Si è verificato un errore nel gadget

domenica 16 giugno 2013

La controcultura Star Trek "Into the Darkness"

Roberto Silvestri

Il riavvio. Batman, Superman, 007, Pantera rosa, Pianeta delle scimmie, Godzilla... Siamo in pieno boom del reboot - deviare e modernizzare, in prequel o in sequel -  griffe o saghe di infinito successo che potrebbero perdere irreversibilmente la spinta propulsiva se non venissero dotati di motori
dalla rivoluzionaria concezione. I gusti si evolvono. Occhi e orecchie bramano altro.

Uno di questi motori, evoluzione della specie, al fianco di Tim Burton e Christopher Nolan, è lo spielberghiano e giocoso J.J.Abrams (Super 8) , capace già nel 2009 di rispettare puntigliosamente - da appassionato maniaco e un po' fissato -  la qualità suggestiva interiore, l'umorismo irriverente e il canone formale della space opera più famosa della storia dell'immaginario da oltre mezzo secolo, Star Trek (quattro serie televisive, 11 film a soggetto, la fonte a cui si sono abbeverati Kubrick, Zemeckis, Cameron, Gillian, Carpenter e perfino Guerre Stellari) che qui arricchisce di inedita patina dark, gigantismo Imax, 'primitiva' tecnologia 3d che ti inghiotte letteralmente nell'immagine e sfumature gay sempre meno allusive. Ti vengono le freccette in faccia, insomma, come ai vecchi tempi di Oboler, e il talebano - già è lui il temibile 'nuovo' nemico John Harrison, l'attore britannico Benedict Cumberbatch, di maligna grandezza nella voce originale cavernosa) -  ti viene mostrato a tutto tondo, affinché terrore fisico e mostruosità sovrumana da fanatico religioso (spaccare i crani con le mani come fossero noccioline più doti intellettuali sopraffine ne definiscono la tradizionale perfida ambiguità) giganteggino in Star Trek Into Darkness, nelle sale italiane da qualche giorno. L'Imax viene usato negli esterni, che ha set più verticali che orizzontali, per dilatare gli spazi. Mentre gli interni sono girati con il 35mm anamorfico.

Chris Pine (il capitano Kirk) e Zachary Quinto (Spock)
Un doppio viaggio della U.S.S Enterprise, questa volta, che conduce l'equipaggio multirazziale e dall'espansionismo compassionevole guidato dal giovane comandante Kirk (un monoespressivo-intenso, Chris Pine) e dal suo secondo Spock (Zachary Quinto, più conehead che Nemoy, con qualcosa di Favino), ancora freschi di Accademia,  e sempre battibeccanti come La strana coppia, dapprima nella giungla del vulcanico pianeta Nibiru, popolato da selvaggi che sembrano clonati delle performance dell' "akzionista" austriaco Gunter Brus e poi nel pianeta Kronos, pullulante di nemici acerrimi dei 'nostri pacifici eroi', i Kingon, che utilizzano per le loro sporche manovre di potere - vero paradosso temporale -  feroci integralisti islamici ibernati tre secoli prima, missili devastanti che teletrasportano a volontà, proprio come gli umani (smentendo clamorosamente le previsioni di mercato del Fondamentalista riluttante) e anche fior di traditori al di sopra di ogni sospetto.
Alice Eve nel ruolo di Carol Marcus


Gli sceneggiatori, Robert Orci, Alex Kurzman e Damon Lindlof,  fanno non pochi pasticci negli incastri logici della storia, delle avventure e delle battaglie, soprattutto quando hanno a che fare con i membri dell'equipaggio, o troppo esagitati (Pavel Checok o il capo ingegnere Scotty Scott, o troppo catatonici come il Timoriere Hikaru o il dottr Leonard Bones McCoy. Ma soprattutto con un personaggio femminile che non è quel che sembra, Carol Marcus (Alice Eve)  che non sanno nè dove mettere né come far spogliare, spazientiti come bambini che non vedono l'ora di passare all'azione, alle grandi battaglie epiche, alle prospettive planetarie a pardita d'occhio e a far schizzare letteralmente tutti gli oggetti fuori dallo schermo. Ma che il loro intento debba essere per contratto prima di tutto umanista (non attaccare mai prima, evitare lo spargimento di sangue, minimizzare i danni)  esce fuori da ogni poro del film e sembra infastidire la sala macchine.

