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sabato 16 ottobre 2021

Shakespeare ad Harlem. Melvin Van Peeble, il Muhammad Alì dell'arte black. Esce il cofanetto Criterion e il New York Film Festival gli rende omaggio

di  Roberto Silvestri 




Il New York Film Festival gli ha appena reso omaggio con la proiezione, nel 50° anniversario, del suo film di riferimento Sweet Sweetback's Baadasssss Song; un cofanetto della Criterion Collection, Melvin Van Peebles: Essential Films, è in vendita dai primi di di ottobre mentre e un revival della sua commedia Ain't Supposed to Die a Natural Death, è previsto a Broadway il prossimo anno.

Melvin Van Peebles che è morto il 22 settembre scorso nella sua casa di Manhattan, ha lasciato un segno indelebile nel panorama culturale internazionale attraverso i suoi film, romanzi opere teatrali e musica in una carriera senza pari caratterizzata da innovazione incessante, curiosità illimitata ed empatia spirituale.

Come Oscar Micheaux negli anni 20 e 30, il Griffith del cinema nero indipendente, Melvin Van Peebles, regista scrittore attore montatore produttore e compositore, ma anche pittore, broker, rapper ante litteram e giornalista, un artista totale di stampo rinascimentale piuttosto singolare e stravagante, è stato, dai primi anni 70 in poi, un punto di riferimento e quasi un eroe popolare della comunità african-american. 

Il Black Panther Party consideravo il “poema visuale urbano” Sweet Sweetback’s Baadasssss song il primo vero film rivoluzionario realizzato da un african-american, consigliandone la visione all’intera comunità. A quasi 90 anni è ora in post produzione il quarantatreesimo film da attore di Melvin Van Peebles, Pile on! cortometraggio surreale di Douglas Chang su un suonatore di sax di plastica e i suoi pazzi incontri. 

I  soli16 film scritti, diretti e quasi sempre prodotti da Melvin Van Peebles, controversi e provocatori (di cui 7 corti, uno per la tv e due episodi diretti per serie tv) hanno provato che un filmmaker indipendente e sfrontato non poteva sopravvivere e lavorare, fuori e perfino dentro il grande mercato, soprattutto se  provocava, incideva, pungeva come un’ape, diventava un persiloso un punto di riferimento per i giovani ribelli. Infatto la critica bianca e snob, anche liberal, non solo quella razzista. lo considerò per anni “un cineasta poco più che dilettante”. La risposta è in un suo libro "Sweet Sweetback's Baadasssss Song: A Guerilla Filmmaking Manifesto" (filmed as How to Get the Man's Foot Outta Your Ass (2003). 

Proprio come Micheaux, Van Peebles credeva nel cinema come arte popolare, capace di comunicare con i desideri e le fantasie del pubblico di massa, nero, bianco e di ogni colore e genere. Meglio se incazzato. Come Truffaut, Chabrol e Godard, ai quali rubò il gergo inquieto, lo slang che arrivava dritto negli occhi e nel cuore dello spettatore moderno, Melvin Van Peebles non ha mai fatto film d’azione, semmai “di reazione” a un mondo orrendo e a una vita da incubo, contro cui bisognava scagliarsi non ogni mezzo necessario. In questo senso si possono certo definirli, e Clint Eastwood con loro, cineasti reazionari. E ridare al concetto di politicamente corretto il suo vero significati sovversivo Robert Altman non potrà fare a meno della sua presenza anticonformista, almeno in un film, Non giocate con il cactus (1985). 

Nato a Chicago il 2 agosto 1932 durante la Depressione, Melvin Van Peebles ha soprattutto voglia di scappare via. Frequenta la Ohio Wesleyan University e, dopo tre anni di mezzo come ufficiale di rotta dell’aviazione statunitense, addetto ai radar sui bombardieri, " come nel dottor Stranamore", non riuscendo a trovare lavoro nelle compagnie aeree, viene assunto a San Francisco per un anno come autista di tram. Ha 26 anni. Un amico fotografo lo trascina verso il cinema. Gira due cortometraggi all black, Three pick-up for Herrick (come è dura per un disoccupato trovare un lavoro non schiavistico) e Sunlight (ladro per poter sposarsi va in prigione ed è rilasciato appena in tempo per presenziale alle nozze della figlia) e va a Hollywood che gli spalanca le porte, offrendogli ben tre alternative: ascensorista o parcheggiatore agli studi o ballerino. 

Fuck you. Così Melvin emigra, prima in Messico e vive facendo ritratti per strada; poi in Olanda, con la famiglia e continua gli studi all’Università di Amsterdam, seguendo una sua seconda passione, l’astronomia, e lavorando al Teatro Nazionale. 

Si sposta a Parigi, la capitale del cinema moderno, dove si arrangerà perfino come mendicante, ma anche come musicista e giornalista del giornale satirico Hara Kirie e di France Observateur (che lo manda a intervistare, diventandone grande amico lo scrittore Chester Haimes, il "Chandler nero"), chiamato da Henry Langlois, il Papa delle Cineteche, innamorato dei suoi cortometraggi, che li presenta in un cinema degli Champs Elysees assieme a Lotte Eisner e Amos Vogel, e lo raccomanda e introduce nella comunità dei cineasti francesi. 

