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mercoledì 26 giugno 2013

Fuori norma! The Next Generation alla Mostra di Pesaro


Mariuccia Ciotta
Pesaro

Oltre un tempo-cinema che accumula fotogrammi del passato, “mummifica” la realtà e consegna allo spettatore un' ”altra vita” (il sogno), si muove la sezione della 49esima Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro dedicata da Adriano Aprà al “Fuori norma”, promemoria della “via sperimentale del cinema italiano”, spazio dedicato ai filmmaker dell'ultima generazione alle prese con il film ibrido analogico-digitale, infiltrato di materiali e tecniche eterogenei.

E' Patricio Guzman a dare il là al tempo come unità di misura di un immaginario a caccia ossessiva del “presente” nel suo meraviglioso Nostalgia de la Luz (2010), presentato nella retrospettiva sul cinema cileno. Il “presente” non esiste, la luce delle stelle arriva sulla Terra da lontano, appartiene a un'altra epoca, i raggi del sole impiegano otto minuti per toccare il mondo, e perfino il pensiero opera discrepanze temporali, dice nel film l'astrofisico dell'Osservatorio sospeso sul deserto di Atacama, dove Pinochet seppellì i suoi oppositori. Eppure. Dallo spazio profondo all'underground c'è un filo rosso che lega i corpi celesti ai corpi umani, un presente emozionale. Lo stesso che i registi del “Fuori norma” estraggono dalla narrazione convenzionale, prima-durante-dopo, per strappare al cinema la sua alterità alla vita. Corpo a corpo col flusso dei fotogrammi e con gli spettri che passano e se ne vanno, secondo la lezione di Gianikian-Ricci Lucchi, Alberti Grifi, Straub-Hillet, Michelangelo Frammartino, Fabrizio Ferraro in un percorso di avvicinamento all'oggi, declinato da Aprà nei limiti di un budget che gli ha permesso solo un assaggio del laboratorio sperimentale italiano.

Poco importa la verifica della “norma” del “fuori norma” invocata da chi si intesta il ruolo di nuovo santone della ricerca, questa sì una vecchia pratica accademica, e pretende il “nuovissimo” come merce pregiata da esibire. Il “Fuori Norma” di Aprà è una questione teorica, un punto di analisi critica per declinare il senso del lavoro d'avanguardia disseminato negli anni, da Eggeling, Richter, Ruttmann, passando per Chris Marker fino ai viaggi temporali del terzo millennio. Film che si espandono nei blockbuster, e rifiutano la nicchia del “diverso” quando sono già cinema, tanto più adesso con la moltiplicazione dei canali distributivi, dalla sala al web.

In programma, corti d'animazione, film astratti, “diari” assemblati con immagine di repertorio, fotografie, home-movie sempre più fusi e indistinguibili con la videoart, che a sua volta “ruba” dal cinema e si propone a una diversa percezione dell'immagine.

E' il tempo, dunque, la sfida. Tempo accelerato e interrotto, tempo ingannato dal ralenti e dal fermo-immagine, tempo sdoppiato nell'inquadratura, dove passano a velocità supersonica le figurine dei passanti mentre c'è qualcuno che, immobile, si prende gioco dell'alba e del tramonto come accade nel bellissimo Panorama – Roma (2004) firmato Zimmerfrei (Anna de Manincor, Anna Rispoli e Massimo Carrozzi), dove l'obiettivo guarda piazza del Popolo scindersi in due dimensioni, corpi-saette e corpi sensualmente protesi in lente performance, 24 minuti in conflitto nel chiarore cangiante del giorno. Il reale esplode nella sensazione di un presente che mostra il se stesso passato, e anticipa il futuro in un gioco di discrasie temporali vertiginose, ottenute con la tecnica del time lapse. Il fotogramma “salta” e accelera la marcia, annulla l'intervallo naturale e precipita nel fuori-tempo.
 
Così Movimenti di un tempo impossibile di Flatform (2011) mostra “l'instabilità della visione e della percezione - come scrive Bruno Di Marino nel suo importante saggio pubblicato nel libro che fiancheggia la sezione di Aprà - esplicitata il più delle volte mediante la messa in scena di un paesaggio colto nella sua perenne modificazione”. Panorami che si muovono da fermi, carezzati dalla luce, fluttuanti e vivi.


In questo “nuovo cinema” determinato a riconfigurare il reale, a creare il presente assoluto, il contatto contronatura materia-pensiero, un ruolo centrale è dato dal suono. Non più “colonna sonora” d'accompagno, la musica si fa elemento dissonante, violento e protagonista, in totale “fuorisincrono” con le immagini. Musica post-dodecafonica, musica concreta, rumore straniante che amplifica l'effetto di un tempo sbranato dal visuale, come accade in Exerecises with a puppet di Emanuele Becheri (2012) dove sullo sfondo nero dello schermo emerge un teschio che per 13 minuti si contorce, lotta con un avversario fantasma, scosso, capovolto, colpito tra ruggiti e tamburi. La Morte 24 fotogrammi al secondo, aggredita, muore. Finalmente abbiamo più tempo a disposizione.