sabato 16 settembre 2017

Lo spirito di Dunkirk. Fuga per la vittoria di Christopher Nolan


Roberto Silvestri 

A Venezia, ma prima della Mostra del Lido, la Warner Bros ha voluto autogestire per conto suo l'anteprima nazionale all'aperto (all'Arsenale) del filmone sulla disfatta/vittoria alleata di Dunkirk (per usare la parola inglese), uscito ormai dappertutto nel mondo e da qualche giorno anche nelle sale italiane. Scelta davvero azzeccata. Città di mare, con una lunghissima spiaggia di sabbia, proprio come Dunkerque (come si scrive in francese), Venezia, in caso di evacuazione di massa improvvisa, avrebbe difficoltà logistiche non minori della località balneare tra Francia e Fiandre, set di un episodio cruciale all'inizio della della seconda guerra mondiale.


Il film ha un quoziente di difficoltà altissimo, quasi impossibile da superare: mostrare, in immagini rumori e musica (Hans Zimmer), cos'è "lo spirito di Dunkirk" (e senza ricorrere mai allo stereotipo: campo di battaglia/stacco/politici che dibattono o famiglia in ambasce/stacco/gerachi nazisti davanti alla cartina geografica). I dati storico-politici arrivano nel film solo attraverso notizie discusse dai soldati o giornali con titoli significativi in prima pagina. E non si vede mai il nemico.


Anche se il succo di quello spirito ho l'impressione che non passi nonostante la grande sensibilità di questo cineasta che maneggia la finzione con estrema serietà e inventa spazi astratti come se fosse un architetto surrealista del tempo.
Un po' di storia, obliquamente, lateralmente, indirettamente deve filtrare però tra la lunga fuga sulla terra, i combattimenti in cielo e le esplosioni in mare. O almeno il succo di quel che è successo. Infatti.


Dieci giorni prima dell'esodo in massa da Dunkirk delle truppe britanniche e del Commonwelth e di quelle francesi anche coloniali (400 mila soldati, di cui 330 si misero in salvo) mandate lì in una delle più maldestre manovre belliche, il primo ministro iperconservatore di Londra Neville Chamberlein fu messo in minoranza e sostituito da Churchill che, miracolo, si alleò con il suo peggiore nemico, il laburista di sinistra (una sintesi tra Corbyn e Sanders) Clement Attlee, per impedire che re Giorgio d'Inghilterra firmasse l'armistizio con Hitler (pianificato da quell'anticomunista viscerale e dunque filo nazista per convenienza di Chamberlein). Quando una geniale intuizione politica coincide con lo slancio patriottico e democratico di un intero paese (le 800 imbarcazioni private che cittadini inglesi usarono per salvare, con spirito internazionalista, il grosso dell'esercito, che poi sarà decisivo in nord Africa e in Italia), quando il lavoro cibernetico di Touring mette in seria difficoltà la rete comunicativa del Fuhrer (e il lavoro dei sottomarini poco concentrati su Dunkirk) e per la prima volta in un combattimento  aereo la Luftwaffe viene sconfitta, ecco che si può intuire, ma nel film questo quadrilatero non è disegnato completamente, la costruzione ha perduto un lato, cos'è lo spirito di Dunkirk. Un film di Barnet ho l'impressione che avrebbe fatto capire tutto questo a chi non si ricorda affatto di quel che successe a Dunkirk.


Ora l'appuntamento con Dunkirk,undicesimo film di Christopher Nolan, è soprattutto davanti all'unico Imax esistente in Italia. Nella gigantesca India, dove non sono mancate le polemiche degli storici per l'assenza totale, nelle sequenze di esodo, di qualche migliaia di soldati della Royal Indian Service Corps, gli Imax almeno sono 4 e il film ha già fatto incassi sorprendenti. Probabilmente un largo schermo rende maggior merito a un regista che nonostante la maestria nell'uso degli effetti speciali digitali qui ha voluto utilizzare quasi soltanto la registrazione analogica. Dunque migliaia di comparse ed effetti speciali "normali" (ancora uno sforzo di budget e invece di dieci yacht privati che vediamo all'opera - e che, come ha scritto Goffredo Fofi giustamente, rendono un po' troppo intuitivo il traghettamento di 330 mila soldati in poche ore - forse qualche centinaia di imbarcazioni in più avrebbe giustificato il costoso noleggio).


Dunkirk infatti è un film sull'istinto vitale e sulla meccanica della sopravvivenza. Immaginate di essere voi il bersaglio, il cattivo qualunque di un videogame di guerra in cui i nemici hanno il controllo della terra, del mare e dell'aria. Ecco, minuto per minuto, le sensazioni che proverete di fronte all'avversario vincente. Essere braccati. Correre, saltare su un muro, cercare riparo, cercare buche, non saltare in aria solo perché avete dribblato una mina, sfuggire i proiettili, spogliare un cadavere e travestirsi, fingere di essere un infermiere perché i feriti sono quelli che hanno la precedenza nelle ritirate, anche se una barella “prende il posto di 7 soldati sani”, saltare dalla nave in fiamme, evitare le mitragliate degli Stuka, nascondersi sotto i ponti, salvare la vita a un compagno, farsi salvare da un compagno, rifugiarsi dentro una barca bucherellata da una mitraglia invisibile, planare sulla battigia (ma ormai piace a tutti dire bagnasciuga come Mussolini) con l'aereo in fiamme...


