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giovedì 30 gennaio 2014

Matthew McConaughey e il folk hero Ron Woodroof, che salvò i malati di Aids dalla peste Bush senior


Roberto Silvestri


Iniziamo con l'Aids. Il demone sotto la pelle si scatena massicciamente attorno al 1981, diventa 'pandemia' mondiale, per molto tempo colpevolmente incurabile, strettamente legata, nell'immaginario, a Reagan e Bush sr. e non solo alle loro strane vittorie elettorali. Troppi nordamericani non avevano usato il preservativo quando erano stati sedotti dall'edonismo reaganiano e dai fondamentalisti cristiani neoliberisti... 

Fu una  aggressione chimico-batteriologica brutale, lanciata (o coperta, o deviata o strumentalizzata) nel cuore stesso dell'Impero da chi le armi chimiche le ha sempre controllate piuttosto bene - do you remember l'eroina e il suo lancio mondiale coordinato e organizzato? -  e che poteva essere molto utile come gingillo repressivo (magari sfuggito di mano) contro la libertà della sfera sessuale, pulsionale e esistenziale di troppi uomini e donne, proletari e minoranze etniche soprattutto, considerati ostili al lavoro salariato, devianti, troppo liberi, trasgressivi o potenzialmente sovversivi.  Non siamo complottisti. Ma abbiamo letto Burroughs che ne capiva di biopolitica. Eppure furono infettati anche molti, troppi altri. Il governo non aiutava i malati. In nome della deregulation lasciava che i prezzi dei farmaci lievitasse. Manifestazioni e scontri di polizia non fermarono la crociata perbenista di quei due mostri di Presidenti. Certo che rispetto a quella genia di criminali Obama appare tutt'oggi un miracolo.

La sieropositività è ancora vissuta come una condizione discriminatoria. Roba da promiscui, drogati e omosessuali. Foucault muore nel 1984 e tiene segreta la sua malattia a Parigi, al di fuori del suo gruppo di amici. Figuriamoci a Dallas, Texas del 1985, dove l'anno prima i repubblicani avevano festeggiato la propria vittoriosa convention. Soprattuto nell'ambiente blue collar, in cui si svolge la nostra storia. 

Rude razza pagana adepta alla religione delle tre B, bourbon, beefsteak, blondes, che, proprio in un bel giorno del decennio scopre che il più macho tra i miti dello schermo,  Rock Hudson, era morto perché frocio. Come se oggi si scoprissero gay John Travolta o Tom Cruise.... "E per questo era stato punito da Dio". Con l'aiuto dell'Aids giustiziere dela notte. Eppure qualcosa succede.
Il Texas è uno stato strano. Ogni tanto inventa un eroe popolare. Un folk hero.




Matthew McConaughey è Ron, un elettricista eterosessuale trentacinquenne, drastico alto magrissimo (purtoppo per lui per colpa del metodo Stanislavsky dimagrirà ancora di più, fino alla dicisincarnazione esiziale, e non aiutato della "dieta digitale"). Se fosse vivo oggi avrebbe la mia età. Conosce a memoria i nomi dei Dallas Cowboys, gioca a dadi e a poker con i compagni di lavoro, si fa di quasi tutto, cavalca bisonti ai rodeo, scommette e spesso bara, è razzista e redneck, come neanche i Blues Brothers potevano mai concepire. Eppure la sua indipendenza e il suo culto della libertà assoluta e della felicità garantita dalla costituzione va all'aria quando scopre, dopo un malore particolarmente devastante, di essere sieropositivo. 

Essere il medico di se stessi. Accusa l'ospedale di aver scambiato le sue analisi con quelle di un finocchio qualunque. Certo, però, che con i condom non era mai andato d'accordo. E per un puttaniere questo equivale, a metà decennio, a condanna a morte. Scopre che è vero. E' malato. Diventa lo zimbello degli amici, che lo evitano e lo lo offendono. Gli danno 30 giorni di vita. Inizia la sua lotta ostinata per la sopravvivenza. Dovrà farsi la cura da se'. Va in Messico. Lo mettono in guardia dall''Azt. Elabora un sistema di cura blended, mesconando sostanze e giocando sulle dosi, e si finanzia con il sistema dello spaccio di medicinali illegali come Pvp, Procaina, sulfato di destran negli Usa e che si procura in Cina e Francia, in Svizzera e in Messico.... Diventare trafficante di farmaci per pagaris la cura. Un club. Il Dallas buyers club, a Oak Lawn. Al suo fianco un travestito affasciannte, Rayon, ricco rampollo che ha rotto con la famiglia, e che diventerà il suo migliore amico, solitario con solitario, e con il quale intessera un rapporto che sfiora quello, che fa entrare in metamorfosi, del Bacio della donna ragno. Impara a essere diversamente uomo. Con lui congegna il sistema di cura. Tessera e diffusione di metodi alternativi, più testati (da lui) e garantiti rispetto a quelli ufficiali. Sede. Scelta dell'arredamento, dei colori alle pareti (non senza screzi tra i due).  La Federal Drug Administration diventa il suo nemico numero uno. Perquisizioni, ostrtuzionismi, sequestri, tribunali. Ma usare gli stessi metodi illegali del governo federale, che intanto ne combina di tutti i colori, paga. Invece di 30 giorni Ron resisterà fino al 12 settembre 1992.
 
