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domenica 23 febbraio 2014

Gordon Parks, l'artista multiforme e camaleontico Ultimo giorno di una mostra di fotografie a Roma, alla libreria Fandango



I Fontenelle al Poverty Board, centro di assistenza per poveri di Harlem. Foto di Gordon Parks 1967
Roberto Silvestri

Se le epopee degli individui nati poveri che si fanno tutti da sé e diventano potenti, importanti e ricchi sono il senso stesso dell'american way of life e del sogno americano, irritando la secolare propensione europea a sopportare come potenti solo i rampolli d'antico lignaggio (attenzione: i poveri diventano al massimo tiranni, in Europa, se la loro volontà di potenza emerge troppo, ricordate Mussolini e Hitler?),  ecco che, in pieno inizio di un'era di cambiamento epocale - perchè il governo Renzi è il primo a promettere guerra alle rendite e trionfo del merito individuale - una bella mostra e un magnifico catalogo annesso su una vita particolarmente eccezionale, fanno per noi.  

Foto di Gordon Parks1956
Anzi speriamo che il neo ministro Franceschini la faccia girare ancora, a spese sue/nostre, anche nelle scuole di tutta la repubblica. E' la mostra delle opere di un fotografo particolare, un fotografo e cineasta african-american, dunque 'doppio', vale due. Ha come quattro occhi. Ha una doppia coscienza perché guarda, nero, sempre attraverso gli occhi altrui, bianchi. "Percepiamo la nostra dualità - scriveva il grande intellettuale neroamericano W.E.B DuBois - in ogni istante: un americano e un nero: due anime, due pensieri, due sforzi irriconciliabili; due ideali che lottano in un solo corpo nero, cui solo una forza tenace impedisce di essere lacerato". Una foto del 1947 mostra il test della bambola. Una bimba non sa decidersi tra una bambola nera e una bambola bianca...Maschera bianca, volto nero....

Deborah Wills, 1956. Foto di Gordon Parks
Si racconta infatti la 'missione impossibile' di un ragazzo african-american del profondo sud che fa il fattorino delle ferrovie (un comparto di classe operaia molto forte e molto organizzata. Nel 1945 una minaccia di sciopero di questa categoria per lo più black ridiede il via alla lotta per la fine della segregazione razziale. E ovvio che il sindacato ottenne tutto quel che voleva senza neanche incrociare le braccia) quando decide di diventare un grande fotografo. E ci riesce. Sarà poi un artista multiforme e camaleontico, un cineasta di successo, l'inventore del blaxploitation con Shaft  - un centinaio di film anni settanta d'imitazione, a centralità simbolica african-american, che sbricioleranno tutti gli stereotipi anti neri fin lì collezionati e molti pregiudizi razzial-commerciali duri a morire - un compositore di colonne sonore epocali e una leggenda vivente del popolo african-american in lotta. Prima di Sidney Poitier, Jimi Hendrix, Spike Lee, Denzel Washington, Michael Jackson, Maya Angelou...    


Sandra Antonelli e Alessandra Mauro hanno curato il catalogo di questa importante mostra che è ancora aperta oggi 23 febbraio a Roma (ultimo giorno, affrettarsi) dopo una lunga proroga, presso la libreria Fandango (via dei Prefetti) e che riassume la carriera di un gigante del rinascimento nero in America, il fotografo, compositore, scrittore e cineasta african-american Gordon Parks (1912-2006), il papà baffuto appunto di Shaft il detective nero interpretato da Richard Roundtree e della blaxploitation tutta, le immagini che fiancheggiarono l'ascesa del Potere nero, capaci finalmente di conquistare un pubblico di massa, non solo black e non solo nordamericano. Ma che tutti quelli della mia generazione lo conoscono bene perché Parks è l'autore di moltissime fotografie ripubblicate a tutta pagina in Italia dall'Espresso (che era allora una rivista-lenzuolo) del funerale di John Kennedy, delle vittorie sul ring e della persecuzione di Cassius Clay-Muhammad Alì, delle lotte contro il segregazionismo e degli assassinii di Martin Luther King e di Malcolm X. Della miseria del ghetto, delle carcri, degli ospedali psichiatrici americani.... Perché erano sue le istantanee più forti e indimenticabili che scandirono, come in un requiem, gli indimenticabili anni sessanta, senza sapere da chi fossero scattate. Le Black Panthers, Marilyn Monroe, e prima ancora le miniere, le acciaierie, Rossellini e Bergman a Stromboli, le vittime della criminalità urbana e del razzismo sudista....   

Muhammed Alì, Miami, Florida, 1966 Foto di Gordon Parks
Nato in Kansas nel 1912, ultimo di una famiglia di 15 fratelli  nella desolata Fort Scott, adolescenza e studi a St.Paul, Minnesota, e di nuovo in Kansas, povertà e mille lavori per sopravvivere ai pregiudizi e alla Depressione (tra l'altro fu pianista e giocatore semiprofessionista di basket e football), nel 1937 Parks si rende conto, sfogliando nelle carrozze di prima classe Vogue e Life, che il fotografo può combattere i mali sociali, urlare forte con le parole, senza arrendersi alla rabbia e alla frustrazione. E' come una cornetta, o un piano. Ma esce dai club, entra a forza nelle case di tutti.... E' affascinato infatti dai reportage fotografici rooseveltiani sulla e contro la povertà in America. Studia Dorothea Lange, Russell Lee e Walker Evans e i reporter sguinzagliati ovunque dalla Farm Security Administration.