Ma il film non è solo questo. C'è più Sartre che Spielberg, si è scritto, perché non ricorrendo ai soliti trucchetti della computer graphic, Dunkirk “umanizza, nonostante la sua monumentalità”, accentuata dalle riprese in pellicola 65mm; dalle sequenze di combattimenti aerei degne di Howard Hughes (pare che Nolan stesso abbia pilotato uno Spitfire per rendere più realistiche le riprese, presumibilmente al grido: “Maledetto Barone Rosso!”); e dall'uso di un numero sterminato di comparse (che forse solo sul piccolo schermo appariranno formiche). L'assenza pressoché totale di truci gerarchi tedeschi in primo piano a dare ordini disumani o a meditare davanti alle cartine geografiche, crea un denso e cupo spazio di angoscia schermica, un horror vacui accentuato da tutta una serie di serissimi riferimenti alla guerra razziale: “Prima gli inglesi e poi i francesi!”, ordinano i sergenti del Regno Unito, bloccando gli alleati di serie b. Che nel film sono solo francesi. Nella realtà furono mandati lì a morire presumibilmente più i soldati del commonwealth, pakistani, indiani,sudafricani, australiani, neozelandesi o dell'Africa Occidentale francese e del Maghreb arabo: marocchini, tunisini, algerini che comunque vennero salvati per ultimi, secondo le ferree gerarchie razziali coloniali e nonostante ordini di Churchill che secondo gli storici avrebbe dovuto impedire quegli automatismi militari.


Dunque un film che potrebbe piacere anche a tutti quelli che detestano i film di guerra. Un'opera patriottica - grazie alle sfumature gestuali e oculari come al solito retoriche di Kenneth Branagh, e all'uso, solo come voce fuori campo, di un fedele monarchico come Michael Caine-che ha convinto perfino Nigel Farage e chi l'ha vista come l'elogio della Brexit e della magica Albione. Ma anche The Guardian che l'ha trovata, oltre che la migliore performance artistica di Christopher Nolan, anche pacifista, antifascista e “maligna” verso la May. Perché è un inno (indiretto) al Churchill interventista, cioè al primo ministro conservatore (di centro) durante la settimana fatale dell'esodo (contro l'isolazionista, o peggio, Chamberlain che lo aveva preceduto). E che ben maneggiò, in quei frangenti almeno, valori oggi desueti. Morale. Onore. Compassione. Coraggio. Spirito umanitario. Sacrificio. Comprendendo, al volo, la pancia della nazione. Dei cittadini che fecero sorprendentemente più di ciò che fu lo chiesto. Insomma. Grande soggetto per immagini ricche e emozionanti. In realtà il film “prende” dall'inizio alla fine dei 106', e secercate di sfuggirgli, arriverà la partitura neo-futurista di Hans Zimmler mai così estroversa, vibrante, pulsante e mitragliante a irretirvi. Sul più bello le armonie diventeranno anche scioviniste, visto che in climax attinge alle Variazioni Enigma del gigante musicale inglese Edward Elgar (già ispiratrici del soundtrack di Matrix).

Fionn Whithead nel ruolo di Tommy

Cosa successe di tragico e clamoroso e miracoloso a Dunkirk, nonostante la rovinosa rotta è stato raccontato da molti film, non solo hollywoodiani.Il primo è La signora Miniver di William Wyler (1942), quasi un instant-movie. La versione francese è di Henri Verneuil, del 1964,Week end a Zuydcoote, con Belmondo, che non dimentica la presenza tra gli alleati dei soldati tunisini. Patriottica davvero la ricostruzione di Leslie Norman del 1958, identica nel titolo, Dunkirk, per non parlare dei cinegiornali Pathé di propaganda che glorificarono le 800 imbarcazioni private che parteciparono alle operazioni di soccorso dei soldati e di traghettamento dai piccoli moli della spiaggia alle grandi navi da guerra.