Gira a Parigi un corto di 12’ ispirato ai 400 colpi di Truffaut, Les Cinq Cent Balles (500 Francs,1961) distribuito da Les Films de la Pléiade e che non fa sconti, a proposito di guerra d'Algeria, neppure con il razzismo francese. Ma non è facile, in Francia come a Hollywood, girare un lungometraggio ed entrare nel sindacato registi e dirigere un film vero e proprio. Però, avendo scoperto che uno scrittore può dirigere la versione cinematografica del suo lavoro, si inventa scrittore in francese senza sapere il francese e completa e pubblica ben 4 romanzi e una raccolta di saggi (Le Chinois du XIVe, Jerome Martineau 1966) che ha scritto per Hara Kiri: A bear for the Fbi, cioé Un ours pour le Fbi (Buchet-Chastel, 1964);  A true American (Un americain en enfer (Demoel, 1965); A party in Harlem (La fete ò Harlem)  e La permission (Jerome Martineau, 1967)

Il trattamento di quest’ultimo, in inglese Story of a Three Day Pass, ottiene un finanziamento di 200 mila dollari dal centro cinematografico francese. Proiettato al festival internazionale di San Francisco nel 1967, e successo di stima, viene prontamente, e erroneamente, proclamato dai critici “il primo film di un regista negro”. Roger Ebert lo esalta. Il linguaggio spregiudicato della cinepresa “made in nouvelle vague” che non sopporta format di sorta e il plot antirazzista (tre giorni in campagna di un soldato nero in licenza-vacanza con la sua bianca fidanzata, una commessa francese) ne fanno però davvero il primo film nero americano “moderno”. 

Moderno come il suo primo album musicale, Brer Soul, che alcuni insegnanti del ghetto utilizzarono per insegnare ai ragazzini riottosi a leggere e scrivere perché “finalmente ascoltavano parole per cui provavano un certo interesse”. Van Peebles “si dimostrò presto abile nel promuovere sia il suo film che se stesso e nello sfruttare fino in fondo una stampa desiderosa di creare nuovi eroi, neri e un po’ rinnegato” come scrive Donald Bogle in “Blacks in American Films and Television” descriveno un comportamento obbligatorio per un artista indipendente che non vuole farsi annichilire da cucciolo e vuole dimostrare che si può competere con Hollywood giocando sul suo stesso terreno. 


La Columbia Pictures desiderosa di catturare i tempi nuovi ancora incomprensibili nel 1970 apre i suoi studi e Watermelon Man (L’uomo caffelatte), risultato di un incontro non privo di compromessi. Il film, scritto da Herman Roucher, va così così al box office (ma John Landis nel suo episodio antinazista di Ai confini della realtà non lo ignorerà). L’attore african-american Geoffrey Cambridge, truccato da bianco (in inglese si dice whyte-face con la ipsilon), fa l’assicuratore nei suburbi. Ricco e soddisfatto di sé e della sua casa-box, un giorno si sveglia, si guarda allo specchio, urla di orrore e raggiunge un barattolo di crema sbiancante perché è diventato nero! Ovvio che la moglie lo pianti all'istante e il 'poveretto' raggiunge l'orlo della pazzia (Geoffrey Cambridge aveva già parodiato il travestimento dei bianchi della tradizione razzista dei “minstrel show” che si dipingevano il viso di nero, alla Al Jolson di Il cantante del jazz, a teatro, in Blacks: a clown show di Jean Genet). Il titolo del film è anche quello di un pezzo di Herbie Hancock e una regista nera femminista Cheryl Dunya nel 1996 ne diresse un omaggio, A Watermelon Woman

Così Van Peebles decide di realizzare un film competitivo con Hollywood ma realizzato solo come vuole lui. Il nuovo film è, dato il budget, un poliziesco di serie B, filone "persecuzione", girato in gran parte in esterni e di notte, e postsincronizzato. Sweet Sweetback’ Baadasssss song è realizzato in piena indipendenza creativa, controllando il final cut, fuori dai grandi studi e con una troupe nera non sindacalizzata (perché si finge di produrre un porno). Il budget è di 500 mila dollari, in parte i soldi guadagnati alla Columbia, in parte donazione di Bill Cosby (50 mila dollari) e in parte anticipati dal distributore Cinemation, specializzato in exploitation. Contemporaneamente all'uscita del film esce nelle librerie il libro (Lancer Book) e il disco con la colonna sonora (Stax Record). Spike Lee ripetera il "triplete". 

Ovviamente il film è tagliato fuori dal circuito promozionale. Stampa e talk show lo ignorano. C’era troppo sesso crudo, violenza esplicita e radicalità politica in Sweet Sweetbacks, opera indigesta, non come i drammi integrazionisti con Sidney Poitier. Così Van Peebles si rivolse direttamente, anche pubblicitariamente, attraverso una stazione radio nera di successo, alla comunità e in particolare ai “fratelli di strada” e riuscì a ottenere il passaparola giusto: ecco il film ‘black power’ che aspettavamo da sempre. Lentamente Sweet Sweetback esplode. Esce a Detroit il 31 marzo e a Atlanta il 2 aprile e fa il boom di incassi. Nel corso del 1971 conquista il paese: viene programmato da 60 cinema nella sola area di New York e da 150 sale dell’intero paese. E a questo punto i media inseguono il fenomeno. 