Zachary Quinto e Chris Pine
La fantascienza moderna, che nasce alla fine degli anni 50, infatti, perfino quella coeva di Godard, Truffaut e Resnais, che ha l'età dell'invenzione tecnologica dello zoom, gioca coi tempi reversibili più che con lo spazio infinito da solcare (visto che Gagarin lo aveva conquistato davvero) ed è perennemente attratta, se si parte come in questo caso dal 23° secolo, dal viaggio nel 'passato arcaico' o nel presente 'terroristico'. Discute di storia e di politica, è appassionata di eterni problemi esistenziali e filosofici e coinvolta dal mondo contemporaneo. E in questo film siamo più spesso a spasso sui colli di San Francisco e sul lungo fiume di Londra che in giro per galassie. Ma la bizzarria non è eresia.

Il concept di Gene Roddenberry, l'autore della saga (ex battista poi ateologo di grinta rinascimentale ma timoroso di una scienza in grado di dominare l'uomo e di ridurlo a cosa, privandolo della libertà: non un grande scrittore, dice Stephen King, ma un sublime annusatore dei tempi), parte infatti da Il pianeta proibito, l'astronave che raggiunge un nuovo mondo forse infido (ultima propagine del periodo fecondamente paranoico della fantascienza maccartista: fecondo perché solo la paranoia impone agli americani di non fidarsi ormai più di nessuno, dei comunisti come del proprio governo, della Cia come della chiesa cattolica, delle trivellazioni di petrolio come del fracking) ma arricchisce di sapori reali (storia, psicologia, sociologia...) e valori kennediani anni 60 gli archetipi del coraggioso viaggio in mare, tra pericoli naturali e mostri invincibili, della classicità e della mitologia.

Quali sono questi valori laici e razionalisti della controcultura Star Trek? Lail predominio della scienza e non della superstizione religiosa; la non interferenza con le altre civiltà, il rispetto (prima di Clinton era un valore democratico e maoista il principio del 'non intervento' nei fatti interni di uno stato: adesso tutti si comportano come Breznev a Praga);  la tolleranza in un universo multigalattico dove non si rifiuta mai il confronto con il diverso e si cerca di comprendere anche le ragioni del più criminale nemico; che il divino è l'uomo, con la sua capacità di migliorarsi, di eliminare i difetti e di diventare quasi un angelico Metron del pianeta Arena o un Organiano (vedi l'episodio tv Missione di pace) se non proprio un vulcaniano (ma per metà umano) come Spock, il razionalista drastico dal calviniano nome di Xtmprszntwlfd, rispettoso delle regole e inflessibile sul piano etico ("io non posso dire mai bugie"), perennemente in conflitto creativo, yin contro yang, con il comandante James Tiberius Kirk, più trasgressivo, emozionale, sorprendente e 'umano'.  Anche preda di dubbi. E se Kinrk in scozzese significa Chiesa, possiamo dire che oggi, anche nei vertici sommi della chiesa cattolica, qualche devastante dubbio ne ha scalfito l'infallibilità. Il 'dottor Spock', quelo che negli anni sessanta e settanta è stato il portavoce dell'educazione libertaria,  non ne sarebbe sorpreso. 
Il tono politico, di carattere ottimistico e aperto, che avevano alcuni episodi della serie tv come "I terroristi di Rutia", The High Ground, o Guerra privata (Too Short a Season) sul caso Irangate o L'ospite (The Host) e Il diritto di essere (The Outcast) che spezzava una lancia a favore delle libertà sessuale, sono in questo 12° film della serie, lo dice il titolo stesso, sepolti sotto una tragica coltre di oscurità tessuta di catastrofi, bombe, attentati, assalti, morti, distruzioni di metropoli. La guerra in Iraq, Afghanistan, Siria. Gli attentati alle Twin Towers e a Londra, Boston, Madrid non sono passati invano.