Dal 26 maggio al 3 giugno 1940, dopo un colossale disastro militare sul campo di battaglia europeo che quasi costrinse Sua Maestà Britannica a mendicare l'armistizio con Hitler, ormai padrone di Austria, Cecoslovacchia,Polonia, Olanda, Belgio, Norvegia, qualcosa di miracoloso, anzi di inglese, trasformò infatti, in una sola settimana, una ritirata ingloriosa nell'ora “più bella della patria”, per usare le parole del primo ministro Churchill. Lo “spirito di Dunkirk”, ovvero la riuscita dell'operazione Dynamo nonostante i 70 mila soldati uccisi o fatti prigionieri (la previsione più ottimista sperava salvarne solo 30 mila), e l'assedio dalla Werhmacht sulla spiaggia Pas de Calais, fu in realtà un micidiale e inaspettato gioco di squadra. Un cocktail velenoso per le SS. Esercito, marina, aviazione, servizi di spionaggio, che Alan Turing stava modificando ciberneticamente, molta fortuna, centinaia di civili che misero a disposizione se stessi e le proprie barche sfidando obici e sommergibili nemici, riuscirono a mantenere intatta la potenza operativa delle armate di terra e a rovesciare le sorti della seconda guerra mondiale. Nei combattimenti aerei gli Spitfire con motori Roll-Royce per la prima volta vinsero: distrussero gli Junkers Ju 87 in proporzione 3 a 1. Il grosso dei sommergibili e dei mortai tedeschi furono deviati dagli alti comandi hitleriani lontano da Dunkirk, sia perché si considerava assurda una evacuazione in massa da quella località sia per i virtuosismi del controspionaggio. Ma furono proprio i politici (chi lo crederebbe oggi, dopo le performance immorali del vertice immigrazione all'Eliseo) a sorprenderci di più. Gli inglesi lo sanno bene. Ma c'è la sensazione che non basta essere ben equipaggiati, armati e disciplinati per vincere le guerre. Nell'arte, come nell'arte bellica, si deve essere lottatori imprevedibili.


E qui arriviamo alla parte di ambiziosa del film di Nolan, all'opera “più sperimentale tra quelle che ho diretto e scritto”. Più di Memento. Più di Inception. Più di Interstellar. “Non amo le immagini, amo il tempo”. Era il motto della compianta cineasta Chantal Akerman. Potrebbe essere anche quello del seguace Nolan, il regista losangelino di 47 anni che viene da Londra, celebre per la trilogia Batman (più videogame). Dalle indagini inquietanti degli interni e degli oggetti domestici qualunque (Following, 1998, costo 6 mila dollari) fino ai voli spaziali ai confini della relatività, lì dove lo spazio diventa curvo (Inception e Interstellar), il tempo reversibile e solo se sei uno scienziato non ti va in fumo il cervello, perché comprendi solo un terzo di quel che sta succedendo. Qui l'ambizione non è meno alta, ma grazie alla “spirito di Dunkirk”, diventato un conosciutissimo mito nazionale il disegno è più chiaro. E non c'è bisogno di molto dialogo. Allora Nolan divide la storia in tre parti. Terra (il molo), aria, acqua. Tommy (Fionn Whithead), un giovane soldato in fuga raggiunge la spiaggia e cerca di imbarcarsi con un altro soldato (Ameurin Barnard, un francese travestito da inglese), con tutti i mezzi necessari e con non poche difficoltà. Un pilota (Tom Hardy) compie il suo dovere prima di arrendersi. Il padre di un pilota inglese morto (Mark Rylance, presenza spielberghiana) parte dall'Inghilterra con il figlio e un amico per andare a salvare con il suo piccolo yacht più soldati possibili. La difficoltà è che l'episodio terra dura in realtà una settimana. L'episodio acqua circa un giorno (la traversata) e l'episodio aria circa un'ora (non più di un'ora d'autonomia, per il carburante). Riuscire a raccordare tre tempi storici differenti in un tempo narrativo unico è stata la scommessa di Nolan. Evitando di raccontare la grande Storia, se non indirettamente, e ripartendo dal basso. Soldato semplice, pilota semplice, cittadino semplice. Il paradosso temporale sconfigge ogni compiacimento realistico. La fotografia di Hoyte van Hoytema, spettacolarmente deprimente, cerca di annullare la pignoleria del consulente storico. Si fa con i fatti storici pura magia. Sartre entra in un videogame. E allora il film diventa patriottico, ma a un secondo livello, più ancestrale. E si torna all'anno mille. Ai sassoni sconfitti dai normanni. Al trauma della disfatta epocale che si trasformò in vittoria imperiale. Alla consapevolezza che gli inglesi, in fondo, non solo hanno una casa regnante tedesca. Ma sono “tedeschi” e “francesi” essi stessi. Insomma, ancora uno sforzo, Brexit, per capire davvero cosa hai fatto. E ritrovare lo spirito di Dunkirk. Manoel de Oliveira, nella sua saggezza senile, ci ammoniva nel maggio 2014 sui Cahiers du cinema che "l'arte non fornisce un riassunto di ciò che è accaduto, non parte dalla realtà che è sempre laterale, la finzione non è mai realista". Ma aggiungeva: "il tentativo di un approccio storico però a volte non può mancare. Quel che mi emoziona di più al cinema è proprio la verità che è in parte presente nel film. Ma la finzione può commuovere ancora di più della verità, dipende dalla costruzione".