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domenica 18 agosto 2013

Tawfiq Saleh, alle scaturigini della primavera araba

Roberto Silvestri

Il camion di "Le Dupes" (Gli ingannati) di Tawfiq Saleh, 1972 Siria-Egitto
Stanno combattendo in queste ore in tutto l'Egitto l'oppressione e l'oscurantismo. Un uomo lo ha fatto per tutta la vita con le sue opere. Era dalla parte dei 'dannati della terra'. E' morto ieri a 87 anni una leggenda vivente della cultura mondiale. Tawfiq Saleh, alessandrino e cosmopolita, grande cineasta egiziano della sinistra marxista (anti)nasseriana.
Tawfiq Saleh

Ha scritto e diretto bellissimi film di realismo denso e colto, sempre privi di slogan urlati, magnificamente raccontati, rivoluzionari nei primi piani e negli sfondi storico-sociali, nel testo e nel contesto e... quasi introvabili. Le tematiche forti, estreme, nelle sue sette opere, erano, fatto inusuale per la 'Hollywood sul Nilo', più appassionanti e seducenti delle sue star.

Infatti la suo divo feticcio fu il serio performer teatrale Choukri Sarhane, l'immagine del buon partito, dell'uomo vero, bello, generoso, onesto e incorruttibile, che fa il giovane meccanico spiantato, innamorato e sfortunato in Vicolo degli idioti; il medico che lotta contro l'ignoranza, la superstizione e l'oscurantismo  in La lotta eroica, e ancora il medico anticonformista e capo dello sciopero, ma quanto mai sobrio espressivamente, in I rivoltosi, tratto dal romanzo dello scrittore marxista Saleh Hafez (ambientato in un campo di prigionia politica che diventa, nel film, per ovvie ragioni, un ospedale per malati di tubercolosi a Helouan, in mezzo al deserto).
Choukri Sarhane

E poi glieli censuravano tutti, i film, sia nell'Egitto della rivoluzione tradita nasseriana che in quello della 'restaurazione reale' di Sadat e Mubarak.

Per esempio. Il diario di un sostituto di campagna (1969), il suo quarto film, tratto da un romanzo di Tawfiq el-Hakim fu proibito apparentemente perché conteneva una scena di sepultura. Ebbene bare, riti funebri e sepolture sono tuttora tabù, invisibili a causa di ordinanze, rispettivamente del 1947 e del 1976, che evidentemente fermano alla frontiera qualunque western di John Ford... Il motivo? Rispetto dei morti.

Naturalmente quello era un pretesto. In realtà il regista aveva scelto, per ovvie ragioni, di lavorare su un romanzo scritto negli anni trenta del secolo scorso, che raccontava le condizioni di vita dei contadini, lo sfruttamento dei latifondisti e i loro rapporti con una per loro incomprensibile 'giustizia cittadina'. L'argomento gli permetteva di attaccare duramente il potere assoluto, l'ingiustizia sistematica, l'assenza di democrazia e di leggi necessarie a proteggere i più deboli.

E i censori capivano bene chi fosse il vero bersaglio del film che, non a caso, finiva con il cadavere della bella Rim che veniva adagiato su un'urna elettorale, gettata in un canale dal resposabile della Comune, a elezioni ormai concluse.... Erano i meccanismi di emarginazione del popolo dalla vita politica attiva che analizzava e condannava. Una eredità fatale del sottosviluppo che sarà al centro di in un altro film del 1969, che fu uno dei suoi fiaschi storici, Al Sayed al-Bolti, sulla vita di stenti dei pescatori, la loro alienazione religiosa e sessuale, la loro sottomissione ai padroni. Insomma l'incapacità di adattarsi ai cambiamenti preferendo sottomettersi a una personalità carismatica: siccome Bolti possiede una forza magnetica strepitosa i pescatori non faranno più nulla...Neanche fosse Nasser!


Già, Nasser. Quella che si vantava di essere una grande rivoluzione anticoloniale e antioccidentale, non era stata in realtà che una ribellione militare forse capace di durare a lungo (fino a oggi), ma incapace di affrontare il clash delle classi dalla parte giusta e di risolvere i gravi problemi di un paese sottosviluppato (da altri) senza togliere prestigio, potere e conti in banca ai vecchi padroni e e ad altri potentati d'oltremare.

