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giovedì 1 giugno 2017

Happy end amaro. Michael Haneke e Hang Sang soo a Cannes 70

Roberto Silvestri (*)

In concorso un apologo gelido sulla borghesia francese ed europea mutante e morente, Happy end di Michael Haneke, che da quando vive e lavora a tempo intero a Parigi e ha messo in soffitta le sue eccentriche crudeltà carinziane, ha trovato in Isabelle Huppert una analoga, affidabile macchina delle cattive passioni, la sua musa, la “Medusa”: basta uno sguardo e impietrisce il vicinato, avvelenando il nemico. 


In realtà qui la sua Anne Laurent è la compassionevole 'cavaliere del lavoro', rampolla di Georges Laurent (un Jean-Louis Trintignant gelido, come solo Nicole Kidman oggi sa essere: è anche lui in “anestesia totale”, come lei nel nuovo Lanthimos), il magnate, capostipite di una ditta di costruzioni, nella Calais “intasata” da cittadini africani in cerca di traghetto (e che, rispetto ai grassi e tozzi e pingui riccastri biancastri della zona fanno la figura di erotici modelli da passerella), che sta pagando i disastri e le contraddizioni del neoliberismo globale che tanto li ha arricchiti nel recente passato. 

Jean-Louis Trintignant, nel film Georges Laurent, il magnate
Ma ora, invece di competere avventurosamente e da duri, “perché quando il gioco si fa duro ….”, il giochetto espansivo non sta funzionando più anzi produce crisi a catena e rifeudalizzazione. Così le ditte tutte vanno in pasto ai giganti planetari (finanziari o meno) che aspettavano al varco. E non a caso Isabelle Huppert è ormai costretta a sposare un partner made in Usa per resistere, con villa e servi e tutto, nel mondo che cambia, mentre il fratello, responsabile di disastri cruenti nei cantieri e il figlio, fuori di testa perché non è cieco e indurito nell'animo, devono essere bloccati e messi in grado di non nuocere, seguendo il “manuale Agnelli”. L'eliminazione dei deboli.


Isabelle Huppert e gli altri 

Trintignant, che qui riprende, come fosse in un serial, il suo personaggio di marito caritatevole di L'Amour, decide così di suicidarsi, non perché è in preda a invincibili sensi di colpa (per aver soffocato la moglie troppo sofferente), ma perché è ormai convinto di aver trovato nella nipotina dodicenne, più cinica, consapevole e acuta di tutti, una affidabile ereditiera della dinastia. E' vero che non si assiste a scene insostenibili, questa volta (a parte l'happy end, finale). Ma il congegno narrativo, come al solito spietato e senza orpelli, non è appariscente né autogratificante, come se Haneke, riguardo alla segnaletica autoriale, avesse intrapreso un percorso di semplificazione e annullamento.

Il giorno dopo di Hong Sang-soo


Molto stilizzato invece il sudcoreano Il giorno dopo (Geu-Hu), del beniamino di Cannes e della critica francese Hang Sangsoo un cineasta che affascina sempre per l'equilibrio con il quale amalgama immagine visiva con immagine sonora (e infatti qui anche la responsabilità delle musiche è sua). Bianco e nero. Macchina fissa. Interni quasi tutti uguali. Un tavolo in mezzo e la cinepresa che si sposta da destra a sinistra a inquadrare due soli personaggi che parlano. 


Lui e lei. Sempre lui e un'altra lei. Sempre lui e una terza lei. Piccolo editore di narrativa e saggistica nella Seoul di oggi, Bongwan, sposato con figlia, ha un'amante. La moglie sospetta. Quando ha la prova, finalmente, entra in campo e schiaffeggia, in casa editrice, una ragazza sbagliata. Incolpevole. E' Areum, appena assunta e nel suo primi giorno di lavoro. Ed ecco che tutto crolla. Lui avrà il coraggio finalmente di lasciare la moglie e mettersi con l'amante, salvo poco dopo restare solo, con la figlia. Solo grazie a Areum scopriremo tutto quel che è successo, il momento magico della rottura, che è fuori film... Ma la continuità temporale del racconto è sconvolta da un montaggio e da una musica asincrona che ci introduce in un puzzle sofisticato, che dobbiamo ricostruire da soli, reso ancora più interessante dal gioco performativo dei quattro attori, tutti superbi: Haehyo Kwon (Bongwan), Minhee Kim (Areum), Saebyuk Kim e Yunhee Cho.


Tutto un mettere in primo piano (e non c'è un solo primo piano nel film) attraverso i movimenti del corpo, delle mani e del viso, le emozioni più sottili, anzi le sotto, le micro, le quasi emozioni. Il regista che in qualche modo si identifica con l'editore trova nella macchina da presa l'alter ego che lo psicoanalizza. L'atto psicoanalitico entra in funzione. Si chiama cinema. In giuria il collega di Hong Sang-soo, Park Chan-Wook, potrebbe avere vita facile anche se il quoziente di originalità di trama richiesto da un intreccio di passione d'ufficio è più alto (dopo 50 sfumature di grigio e di nero) di un raffinato e acuto esempio di cinematografia bressoniana.....





Pubblicato il  su Alfabeta2