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lunedì 19 agosto 2013

I DIECI MIGLIORI CLASSICI DEL CINEMA ARABO

C'è molta cultura araba nella cultura italiana e mediterranea. Eppure è come se il mediterraneo invece di un mezzo di comunicazione veloce e privilegiato fosse diventato in questi ultimi decenni un gigantesco muro spirituale. Sappiamo troppo poco dei nostri vicini, sunniti, sciti, drusi, atei di rito ortodosso, armeni, berberi, pre arabi, copti, fenici, ebrei nordafricani....Almeno con il cinema potremmo rimediare. Adesso che You tube ci permette di accostare tutto ciò che chiede solo di essere scoperto....Cominciamo dai classici, allora.

Nel 1996 il critico tunisino Khémais Khayati ha pubblicato Cinemas arabes - Topographie d'un image éclatées, edito da L'Harmattan. Il volume, un acuto omaggio ai cineasti arabi e una indispensabile guida all'immaginario maghrebino e mashreqino e alla comprensione delle maggiori tendenze e poetiche del vicino e del medio oriente, conteneva anche il resoconto di un sondaggio tra studiosi e artisti effettuato nel 1984 dalla rivista (oggi scomparsa)  Al-Jom Assabeth in occasione del sessantesimo anniversersario del primo film arabo. Il sondaggio voleva stabilire quali erano i migliori 10 lungometraggi arabi di finzione o non finzione della storia.

45 i critici (55%) e i cineasti (sceneggiatori, registi e attori) che hanno risposto al questionario (anche francesi e italiani, ma nessun dai paesi del Golfo, dalla Mauritania e dalla Libia). Solo l'8,8% erano donne. E solo un film citato, La Nouba, è stato realizzato da una cineasta donna, l'algerina Assia Djebbar. La maggioranza dei partecipanti al sondaggio è egiziana.

Tenendo conto di tutto questo ecco la classifica generale, a cominciare dal decimo. Pochissimi di questi dieci capolavori sono usciti nelle sale italiane o diffusi in vhs o dvd. Li conoscono solo gli addetti ai lavori, i fuorioraristi e i frequentatori di festival specializzati.



10. KAFR KASSEM di Borhan Alaouié (1973, Libano). 11 voti

Alla vigilia dell’attacco contro l’Egitto del 1956, Israele dichiara il coprifuoco senza avvisare la popolazione civile. È in questo scenario che avviene il massacro nel villaggio palestinese di Kafr Kassem, vicino al confine con West Bank. Gli abitanti, facendovi ritorno dal lavoro durante il coprifuoco, vengono sorpresi da militari israeliani il 29 ottobre 1956. Furono uccise 48 persone, e tra questi 6 donne e 23 bambini e ragazzi tra i 3 e il 17 anni. Due ufficili della polizia di confine (Magav), condannati per aver illegalmente dato l'ordine di uccidere dei civili, a 17 e 15 anni di carcere, poi ridotti a 5, uscirono ben presto di prigione. Proprio dal processo (che comunque sancì, in Israele, la legittimità di non obbedire a ordini immorali) ha inizio il film, ricostruzione meticolosa, realista e in flash back mai sensazionalistici dell'assurdo massacro. Solamente nel dicembre del 2007 il presidente di Israele Shimon Peres ha chiesto ufficialmente scusa ai palestinesi per la strage. Stilisticamente vicino ai drammi politici d'inchiesta di Francesco Rosi è il film più importante sulla questione palestinese assieme a Le Dupes di Tawfiq Saleh.
Karf Kassae di Borhan Alaouiyyé (Siria-Libano, 1973. 90' colore)
Borhan Alaouié (trascrizione inglese Alawiya)  è nato a Arwun (Nabatieth, Libano) nel 1941. Ha studiato e si è diplomato nel 1971 all'Insas di Bruxelles (Belgio) come il palestinese Michel Khleifi, i tunisini Mahmoud Ben Mahmoud e Nouri Buzid, i marocchini Ahmed al-Manooni e Brahim Tsaki. Prima di Kafr Kassem ha girato in Belgio Forrière 71 e un film di montaggio sulla poesia palestinese.  Silamente nel 1982 Alawiya ha diretto il suo secondo Beirut, l'incontro, storia d'amore 'a dostanza', tramite audiocassette, tra Zeina, ragazza cristiana e Haydar, ragazzo sciita durante la guerra civile che li seprara a forza. Un 'classico' del cinema africano e arabo questo gap tra primo e secondo film: pensiamo anche a Moumen Smihi, Kwah Ansah, Ababacar Samb-Makharan, Desire Ecare...
 