E per realizzare quel suo terzo film, I rivoltosi, sulla ribellione nel sanatorio, siamo in pieno 68, tra Marat-Sade e Il nido del cuculo - Tawfiq Saleh non era stato costretto solo a retrodatare all'epoca monarchica i fatti raccontati, in effetti contemporanei. Anche perché il film era una metafora dell'incapacità del governo militare nato nel 1952, con cui il film polemizza esplicitamente, a trasformare un golpe e una rivolta in una lucida e autentica rivoluzione, capace di  risolvere i problemi del popolo, nascondendo la propria inefficenza dietro un sofisticato e irresponsabile meccanismo burocratico kafkiano.
Le Dupes (Gli ingannati, 1972)
 
Se l'Europa ha il Salario della paura e l'America Convoy e Duel, anche l'Africa ha il suo thriller, quasi un horror politico, di sconvolgente potenza emotiva che viaggia nella Storia inseguendo un grosso e pericoloso camion... E, senza vedere questo film, il road-drama Les Dupes (Gli ingannati), il capolavoro di Tawfiq Saleh del 1973, uno dei dieci migliori film arabi di tutti i tempi come è stato stabilito da un sondaggio critico, realizzato grazie all'appoggio finanziario e politico della Siria di Assad, si perde la possibilità di comprendere, in meno di due ore, il conflitto di classe tra il proletariato arabo - e quello palestinese in particolare - e l'aristocrazia saudita e wahabita, spietata guardiana dal secondo dopoguerra in poi dell'assetto geopolitico, culturale e religioso dell'area maghrebina e mashreqina, che non da soli arabi è abitata.

Come si vede analizzando gli scontri di oggi attorno a piazza Tahrir. Sono sempre, nel XXI come nel XX secolo, il ricco Qatar e la ricchissima Arabia Saudita (più i succedanei: Kuwait e Emirati Arabi Uniti) a muovere le pedite armate, con le stellette o meno.

Tre lavoratori palestinesi della diaspora, cacciati dagli israeliani dalle loro terre, e rappresentanti di tre generazioni differenti  cercano l'eldorado o la 'Terra promessa' in Kuwait. Umiliati, offesi, ingannati da tutti gli amici arabi, ricchi e poveri, del popolo palestinese, intraprendono così da clandestini un pericoloso viaggio nel deserto, dentro la cisterna vuota di un camion,  e troveranno la morte nel più atroce dei modi. Un film, secondo l'autore "contro la disperazione e contro la fuga dalle proprie responsabilità", tratto dal romanzo dello scrittore palestinese Ghassan Kanafani, assassinato a Beirut nel 1972. La piccola borghesia araba, irresponsabile e opportunista, è il bersaglio di molti film impegnati egiziani dagli anni 60 ad oggi. Manca la capacità di farsi soggettività produttiva. Borghesia nazionalitaria. E' facilmente asservibile e controllabile, invece, dal padrone forte, sia militare interno o multinazionale. Infatti.

Lo scrittore palestinese Ghassan Kalafani
Il modo di attirare, asservire, sfruttare cinicamente la manodopera a basso costo (e di costringerla a odissee fatali come il cammino desertico della speranza dei nostri tre lavoratori cacciati dalla Palestina e nascosti in un camion-cisterna diretto in Kuwait) mai è stato raccontato con altrettanta acutezza, efficacia, sensibilità e indignazione panaraba.

Le Dupes
Non avere mai programmato in televisione, in questi decenni, Les Dupes, è stata una scelta precisa della Rai, non solo quella di impedire l'accesso ai tesori dell'arte internazionale, invece di favorirla, come da canone, ma soprattutto quella di obbedire servilmente agli ordini imposti dall'alto (le Sette Sorelle, non a caso, hanno tolto di mezzo Mattei). Dunque una vergogna per il servizio pubblico televisivo italiano. Ne dovrà prima o poi rendere conto.  Per fortuna adesso grazie a Internet, su You tube, potete trovare Gli ingannati e vedere in edizione sottotitolata in inglese. Sarà il caso di farlo.

Senza conoscere e discutere tutti i film di Tawfiq Saleh, i suoi drammi contemporanei - come il truculento Il vicolo degli idioti (1955), ambientato nei vicoli del Cairo dove lottano, si divertono, rischiano di diventare bestie feroci, perché improvvisamente sfiorati dalla fortuna, i personaggi squattrinati di Mahfuz -  le sue epopee socialiste e realiste e i suoi drammi storici, acidi e impegnati - come La lotta eroica (1962), su un'epidemia di colera degli anni 40 e un eroico medico stakanovista che tenta di debellarla, o Al-Sayyed al-Bolti (1969) -  sfugge infatti all'occidentale a anche alla giovane generazione araba la sostanza del conflitto socioculturale nei paesi islamici. E soprattutto il legame profondo e lo scambio 'nazional-popolare' in senso gramsciano tra i suoi film (anche perché nazionalitario non vuol dire mai nazionalista, non è mai aggressività verso l'esterno e il diverso), il lavoro in profondità del suo sceneggiatore preferito, lo scrittore Nobel, Naguib Mahfouz, e la moltitudine egiziana, donne e degli uomini proletari, collettiva forza di cambiamento all'opera anche in questi giorni per demolire i falsi miti, da Mubarak a Morsi.


