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venerdì 30 agosto 2013

L'infermiere di notte. Bruce La Bruce e il gagà

Roberto Silvestri

Gerontophilia di Bruce La Bruce, con Pier-Gabriel Lajoie, Walter Borden, Katie Boland. Canada. Giornate degli autori

Prima della proiezione del film inaugurale della sezione, elogio sperticato di Paolo Baratta alle Giornate degli autori che hanno avuto il merito - secondo il presidente della Biennale tutta -  non solo di ampliare l'orizzonte geo-culturale della Mostra ma anche di innalzarne la qualità, come è provato dall'interesse della stampa estera. Inoltre. Ci sono i soldi, ormai. Il rifacimento della sala Darsena è cosa fatta. Dal prossimo anno dal punto di vista della comodità e della qualità tecnologica questa sala sarà impeccabile come la Sala Grande e cancellando per sempre ogni residuo selvaggio dell'Arena che fu, un tempo, inappellabile sede del giudizio 'popolar-internazionale' sui film veneziani (Mimmo Rafele ne sa qualcosa). Anche perché è un più lontana dall'amianto. 

Intanto alle Giornate del cinema sembra crearsi una spaccatura psicofisica e ritmica tra il 'blocco anziano' dei padri fondatori (Anac di Citto Maselli ma anche i Cento Autori per come sono diventati) e il gruppo rottamante che di fatto si occupa della scelta dei film. Giorgio Gosetti, sempre più giovane di spirito, che lo coordina,  vuole separare, anche nella testata - lui la chiama sempre, carnevalisticamente, 'Venice Days' - la sezione sia dagli incontri 'istituzional-politici' annessi, sia dalla cappa quaresimale che l'ha concepì come ultima base di resistenza del 'cinema impegnato' e contenutisticamente edificante. Ma ci deve essere anche un po' di autoironia in questa rottura fin troppo esibita. Anche, forse, del feticismo, della gerontofilia. Infatti.
  
Ovazione di una sala grenita per Bruce La Bruce, il regista canadese - e scrittore/fotografo di moda/produttore/fanzinaro - di altri 12 gay-movies (Hungry Hills, Toronto Stories, The resurrection of Tony Gitone...), considerato un regista cult perché come molti cineasti canadesi  del Quebec nei suoi film prende programmaticamente a staffilate, attraverso una riflessione tra porno e arte, il conformismo, il consumismo, il cattivo gusto Usa, i falsi miti, il divertimentificio commerciale, il 'logo' (perfino quando è paradossalmente la connazionale Melanie Klein a incorporarlo) sapendo di disporre già in partenza di un acculturato pubblico di plaudenti radical chic (che sono sempre meglio dei conversative chic, comunque). Insomma un Denys Arcand, lievemente più punk. 


Qui, inaugurando Venice Days, racconta la love story omosessuale tra Lake, un giovanissimo ed efebico infermiere di notte (Pier-Gabriel Lajoie), che è attratto dalle persone anziane e dalla loro pelle non più liscia, anzi sensualmente raggrinzita, che feticisticamente disegna, e si comporta proprio come Gloria Guida o Edwige Fenech per dargli estremi (in tutti i sensi) piacere. E un suo paziente particolarmente eccentrico, Mr. Peabody (Walter Borden), dandy mulatto col foulard, giocatore e bevitore di gin a 50° accanito, il cui sogno non è morire all'ospizio, anestetizzato da sostanze poco psicotrope e circondato da paramedici ipocriti e narcotrafficanti, ma scappare e rivedere, un'ultima volta, l'Oceano Pacifico.

Dal Quebec a Vancouver i chilometri sono tanti, ma Lake, in un crescendo di passione e gelosia, e il suo espertissimo e insaziabile amante, fuggono in macchina con l'aiuto della ex fidanzata Desirée (Katie Boland). Una ragazza che lavora in una libreria super chic, così ostinatamente e cerebralmente dalla parte delle donne più rivoluzionarie di tutti i tempi, da stilarne una sua classifica segreta, certo di didascalico interesse (cosa bisogna fare per educare il pubblico giovane che non legge più un libro!) ma anche di sulfurea precisione. Dopo lo schock iniziale infatti non appoggia ma comprende la scelta radical-gay di Lake e soprattutto l'eccentrica deviazione off off, estremamente 'rivoluzionaria'. Sulla linea della vita e delle opere delle varie Yoko Ono, Lizzie Borden, Angela Davis, Ulrike Meinhof, Gudrun Esslin, Diamanda Galas, Marianne Faithful, Margaret Atwood, le femministe e lesbiche canadesi tutte e... Winona Ryder. Perché Winona Ryder? Le chiede stupefatto il perbenista Lake. "Perché chi taccheggia, oggi, è antisistemico". Lake non capisce la differenza tra rubacchiare come mania e rubaccchiare per fondare partiti e giganteschi sistemi mediatici reazionari.....
Pier-Gabriel Lajoei e Walter Borden in Gerontophilia 

Il film è molto romantico. Ozpetekkiano, quasi. Però il capovolgimento salubre che attua tra checca anziana e 'nipotini' appresso, dell'iconografia tradizionale e lolito adescatore di old fashion men è istruttivo e salutare. E fa venire in mente la storia d'amore dell'anziano scrittore inglese Christopher Isherwood (scrisse Cabaret) raccontata anni fa dal suo amante sedotto minorenne, e guarda caso pittore, disegnatore come Lake (e come Alba Rohrwacher, lesbica fumettara punk in Via Castellana Bandiera) nel documentario di Guido Santi (italiano di Los Angeles). I documentari che sbriciolano i luoghi comuni e i taboo arrivano prima dei film. I film anticipano l'opinione pubblica. Speriamo che il popolo critico della Mostra, istruita dalle Giornate degli Autori, anticipi il buon senso.Anche perché il film mantiene, come paracadute, qualche bella vecchia idea forza del buon tempo antico. Per esempio non c'è donna che sia sopportabile (la mamma di Lake, l'attrice Marie-Helene Thibault, su tutte). Le rivoluzionarie? Peggio che andar di notte. Ancora uno sforzo, Bruce, per essere meno misogino. Un' ultima notazione. Nel film si parla inglese e francese, come ovvio in un film canadese. Meno ovvio in un film del Quebec (solo francese in genere). Meno ovvio in un film dell'Ontario (solo inglese, in genere). Gay è transculturalità. Mescolanza, bastardaggine. Non multiculturalità, cioé separazione, identità sotto vuoto spinto, tradizione nel peggior senso possibile. Viva la transculturalità. Il Canada se ne avvantaggerebbe.