E il trentottenne cineasta, utilizzando slang proletario e look da baffuto, trasandato “cattivo ragazzo” col sigaro, astutamente conquista i media come eroe nero, capace di superare mille ostacoli produttivi, espatriato per razzismo, e che ha messo KO il Big Business. I media sono conquistato da questo nuovo Cassius Clay. Indossa una felpa che commenta perfidamente la valutazione “morale” data a Sweetback. "questa X me l’ha data una giuria completamente bianca”. E sulla base del suo collo aveva tatuato la scritta: "Taglia sulla linea tratteggiata - Se puoi". "Nell'ultimo anno - rivela Melvin a Life - in tanti ci hanno provato. Usa infatti la contraerea con l’establishment critico “bianco su bianco” e le recensioni negative: “Roger Ebert non ha capito il film, proprio come Giuditta non ha capito Cristo”. Pensava che quel simpatico ragazzino di colore che aveva sostenuto l'avesse tradita. Le è piaciuto il mio film Storia di un permesso di tre giorni. Ha pensato che fosse caldo e dolce. Ma all'improvviso sono il regista più inetto e dilettante che abbia mai visto... perché in Sweetback's lo dico chiaramente". 

Melvin metteva esplicitamente in discussione nel film gli standard e i pregiudizi inossidabili dei critici e delle critiche bianche, come l’idea che cinema nero fosse sinonimo di “film risentito e piagnucoloso sull’eterno sfruttamento subito”. “Volevo invece fare un film vittorioso, in cui i neri potessero uscire a testa alta”, spiegherà il regista in un video sul film girato nel 2003, The real deal. Il film inizia con una didascalia eloquente anche oggi in epoca Black Lives Matter: «Questo film è dedicato a tutti i fratelli e le sorelle che ne hanno abbastanza dell'uomo bianco», mentre al posto del cast viene menzionata la «comunità nera». 


Sweetback
è il nome del protagonista ed è un po’ l’autobiografia “pop” del regista che incorpora molti dei luoghi comuni con i quali i neri si rappresentano e vengono rappresentati dagli stereotipi: è stato commesso un omicidio davanti al bordello in cui lavora Sweetback. Il proprietario e la polizia si mettono d'accordo per incastrare un sospetto plausibile, lo arrestano assieme a una pantera nera, Noo-Moo, ma i due riescono a evadere ma prima di raggiungere la frontiera messicana se ne vedranno delle belle... non mancano bordelli, chiese, prostitute, droga, predicatori, stridore di feni, giornalisti, terzo grado, gioco d’azzardo, gang di motociclisti, performance sessuali imbattibili. Vengono anche fustigati, nel film, alcuni neri, non sempre solidali tra di loro, ma il racconto è sulla costante persecuzione dei poliziotti bianchi, razzisti e torturatori, che Sweetback non subisce, anzi punisce, diventando così l’idolo della comunità. Bisogna rompere il muso ai nazi-cop, se provocati. Sweetback non dirà più di dieci battute. La storia è semplice, quasi rudimentale, la linearità è archetipale. La mancanza di "folla", di generici e di comparse impedisce larghi movimenti di macchina, ma la frammentazione in episodi rende il ritmo più vorticoso. L'atmosfera è differente, le immagini hanno  il sapore metropolitano, scrive il critico francese Michel Euvrard, di un polar di Jean Pierre Melville, per esempio Le iene del quarto potere (Deux Hommes dans Manhattan, 1959). Le canzoni che sottolineano, anzi ricoprono l'azione, ora lounge music, ora gospel, ora Motown, ora rock creano l'effetto di uno show didattico musicale, di una epopea popolare, di una brechtiana Opera da tre soldi.     

E alla fine lo straordinario successo di Sweetback, nonostante critiche anche all'interno della comunità nera, dimostra che aveva fatto centro e conquistato, con sensibilità differente, il pubblico nero e in particolare i giovani. Hollywood capisce presto che deve coinvolgere questa nuova, ricca fetta di pubblico e si lancia nelle imitazioni blaxploitation di Sweetback, glorificante la potenza sessuale senza pari del maschio nero (Shaft, Fly, Super Fly, Coffy etc...). 

Ambizioso, Van Peebles fa un detour e va subito alla conquista di Broadway, con due spettacoli black di rottura che hanno prodotto lo stesso effetto scandalo di Sweetback nel pubblico e nella critica, Ain’t Supposed to Die a Natural Death (Non dovrebbe morire di morte naturale, 1971); e Don’t Play Up Cheap (Non giocare al ribasso, 1972) di cui ha girato una versione cinematografica che non ha raggiunto il successo del film precedente perché mal distribuito. In entrambi utilizza il metodo brechtiano del monologo cantato, in stile sprachgesang. Due infernali pipistrelli arrivati dagli Inferi vorrebbero rovinare una magnifica festa a Harlem ma non ci riusciranno. Sembra un cartoon del primo Disney. 

La cosa più curiosa dell'ascesa fulminea del personaggio pubblico di Melvin è stata la sua repentina eclissi dalla ribalta. Nonostante fosse diventato una celebrità assoluta, nella seconda metà degli anni 70 improvvisamente Van Peebles sparisce dalla vista. Preferisce lavorare con indipendenti fuori mercato come Robert Downey jr. (America, 1986) o Charles Lane (Cambio d’identità, 1991) e scrivere per altri (Il circuito della paura per Michael Schultz, del 1977, con Rychard Pryor, asso nero del volante). 

