionale e l'esercito, come tori nell'arena circondati, colpiscono a vanvera e perdono la testa, perdendo. Come in Vietnam (indipendentemente dal verdetto del magistrato). Salvo lasciare un deserto, per vendetta, come in Vietnam (non pagando quel che era dovuto secondo i patti di resa). Come è ridotta oggi Detroit si sa.
  2. Wonder Woman di Patti Jenkins, miglior block buster del'anno. Ovvero tutto sulle spalle dell'attrice israeliana GAL GADOT (è l'amazzone semi dea “Diana Prince”). E' il film fumetto Marvel che rilancia tutta la serie deviandone il baricentro simbolico (La bella e la bestia con Emma Watson, e Guerre Stellari con Daisy Ridley hanno altrettanto forti protagoniste). In più si tratta di una inedita coproduzione Hong Kong, Cina e Usa. Inoltre è il primo film di super eroi diretto da una donna, e la regista di Monster qui è come se si vendicasse in anticipo dell'affare Weinstein che sta per scoppiare e come se fosse la portavoce del movimento nato per mettere fine a pratiche di potere troglodite. Nata nel 1942 Wonder Women è la prima eroina a fumetti della storia, innesto di mitologia greca e eroismo anti nazista. Diventa importante quanto Batman e Superman, ma non in Italia. Simbolo dell'insorgenza femminile nella società americana durante la la seconda guerra mondiale. Era dal 1958 che non primeggiavano nelle top ten film ben tre protagioniste (in quell'occasione erano molto meno muscolose: Auntie Mame di Morton Da Costa con Rosalind Russell e South Pacific di Joshua Logan con Mitzy Gaynor. 
  3. L'inganno di Sofia Coppola, miglior remake obliquo dell'anno, un contro western femminista che divide e ovviamente sa farsi odiare. Via col vento incontra l'horror. Clint il nemico bello da sedurre a tutti i costi qui perde il posto centrale, quello di magnete simbolico dell'horror freddo, che passa a Nicole Kidman, l'ape regina che controlla gerarchicamente, come fosse il generale Lee, tutte le sue ragazze. Ma non per questo è femminista il film. In realtà non si tocca nemmeno il capolavoro di Siegel, ma si ritocca il romanzo da cui L'inganno, The Beguiled, ha origine. Non è tanto la rozzezza yankee contro la raffinatezza southern delle ragazze, il bianco merlettato e ombreggiante, la luce di candela della mansion contro la miserabile astuzia seduttiva del ferito prigioniero, ma rozzo e macho, che interessa Coppola, ma decostruire i capisaldi della cultura americana: né pragmatismo industriale e cultodel profitto né decadentismo schiavistico e culto della rendita. Uscire dalla contrapposizione originaria tra piantagione e fabbrica, per rifare daccapo l'America. Senza mostri. Questa la rilettura storico politica femminista. 
  4. The shape of water di Guillermo del Toro, miglior film-saggio. Un classico horror di Jack Arnold adorato, adornato e rispettato dal cineasta messicano, entra nell'immaginario fantasy più conturbante del momento, e come in una nota a piè pagina se ne spiega lo sfondo, accuratamente: la guerra fredda, l'idiozia della Cia (non a caso formata da ex stalinisti pentiti, ma rimasti identici “dentro”) e dell'Fbi.
  5. A Ciambra di Jonas Carpignano. Migliore trasformazione di un corto in un lungometraggio. Il meno italiano nei nostri cineasti da molti anni è un cittadino di Manhattan che passa metà dell'anno in quel pezzo di Calabria (anche mafiosa) che bloccò il petrolchimico (dando una certa indicazione umanista non raccolta dall'Ilva) e che si chiama Gioia Tauro, dove attraverso il lungo sodalizio con Pio, il piccolo rom, adolescente, il peggiore dei peggiori distrugge ogni conformismo scolastico di regia, entra ed esce dalla finzione come solo Rossellini sapeva fare, e ci dà un esempio di “cinema falsità” che è più vero di ogni cinema del reale. 