9.  OMAR GATLATO di Merzak Allouache (Algeria, 1976) 12 voti
Il ritratto agrodolce, metà realistico e metà da teatro dell'assurdo, dei vitelloni di Algeri, della gioventù alienata e repressa sessualmente oltre dieci anni dopo l'indipendenza.  Omar, il protagonista, è un giovane che si dà arie da macho, è impiegato al ministero delle finanze e vive in un affollato appartamento con le sorelle, la madre e i nonni. Ama la musica araba e indiana, le feste con gli amici e soprattutto le donne. Ma un giorno si innamora della voce di una donna ascoltata in un nastro magnetico passatogli da un amico che gli combinerà l'incontro fatale. Ma la donna è proprio totalmente diversa da come se l'era immaginata dalla voce...Dopo la generazione di Lakhdar Hamina e Le Vent des Aurès nasce la "nuova onda" algerina.
Omar Gatlato di Merzak Allouache (Algeria, 1976, 90' colore)

Merzak Allouache è nato il 6 ottobre 1944. Ha studiato cinema all'Istituto Nazionale del Cinema di Algeri. Ha esordito nel 1967 con El Bouhai. E' tra i cineasti maghrebini più conosciuti nel mondo, molto apprezzato per la sua vena umoristica e i suoi film sono stati spesso invitati dai maggiori festival internazionali. Ricordiamo, oltre ai tanti documentari e alle produzione televisive, Le avventure di un eroe, 1978; L'uomo che guardava dalla finestra, 1982; Un amore a Parigi, 1986; Bab el Oued city, 1994; Salut, cousin, 1996; L'autre monde, 2001; Chouchou, 2003; Bab el Web , 2005; Harragas, 2009; Normal!, 2011; El Taaib, 2012. Merzak Allouache arà in concorso a Venezia 2013 con il suo nuovo film, Es-Stouth, Le terrazze.




8/7. LE REVES DE LA VILLE (Ahlam al-Madina) di Mohammad Malas (Siria 1983) e LE PECHE' di Henry Barakat (Egitto, 1965) voti 14



Il poster di 'Sogni della città'
Sogni della città, parzialmente autobiografico, e analisi approfondita, ma stilisticamente ardita, delle classi medie siriane, e del paese prima dell'unione siro-egiziana del 1958, opera pluripremiata nei festival di tutto il mondo, racconta la storia di una vedova (l'attrice è la performer e regista libanese Yasmine Khlat) e dei suoi due figli costretti a lasciare la propria casa e a trasferisi da Quneitra a Damasco, dove dovranno cavarsela da soli, senza l'aiuto del violento padre della donna. Adib, il figlio grande, cresce nella Siria degli anni 50, tra colpi di stato, magie architettoniche, turisti, moschee e violenze metropolitane. Sceneggiatura di Samir Dhikra.
Mohammad Malas insegnante fino al 1968 ha studiato cinema a Mosca, all'istituto Gerasimov (Vgik), dirigendo corti e doc. Tornato in patria ha girato documentari per la televisione (Quneitra 74, The Memory, 1977), fondando il cineclub Damascus assieme a un altro grande cineasta, prematuramente scomparso, Omar Amiralay. Ha girato tra il 1981 e il 1987 Il sogno, drammatico documento sui campi profughi palestinesi che comprende oltre 400 interviste e che bloccò dopo il massacro di Sabra e Chatila, Sogni della città, 1983; La notte, 1992, epica bertolucciana, quasi un Noveneceto siriano, ambientata a Quneitra, dal 1936 al 1948. Con Omar Amiralay ha realizzato Moudaress, sul pittore siriano Fateh Moudarres. Il terzo lungometraggio di Malas è Passione (2005).