Il film ci introduce nei non luoghi periferici, birre a fiumi, totally nude-bar, case-camper, scopate di gruppo, a tre, a cinque, nei retrocessi dei saloon, club gay, dogane messicane, cattedrali petrolchimiche dove gli illegali muoiono dissanguati per non dare grane ai padroni, che Walter Hill di L'eroe della strada e Clint Eastwood di Filo da torcere, Peckinpah e Nic Ray ci avevano fatto conoscere molto bene. 


Nessun compiacimento formale. Nessun orpello. Scene secche, alla Jonathan Demme di Filadelfia, al bando la pornografia grafica e sentimentale alla moda. Neanche qualche tocco performativo da mattatore,  alla Milk di Sean Penn. Questo regista sembra interessante. Mai Matthew è stato così roccia di fuori e fuoco di dentro. Neanche con Zemeckis. Stupore, il regista è del Quebec. Forse è l'incollocabilità in uno o più generi che fa la stranezza del film.  Non siamo dentro un western del crepuscolo, fase seconda. Neanche in pieno dramma politico-civile. La lotta di un uomo solitario, del folk hero, contro le potenti lobbies farmaceutiche che speculano sulla peste per alzare i prezzi e gestire il business bloccando trattamenti alternativi a più basso costo. Certo, c'è anche questo. Ma non è il cuore della storia. E neppure il doppio melodramma. Visto che la storia d'amore tra Ron e la dottoressa Eve Saks (Jennifer Garner, di Alias) non del tutto contagiata dalla avidità del sistema ospedialiero, come fa a svilupparsi senza infettarsi? E quella tra Ron e Rayon (un formidabile Jared Leto) è una vera amicizia virile vecchio stampo, basata su un mododifferente di dire un grande sì alla vita.

Jean-Marc Vallée, il regista
Piccola deviazione canadese francofona. Denys Arcand mi irrita come la Dreamworks. Certo è un intellettuale di sinistra. Voto come lui. Ma, cinematograficamente, le sue immagini sono inerti. Funziona per ammiccamenti, allusioni, strizzate d'occhio ai correligionari della sua setta di acculturati di massa, diplomati, laureati. Se mancassero improvvisamente i cartoon classici della Disney, Katzenberg si suiciderebbe. Così Arcand, non ci fosse più Hollywood, Disneyland, Disneyword, la cultura pop e pulp Usa, resterebbe a bocca asciutta e non potrebbe più lavorare per 'differenze', per 'non', per 'distinguo' e sghignazzo rispetto a tutto ciò che considera volgare, zuccheroso, fasullo, tossico, incolto. 

Avete presente Emma Thompson che fa P. L.Travers contro Tom Hanks-Disney? Tra qualche settimana esce Saving Mr. Banks e  avrete l'ologramma  di un fan dello 'spirito Arcand'. O Dreamworks. Se Walter Hiller o Carpenter fanno così, io faccio cosà. Nessuno può affermare che il sistema di racconto hollywoodiano sia l'unico legittimo, affascianante, seduttivo, funzionante.... Anzi. Ma sembra che sono proprio gli Arcand a legittimarlo, santificarlo, come se fosse un Moloch, "the One and Only". 

Craig Borten e Melisa Wallack, gli sceneggiatori del film
Più ancora degli Aldrich, dei Fuller, dei Cukor, dei Wilder, dei Lewis, dei Tarantino, degli Spielberg (non è più della Dreamworks) che per anni lo hanno attraversato e combattutto e criticato per scavalcarlo 'a sinistra', non 'a destra', in un 'antiplatonismo' di maniera. E' come il sistema, comodo, affermato dalla politica delle quote. La Francia lo usa opportunisticamente, per ritagliarsi il suo piccolo mercato di nicchia, arrendendosi allo strapotere dell'immagine americana. Che, guaio se crollasse!

