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sabato 25 gennaio 2014

La decadenza dell'impero americano. Il Satyricon di Martin Scorsese. The Wolf of Wall Street

Roberto Silvestri

"Sei un Grenada! Un uomo finito". Eri potente, avevi dignità, eri rock, un piccolo capo popolo alla Robin Hood e adesso non sei più nessuno. Dovrai tradire, farti un po' di galera... Però un giorno arriverà qualcuno che farà di te l'eroe di un film sul mito americano e i suoi rischi. O almeno ti coinvolgerà in una nuova legge elettorale porcellina...

Ma attenzione, Grenada, citata a un tratto da un poliziotto federale, è solo un dettaglio chic. Non è un film sull'invasione della piccola isola caraibica che da perla del comunismo diventò di nuovo dal 1983 schiava di Washington. Né sul traditore del New Jewel Party, Bernard Coard, e su come incastrò il leader sessantottino trascinatore di folle Maurice Bishop, tra un Castro impotente e un Reagan famelico, fatto fuori dalla più ridicola delle invasioni Usa mai effettuate (ci ironizzò sopra perfino Clint Eastwood). 


Tradimenti, invasioni, urgent fury, rivoluzioni, almeno interiori, e sesso che più caraibico di così si muore, ci sono. Ma il film è su come si fregano i piccoli azionisti proprio come a Las Vegas prosciugano i piccoli giocatori. E' un film rosselliniano, come Lincoln, molto divulgativo, questa volta sulle frodi fiscali e sui crimini bancari resi possibili da quella legge, perfezionata addirittura da Clinton, che abrogando il Glass-Steagall Act del 1933, riunificava banche commerciali e banche di investimento rendendo il risparmiatore un pollo da spennare. Come si fanno le frodi fiscali? Quanto potenti ti rendono, soprattutto se crei un partito politico? Perché e quando vengono scoperte? Frode, non evasione fiscale, come si equivoca e minimizza in Italia. Dunque un film coraggioso e istruttivo. Di cristallina eticità.

Margot Robbie
La metafora di Grenada si riferisce comunque all'ascesa azionaria (diversamente fuori legge, come quella rivoluzione comunista) e alla caduta non meno rapida (grazie alla costante operosità di un agente onesto dell'Fbi, l'ossimoro è incarnato da Patrick Denham) di Jordan Belfort, un  altro tipo di Robin Hood che ruba ai ricchi ma soprattutto ai poveracci come era stato lui e dà a se stesso e alla sua banda di brokers fuori legge che sono meno di niente e vengono trasformati in ripulitissimi vip (come molti di quelli che vanno in parlamento in Italia con le liste chiuse). Come a Grenada anche il gruppo di amici broker vince, esulta, diventa strapotente, godendosi i frutti dei propri misfatti, compie scorrettezze, fa tradimenti inaspettati, chiede aiuto altrove (qui in Svizzera, lì a l'Havana) e poi perde tutto. Il meccanismo è quello di America Hustle. Fregare i poveracci. Truffarli. Poi cooperare con l'Fbi. Non siamo più nei ruggenti anni settanta quando l'ultimo degli indipendenti, Charlie Varrick, rapinava le banche e truffava la mafia facendola franca. Altri tempi.  Adesso per l'1% il 99% sta diventando come per i nazisti l'ebreo lo zingaro e il comunista. Non umani.

Il lancio del nano freccetta
Martin Scorsese, 71 anni, è sempre più grande (non c'è film che farà più incavolare gli adepti dei Tea party e degli hollywoodiani di destra di Friends of Abe, come Gary Sinise), ma sembra ancora piccolo d'età ed entusiasta. Come fosse Larry Flynt o un teenagers si butta su questo scatenato film-discoteca sex drugs and subprimes ai massimi livelli, dai colori caldi lisergici, e dal linguaggio che più slang non si può, si innamora del suo antieroe dallo charme disgustoso (il broker di periferia Leo Di Caprio, che ha voluto e fortemente finanziato il film), un talento naturale per la truffa che viene da Queens e dall'università della strada ma ascende fino al supermaster della finanza spazzatura e vive il suo effimero momento di gloria griffato Armani, donne, ostriche, prostitute, champagne, nani usati come freccette, sballo continuo, blow job in ufficio (tranne dalle 16 alle 18), ricca magione, moglie bionda italo-british e Ferrari (bianca). 

Una suite musicale (colonna sonora da ordinare subito su amazon) d'atmosfera, ripetitivo, un trance film, che come fosse Emma Dante allarga gli spazi, allunga le scalinate, distorce gli spazi, pieno di citazioni colte e attori magici. Su tutti Matthew McConaughey, che in un breve duetto al ristorante ha il tempo di organizzarsi come nel Simposio di Platone (il ritmo della bevuta è tutto: "mi porti un Vodka Martini ogni 5 minuti!" diventerà un classico da happy hour) e di far capire anche ai sassi la mistica di un agente di borsa: "non permettere mai a nessun piccolo azionista di godersi i soldi guadagnati, ma farlo perennemente reinvestire per travasare i suoi dollari nelle nostre tasche". E poi Jonah Hill, Rob Reiner, Margot Robbie, il figlio di Dustin Hoffman Jake e Spike Jonze....

