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domenica 30 giugno 2013

003,5 Operazione Cancro. "Noi non siamo James Bond" di Mario Balsamo e Guido Gabrielli su Rai 5


Roberto Silvestri

Mario e Guido, amici da 50 anni. Due cinquantenni che hanno condiviso una bella lotta contro due brutte malattie, e tante altre avventure. 

Questa sera alle 21,15 su Rai 5 (canale 40 del digitale terrestre) e in replica lunedì alle 23.05 va in onda Noi non siamo come James Bond il film che ebbe la fortunata prima mondiale al Torino Film Festival nel novembre scorso (conquistò il premio speciale della giuria) prima di uscire nelle sale. 

Abbiamo intervistato Mario Balsamo via email durante il festival di Torino. E’ lui che ha diretto e interpretato, insieme a Guido Gabrielli, questo self-documentary, tragicommedia di un'amicizia decennale che si scontra con la malattia.

«Già nel 1985 decidemmo di fare un film su 007. Dopo 26 anni ci siamo resi conto che una relazione esiste: lui è indistruttibile, noi attraverso i due nostri tumori, da cui il film parte, siamo riusciti a scamparla».
Se il cartone animato, come scriveva Enzo Ungari, è il cinema documentaristico per eccellenza, si riprende infatti, foglio dopo foglio, la simulazione del movimento, non stupisce che anche questo doc sia esplicitamente sciolto dal giuramento di mentire. 

E di cancro e leucemia, e di come il combattimento contro queste due malattie si sia intrecciata all'amicizia decennale, non priva di scontri, litigi e baruffe, e all'intesa artistica tra i due sceneggiatori, Guido Gabrielli e Mario Balsamo, tratta un buddy-movie alla Billy Wilder, già nel titolo.
La complicità tragicomica, degna della «strana coppia» Lemmon-Matthau, si sovrappone qui al filone 'walking' del genere road movies, il vagare leggero e ‘calviniano’, meglio se in coppia, per un paesaggio misterioso, senza mappa geografica e meta, il deambulare obliquo che ha attirato in questo inizio millennio molti giovani cineasti, da Gus Van Sant a Dumont, da Lisandro Alonso a Sean Penn. 

Dunque tra la spiaggia di Sabaudia e Perugia, tra il bosco degli Spiriti di Borgotaro e Roma, a coinvolgere Daniela Bianchi, la Bond Girl, nel magnifico progetto di conoscere finalmente l'idolo dell'infanzia di due cinquantenni, si muove il film, appassionante quanto un thriller spionistico anni 60. E chi non sa cosa significa è perché non li ha vissuti. 

Mario Balsamo lo dirige, dopo aver firmato documentari solo apparentemente più altruisti e ‘impegnati’, Sotto il cielo di Baghdad, Que viva Marcos e L'officina del reale con Gianfranco Pannone. Ovvio iniziare da Bond, che per una parte (minoritaria) del 68 rappresentò un modello politico rivoluzionario, l'individualista democratico capace di gestire e promuovere l'era del superconsumo per tutti, contro il grigiore ipocrita del comunismo reale, ma conscio di essere sempre a un passo dalla morte. 
Mario Balsamo (a destra) e Guido Gabrielli

Ma allora ti piace Bond, necessaria spinta «liberal» contro un paese corrotto e feudale come il nostro...
Questa tua domanda mi libera da un peso ultratrentennale! Finalmente posso fare outing e dire: sì mi piaceva (e mi piace) James Bond, a dispetto di tutte le letture che ne sono state date e all'antico imbarazzo politico-ideologico di uno di sinistra per una cotal passione. Eh, sì! L'ho nascosta, coperta, negata e rinnegata varie volte. Detto questo, devo anche confessarti motivazioni però ancor più bieche del mio amore: una sorta di «celodurismo» adolescenziale e ante litteram: io volevo essere perfetto in ogni situazione come lui, conquistare donne senza paura di fallire un colpo, elegante e sexy! Ecco qui, l'ho detta tutta. Ma nella realtà ero assai lontano, io così come Guido (mio compagno di viaggio nel film, mio migliore amico nella vita, appassionato come me di doubleOseven), dal modello Bond (meglio: Sean Connery, nostro James di riferimento). Quando viaggiavamo, da giovani, eravamo sudici e impresentabili, una tenda che non raggiungeva i due posti e che tutti, nei campeggi in cui arrivavamo, additavano sbeffeggiandoci... E poi di donne neanche l'ombra... Per questo decidemmo, allora, nell'85, di fare un film su 007: stesso titolo (Noi non siamo come James Bond) ma con un finale che ci eravamo costruiti su misura: avremmo avuto noi la meglio su Bond! Non sapevamo bene come, ma l'avremmo avuta. Dopo 26 anni ci siamo resi conto che una relazione (pericolosa) c'è ancora, anzi più forte e per contrasto: lui, l'Agente di Sua Maestà, non muore; noi, attraverso le nostre malattie, i due nostri tumori, da cui il film parte, la morte l'abbiamo vista da vicino, anzi: ci ha preso a braccetto. Ma poi il finale, per adesso, non è stato così male: ce l'abbiamo fatta, l'abbiamo scampata. Così come riesce sempre a Bond.