Un'arma che Nasser preferì ignorare. Non volle mai - nascondendosi dietro orride pratiche populistiche - rendere partecipe e complice di un vero processo di crescita economica autonoma e nazionalitaria, coraggiosa, progressista, transculturale e antisessista (si ristudi la sua riforma agraria, che riconsegnò in peggio tutto il potere ai vecchi latifondisti, per averne un'idea e rese par la prima l'Egitto da granaio del mondo a paese importatore di grano).

Infatti, anche se prodotti dall'Organismo generale del cinema, l'ente pubblico nasseriano che per la prima volta nella storia dell'Egitto finanziava i film, il corpo delle opere di Saleh verrà sempre sottoposto a una continua e sadica tortura fatta di minacce, rimaneggiamenti, tagli e censure. Imposizioni che lo costringeranno all'esilio volontario, dopo tre film finanziati in quattro anni, grazie anche all'appoggio di un cineasta caro anche a Yussef Chahine, l'ex militare e poi regista Ezz Eddine Zulficar che intercesse per lui dopo lo smacco commerciale di Vicolo dei pazzi (che lo aveva tenuto fuori dai set per ben 6 anni).

Autore di I lunghi giorni, colossal in costume, biografia agiografica camuffata di Saddam Hussein, realizzata nel 1980 durante l'autoesilio a Bagdad iniziato nel 1973, anche in polemica con la politica opportunista e antipopolare di Sadat, Tawfiq Saleh è stato il più politico e radicale dei grandi cineasti cresciuti in epoca nasseriana. Dopo il liceo al Victoria College di Alessandria, e studi di teatro e letteratura inglese all'Università del Cairo fino al '49 e due anni passari a Parigi (dove respira nouvelle vague) tornato in patria fa l'assistente alla regia di Chahine nel 1954 e inizia a scrivere per il cinema e lavora con Mafhuz che ha già scritto copioni, spesso assieme a un altro grande sconosciuto del cinema egiziano, Salah Abu Seif. Realizza anche alcuni documentari come Le marionette,1959; Man Nanhu e Verso l'ignoto, 1960; La civiltà dei Sumeri, 1976.

Nato il 27 ottobre 1926 ad Alessandria d'Egitto, padre medico, definito dal critico Yves Thoraval in Regards sur le cinema egyptienne (L'Harmattan, 1996)  'il tenace, grande solitario' del cinema egiziano, Tawfiq Saleh è stato con l'alessandrino Yussef Chahine (di famiglia copta)  e con Abu Seif, uno dei vertici del triangolo d'oro panafricano e panarabo, dagli anni 50 in poi.
Il primo, stilisticamente, dotato del linguaggio più nervoso e fantasioso, e di una grinta esistenziale provocatoriamente individualista (in una società che nega l'individuo, totalmente in balia delle leggi comunitarie). Il secondo dal fraseggio più popolare e a volta kitsch e estetizzante.

E lui, infine, dal metodo più sobrio e riflessivo, con una ricerca meticolosa dell'inquadratura, dell'angolo di ripresa perfetto, che susciti il maggior interesse possibile. Le sue scene sono lavoratissime, composte di varie sequenze, ma il montaggio, i raccordi e il racconto danno sempre l'impressione di una fluidità e continuità senza orpelli o digressioni. Cineasti della generazione 'realista'  successiva, come Mohamed Khan, Atef al-Tayeb, Raafat al-Mihi gli dovreanno molto.

Le Dupes
La burocrazia, l'ambiguità e l'ottusità del 'socialismo arabo' lo hanno imprigionato creativamente per tutta la vita. Per strada chi lotta oggi per 'la libertà e la democrazia' vuole anche impedire che altri geniali Tawfiq Saleh soffrano come lui. Costretto per lunghi al silenzio, a parte insegnare cinema sia a Baghdad - anche perché era incapace di realizzare agiografie per chicchessia, ancorché metaforiche, e Saddam non mostrò di gradire troppo quell'affresco storico - che al Cairo, dove era ritornato negli ultimi anni, lo avevamo incontrato a Cannes l'anno scorso, sempre pronto a tornare sul set, con quei suoi occhi dolci, malinconici ma mai riconciliati.

Era una di quelle anime belle combattenti che non potevano, come cineasta eticamente consapevole che tradurre in immagini la considerazione: solo violenza aiuta dove violenza regna. E non sempre la violenza maggiore è quella più sanguinosa.  Le Dupes è una bomba spirituale di immensa, irreversibile potenza.

Come ha scritto il critico militante tunisino, e storico del cinema arabo, Tahar Cheriaa, fondatore del festival del cinema di Cartagine: "Tawfiq Saleh è il cineasta arabo più colto. Il più consapevole della realtà economica, sociale, culturale e politica dell'Egitto e dell'intero mondo arabo. Le sue convinzioni politiche rischiarano il suo cammino. E' un cittadino impegnato, convinto che la lotta di classe sia un fatto storico, il motore del progresso umano...".