Forse perché, come tanti altri cineasti sposta a metà del decennio il suo interesse sulla televisione, considerata un’arte minore, se non una non-arte, scrivendo (ma non dirigendo) Just an Old Sweet Song (1976) con Cecily Tyson, regia di Robert Ellis Miller, tra lo stupore e lo scandalo dei fan che si sentono traditi: dove è finito il negro cazzuto di Sweetback, che a fine film avverte: "attenti: tornerò a riscuotere quanto mi è dovuto!"? Questo era un dramma familiare, a tinte tenui, una coppia di Detroit fa una vacanza nel sud, più adatto a gratificare l’emergente middle class nera e a compiacere l’establishment bianco. Melvin si è imborghesito. Ma la televisione di quel tempo esercitava su format e codici un controllo spietato. 

Già nel 1981 quando torna in tv Van Peebles il pubblico è cambiato e forse il controllo ferreo inizia a sgretolarsi. L’audience conta più dei buoni sentimenti. Nel 1981 scrive una sceneggiatura bollente per Sophisticated Gents. Certo, segue le regole del decoro d’obbligo (linguaggi inoffensivi e sesso asettico), ma affronta personaggi e temi con profondità bergmaniana – uomini e donne nere che cercano di analizzare se stessi, la propria vita sessuale, l’omosessualità e il sistema tutto – fino a quel momento considerati tabù anche perché anticommerciali. Inoltre van Peebles dimostra che per quanto frammentato, eccessivo e inebriante potesse apparire il suo stile, era capace di ottenere risultati efficaci senza abbandonare il punto di vista ferocemente anti-borghese che lo caratterizzava.


Il cinema mainstream da lui respinto (Columbia gli aveva offerto un contratto per 3 film che aveva rifiutato)  lo evita per due decenni. Riminicinema lo invita in Italia per il film indipendente Crisi di identità (1989) ritorno alla regia di un lungometraggio dopo 17 anni, che ironizza sul machismo rap, e sfoggia un Mario Van Peebles posseduto dalla personalità di uno stilista di moda molto gay…. 

In quei due decenni alleva il figlio Mario all’arte della recitazione e della regia e torna preferibilmente alla produzione teatrale off-Braodway dirigendo Bodybags (1981) mentre l’anno dopo scrive, dirige, interpreta e musica Walts of the Stark. Nel cast il Mario che apparirà presto in film a basso budget e nella serie tv L.A. Law (1986). Assieme al padre interpreteranno nel 1987 Jaws The Revenge (Lo squalo 4 la vendetta di Joseph Sargent). Del 1995 è il copione del bellissimo Panther, da un suo romanzo sulla criminale repressione attuata dall’Fbi di Hoover contro la pericolosa svolta marxista del partito. 

Dagli anni 90 ad oggi Melvin torna al cinema soprattutto come attore e affianca Eddie Murphy in Boomerang (Il principe delle donne) di Reginald Hudlin e Arnold Schwarzenegger in Last Action Hero del 1993, di John McTiernan. E sarà spesso diretto dal figlio, fin dall’esordio, New Jack City, 1991. E poi Posse, 1993; Love kills, 1998 con Maria Marx sua mamma attrice che aveva già recitato in Ilsa, la belva delle SS di Don Edmonds (1975); Redemption Road, 2010; We The Party, 2012; Armed 2018 tutte incursioni rigenerative e dal ritmo blues sui generi classici: noir, western, thriller, bellico, commedia teenager, musical. 

Ma papà Van Peebles aveva sorpreso di nuovo tutti quando aveva deciso, nel decennio degli yuppies, di appendere momentaneamente al chiodo la macchina da presa per diventare l’unico broker nero a scommettere e vincere in Borsa. Un buon modo per autofinanziarsi. Da “Renegade Buck” eccolo trasformarsi in Bumpie (Black Urban Middle Class Professional). Siamo pronti all’era prossima ventura “Spike Lee-John Singleton” la prima generazione di registi neri capaci di maneggiare qualsiasi genere hollywoodiano e di uscire dal ghetto del black movie con capacita metamorfiche e manageriali insospettate. Del 1994 è un corto realizzato per la tv tedesco, Vroom-Vroom-Vroom che a Cannes viene presentato in una trilogia, Tales of Erotica assieme a film di Ken Russell, Susan Seidelman e Bob Rafelson. Leroy, ragazzo solitario e disadattato, salva una vecchina dalle ruote di un autobus e riceve in dono una motocicletta che – potenza del vudu - si trasforma in donna quando Leory la guida di notte. Del 1996 un film eastwoodiano, Gang in blu, scritto e diretto per la televisione, con Josh Brolin e il figlio nei panni di un ufficiale di polizia che scopre una cellula di suprematisti bianchi nel suo dipartimento. Del 2011 un video clip per la band Laxative preceduto da un lungometraggio autobiografico-testamento del 2008 dal titolo indimenticabile,  Coffessionsofa Ex-Doofus-ItchyFooted Mutha 









lunedì 27 febbraio 2017

Moonlight vince l'Oscar. Non senza qualche piccolo problema tecnico....




