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giovedì 13 febbraio 2014

Shirley Temple, prima e oltre il lolitismo



Mariuccia Ciotta

Erano 56 i riccioli d'oro di Shirley Temple e  bambole e bambine esigevano esattamente lo stesso numero di boccoli  tra gli anni  '35 e '38 quando la mini-attrice batteva il record del botteghino, stella assoluta del cinema dove aveva esordito all'età di quattro anni con Baby Burlesque ('32). 

L'attrice  è morta ieri nella sua casa di Woodside, California. Nata a Santa Monica il 23 aprile 1928, era figlia di un banchiere e di una ex-ballerina, che la spinse fin da piccolissima negli Studios hollywoodiani, dove manifestò subito il suo grande talento di show-baby. 

La sua fama di bambina dolce e leziosa dalla saggezza smisurata in realtà nascondeva una certa malizia, ereditata da Mary Pickford, la “fidanzatina d'America”, commisurata alle direttive del Codice Hays, applicato dal 1930, e che censurava, tra l'altro, l'esibizione di una sessualità esplicita.

Il corpicino infantile le concedeva la massima libertà e sfrontatezza come si vede nel musical “rooseveltiano”  Stand up anche Cheer ('34) e nel  suo primo film  da protagonista, Little Miss Marker ('34). Troppo giovane per subire controlli e costituire una minaccia, Shirley infrangeva ogni regola vittoriana. 

Passava dal ruolo di batuffolo biondo a madre protettiva di altri bambini e di maschi agé ai quali impartiva le sue lezioni di vita. All'età di dieci anni, le sue “lezioni” diventano sospette e viene investigata dal comitato per le attività anti-americane perché firmataria di una lettera di auguri spedita a un giornale comunista francese. Siamo nel 1938 e la vicenda non fa che aumentare la sua fama, la stampa democratica si scatena, infatti, in grandi attacchi satirici sul “covo rosso” popolato di bambole.

Shirley veste sempre nello stesso modo, e con le sue gonnelline corte, gambette in vista, fa da transfert alle energie femminili represse in quegli anni di Grande Crisi, e tiene testa alle dive languide del periodo, popolate da bionde decorative come Jean Harlow, quelle sì “bambole” mentre lei furoreggia al ritmo del tip-tap, canta canzoncine da hit-parade come Baby Take a Bow, titolo di un altro cult.

“Le uniche donne con personalità e forza, ben lontane dal genere rappresentato, erano, sorprendentemente, quelle al di sotto dei quindici anni” scrive la storica femminista Marjorie Rosen a proposito del fenomeno Shirley Temple, che colleziona una serie di strepitosi successi, The Little Cononel ('35), Poor Little Rich Girl ('36), e, soprattutto, Curly Top (Riccioli d'oro, '35) di Irving Cummings che la incoronano reginetta non solo del cinema, ma anche della moda, dei fumetti e della radio.   

Era una forza commerciale di tale portata che il mercato fu invaso da sapone, nastri, libri, giocattoli, abiti tutti ispirati a lei. La sua esuberanza era contagiosa e irrefrenabile, qualcosa di elettrizzante e magnetico con un tocco da “gattina sexy” che spazzava via le virginali protagoniste alla Lillian Gish.

Con La mascotte all'aeroporto ('34) Shirley Temple vince l'Oscar “giovanile” creato apposta per lei, e nel '37 consegna la statuetta d'oro, più altre sette in miniatura,  a Walt Disney per Biancaneve. Nel 1940 era già stata protagonista di ventuno film, coniati con la stessa formula che la voleva monella, capricciosa e allo stesso tempo fonte di equilibrio per l'intera famiglia. Un angioletto che però è sempre La piccola ribelle (di David Butler, '35) alla quale nessuno può resistere. 

Col passare degli anni, Shirley perde la dimensione del cucciolo, e al contrario del suo modello, Mary Pickord, che camuffava l'età adulta a forza di sedie e suppellettili giganti, esce dallo schermo (anche se la sua vera età fu tenuta segreta per anni), ma fa in tempo, ventenne,  a interpretare Il massacro di Fort Apache di John Ford. E subito dopo il capolavoro umoristico Mr. Elia Belvedere va in collegio, accanto a Clifton Webb.

Qualche anno prima per interessamento di David O. Selznick interpreta Da quando te ne andasti di John Cromwell ('44) e nello stesso anno Al suo ritorno di William Dieterle. Poi, oltre l'adolescenza, pensa bene di sfruttare la sua icona di purezza e ottimismo e nel '67 si candita al Congresso degli Stati Uniti per il partito repubblicano. 

Segue una lunga carriera diplomatica, prima come delegata all'Onu dal '67 al '70, poi ambasciatrice in Ghana ('74) su mandato di Nixon e in Cecolovacchia ('89) su mandato di Gerald Ford.
Di lei però si ricorderà il marmocchio autoritario che entra di prepotenza nei lugubri anni della Depressione e li illumina con la sua zazzera d'oro (in realtà era castana). E, come scrisse la storica del cinema, Jeanine Basinger, “Se tu incontrassi un tipo come lei nella vita di tutti i giorni vorreste darle un bacio”.
  
Shirly, la prima a sinistra