Si è verificato un errore nel gadget

sabato 15 giugno 2013

Luigi Lo Cascio, "La città ideale" come esperimento Fuori Norma

di Roberto Silvestri

Le 'città ideali' di Calvino erano planimetrie dell'assurdo, urbanistiche basate su modelli astratti, perfettamente  razionali e portate ai loro estremi, postumani, inquietanti sviluppi logici. Come il megacubo da 10 milioni di abitanti che avrebbe sostituito egregiamente una New York City dei grattacieli profeticamente rasa al suolo. Bellezze perverse. Come Siena, la perfezione rinascimentale nell'epoca del Monte dei Paschi, con il correntista alienato al centro del mondo e una Prospettiva diventata ormai piuttosto sbilenca e pendente. Ma qui siamo già a un passo dalla città immateriale come la finanza, invisibile.

Un filone neo(anti)realista, fiabesco ma materico (Michelangelo Frammartino, Alice Rorhwacher, "Salvo"...ma anche Ciprì e Maresco), disilluso e dark, ma pronto ad aggredire di nuovo le cose vere della vita, si aggira oggi in ogni comparto del giovane cinema italiano 'invisibile' ma fecondo, quello che vedremo dispiegarsi anche nella prossima Mostra del cinema di Pesaro, sezione "Fuori Norma" (a cura di Adriano Aprà). E' un cinema situazionista, accomunato dal fatto di trovare volgare qualunque forma di successo mondano. Interessante questo impeto, tra Sciascia e Welles, di ritorno. Una vera mutazione antropologica, no? 

E, nella cinquina dei David di Donatello, come migliore opera prima, ma non ha vinto contro L'intervallo Leonardo Di Costanzo, anche quello un girotondo attorno alla mafia, abbiamo trovato anche l'ottimo, l'ombroso, maniacale, fantastico, ossessivo, spartano (linguisticamente) esordio registico dell'attore palerminato Luigi Lo Cascio, dal più calviniano dei titoli, La città ideale, in prima mondiale alla Mostra di Venezia 2012, sezione Settimana della critica, ma ancora in giro nelle sale (a Roma al Filmstudio).

E la città ideale è proprio Siena. Lo Cascio (I cento passi, Luce dei miei occhi, La meglio gioventù, e poi una serie di regie teatrali) sviluppa in questo thriller morale di provincia, scivolando nella vertigine kafkiana e aggrappandosi  allo stile hitchcockiano (nulla di ciò che si vede deve essere inutile, orpelloso. Chi non è abituato se non al cinema radiofonico troverà infatti  il film troppo intellettualistico perché qui le parole non sono d'ordine ma di disordine), aiutato da colleghi di strepitosa bravura (Aida e Luigi Maria Burruano su tutti, e poi Herlizka e Catrinel Marlon), il tema dell'uomo sudista dalle mille piccolissime manie, sradicato al nord, il cittadino onesto e alien che cerca di sopravvivere tutto da solo all'ambiente ma è vittima dei suoi stessi strambi sistemi di difesa e di sicurezza. E pagherà un prezzo esoso per tutti i suoi meriti. Proprio come chi, ossessionato dalle cose che possiede, non riuscisse a evitare di essere posseduto da loro.

Le persone impaurite da ogni emozione matura, si creano rassicuranti e preventive psicosi, corazze emozionali, per sopportare, o evitare, o mimare i conflitti. Sindromi devastanti, se moltiplicate per una folla. E qui il film ci dà anche di sbieco, indirettamente, non come in un film di Francesco Rosi, una lezioncina politica aggiornata sull'Italia del disincanto grillino urlato, virale e contagioso. La brava persona onesta e indignata che viene trasformata in 'indegna' e perseguitata, anche se ecologicamente è più che perfetta, anzi a volte di integralismo fastidioso, è questa volta un architetto ("le regole sono regole") solitario, e dalle mille manie ambientaliste e salutiste, Michele Grassonia.

Fuggito a Siena perché Palermo è troppo mafiosamente bella, e suo padre ne fu vittima, cade, nonostante la protezione della mamma, e forse a causa di una autonomia energetica assoluta (chi tocca l'Enel muore), nelle fauci della macchina del fango: poliziotto, magistrato, colleghi e opinione pubblica, coinvolto in un omicidio colposo, in una notte buia e tempestosa, dopo una serie di incidenti confusi e misteriosi che i suoi ricordi non trasformano in testimonianza chiara e limpida. "Qui non ci vuole un avvocato, ci vuole uno psichiatra, uno psicanalista". Una strada nella notte, un cavallo, un uomo sul selciato, un'automobile, una brutta botta nella carrozzeria. Michele, da testimone diventa imputato. La satira si spegne, l'umorismo (che nel copione fino ad allora era copioso) entra in tilt.

Michele perde tutto, onore, casa, inquilina, amore, lavoro, freseggio. Siena, i cavalli fantasmatici del Palio, lo spettro di un cadavere, un palafreniere misterioso (Herlizka) e negligente, le auto elettriche, che sono ecologiche ma pericolosissime perché silenziosissime come Rolls Royce, un'artista ossessionata dalla «cattura» come forma stilistica unica (Catrinel Marlon), qualche battuta di classe del trio di sceneggiatori Gaudioso, Rayner e Borgi, accompagnano l'incubo di Michele. Le musiche da cartone animato grottesco di Andrea Rocca ci riportano in pieno clima Elio Petri, organo Hammond compreso.

L'uomo rinascimentale metteva in prospettiva cristallina parole e eventi. Ma nel mondo del montaggio scratch (Desideria Rayner), disinteressato alla verità e agli artisti, ma solo alla vittoria e allo stupore, chi salverà l'anima bella Michele se non in trovare rifugio in questo film?