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giovedì 1 giugno 2017

Cannes 70. I flagelli Aids e Orban. Robin Campillo e Kornel Mundruzco

Roberto Silvestri (*)
Cannes


Qui a Cannes, direbbe Serge Daney, “siamo alla ricerca di film modesti, ma con una più giusta presa sulla vita. Dunque di film ispirati di più al sogno, come quelli dei surrealisti o di Bunuel”. Invece siamo nella fiera del film piuttosto tronfio, sveglio, e per tutti. Per ogni tipo di pubblico. Alto basso nero o giallo. Nordico o sudicio. Questo l'obiettivo dell'ideologia Netflix imperante. Produrre i film “per la nazione intera”. “Nel campo delle immagini e dei suoni - aggiungeva Daney - ci sono i mistici e quelli che vanno a messa. Io preferisco i mistici”. Cannes preferisce invece gli altri, i fedeli che approvano all'unisono e fanno dell'agiografia un vanto (e non a caso nasconde quasi, vergognandosene, i pochi film-sogno, quello di Polanski, di Schroeder, di Garrel, di Carpignano...). 
E dunque cavalca l'affezione epocale per le passioni tristi degli anni - ormai decenni - senza gloria che sono la droga audiovisiva masochista degli spettatori di oggi. Questi qui. Se è l'“insocievole socievolezza”, come definisce il filosofo De Carolis il sentimento dominante del nostro presente (è appena uscito e va letto il suo Il rovescio della libertà, edizione Quidlibet, sulla deflagrazione del neoliberalismo), e non solo sulle scalinate di Cannes, alla caccia di un posto in sala con ogni trucco necessario, ecco che avremo sempre a protagonisti del grande schermo contro-eroi di identificazione rapida, solo un po' meno crudeli e sadici, disgustosi e immorali di quelli che gli stanno intorno. Perché vincono, e gli altri no. Così in nome di una performatività abietta alla moda (dagli al perdente!) Danimarca, Svezia, Francia, Germania e Stati Uniti si coalizzano per produrre in nome della comune civiltà occidentale “The Square”, di Ruben Ostlund, un titolo vestito di grigio che avrebbe fatto inorridire nell'altro secolo qualunque hipsters, versione seria e un po' pompieristica delle commedie un po' meno volgari e un po' più argute che Alberto Sordi dedicava negli anni 90 alla borghesia chic, ammaliata dall'arte contemporanea, ma marcia dentro: ricordate Le vacanze intelligenti l'episodio di Dove vai in vacanza? scritto con Silvia Napolitano, con tanto di risate sulle bizzarrie dell'arte concettuale esibita alla Biennale Arte di Venezia che costringeva la ricezione di tutti a un lavoro artistico faticosissimo e mai pagato? 


Due esempi. 120 battiti al minuto. Regia del francese, nato in Marocco, Robin Campillo (ex montatore e sceneggiatore di Cantet) e Jupiter's moon dell'ungherese Kornel Mundruczo. Entrambi in concorso. Le passioni, in entrambi i soggetti, sono all'apparenza, tutt'altro che tristi. Si combatte per la libertà sessuale nel primo e per la libertà, e il diritto, per ogni profugo, allo spostamento e al diritto di cittadinanza mondiale, nel secondo. 


E, certo, non si può non notare che il primo rimandi, con affetto e commozione, a Cyril Collard, e al suo film gay del 1993, Notti selvagge, e anche agli ultimi giorni di vita di Michel Foucault, che assiste francescanamente alla morte dell'amante, prima di morire lui stesso di Aids, vedendo ricostruite con certosina verosimiglianza le azioni di guerriglia e controinformazioni di Act up Paris, raccontateci con rabbia antisistemica da Campillo, e che colpì tutti, i media, lo stesso movimento Lgbtq in festa funesta, e l'industria farmaceutica, la scuola e la politica, primo tra tutti “l'assassino Mitterrand”. 


Sull'importanza di un movimento mondiale che obbligò scienza e potere a velocizzare ricerca e leggi per salvare più vite possibili, Campillo è più che corretto. E, per motivi biografici, anche esperto. Così che la parte più documentaristica (gli 'attivi' del movimento, i dibattiti interni, le trattative esterne e le azioni “armate”) diventa quella più recitata e artefatta, mentre quella che è di solito la zona più drammatizzata (la love story tra due militanti del movimento) diventa quella più documentaristica, le scene d'amore e di morte soprattutto. E' vero che questo ribalta un luogo comune. Ma a 25 anni quella battaglia, che vide il cinema combattere in prima persona, da Rosa von Praunheim in Germania a Todd Haynes off Hollywood, questo requiem assume il tono della danza macabra estetizzante. Con il regista costretto continuamente a modificare il tono emozionale del racconto per non essere mai troppo brutale, mai troppo accorato e sentimentale, mai troppo poco umorista. Anche quando si entra grossolanamente nel cattivo gusto. E si che i francesi ci rimproverano spesso di movimenti di macchina e di spirito abietti....

Jupiter's moon di Kornel Mundruczo
Jupiter's moon fischiato in sala solo dai colleghi laziali, perché il regista, nella sua scena migliore e più inventiva, punisce l'ultrà nazi di Budapest, che inneggia al razzismo in stile Paolo Di Canio, come merita, è la storia di un super eroe, Aryan. Un siriano. Profugo. Che per entrare nell'Ungheria di Orban e sopravvivere deve dimostrare di avere qualità sovrumane certificate. Se no, niente. Che librarsi in aria lì dove si ergono muri sia una qualità immaginariamente corretta ce lo aveva già mostrato Elia Suleiman anni fa parlando di Palestina. Mundruczo pasticcia però un po' troppo stilisticamente, rievocando ora il cinema socialista (il poliziotto stalinista Laszlo esecutore cieco degli ordini), ora le geometrie di pistole alla John Woo-Quentin Tarantino (perché il cinema asiatico-americano è orribile, ma noi sappiamo farlo meglio), ora un po' di clima noir (il personaggio meno corrotto di tutti, il gentile e opportunista dottor Stern, angosciato dai sensi di colpa), senza trovare pace. Finché c'è Orban sarà difficile.



(*) pubblicato su Alfabeta2