Faten Hamama
Le Pêché è la storia della sorte atroce riservata alle ragazze madri di campagna, disprezzate e ripudiate dalla società anche se spesso sono state le vittime privilegiate della violenza e della impunità dei proprietari terrieri e dei loro sgherri, come capita in questo melodramma rustico interpretato da Zaki Roustom e dalla star Faten Hamama ("la regina del cinema egiziano"), a Azizah, bracciante che ha un marito malato,  sfruttata e violentata che cerca di sbarazzarsi di ogni traccia visibile e invisibile dello stupro... Un classico della scuola realistica egiziana, con le musiche di Soleiman Gamil, dal romanzo di Youssef Idriss. Grande successo a Cannes. 
Henry Barakat (11 giugno 1912, Cairo – 27 Maggio 1997, Cairo), origini libanesi, cultura francese e famiglia copta, scuola realista, anzi 'il maestro del realismo poetico', in 55 anni ha diretto oltre 110 film di ogni genere e specie, dai melodrammi agli horror, dai thriller ai film epici,  e i più grandi divi del mondo arabo come, nel 1955, Days and Nights, interpretato dalla attrice cantante e danzatrice del ventre Zeinat Olwi in una sua memorabile performance.






6/5 LA VOLONTA' di Kamal Salim (Egitto, 1939) e MORTI TRA I VIVI di Salah Abou Seif (Egitto, 1960) 15 voti



il manifesto di al Azima
Per un rampollo della piccola borghesia egiziana, appena diplomato, il destino è segnato: dovrà diventere un funzionario pubblico. La via del commercio gli è preclusa, a meno che non sia armeno, greco, italiano o levantino.... Guadagnerebbe, certo, di più, se si mettesse in proprio, avrebbe in dotazione la tunica lunga, la gallabiah, e indipendenza e più potere, ma...solo  il posto fisso e stabile gli permetterà di trovare una moglie... La metafora è chiara. Non si esce dal sottotsviluppo senza la formazione di una borghesia imprenditrice, libera e scatenata. Quello che l'Occidente non permetterà mai. Il primo grande film realista egiziano, senza happy end, niente canti né danze, realizzato in piena dittatura musical, è 'Al Azima', 'La determinazione' o 'La volontà,' girato negli studi Misr, ma soprattutto fuori dagli studi, nelle viuzze popolari grondanti di operai, artigiani e commercianti. Star l'attrice di teatro Fatma Rouchdi e il futuro regista Hussein Sidqui. 
Kamal Salim, nato nel 1913 da una ricca famiglia, dotato per gli studi, si consacra alla settima arte prima come attore, poi come sceneggiatore e regista. Dopo aver studiato a Parigi torna al Cairo e il suo esordio è del 1938, Dietro il sipario cui seguirà La volontà (1939), affrontando il tema della disoccupazione, la commedia Venerdì sera (1941), un film contro l'oscurantismo che avrà uno strepitoso successo. Dopo adattamento dei Miserabili da Hugo del 1944 e un Romeo e Giulietta morirà prematuramente a 32 anni, durante le riprese di Storia d'amore (da Emily Bronte), lasciando il compito di proseguire la sua lezione (tecnica sottile, grande forza drammatica e profonda passione sociale) al suo aiuto regista, Salah Abu Seif. 



"L'inizio e la fine" (o "Morto tra i vivi"), opera di un pessimismo incurabile, di fattura classica nel senso nobile del termine, in lingua originale "Bidaya wa nihaya" è un adattamento (è il primo nella storia) di un romanzo omonimo di Naguib Mahfouz, diretto "dal più egiziano di tutti i registi arabi", e dal più manicheo di tutti. Per Salah Abu Seif il mondo si divide in ricchi e poveri. E lui sta sempre coi poveri, benedetti da dio. Anche qui siamo in piena tensione realista: quando un funzionario pubblico muore lasciando la moglie in miseria sarà duro sopravvivere per la famiglia. Il figlio si butterà nel traffico di droga e la figlia (Sana' Gamil) nella prostituzione, il tutto pur di far diventare cadetto militare l'altro figlio, Omar Sharif, all'esordio.   
Omar Sharif in "Bidaya wanihaya"


Salah Abu Seif, nato il 10 maggio 1915, appassionato cinefilo, diplomato in economia e commercio nel 1932, fa il critico cinematografico mentre lavora in un cotonificio. Montatore, dal 1940 al 1947, assistente di Badrakhan e Selim, fece corti e doc prima di dirigere il suo primo lungo, nel 1946, Sempre nel mio cuore, versione egiziana dell'hollywoodiano Ponte di Waterloo. Ha fondato al Cairo una scuola di sceneggiatura ed è stato per molti anni insegnante nella Alta Scuola di Studi Cinematografici del Cairo. Tra i suoi film più celebri l'adattamento del Therese Raquin di Zola, Il tuo giorno verrà (1952), di The sleeping tiger di Joseph Losey, di Lettera a una donna sconosciuta di Max Ophuls nel 1962.Oltre alle trascrizioni dei romanzi di Mahfouz, quattro dei suoi film sono tratti dai romanzi di un altro noto scrittore egiziano, Abdel Kuddous. Molti documentari sono stati dedicati da Abu Seif alla musica popolare, al Sudan, all'arte saudita, all'elettricità nei villaggi rurali. E' stato il più 'nasseriano' dei cineasti egiziani dell'epica, il più diretto e popolare nel linguaggio, un po' rigido idelogogicamente, populista e giustizialista come voleva il 'socialismo arabo'. E' morto il 23 giugno 1996.