I giovani sono invulnerabili come 007... Insomma avete voluto fare i conti con la serietà della vita, abbandonando i miti adolescenziali....
Sì, c'è anche questa lettura del film. Il mito del cinema, il sogno che rappresenta e la sua capacità trasfiguratrice appartiene, se vuoi, a un'età della vita: la giovinezza con la (presunta) invulnerabilità. Fare i conti con la vita «vera» ti porta dal sogno alla realtà: «Sì, si muore, e soprattutto: muoio anch'io! Io che pensavo di essere diverso dagli altri!» Ma sarà poi così? Sarà che c'è una vita 'vera' che scalza quelle «finte» del grande schermo? La finzione è veramente scindibile dalla realtà. Su questo non ci ho mai capito niente. Credevo che, dopo una malattia grave, l'avrei capito, che sarei riuscito a distinguere... Ma ora, a distanza di tre anni dal mio «disco-volante-atterrato-dentro-la-mia-coscia-destra» non ne sono più tanto sicuro!


Un documentario finalmente entra nei concorsi dei grandi festival....
Credo che questa sia la certificazione che non esistono e non devono esistere steccati, bensì opportunità nel miscelare i linguaggi, nel comporre le forme espressive. Il che non annulla le differenze ma le rende invece la forza delle narrazioni. Il suo arricchimento. Di sicuro, la «danza» che un autore intrattiene con la realtà, i suoi sgambetti, le deviazioni di rotta rendono imprevedibili e dense le storie. Il Torino Film Festival fa sua questa capacità di rompere le barriere fra generi, di mostrare opere coraggiose, di rischiare. È una dote magistrale che serve per spingersi verso irriducibili frontiere espressive.

È un film di svolta nella tua ricerca, dopo tanto lavoro più direttamente politico o saggistico-didattico?
In realtà il tema della svolta, di un cambio, di una rivoluzione mi è stato sempre caro: sia a livello pubblico che a livello privato. Cosa succede dopo un evento dirimente, dopo ciò che scompagina (come in questo caso) il tuo mosaico esistenziale. Come si modifica la tua vita, quella dei testimoni delle tue storie. In questo caso sono ancor più direttamente coinvolto e il film segue e ha seguito (anche nelle sue fasi di lavorazione) l'andamento della ricerca mia e di Guido. Non sapevamo dove saremmo approdati, né a cosa. Forse proprio dentro il film, in corso d'opera, siamo riusciti ad individuare una possibile destinazione. Qualcosa che non solo rimettesse insieme pezzi scheggiati, ma desse loro un significato e un valore completamente diversi.

Ma Sean Connery, alla fine raggiunto al telefono, è antipatico per esigenze di copione?
Non sono d'accordo. Io ho trovato nel tono di Sean Connery un pudico, sotterraneo senso di condivisione con noi. Una vicinanza. Interposte persone gli avevano raccontato la storia che stavamo girando e quel suo coglierlo in un momento umanissimo, ce l'ha fatto sentire accanto: più ancora che se avesse accettato di dialogare con noi dal vivo. È andata proprio così, ma la realtà (e le persone) certe volte scrivono delle sceneggiature inaspettate: perfette. Abbiamo sentito che se Noi non siamo come James Bond, neanche Bond è più com'era un tempo, e questo ce lo fa amare maggiormente. E crea un interessante rilancio tra l'uomo Sean Connery e il personaggio dell'ultimo, eccellente film: Skyfall. Qui l'agente segreto ha dubbi, debolezze, insicurezze, s'interroga e vive consistenti tormenti. E fa anche poco sesso!
I due registi con Daniele Bianchi, la Bond girl

E Daniela Bianchi, una delle rivoluzionarie Bond Girl?
Ho contattato Daniela Bianchi per portarla dentro a questa sghemba avventura, sapendola molto restia a farlo. Ma da subito ha amato la storia. Ha capito anche lei la necessità di esserci, di partecipare e in men che non si dica si è trasformata in una sostenitrice del film. E ha calcato le scene a distanza di quarant'anni dalla sua ultima interpretazione : una scelta coraggiosa (anche la sua) di ritirarsi per dedicarsi alla famiglia. Qui non recita ma per questo l'ho trovata ancor più forte. Le sue espressioni, la sua attenzione nell'ascoltarci, le sue battute precise, comunicano la saggezza di una grande donna, serena e autentica. Ci ha molto aiutato questo, a me e a Guido, nell'andare avanti nell'on the road.

Ma la parola cancro è ancora tabù per la Rai?
È vero: la parola malattia e, ancor di più, il vocabolo «tumore», ha sempre generato grandi preoccupazioni in televisione e nella televisione italiana. Quelle rare volte che se ne parla è per affondare nello scandalismo, nel voyeurismo. E paradossalmente, quando si vuole trattare la malattia come un evento della vita, se non addirittura come una opportunità per diventare persone più autentiche, anche lì ci si scontra con barriere alte ed espressioni a mezza bocca di dirigenti imbarazzati. Devo però ammettere che qualcosa sta cambiando perché il mio film è stato acquistato da Rai Cinema , con un atto coraggioso che ha spezzato quella che tu definisci omertà. Lavoreremo adesso per fare in modo che abbia la migliore visibilità. Un fenomeno così dannatamente ampio come il tumore non si può ignorare, è diventato un fatto sociale imprescindibile. Quindi, bisogna passare alla fase due: come attrezzarsi per sopravvivere al cancro e vivere una vita che non sia per niente male.

È un buddy movie?
Si, definitivamente un film sull'amicizia. Un valore che ho ritenuto sempre centrale nella mia vita e anche nella mia filmografia. E cosa possono fare due amici insieme se non intraprendere un viaggio, giocare e suonare? È vero anche però che più che il richiamo ad un film di James Bond, il nostro sembra un ammiccamento all'Aki Kaurismaki di Lonesome cowboys go to Hollywood. Ci mancano solo quelle loro splendide chiome... Investiremo tutto in parrucche, nel sequel!