Roberto Silvestri



Come Three Times di Hou Hsiao Hsien, Moonlight  è in tre atti. Fanciullezza, adolescenza e maturità. Tre attori diversi. Come se il film lo cominciasse Harold Nicholas in Pie Pie Blackbird e lo chiudesse Jim Brown  di Black Gunn. La storia di Chiron, gracile ragazzo african-american di oggi, timido per natura, che diventa maggiorenne e sopravvive a Miami, nel quartiere invivibile di Liberty City.  Quello dove visse Muhammad Alì, il più delicato dei colossi, e dove, nell’agosto 1968, esplose la rabbia antirazzista (e qui i bianchi sono proprio fuori campo, inesistenti) perché ai neri perfino accostarsi a Miami Beach era proibito.



Tre attori, Alex Hibbert (“Little”, a 9 anni), Ashton Sanders (Chiron, teenager dai sentimenti eretici) e Trevante Rhodes (l’uomo, muscolarmente indurito dal carcere), costruiscono sul dramma di Tarell Alvin McCraney  una “suite di formazione e di resistenza” non lineare e a tratti anche fisionomicamente spiazzante, ma capace di cogliere in azione gli elementi più emozionanti, sensuali, culinari e balneari della complessa Mascolinità nera, in stato d’allarme e pronta alla metamorfosi: “al chiarore della luna ogni nigger diventa blue”. 

Il regista e sceneggiatore Barry Jenkins e l'autore del romanzo Tarell Alvin McCraney
La dolcezza, la gentilezza, addirittura il cuore sopravvivono a tutti i cliché del ghetto-movie o della ritrattistica pittorica di Kehinde Wiley, attraversati scrupolosamente e un po’ distorti: il bullismo scolastico vigliacco; le ‘esecuzioni’ per strada; un padre svanito nel nulla; la crudeltà di Paula, la mamma drogata amata e odiata; la partita di football che il direttore della fotografia James Laxton trasforma in danza; il bagno nell’oceano, che diventa, come il primo bacio sulla spiaggia, esperienza zen; la tempesta ormonale e l’amor fou di Chiron per il coetaneo Kevin (tre attori anche per lui), dal sorriso lascivo; incarcerazioni; tradimenti; la traumatica perdita anche del mentore Juan, lo spacciatore di droga cubano del quartiere che assieme alla dolce moglie Teresa lo protegge e gli insegna a nuotare e cucinare (è Mahershala Ali, in stato di grazia, che sa svelare la femminilità dei John Wayne: dentro il vero macho c’è sempre un micio). “Che cos’è un frocio?” chiede l’intimorito Little a Juan: “è la parola utilizzata per fare del male ai gay”. La ricerca di una identità perduta finirà cin la conquista: c’è del tenero in chi ha coraggio.



L’acido affresco storico sul pastore ribelle Nat Turner, Nascita di una nazione, doveva essere l’antidoto black a La la land, la notte degli Oscar, ma Nate Parker, fatto fuori dalla macchina del sangue, viene sostituito da questa produzione di Brad Pitt (un 12 anni schiavo spostato nel ghetto southern), versione queer di Boyz n the hood, un Boyhood nero pece. Anche se Barry Jenkins, al secondo film dopo un esordio in stile Linklater, imbratta di affondi cromatici-lisergici e ralentì poetici anche indigesti il naturalismo austero di Singleton. E non ha certo potuto contare sulla dozzina d’anni di riprese con uno stesso protagonista, come Linklater. 

Il direttore della fotografia James Laxton
Questa confusione di registri, di corpi e di luoghi comuni a volte davvero strabici, ha inebriato la critica Usa (e infatti il film ha sconfitto La La Land anche se con dopo non poche difficioltà procedurali) e spiazzato quella europea, meno sconvolta dall’escalation di violenza contro i neri e consapevole di quanto le atmosfere dei romanzi di James Baldwyn (Go Tell It on the Mountain, per esempio) contribuiscano a far giocare la cinepresa con gli elementi più volatili dell’animo, gesti, tic, sguardi, rap. 

A proposito di Baldwyn. Il documentario di Raoul Peck su di lui, I’m not your negro, anche senza vincere la statuetta, dà un senso in più, politico-culturale, alla vittoria di Jenkins. E non solo perché racconta lo scontro secolare della comunità african-american per affermare i propri diritti, diventare uguale tra diversi e conquistare pari dignità. E’ stato proprio lo scrittore e intellettuale radicale la vittima preferita degli strali lanciatigli durante le lotte del 68 non tanto dai colleghi bianchi (e Norman Mailer soprattutti) ma proprio dall’ala più maschilista e “armata” della controcultura nera. Se andiamo a rileggerci il saggio di Eldridge Cleaver in Anime in ghiaccio ci renderemo conto di cosa voleva dire essere nero, gay e rivoluzionario proprio tra i rivoluzionari dell’epoca.   Rispetto a loro Mahershala Ali rappresenta l’evoluzione della specie. Come nel passaggio tra Sonny Liston e Muhammad Alì.