4. LE DUPES (Gli ingannati) di Tawfiq Saleh (Siria-Egitto, 1972) 16 voti
Prodotto dalla Siria e adattato dal romanzo dello scrittore palestinese Ghassan Kanafany ("Uomini sotto il sole"), assassinato in Libano  nel 1972, questo suspense-film, che cita esplicitamente "Il salario della paura", diretto dal regista egiziano allora in volontario esilio politico, tratta in stile allegorico, in bella sintesi tra documentario e fantasia, cinema realistico e politico,  l'odissea tragica dell'emigrazione. Tre palestinesi della diaspora, di generazioni differenti, cacciati con le armi dalle loro case dagli israeliani nel 1948 (la prima parte del film è sulla Nakhba), sfruttati e umiliati anche dai cugini arabi, non hanno altra soluzione per sopravvivere che affrontare il deserto e entrare clandestinamente nel ricco Kuwait. L'unico modo di sfuggire ai soldati è nascondersi nella cisterna vuota di un camion e beffare le guardie di frontiera, ma hanno a disposizione solo sette miuti e le lungaggini burocratiche alla dogana sono interminabili...
Il camion della morte di Le Dupes, versione palestinese di Il salario della paura

Tawfiq Saleh il cineasta più politicizzato della generazione realista 'nasseriana', l'unico che si è sempre rifiutato di girare un film commerciale, è nato il 27 ottobre 1926 ad Alessandria d'Egitto. Padre medico, studia al Victoria College di Alessandria prima di deciarsi alla letteratura inglese e al teatro al Cairo, dove si laurea nel 1954. Vive un anno a Pariig, fisso alla CinemathequeAssistente di Chahine, realizza cortometraggi e mediometraggi e esordisce nel lungometraggio con Vicolo dei folli, del 1955, da un romanzo di Mahfouz sulla trasformazione-mostruosizzazione di un poveraccio divenuto improvvisamente ricco sfondato dopo aver vinto alla lotteria. Seguiranno La lotta degli eroi, I rivoltosi, Diario di un investigatore di villaggio, tutti film che avranno noie con la censura e con il potere perché incitano gli sfruttati a ribellaris e a lottare, fino all'autoesilio in Siria dal 1970 al 1973 e poi in Irak (dove girerà nel 1981 un film apologetico per Saddam Hussein, I lunghi giorni, sui 'fatti del 1958' e la vittoria della fazione bassista, tratto dalla quadrilogia romanzesca di Adb al-Amir Maala, prima di ritornare in Egitto). E' morto il 18 agosto 2013.

3. GARE CENTRALE (Stazione centrale) di Yussef Chahine (Egitto, 1958) 18 voti
Grazie alla compassione di un vecchio commerciante,  Kenaoui (interpretato dallo stesso regista Chahine), ha trovato alla Stazione Centrale del Cairo un modesto impiego come venditore di giornali. Semplice di spirito e perennemente ubriaco, ossessionato dal sesso e con repentini bagliori schizofrenici, Kenaoui si innamora della bella Hanouma (Hind Rostom), che vende Coca Cola e succhi di frutti nella stessa stazione, ma è innamorata del sindacalista dei facchini (Farid Chawqui), anche se fa un po' la civetta con lui e lo prende in giro. Il finale sarà tragico, un delitto obliquo, la follia... Grande successo al festival di Berlino per questo film che deve molto al neorealismo e a Elia Kazan.
Yussef Chahine e Hind Rostom in Stazione Centrale

Yussef Chahine, nato il 25 gennaio a Alessandria d'Egitto, figlio di un avvocato squattrinato perché difendeva solo i più deboli, frequenta il Victoria College e l'Università della sua città prima di vincere una borsa di studia al Pasadina Playhouse dove approfondisce lo studio di Shakespeare. Tornato nel 1948 in Egitto gira dapprima una serie di documentari con l'italiano Gianni Vernuccio e firma i suoi primi film a soggetto nel 1950, realizzando opere intelligenti e popolari e collezionando presto premi internazionali e prestigiose partecipazioni a Cannes e Venezia. I suoi film più originali e appassionati, rivoluzionari e fantasiosi, autobiografici e poetico-politici sono Saladino, La terra, Alessandria, perché? La scelta, La memoria, L'emigrato, Addio Bonaparte, Alessandria ancora e sempre, Il sesto giorno.