A Ciambra ha vinto il referendum di Rasdio Onda Rossa.
In attesa della top ten di Film Parlato, a cura di Lorenzo Esposito, diamo alcune interessanti classifiche.
Per i Cahiers du cinema ha vinto Twin Peaks Return.
Per Sight and Sound Get out.
Per Raymond Bellour: I had nowhere to go di Douglas Gordon; Western di Valeska Grisebach; Zamas di Lucrecia Martel; Ex Libris di Fredrick Wiseman; Domain et tous le autres jours di Noemie Lvovsky.
Per Carlo Chatrian (direttore del festival di Locarno): Twin Peaks: Return; Zama, Call me by Your Nome, Three Billboard Outside: Ebbing, Missouri; Jeannette di Bruno Dumont.
Per Molly Haskell (critica statunitense femminista): Lady Bird di Greta Gerwig; I, Tonya di Craig Gillespie; The Meyerowitz Story di Noah Baumbach; Logan Lucky di Steven Soderbergh; One Mississippi di Diablo Cody e Tig Notaro.
Jonathan Rosenbaum (critico Usa): 24 Frames di Abbas Kiarostami; Let The Sunshine In di Claire Denis; Mudbound di Dee Rees; Faces Places di Agnès Varda; Twin Peaks: Return
Noel Vera (critico filippino): Twin Peaks: The Return; Silence di Martin Scorsese; A Quiet Passion di Terence Davies; Respeto di Treb Monteras II; Okja di Bong Joon-ho

(1) Federico Raponi, redattore della trasmissione di Radio Onda Rossa "Visionari" che ogni anno organizza la classifica, e ha chiesto anche i miei 5 titoli, mi ha mandato due precisazioni:
"la prima, da ascoltatore: un redattore e una trasmissione (Visionari) non rappresentano un collettivo redazionale, come è quello di ROR che tra l'altro vanta da anni una trasmissione autogestita da femministe e lesbiche, e sfido a trovarne un'altra nel panorama dell'etere nazionale.
La seconda, da giornalista: i criteri nella scelta del "mucchio selvaggio di critici italiani" sono stati sia personali (amicizia/stima) sia professionali (precedenti partecipazioni - a vario titolo - alla trasmissione/autorevolezza/visibilità di chi muove il cinema in Italia oppure ne scrive e ne parla). Questo tenendo anche conto della parità di genere, cosa che del resto faccio per tutto il resto dell'anno. In questo caso, però, non ho trovato alternative convincenti alla scelta finale, con un rapporto di 12 a 3 ".

Bisogna riconoscere che non è un problema solo dei Visionari e dell'Italia. La classifica di "Sight and Sound" è stata redatta con un rapporto simile: 12 critiche e 28 critici.



lunedì 27 febbraio 2017

Moonlight vince l'Oscar. Non senza qualche piccolo problema tecnico....




Roberto Silvestri



Come Three Times di Hou Hsiao Hsien, Moonlight  è in tre atti. Fanciullezza, adolescenza e maturità. Tre attori diversi. Come se il film lo cominciasse Harold Nicholas in Pie Pie Blackbird e lo chiudesse Jim Brown  di Black Gunn. La storia di Chiron, gracile ragazzo african-american di oggi, timido per natura, che diventa maggiorenne e sopravvive a Miami, nel quartiere invivibile di Liberty City.  Quello dove visse Muhammad Alì, il più delicato dei colossi, e dove, nell’agosto 1968, esplose la rabbia antirazzista (e qui i bianchi sono proprio fuori campo, inesistenti) perché ai neri perfino accostarsi a Miami Beach era proibito.



Tre attori, Alex Hibbert (“Little”, a 9 anni), Ashton Sanders (Chiron, teenager dai sentimenti eretici) e Trevante Rhodes (l’uomo, muscolarmente indurito dal carcere), costruiscono sul dramma di Tarell Alvin McCraney  una “suite di formazione e di resistenza” non lineare e a tratti anche fisionomicamente spiazzante, ma capace di cogliere in azione gli elementi più emozionanti, sensuali, culinari e balneari della complessa Mascolinità nera, in stato d’allarme e pronta alla metamorfosi: “al chiarore della luna ogni nigger diventa blue”. 

Il regista e sceneggiatore Barry Jenkins e l'autore del romanzo Tarell Alvin McCraney
La dolcezza, la gentilezza, addirittura il cuore sopravvivono a tutti i cliché del ghetto-movie o della ritrattistica pittorica di Kehinde Wiley, attraversati scrupolosamente e un po’ distorti: il bullismo scolastico vigliacco; le ‘esecuzioni’ per strada; un padre svanito nel nulla; la crudeltà di Paula, la mamma drogata amata e odiata; la partita di football che il direttore della fotografia James Laxton trasforma in danza; il bagno nell’oceano, che diventa, come il primo bacio sulla spiaggia, esperienza zen; la tempesta ormonale e l’amor fou di Chiron per il coetaneo Kevin (tre attori anche per lui), dal sorriso lascivo; incarcerazioni; tradimenti; la traumatica perdita anche del mentore Juan, lo spacciatore di droga cubano del quartiere che assieme alla dolce moglie Teresa lo protegge e gli insegna a nuotare e cucinare (è Mahershala Ali, in stato di grazia, che sa svelare la femminilità dei John Wayne: dentro il vero macho c’è sempre un micio). “Che cos’è un frocio?” chiede l’intimorito Little a Juan: “è la parola utilizzata per fare del male ai gay”. La ricerca di una identità perduta finirà cin la conquista: c’è del tenero in chi ha coraggio.