American Ghotic, Ella Watson. 1942. Foto di Gordon Parks
Nelle sue quattro appassionanti, compulsive e anche saporitamente romanzate autobiografie (più il racconto autobiografico The learning tree del 1963, su 12 libri in tutto scritti) Parks racconta che fu però particolarmente sconvolto e attratto dalla potenza emotiva di un coraggioso reportage filmato (a rischio della vita) da Norman Alley che confermava "nero su bianco" l'improvviso attacco giapponese alla corazzata americana Panay in Cina, ancorata al fiume Yangtze, e colata a picco il 12 dicembre. Lo vede a Chicago. Sente Alley, applaudito, raccontare il senso intimo, cioé politico, di quella esperienza drammatica. Esce alla ricerca di una macchina fotografica. Sarà una Voigtlander brilliant scovata in un banco dei pegni e sua per 12 dollari e 50 la sua prima arma di combattimento. 

Foto di Gordon Parks
Dopo aver vinto una borsa di studio del Julius Rosenwald Fund studia fotografia, e diventa il primo fotografo nero finanziato dall'Fsa per raccontare i problemi dei più poveri e reietti americani, agli ordini di Roy Stryker, il suo tirannico e gentile maestro. Al suo fianco, suscitando un certo imbarazzo nel South, l'amico e collega bianco John Vachon. Durante la guerra lavora per l'Owi (Office of War Information) e fotografa alcuni grandi esponenti dell'Harlem Renaissaince, come lo scrittore Richard Wright, allora iscritto al partito comunista e che resterà un punto di riferimento politico e morale, e l'attore Paul Robeson. 

Duke Ellington
Passa qualche anno alla Standard Oil Company prima di essere assunto nello staff della rivista Life nel 1949 come fotogiornalista e diventa per decenni una delle sue firme più illustri, si trattasse di aggiungere glamour agli stilisti e alle modelle, intrufolarsi nei ghetti cruenti, affiancare la nascita della middle class nera, raccontare la storia di Flavio, un ragazzo povero delle favela brasiliane (che sarà anche il soggetto di un suo cortometraggio), guardare in faccia lo sfruttamento in miniera, rubare i segreti del virtuosismo pianistico di Glenn Gould, pittorico di Carlo Levi, scultoreo di Giacometti, scenico di Sidney Poitier o Marilyn. Indimenticabile l'Arturo Toscanini nella bara, come una divinità. 

Gordon Parks
E anche il controluce di Woophi Goldberg sul set di The Colour Purple di Spielberg, istantanea che diventerà il manifesto di quel capolavoro. "Un pomeriggio mi sono accorto che il colore di un abito di Dior che stavo fotografando era identico a quello del sangue di un affiliato della gang che avevo fotografato a Harlem sul selciato il mattino dello stesso giorno". Sfiora il linciaggio più di una volta gironzolando nel sud razzista. Anche perché non ama il lavoro del ruba immagini. A lui piace conoscere i suoi soggetti. Restarne amico. Si fotografa solo chi si conosce davvero bene, nell'intimo... Una volta ha la sensazione di essere inseguito da ceffi nazistoidi, sconvolto dalla paura compra una pistola. Lo salva per fortuna il suo autista... Come scrisse James Baldwin nel 1972, e potrebbe essere una bella e stringata recensione di 12 anni schiavo (versione Parks e versione McQueen): "Dubito di aver mai capito cosa fosse il terrore, prima di andare nel sud".  

Glenn Gould, 1956
Ma anche il sud wasp fu terrorizzato e destabilizzato irreversibilmente quando Gordon Parks infilò un blockbuster dopo l'altro grazie al trionfo al botteghino nel 1971 del suo Shaft, produzione Mgm, che è un ironico modo per familiarizzare chiunque con la subcultura del ghetto, più che la storia di John Shaft, detective privato che aiuto il capo di una gang nera di Harlem a ritrovare la figlia rapita dalla mafia che vuole impadronirsi anche di quel territorio metropolitano african-american. La sua precedente opera per il grande schermo, sempre prodotta da una major, The Learning Tree, tratto da un suo romanzo autobiografico e addirittura marchiata Wb, perché il 68 ebbe questo di grandioso, che fece vacillare nelle loro certezze estetiche perfino le grandi compagnie, utilizzava un linguaggio per tutti, non ghettizzato, e spettacolare, e raccontava la sua infanzia, non certo facile, in Kansas.  

Sul set di The Learning Tree
Prima ancora avrebbe diretto alcuni cortometraggi come The diary of a Harlem family e The World of Piri Thomas  (che è l'autore di Down These Mean Street). Purtroppo la mostra romana non è stata accompagnata da contributi cinematografici adeguati. Solo qualche clip. E' un peccato che la Cineteca Nazionale non abbia affiancato in questi giorni una adeguata rassegna cinematografica delle opere di Gordon Parks al cinema Trevi. 

Richard Roundtree in Shaft (1971) di Gordon Parks
Anche perché avremmo scoperto alcune opere interessanti.  Come un film tv della Pbs del 1984, da lui diretto e musicato (assieme a Kermit Moore). L'episodio 3 del quarto anno della serie televisiva American Playhouse, titolo Solomon Northup's Odyssey, basato sulla autobiografia di un falegname-musicista part-time african-american, uomo libero, che fu rapito e schiavizzato per 12 anni. E' la stessa storia che forse darà a Steve McQueen il primo Oscar a un regista nero (anche se britannico). Il ruolo di Solomon nel tv play è stato affidato a un collega african-american, autore di una buona parte di episodi di Star Trek, a Avery Brooks


A Great Day in Hip-Hop Harlem New York, 1998. Di Gordon Parks

12 anni schiavo, girato nel 1984 da Gordon Parks, per la Pbs