2. LA TERRA di Yussef Chahine (Egitto, 1968) 27 voti
Adattato dal romanzo omonimo dello scrittore marxista egiziano Abderrahman al-Charkawy, scritto nel 1954 e grande successo di vendite, non primo di nokat, di ironia egiazana, ornato da una partitura musicale sontuosa, e girato a colori in 'stile Donskoy', ma neorealista-neosocialista - e infatti l'affresco epico è attraversato da 'macchie' espressioniste psicoanalitiche, ambientato negli anni trenta, è il racconto della vita di un villaggio, dello scontro tra grandi e piccoli proprietari di terre, soprattutto a proposito del controllo dell'acqua, diventando l'epopea di una rivolta contadina contro lo sfruttamento capitalistico e l'arroganza dei padroni. Insomma un western-eastern di estrema sinistra. E finalmente gli eroi sono i dannati della terra.

1. LA MUMMIA di Chadi Abdel Salam (Egitto 1970) 35 voti

Roberto Rossellini ha dovuto quasi costringere le autorità politiche a inventare l'Organismo del cinema egiziano, che finanziò quel solo film nazionale, per costringere il braccio pubblico a valorizzare un magnifico talento cinematografico come Abdel Salam, architetto e scenografo (collaboratore di pressoché tutti i registi attratti dalle piramidi, come Mankiewicz e Kawalerowicz), e che non riuscirà più a trovare i soldi per un altro lungometraggio, nonostante i suoi tanti progetti legati alla riappropriazione non esotico-spettacolare delle radici faraoniche e pre-islamiche dell'Egitto. Il soggetto di questo capolavoro è ispirato alla scoperta delle mummie nella Valle dei Re, avvenuta nel 1881 e al libro dell'archeologo Maspero sulo scontro a Deir el Bahari tra una tribù di tombaroli e le autorità del Museo del Cairo a proposito della tomba di un faraone appartenente alla XX dinastia, scoperta dagli uomini del villaggio e che gli egittologi ignoravano.
Nadia Lofty e Ahmad Marii in La Mummia (1968)

Chadi Abdel Salam, il cavaliere solitario del cinema egiziano, perché non apparteneva ad alcuna conventicola cairota di filmaker, mezzo alessandrino e mezzo Alto Egitto, è nato il 15 marzo 1930 e morto l'8 ottobre 1986. Architetto ('costruire delle case mi ha insegnato a costruire i film') scenografo, decoratore, costumista collabora a decine di produzioni in costume prima di conoscere Roberto Rossellini, che aiuterà nelle sequenze egiziane di Lotta per la sopravvivenza. Il regista romano lo convincerà ad esordire nella regia con un'opera di grande suggestione plastica e di inedita esattezza filologica, una metafora dello scontro tra paese arcaico e anacronistico e modernità scientifica. Dopo La mummia Chadi Abdel Salam realizzerà i mediometraggi Il contadino eloquente (1970), Orizzonti (1972), Le armi del sole (1974); Il trono dorato di Tutankhamen (1982); Le piramidi e il periodo precedente (1984) e Dopo Ramses II (1986).

LA CLASSIFICA DEI DIECI REGISTI ARABI PIU' IMPORTANTI DELLA STORIA

1. Yussef Chahine (Egitto) 58 voti e 10 film citati


2. Salah Abou Seif (Egitto) 49 voti e 10 film citati



3. Chadi Adbel-Salam (Egitto) 35 voti e un film citato


4. Tawfiq Saleh (Egitto) 26 voti e 5 film citati


5. Henry Barakat (Egitto) 21 voti e 2 film citati



6. Kamal Salim (Egitto) 15 voti e un film citato




7. Merzak Allouache (Algeria) 15 voti e 2 film citati


8. Mohammad Malas (Siria) 14 voti e un film citato


9. Borhane Alaouiyyé (Libano) 13 voti e 2 film citati


10. Lakhdar Hamina (Algeria) 13 voti e 2 film citati