L’acido affresco storico sul pastore ribelle Nat Turner, Nascita di una nazione, doveva essere l’antidoto black a La la land, la notte degli Oscar, ma Nate Parker, fatto fuori dalla macchina del sangue, viene sostituito da questa produzione di Brad Pitt (un 12 anni schiavo spostato nel ghetto southern), versione queer di Boyz n the hood, un Boyhood nero pece. Anche se Barry Jenkins, al secondo film dopo un esordio in stile Linklater, imbratta di affondi cromatici-lisergici e ralentì poetici anche indigesti il naturalismo austero di Singleton. E non ha certo potuto contare sulla dozzina d’anni di riprese con uno stesso protagonista, come Linklater. 

Il direttore della fotografia James Laxton
Questa confusione di registri, di corpi e di luoghi comuni a volte davvero strabici, ha inebriato la critica Usa (e infatti il film ha sconfitto La La Land anche se con dopo non poche difficioltà procedurali) e spiazzato quella europea, meno sconvolta dall’escalation di violenza contro i neri e consapevole di quanto le atmosfere dei romanzi di James Baldwyn (Go Tell It on the Mountain, per esempio) contribuiscano a far giocare la cinepresa con gli elementi più volatili dell’animo, gesti, tic, sguardi, rap. 

A proposito di Baldwyn. Il documentario di Raoul Peck su di lui, I’m not your negro, anche senza vincere la statuetta, dà un senso in più, politico-culturale, alla vittoria di Jenkins. E non solo perché racconta lo scontro secolare della comunità african-american per affermare i propri diritti, diventare uguale tra diversi e conquistare pari dignità. E’ stato proprio lo scrittore e intellettuale radicale la vittima preferita degli strali lanciatigli durante le lotte del 68 non tanto dai colleghi bianchi (e Norman Mailer soprattutti) ma proprio dall’ala più maschilista e “armata” della controcultura nera. Se andiamo a rileggerci il saggio di Eldridge Cleaver in Anime in ghiaccio ci renderemo conto di cosa voleva dire essere nero, gay e rivoluzionario proprio tra i rivoluzionari dell’epoca.   Rispetto a loro Mahershala Ali rappresenta l’evoluzione della specie. Come nel passaggio tra Sonny Liston e Muhammad Alì.


Naomi Harries
Alla fine il film ha vinto tre statuette. Miglior film (i produttori sono Brad Pitt, Sarah Esberg, Dede Gardner, Andrew Hevia, Jeremy Kleiner, Tarell Alvin McCraney, John Montague, Veronica Nickel, Adele Romanski), sceneggiatura non originale (Barry Jenkins) e attore non protagonista(Mahershala Ali) 
Suicide Squad oscar per il trucco


































Nella lista dell'Academy Awards anche due italiani che vincono per il migliore make-up, Alessandro Bertolazzi e Giorgio Gregorini, insieme a Christopher Nelson per Suicide Squad. Per i costumi vince Animali selvaggi (Coleen Atwood). Montaggio sonoro Arrival (Sylvaine Bellemare). Sonoro e montaggio Hacksaw Ridge (O'Connell e Gilbert), Viola Davis di Barriere vince come migliore attrice non protagonista, Il Cliente di Farhadi come migliore film straniero, Piper di Barillaro come migliore corto d'animazione; Zootropolis di Moore-Spencer-Howard miglior lungometraggio di animazione; Il libro della giungla migliori effetti speciali ; The White Elmet di Einsiedel è il migliore documentario corto; Sing di Deak è il migliore corto live o soggetto; Manchester by the sea vince due statuette: a Casey Affleck come miglior attore e a Lonergan per la migliore sceneggiatura; infine le sei statuette di La La land: a Damien Chazelle per la regia;  Raynolds-Wasco per la scenografia; Linus Sandgren per la fotografia; Hurwitz per la migliore colonna sonora e per la migliore canzone (City of Stars) e Emma Stone come attrice protagonista.