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sabato 31 agosto 2013

Redemption di Miguel Gomes. Berlusconi prende la parola e non fa una grande figura

Roberto Silvestri

Berlusconi al Lido. A far penitenza. A cercare perdono. Fuori concorso, in proiezione speciale Redenzione, bellissimo cortometraggio di 26 minuti realizzato da Miguel Gomes, il critico-cineasta che ha conquistato la Berlinale 2012 con la sua opera terza, Tabu, ovvero il colonialismo portoghese catturato e fatto passare attraverso le forche caudine della satira e della patafisica. 

Questa volta Gomes prende di petto i moschettieri della non-Europa, i quattro fondamentalisti-liberisti che hanno sfasciato il continente, ipnotizzandolo in vari modi (uno utilizzando il bastone e il burlesque) e sottoponendolo così alle torture del Fmi e della Banca Mondiale, attaccando i livelli di vita e le strutture di resistenza (partiti e sindacati) delle classi lavoratrici, impedendo ai 27 stati Ue (Grecia compresa, per carità?) di avere una politica estera omogenea, una autorevolezza internazionale e una forza culturale adeguata alla difficoltà economico-finanziaria della congiuntura. 

Ma Gomes non spezza lance, non fa satira al vetriolo, non urla proclami insurrezionalisti, non incita alla rivolta e alla rivoluzione, non vuole la messa al bando o la non elegibbilità perenne di chi ha governato negli ultimi maledettissimi dieci anni... 

La sua cattiveria è più rafffinata, i suoi denti, affilati come quelli di un coccodrillo, sono abilmente nascosti. Non fa niente di quello che ci potrebbe aspettare. A Pedro Passos Coelho (Lisbona), Silvio Berlusconi (Roma), Angela Merker (Berlino) e Nicholas Sarkozy (Parigi), i paladini della destra sfascista, viene lasciata addirittura la parola. E non quella pubblica ma quella più seducente, quella che traduce i ricordi più intimi e privati. E il quartetto diventa così  protagonista (invisibile) di un film racccontato in prima persona singolare maschile. Sono i narratori, le voci di un poema in quattro blocchi che finge di penetrare nei ricordi d'infanzia, per accompagnare alcuni passaggi chiave delle rispettive nazioni (imperialismo, ricostruzione economica, socialismo reale, gaullismo....) attraverso flash autobiografici del tutto finti, ma spalmati su autentici e rari materiali di repertorio. 

Il 21 gennaio del 1975, in un villaggio del Douro, un bambino scrive ai genitori in Angola per dire loro come è triste il Portogallo. Il 13 luglio del 2011, a Milano, un vecchio ricorda il suo primo amore. Il 6 maggio del 2012, a Parigi, un uomo dice alla figlioletta che non sarà mai un vero padre, ma la riempirà di regali e la farà studiare nei migliori istituti. Durante una cerimonia nuziale, il 3 settembre del 1977, a Lipsia, la sposa lotta contro un'opera di Wagner che non riesce a togliersi dalla testa, perché amare Wagner non è degno di un comunista (in effetti Wagner fu un rivoluzionario del 1848, e sicuramente tutti i Pc del mondo - parola di Marx - avrebbero fatto i pompieri e ipotizzato un bel compromesso storico con prussiani, zar e Imperatore d'Austria).

Siamo, come vediamo, nel territorio dell'inverosimile plausibile. Del mockumentary, cioé del documentario ingannevole che attraverso l'imbroglio ci avvicina di più a come stanno veramente le cose (mentre quegli stessi politici attraverso l'inganno e il controllo dei media, chi più chi meno, sanno come mistificare la verità). Perché il passato coloniale nefasto del leader dei socialdemocratici portoghese (che sono la destra), la Milano della Resistenza che intimorì Silvio, la Ddr che ha guastato Merkel e la Francia in Algeria che ha iniettato sadismo in Sarkozi, diventano una complessa lezione di storia comparata a doppia articlazione (parola da una parte, stile oratorio, veleni invisibili...; immagini che si svincolano dalla segnaletica forte, e aspirano al senso in più)  che dovrebbe girare nelle scuole del continente (in Italia il Luce ci assicura la distribuzione, ma sarà vero?) anche perché si avvale di strumenti didattici d'eccellenza, gli spezzoni ben montati dell'Archivio Nazionale delle Immagini in Movimento di Lisbona che il governo Coelho sta cercando con destrezza, non a caso, di chiudere (proprio come sta cercando di fare con la Filmoteca di Lisbona). Il procedimento è l'opposto di quello utilizzato, per esempio dai prestigiatori Squitieri e Sokurov, per nascondere i crimini politici dei dittatori di destra (Mussolini e Hitler), scegliendo la chiave privata di Claretta o di Moloch per una più o meno seducente opera di revisionismo storico. La soggettiva forzata di Gomes penetra nell'immaginario malato d'Europa, che non è solo quello del nostro poker, ma purtroppo anche quello dei loro rispettivi leader d'opposizione. L'Europa ha bisogno di liberarsi di tabù, psicosi e nevrosi collettive, attraverso terapie intensive dolorose ma inevitabili. Sono pochi i cineasti, gli artisti, i poeti che si potranno permettere, alla fine del ciclo terapeutico, di perdonare. 

Un documento distribuito da Gomes in concomitanza con la proiezione in prima mondiale del film ci racconta due o tre cose utili per capire la politica del governo Coelho (che non solo è primo ministro, ma anche ministro della cultura, visto che il ministero è statao soppresso). Rispettoso delle posizioni filo-multinazionali dell'ex maoista Barroso, Coelho ha chiuso tutti i programmi di sostegno alla realizzazione di film in Portogallo. Sarà il neonato Istituto del Cinema a sostenere i film lusitani attraverso un fondo autonomo alimentato dai contributi finanziari versati per legge dai provider di televisione via cavo in Portogallo (come Canal Plus in Francia e, se il governo Letta seguisse questo modello, Sky). La legge è stata approvata 18 mesi fa. Ma i provider non pagano una lira. E nessun magistrato interviene (mancanza assoluta di toghe rosse? Lisbona potrebbe essere terra d'asilo di chi sappiamo?). Gomes così fa i nomi e i cognomi delle aziende malfattrici che nessun organo superiore europeo riesce a mettere con le spalle al muro: Zon Audiovisivo (oltretutto posseduto per il 28,8% da Isabel dos Santos, figlia del presidente dell'Angola), Optimus, Portugal Telecom, Vodafone Portugal, Cabovisao....Tutte società che controllano distribuzione cinematografica, i canali tv pay per view e cavo, Internet, linee telefoniche e telefonia cellulare. Insomma fanno cartello. Non pagano le tasse. I 12 milioni di euro che avrebbero finanziato i film di de Oliveira, Gomes, Pedro Costa, Botelho, Villaverde, etc...l'Archivio, la Cineteca, la sperimentazione, i cartoon, le scuole di cinema non arriveranno mai. E anche se i socialisti dovessero vincere le prossime elezione ci assicura Gomes: "se ne stanno comodamente seduti in disparte, mentre accade tutto ciò".