Naomi Harries
Alla fine il film ha vinto tre statuette. Miglior film (i produttori sono Brad Pitt, Sarah Esberg, Dede Gardner, Andrew Hevia, Jeremy Kleiner, Tarell Alvin McCraney, John Montague, Veronica Nickel, Adele Romanski), sceneggiatura non originale (Barry Jenkins) e attore non protagonista(Mahershala Ali) 
Suicide Squad oscar per il trucco


































Nella lista dell'Academy Awards anche due italiani che vincono per il migliore make-up, Alessandro Bertolazzi e Giorgio Gregorini, insieme a Christopher Nelson per Suicide Squad. Per i costumi vince Animali selvaggi (Coleen Atwood). Montaggio sonoro Arrival (Sylvaine Bellemare). Sonoro e montaggio Hacksaw Ridge (O'Connell e Gilbert), Viola Davis di Barriere vince come migliore attrice non protagonista, Il Cliente di Farhadi come migliore film straniero, Piper di Barillaro come migliore corto d'animazione; Zootropolis di Moore-Spencer-Howard miglior lungometraggio di animazione; Il libro della giungla migliori effetti speciali ; The White Elmet di Einsiedel è il migliore documentario corto; Sing di Deak è il migliore corto live o soggetto; Manchester by the sea vince due statuette: a Casey Affleck come miglior attore e a Lonergan per la migliore sceneggiatura; infine le sei statuette di La La land: a Damien Chazelle per la regia;  Raynolds-Wasco per la scenografia; Linus Sandgren per la fotografia; Hurwitz per la migliore colonna sonora e per la migliore canzone (City of Stars) e Emma Stone come attrice protagonista.






domenica 23 febbraio 2014

Gordon Parks, l'artista multiforme e camaleontico Ultimo giorno di una mostra di fotografie a Roma, alla libreria Fandango



I Fontenelle al Poverty Board, centro di assistenza per poveri di Harlem. Foto di Gordon Parks 1967
Roberto Silvestri

Se le epopee degli individui nati poveri che si fanno tutti da sé e diventano potenti, importanti e ricchi sono il senso stesso dell'american way of life e del sogno americano, irritando la secolare propensione europea a sopportare come potenti solo i rampolli d'antico lignaggio (attenzione: i poveri diventano al massimo tiranni, in Europa, se la loro volontà di potenza emerge troppo, ricordate Mussolini e Hitler?),  ecco che, in pieno inizio di un'era di cambiamento epocale - perchè il governo Renzi è il primo a promettere guerra alle rendite e trionfo del merito individuale - una bella mostra e un magnifico catalogo annesso su una vita particolarmente eccezionale, fanno per noi.  

Foto di Gordon Parks1956
Anzi speriamo che il neo ministro Franceschini la faccia girare ancora, a spese sue/nostre, anche nelle scuole di tutta la repubblica. E' la mostra delle opere di un fotografo particolare, un fotografo e cineasta african-american, dunque 'doppio', vale due. Ha come quattro occhi. Ha una doppia coscienza perché guarda, nero, sempre attraverso gli occhi altrui, bianchi. "Percepiamo la nostra dualità - scriveva il grande intellettuale neroamericano W.E.B DuBois - in ogni istante: un americano e un nero: due anime, due pensieri, due sforzi irriconciliabili; due ideali che lottano in un solo corpo nero, cui solo una forza tenace impedisce di essere lacerato". Una foto del 1947 mostra il test della bambola. Una bimba non sa decidersi tra una bambola nera e una bambola bianca...Maschera bianca, volto nero....

Deborah Wills, 1956. Foto di Gordon Parks
Si racconta infatti la 'missione impossibile' di un ragazzo african-american del profondo sud che fa il fattorino delle ferrovie (un comparto di classe operaia molto forte e molto organizzata. Nel 1945 una minaccia di sciopero di questa categoria per lo più black ridiede il via alla lotta per la fine della segregazione razziale. E ovvio che il sindacato ottenne tutto quel che voleva senza neanche incrociare le braccia) quando decide di diventare un grande fotografo. E ci riesce. Sarà poi un artista multiforme e camaleontico, un cineasta di successo, l'inventore del blaxploitation con Shaft  - un centinaio di film anni settanta d'imitazione, a centralità simbolica african-american, che sbricioleranno tutti gli stereotipi anti neri fin lì collezionati e molti pregiudizi razzial-commerciali duri a morire - un compositore di colonne sonore epocali e una leggenda vivente del popolo african-american in lotta. Prima di Sidney Poitier, Jimi Hendrix, Spike Lee, Denzel Washington, Michael Jackson, Maya Angelou...    


Sandra Antonelli e Alessandra Mauro hanno curato il catalogo di questa importante mostra che è ancora aperta oggi 23 febbraio a Roma (ultimo giorno, affrettarsi) dopo una lunga proroga, presso la libreria Fandango (via dei Prefetti) e che riassume la carriera di un gigante del rinascimento nero in America, il fotografo, compositore, scrittore e cineasta african-american Gordon Parks (1912-2006), il papà baffuto appunto di Shaft il detective nero interpretato da Richard Roundtree e della blaxploitation tutta, le immagini che fiancheggiarono l'ascesa del Potere nero, capaci finalmente di conquistare un pubblico di massa, non solo black e non solo nordamericano. Ma che tutti quelli della mia generazione lo conoscono bene perché Parks è l'autore di moltissime fotografie ripubblicate a tutta pagina in Italia dall'Espresso (che era allora una rivista-lenzuolo) del funerale di John Kennedy, delle vittorie sul ring e della persecuzione di Cassius Clay-Muhammad Alì, delle lotte contro il segregazionismo e degli assassinii di Martin Luther King e di Malcolm X. Della miseria del ghetto, delle carcri, degli ospedali psichiatrici americani.... Perché erano sue le istantanee più forti e indimenticabili che scandirono, come in un requiem, gli indimenticabili anni sessanta, senza sapere da chi fossero scattate. Le Black Panthers, Marilyn Monroe, e prima ancora le miniere, le acciaierie, Rossellini e Bergman a Stromboli, le vittime della criminalità urbana e del razzismo sudista....   

