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sabato 31 agosto 2013

Un perdono molto sospetto..."Philomena" di Stephen Frears

Roberto Silvestri

Negli anni 50 e 60 la chiesa cattolica irlandese, particolarmente sessuofobica, vendeva ai ricchi magnati americani di sangue irish e senza prole i piccoli figli 'illegittimi' delle giovani proletarie colpevoli del peggiore dei peccati e rinchiese e sfruttate e spesso fatte morire di parto in ospizi ad hoc...

The lost child of Philomena Lee, un libro inchiesta dell'ex giornalista della Bbc Martin Sixsmith, colto politico laburista d'alto rango, storico eternamente alle prese con un suo saggio sulla rivoluzione russa, costretto a dimettersi dallo staff di un ministro per disaccordi su Blair colpevole di aver scatenato la guerra in Iraq soprattutto per coprire mediaticamente altre sue malefatte, scopre il terrificante mercato a partire dal caso di Philomena, che, ormai anziana, si mette alla ricerca del figlio, avuto - peccato mortale! - fuori dal matrimonio. Un bimbo che le strapparono nel 1952, quando aveva tre anni.... E che almeno non è finito nelle fosse comuni appena ritrovate.
Judi Dench

Raccontato così, e con tanto di flashback, sembra un film politico e indignato, alla Francesco Rosi. Errore. La sceneggiatura è così adornata di battute e pezzi d'homour nero inglese che le risate supereranno la gravità del caso e il successo commerciale della pellicola è assicurato. Anche se non mancano le scene super viste come quella, rubata a Silkwood, dell'inesperta che non sa che in business class aerea la Mimosa è gratis. O personaggi super tagliati con l'accetta come quello della suora sessuofobica o della novizia nera e dunque più infida. 
  
Certo. Mi piace per il coraggio quando un cineasta inglese attacca il colonialismo inglese, o la chiesa di Inghilterra. Mi piace quando un italiano attacca i campi di sterminio paranazisti di Graziani in Libia o la chiesa cattolica. Ma quando un regista britannico (però metà irlandese) attacca la chiesa cattolica sa un po' tutto di semiregime, di propaganda pro domo sua, no? Sono le grandi contraddizioni etico-culturali delle cinematografie finanziate dagli stati...Però anche la Dench è per metà irlandese... 

Infatti il britannico Stephen Frears, in concorso a Venezia 70 con Philomena, un film del 2013 dalla solida struttura "oxbridge", un dramma serio, ispirato a quella agghiacciante storia vera, capace di far ridere, magari a costo di replicare (scena davanti alla statua di Lincoln compresa) il giochetto tra il giornalista autorevole e la donna super ingenua e straignorante William Holden-Judy Hollyday in Nata ieri,  non solo manda in pole position per la coppa Volpi la coppia Judi Dench-Steve Coogan, attore televisivo dall'orecchio comico incredibilmente preciso, ma va al di là del normale perfido ghigno sul Vaticano ricettacolo di preti pedofili e di altri orrori Ior. (Poi quella coppa Volpi Dench non l'ho vinta e neanche lui, per la performance attoriale, ma a Venezia il film ha vinto 9 premi, il più importante dei quali per la sceneggiatura di Steve Coogan e Jeff Pope. Il film ha poi vinto il David di Donatello come migliore opera europea dell'anno).

Judi Dench e Steve Coogan
Come ci riesce Mister Frears? Regalando alla Dench, sotto lo strato della fragilità e della ingenuità più assoluta, uno strano, affascinante carattere acuminato, calmissimo proprio perché religiosissimo e cattolicissimo. E' equilibrato, non fanatico l'ateo Frears. Tutto quel che fa Filomena per scorprire la verità su suo figlio è dettato dalla grinta inossidabile e dalla fede cattolico. Mai un pizzico di risentimento o un attimo di indignazione trapela rispetto alle suore che la sfruttarono, ingannarono, derubarono e le mentirono sempre sulla sorte del figlio (poi diventato un politico repubblicano, il braccio destro di Bush padre e di Reagan presidenti e, sempre gay nascosto, morì di aids a soli 43 anni....). In fondo fecero tutto sempre per il bene dei pargoli, no? Che ebbero così la possibilità di crescere in ambienti ricchi e ben educati benissimo, e non sulla strada. In fondo, poi, i disegni di dio sono imperscrutabili e certo insindacabili per un credente. 

Ma c'è un altro elemento di sottile fascino, che ruota attorno alle segnaletiche di irlandesità disseminati ovunque. La birra, la sublime Guinness nera, certo. Ma anche cetre celtiche, sessualità barbare indocili alla gabbia teologica se non come surplus erotico (il fascino segreto del proibito...). Filomena vuole a tutti i costi sapere se il figlio ha mai avuto nostalgia dell'Irlanda. Di lei, certo, della madre, ma più ancora della terra madre. Questo nazionalismo esasperato e impensabile in un film non 'made in Eire' avrà la giusta ricompensa. Si vedrà la tomba del figlio di Filomena addirittura dentro il cimitero del collegio di suore che lo vendettero. La patria non si dimentica. E ci viene così il dubbio che dietro i tratti da casalinga sciocca di Judi Dench si celi l'astuta raccoglitrice di soldi per finanziare la lotta armata indipendentista. E se quelle suore sessuofobiche utilizzassero gli errori delle grandi peccatrici per dare filo da torcere a Sua Maestà? Quel ghigno placido e sereno di Filomena mentre perdona dall'alto in basso le suore per i mali commessi contro dio (e non contro di lei) non me la conta giusta.