Il film sostenuto da un montaggio diabolicamente eccitatante e da infinite striscioline di polevere di stelle (e altre magie) energetiche, da pippare in qualunque orifizio, trascina dunque il suo Scarface nel labirinto global del XXI secolo. 


Intanto, visto che la storia è così vera e storicizzata che si parlerà non solo, con viscido sarcasmo, del 'tabù Grenada', anzi per il pubblico italiano sarà come godersi il doc di Erik Gandini, viaggi in Svizzera con i soldi nelle mutande compresi, c'è pure Noemi e Papi, arriva il Grande Crack, parte seconda. E con la grande crisi la grande opportunità.

Matthew McConaughey
Quando arriva la grande crisi immancabilmente arriva il lupo cattivo. Che se la prende con i più deboli e indifesi, anche se proprietari di super yacht, e travestendosi da seducente cuoricino, stritola i tre porcellini.

E' dalla metà dell'800 che la storia del capitalismo nordamericano strumentalizza le crisi che provoca per razionalizzare il mercato, controllare la Borsa e ingrandire le posizioni di potere, sempre più concentrato, del big business, tagliando i rami impotenti e quelli semi-potenti. Altro che capitalismo immateriale. Il gioco è duro, e la finanza appare in tutta la sua concreta, militare, solida capacità di fare fuoco.

Occupy Wall Street, possente movimento di reazione dal basso, con un cuore grande così, degno di Frank Capra, non è servito a invertire la rotta. Ma questo film in cerca di F.D. Roosevelt ne è un'eco ribelle. 

Jonah Hill
Lo schema etico sembrerebbe simile a quello di Il procuratore di un Ridley Scott, di nuovo particolarmente volgare, cinico e british (a cominciare dalla nuova atroce parrucca di Javier Bardem, vittima della maledizione Cormac McCarthy). Mai mettersi contro il giro grosso (della cocaina in quel caso) se hai in mano solo una scala reale media... Finisci, se ti va bene, in uno snuff movie come protagonista assoluto, o strangolato da una macchinetta d'acciaio, perché nella terra dei cabròn, i neuroni-mirror sono sporchissimi e puzzolenti e i non uomini e le non donne una maggioranza da schiavizzare.  Ma la materia non viene trattata avventurosamente, The Wolf of Wall Street non è un action movie angosciato dal mistero di Ciudad de Juarez. Sembra più un delirio dei sensi alla John Waters che incontra l'apologo horror e cannibalesco di Society (Brian Yuzna).  

Questa volta i tre porcellini sono stati talmente angariati e tartassati, e le loro case (o case editrici, o tv commerciali, o squadre di calcio, o supermercati...) così rapidamente e platealmente divorati e digeriti dai conglomerati più avidi, e i loro conti in banca annichiliti in un lampo mentre dovevano rigogliosamente crescere, che sono stati spintonati - con il disonore che si attribuisce ai perdenti del sogno americano diventato planetario - negli angoli più bui e insignificanti anche in questo nuovo Martin Scorsese, The Wolf of the Wall Street, requiem eccitato e compulsivo, raccontato in prima persona singolare maschile da un Leonardo Di Caprio re dei broker spazzatura, sempre in campo o in voice over - come stessimo in un irresistibile coloratissima commedia di un Jerry Lewis risceso coraggiosamente in campo - in onore delle vittime dei subprime e dei loro familiari e di chi li ha fatti secchi per conto terzi.


Un pesce intermedio che viene dai suburbi e  fa il lavoro sporco, si arricchisce si ingrandisce e viene tollerato per un po' finché non dà fastidio, fa qualche errore, si chiama l'Fbi e viene fatto fuori. Bastano tre ore di pellicola per rimettere tutte le cose a posto. Il poveretto che si crede miliardario ma non ha neppure i soldi per un jet privato che non si nega neppure a Galliani, è come se ci raccontasse, minuto per minuti, tutto il sistema di potere di un sub-Berlusconi.

Pietà pietà pietà non a caso è l'hit di Cannoball Adderly che ascoltiamo, ritagliato in più blocchi, tra incipit e ritornello sospeso, all'inizio di un film che risucchia da Spring Breakers tutta la frenesia e l'energia 'drogata' di questo inizio di XXI secolo chimicamente più che corretto.  
La legge bancaria del 1933, nota come Glass-Steagall Act (dal nome dei ... così la separazione tra banche commerciali e banche di investimento. ...