Muhammed Alì, Miami, Florida, 1966 Foto di Gordon Parks
Nato in Kansas nel 1912, ultimo di una famiglia di 15 fratelli  nella desolata Fort Scott, adolescenza e studi a St.Paul, Minnesota, e di nuovo in Kansas, povertà e mille lavori per sopravvivere ai pregiudizi e alla Depressione (tra l'altro fu pianista e giocatore semiprofessionista di basket e football), nel 1937 Parks si rende conto, sfogliando nelle carrozze di prima classe Vogue e Life, che il fotografo può combattere i mali sociali, urlare forte con le parole, senza arrendersi alla rabbia e alla frustrazione. E' come una cornetta, o un piano. Ma esce dai club, entra a forza nelle case di tutti.... E' affascinato infatti dai reportage fotografici rooseveltiani sulla e contro la povertà in America. Studia Dorothea Lange, Russell Lee e Walker Evans e i reporter sguinzagliati ovunque dalla Farm Security Administration.

American Ghotic, Ella Watson. 1942. Foto di Gordon Parks
Nelle sue quattro appassionanti, compulsive e anche saporitamente romanzate autobiografie (più il racconto autobiografico The learning tree del 1963, su 12 libri in tutto scritti) Parks racconta che fu però particolarmente sconvolto e attratto dalla potenza emotiva di un coraggioso reportage filmato (a rischio della vita) da Norman Alley che confermava "nero su bianco" l'improvviso attacco giapponese alla corazzata americana Panay in Cina, ancorata al fiume Yangtze, e colata a picco il 12 dicembre. Lo vede a Chicago. Sente Alley, applaudito, raccontare il senso intimo, cioé politico, di quella esperienza drammatica. Esce alla ricerca di una macchina fotografica. Sarà una Voigtlander brilliant scovata in un banco dei pegni e sua per 12 dollari e 50 la sua prima arma di combattimento. 

Foto di Gordon Parks
Dopo aver vinto una borsa di studio del Julius Rosenwald Fund studia fotografia, e diventa il primo fotografo nero finanziato dall'Fsa per raccontare i problemi dei più poveri e reietti americani, agli ordini di Roy Stryker, il suo tirannico e gentile maestro. Al suo fianco, suscitando un certo imbarazzo nel South, l'amico e collega bianco John Vachon. Durante la guerra lavora per l'Owi (Office of War Information) e fotografa alcuni grandi esponenti dell'Harlem Renaissaince, come lo scrittore Richard Wright, allora iscritto al partito comunista e che resterà un punto di riferimento politico e morale, e l'attore Paul Robeson. 

Duke Ellington
Passa qualche anno alla Standard Oil Company prima di essere assunto nello staff della rivista Life nel 1949 come fotogiornalista e diventa per decenni una delle sue firme più illustri, si trattasse di aggiungere glamour agli stilisti e alle modelle, intrufolarsi nei ghetti cruenti, affiancare la nascita della middle class nera, raccontare la storia di Flavio, un ragazzo povero delle favela brasiliane (che sarà anche il soggetto di un suo cortometraggio), guardare in faccia lo sfruttamento in miniera, rubare i segreti del virtuosismo pianistico di Glenn Gould, pittorico di Carlo Levi, scultoreo di Giacometti, scenico di Sidney Poitier o Marilyn. Indimenticabile l'Arturo Toscanini nella bara, come una divinità. 

Gordon Parks
E anche il controluce di Woophi Goldberg sul set di The Colour Purple di Spielberg, istantanea che diventerà il manifesto di quel capolavoro. "Un pomeriggio mi sono accorto che il colore di un abito di Dior che stavo fotografando era identico a quello del sangue di un affiliato della gang che avevo fotografato a Harlem sul selciato il mattino dello stesso giorno". Sfiora il linciaggio più di una volta gironzolando nel sud razzista. Anche perché non ama il lavoro del ruba immagini. A lui piace conoscere i suoi soggetti. Restarne amico. Si fotografa solo chi si conosce davvero bene, nell'intimo... Una volta ha la sensazione di essere inseguito da ceffi nazistoidi, sconvolto dalla paura compra una pistola. Lo salva per fortuna il suo autista... Come scrisse James Baldwin nel 1972, e potrebbe essere una bella e stringata recensione di 12 anni schiavo (versione Parks e versione McQueen): "Dubito di aver mai capito cosa fosse il terrore, prima di andare nel sud".  

Glenn Gould, 1956
Ma anche il sud wasp fu terrorizzato e destabilizzato irreversibilmente quando Gordon Parks infilò un blockbuster dopo l'altro grazie al trionfo al botteghino nel 1971 del suo Shaft, produzione Mgm, che è un ironico modo per familiarizzare chiunque con la subcultura del ghetto, più che la storia di John Shaft, detective privato che aiuto il capo di una gang nera di Harlem a ritrovare la figlia rapita dalla mafia che vuole impadronirsi anche di quel territorio metropolitano african-american. La sua precedente opera per il grande schermo, sempre prodotta da una major, The Learning Tree, tratto da un suo romanzo autobiografico e addirittura marchiata Wb, perché il 68 ebbe questo di grandioso, che fece vacillare nelle loro certezze estetiche perfino le grandi compagnie, utilizzava un linguaggio per tutti, non ghettizzato, e spettacolare, e raccontava la sua infanzia, non certo facile, in Kansas.  