Per questo motivo con Massimo Caprara inventammo, a Cannes, il premio (clandestino) Jesus di Montreal, segnalando scherzosamente sulla Croisetta, a Berlino e a Venezia,  i film all'europea più tromboni nel loro programmatico e filologicamente corretto anti-hollywoodismo. Un premio che adesso non ha più ragione di esistere. Quasi tutti i film da festival sono così infarciti di stereotipi 'd'arte', di lentezze capricciose, di sgrammaticature leziose, di artxploitetion alla von Treir, che ci è passata sinceramente la voglia...

Così, in genere, non ho molta simpatia per il cinema istituzionale del Quebec, cinematografia sostenuta, come in Europa, dallo stato, e sappiamo quanto questo voglia dire in termini di censura conscia e inconscia, perché mi sembra dichiaratamente, ostinatamente, fanaticamente, aprioristicamente settaria. Tutto ciò che è anti hollywoodiano è bello, chic, europeo, non mercantile, non commerciale, non prevedibile, non stereotipato, non volgare, anzi, ancora più che newyorker - cultura viva mica come quella californiana che s'illumina di merci e lussuria e ci inebria di peccati colpevoli - quasi quasi 'francese'. Che poi è il cinema "diversamente prevedibile", astutamente commerciale, f for fake lo stesso, noioso quanto quello standard, a format bancario, fatto in Usa. Ecco, per fare un altro esempio. Nicolas Winding Refn, Drive o Walter Hill, Driver? Per me la risposta è ovvia.

Jean-Marc Vallée
Fine della deviazione. Ma c'è, anche in Quebec, chi non è, culturalmente, una 'jena', una sanguisuga. Mai generalizzare, infatti. Per esempio molte cineaste femministe degli anni 60-70. O native e nativi d'America. Uno di questi registi interessani, autore di un bellissimo film nelle sale italiane da oggi, si chiama Jean Marc Vallée.  

E ha girato in Louisiana (che è un po' il pendant Usa del Quebec, dove si parla ancora francese cajun) truccato da Texas, questo Dallas Buyers Club. Una biografia. Di un eroe. Ma non come Lincoln, o come Mandela. Piuttosto come Sugar Man. Un eroe operaio degli anni ottanta. Coloro che hanno cambiato la storia irreversibilmente, e in meglio. E invece tutti conoscono chi lo ha fatto in peggio, Reagan, Bush sr.  Un eroe di cui nessuno parla, tranne per decenni la stampa sotterranea. La controinformazione, cui nessuno accede. Quelli che sarebbero gli strilli di frustrazione ideologici. Insomma. Un eroe-ombra dei nostri tempi. 

Si chiamava Ron Woodroof. La storia è vera. Ed era pure un vaccaro maschilista, un buscadero come McQueen. Un pussydipendente. Amava la vita, amava il sesso, meglio ancora se   orgiastico. Oltretutto cowboy. Pistole disponibili, se necessario. E colmo dei colmi. Texano, e qui lo stereotipo va a mille, se gli americani sono quel che sono, i texani sarebbero il peggio del peggio. Più arroganti, più volgari, più assassini (per numero di condanne a morte), più collusi con la mafia (Kennedy) anche della porta accanto (Ciudad de Juarez, come è descritta da Ridley Scott in Il procuratore).  Ma. Chuck Norris è una cosa. Matthew McConaughey un'altra. E poi il più interessante cinema moderno non viene da Austin, Texas. Linklater, Araki, Todd Haynes, Rodriguez....Matthew? E nel passato non fu proprio un magistrato texano a bloccare legalmente il Kkk per decenni? Se vedete l'elenco dei villaggi, la Louisinaa vince per ko contro il Texas....

Il film è stato "scoperto" da Marco Muller che, assieme a Her,  ha saputo ben interpretato le nuove regole di ingaggio che il festival-festa di Roma gli ha imposto. Due film così 'moderni' e 'glamour', ma anche così feroci e  valgono la sua riassunzione. Sono film d'arte e di grande potenza popolare. Non la menano con il messaggio, ma con il missaggio, con il blended, con la miscela, fatevi di tutto quello che volete e potete, come Burroughs. Vi avvelenerete, ma arriverete a 100 anni con più probabilità che affidandovi alla sanità privatizzata. Già, un altro pezzo di Roosevelt era stato smantellato. Gli americani oggi devono almeno capire che quello che sta facendo Obama è davvero un composto chimico particolare per guarire il paese da un male altrettanto incurabile. Ci sono dorghe che uccidono (Di Caprio) e droge che salvano, o almeno ti allungano la vita  (Matthew). Quale sceglieranno, di cura, nella notte degli Oscar?