Sul set di The Learning Tree
Prima ancora avrebbe diretto alcuni cortometraggi come The diary of a Harlem family e The World of Piri Thomas  (che è l'autore di Down These Mean Street). Purtroppo la mostra romana non è stata accompagnata da contributi cinematografici adeguati. Solo qualche clip. E' un peccato che la Cineteca Nazionale non abbia affiancato in questi giorni una adeguata rassegna cinematografica delle opere di Gordon Parks al cinema Trevi. 

Richard Roundtree in Shaft (1971) di Gordon Parks
Anche perché avremmo scoperto alcune opere interessanti.  Come un film tv della Pbs del 1984, da lui diretto e musicato (assieme a Kermit Moore). L'episodio 3 del quarto anno della serie televisiva American Playhouse, titolo Solomon Northup's Odyssey, basato sulla autobiografia di un falegname-musicista part-time african-american, uomo libero, che fu rapito e schiavizzato per 12 anni. E' la stessa storia che forse darà a Steve McQueen il primo Oscar a un regista nero (anche se britannico). Il ruolo di Solomon nel tv play è stato affidato a un collega african-american, autore di una buona parte di episodi di Star Trek, a Avery Brooks


A Great Day in Hip-Hop Harlem New York, 1998. Di Gordon Parks

12 anni schiavo, girato nel 1984 da Gordon Parks, per la Pbs
 

giovedì 23 maggio 2013

Cassius Clay, al tappeto la Corte Suprema


Mariuccia Ciotta
Cannes
Hbo evviva. Dopo Soderbergh ecco un altro capolavoro con il marchio del canale tg americano che batte Hollywood con i suoi film radical, e dà “la parola ai giurati”, da Lumet a Stephen Frears, regista britannico di My Beautiful Laundrette.
Fuori concorso, Muhammad Ali's Greatest Fight, storia vera di Cassius Clay che nel 1967 si rifiutò di partire per la guerra in Vietnam perché militante della Nation of Islam, la stessa di Malcolm X , uscito (e ucciso in seguito) per i suo pericoloso accostarsi al marxismo. Immagini documentarie del campione di pesi massimi alternato alla ricostruzione fiction della famosa sentenza della Corte suprema, chiamata nel '71 a confermare o meno la condanna a cinque anni di carcere inflitta al renitente alla leva. Non solo Lumet, ma anche il Lincoln di Spielberg nell'appassionante requisitoria sul caso del boxeur obiettore di coscienza, con il campo due giganti di attori, Christopher Plummer nelle vesti del giudice John Harlan e Frank Langella in quelle del presidente della Corte, Warren E. Burger, entrambi repubblicani, entrambi colpevolisti. Come si può dire pacifista uno che è contro la guerra, tranne se dichiarata da Allah? Alla prima seduta, Cassius Clay è spacciato, ma ecco un giovane associato all'ufficio di John Harlan riprende in mano la costituzione americana, mentre fuori sulla strada l'edificio della Corte suprema è preso d'assedio dai manifestanti anti-guerra in Vietnam. Il presidente Burger è devoto a Nixon che lo ha nominato e vorrebbe chiudere il caso, la maggioranza è con lui.

Stephen Frears architetta il suo docu-fiction con ritmo incalzante, scalda le immagini di colori densi, indaga sulla faccia dubbiosa del giudice Harlan, malato di cancro, difensore del diritto, il primo emendamento è sacro, e insensibile alle pressioni politiche. Harlam dimostra “che tra i repubblicani c'è anche gente perbene” sentenzia sardonico l'esponente democratico a favore dell'assoluzione. Ma qual è il cavillo che salva il neo black muslim? Prima di tutto, scopre il giovane legale, una sentenza a favore dei testimoni di Geova, che in nome della religione furono esentati dal servizio militare. Loro bianchi, Cassius Clay nero. Non vorrai, oh Warren E. Burger, fare accusare la Corte suprema di razzismo? “La guerra è contro gli insegnamenti del Corano” dichiara Muhammad Ali, battuto nel frattempo da Frazier, e in quanto alla guerra santa, sostiene Harlan/Plummer, sedotto dalla passione travolgente del suo “allievo”, non è solo islamica, ricordate le Crociate?
Ma il ragionamento decisivo riguarda dio, quando mai Allah dichiarerà guerra a qualcuno? Il monito diventa d'attualità, ieri la macelleria di Londra. Non ci sono prove che Allah abbia mai impugnato la mannaia. Ci sono invece a favore del campione dei pesi massimi, autore di un libro-chiave consegnato nella mani del giudice repubblicano, che cambierà il suo “no” in “sì”, e trascinerà l'intera Corte all'assoluzione, fino a ottenere l'unanimità. Non è un film ma lo diventa nel tocco poliritmico di Stephen Frears. A volte, l'happy end lo scrive la storia. Mohammad Alì torna sul ring e si riprende il titolo di 'campione del mondo più grande di tutti'.