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venerdì 17 gennaio 2014

A Fuori Orario Masao Adachi. Aka Serial Killer, un capolavoro nascosto


di Roberto Silvestri





A.K.A Serial Killer di Masao Adachi stanotte, venerdì 17 gennaio, a Fuori Orario. Imperdibile






Masao Adachi, l’Armata Rossa del Dissenso (sessuale)


 
Masao Adachi


‘Cinema e rivoluzione sono la stessa cosa,
lo stesso movimento”

“Come Giobbe, l’eroe biblico, io vedo la figura del rivoluzionario continuamente disillusa, sconfitta, ma ciò nonostante mai doma. E questo potere di ribellione, di rivolta, Louis-Auguste Blanqui, Toni Negri e io, nel mio piccolo, lo vediamo nel popolo, nella gente, nella classe operaia. In un mondo dove sembra che il capitale abbia un potere di controllo assoluto, dovremmo cogliere le parti, gli elementi che in noi stessi eccedono questo paesaggio-copia, solo là la libertà come la vita umana comincia e l’espressione diventa possibile”

(Masao Adachi, intervista di Matteo Boscarol, Alias 2005)


                           …………
Verso l’altra parte del fiume

Di Masao Adachi, regista giapponese vivente ed ex guerrigliero dalla parte dei palestinesi, Fuori Orario sta trasmettendo in queste settimane alcuni bellissimi film. E’ il caso di soffermarci su questo cineasta, e sceneggiatore di Oshima e Wakamatsu, così importante e sconosciuto che, per motivi politici, è stato espulso dall’immaginario giapponese e mondiale. Intanto ricordiamo uno dei pochi film usciti sul mercato con sottotitoli italiani.
  
Restaurato e riportato finalmente in vita dal festival di Rotterdam 2009 questo meraviglioso e ‘pericoloso’ capolavoro del cinema autonomo,  ‘Funshutsu kigan: 15-sai no baishunfu’, in inglese ‘Gushing prayer’,  che si potrebbe tradurre in italiano ‘Preghiera gaudente (forse anche eiaculante)-La prostituta di 15 anni’ (1971), è stato pubblicato in Italia da Rarovideo ed è il più affascinante e doloroso ‘pink movie’ (soft-core), cioè film a luci rosa di Masao Adachi, e il più maturo, stilisticamente, tra i film erotici realizzati nella prima parte della sua carriera.
Quali sono i pensieri, le emozioni, lo stile di vita della nuova generazione giapponese, violentemente a caccia di identità, di felicità e di sacro da oltre 10 anni, che vuole prefigurare un mondo ‘altro’ e dalle relazioni umane anti-autoritarie?
Il film, di lotta continua contro chiunque sia oggetto di pregiudizio (il pregiudizio fondamentale è che ‘la maggior parte dei maschi giapponesi è convinta che tutte le donne siano masochiste”, come afferma lo scrittore Oniroku Dan), soprattutto se è una ragazzina indifesa, che deambula senza scopo con i suoi tre amici nella metropoli in stato d’assedio poliziesco, diventa una austera e accorata suite sul baratro generazionale nell’epoca del boom economico, dell’umiliante sottomissione alla politica e all’economia degli Stati Uniti d’America, degli orrori in Vietnam e della lotta mondiale, perfino terrorista, affinché quella vile aggressione terrorista finisse, e subito.
Un elogio ‘a distanta’ non esente da appassionate critiche, dei ‘fuoriusciti’ dalla società neocapitalista, che già dispiega tutta la sua rapacità e rovinosa velenosità (il pesce al mercurio sta già, nel frattempo, assassinando consumatori, bambini e pescatori, aspettando Fukushima).
Un pamphlet sull’impossibile, ma eroica battaglia per l’autovalorizzazione di una ragazzina ‘frigidizzata’ da una cultura convinta che non esista il darsi reciproco piacere nel sesso. E’ Yasuko Aoyagi (l’attrice Aki Sasaki), schiacciata da sensi di colpa incontrollabili e da ‘spiriti maligni’ che la opprimono ovunque e che vorrebbe ridare senso alle sensazioni, alle parole, alle emozioni e ai suoi ‘cinque sensi’ comunicanti.
Il film diventa un match di pugilato contro la sessuofobia di una società ipocrita e malsana, un ‘rock movie’ che esalta l’ingenuità della band di sbandati (Yasuko, il suo ragazzo Koichi, l’attore Hiroshi Saito, e l’altra coppia di ragazzi,Yoichi e Bill) che non hanno, né in famiglia né a scuola né in società, aiuti né punti di riferimento, che non siano i propri stessi corpi da esplorare, per capovolgere o decostruire gerarchie di genere, pregiudizi radioattivi o piaceri contaminati.
‘Funshutsu kigan: 15-sai no baishunfu’ (in inglese ‘Gushing Prayer’) esamina, con rara partecipazione e affetto, la dissipazione di sé, il suicidio tragico come orizzonte inevitabile di un’adolescente in rivolta, e comunque la vita di Yasuko scissa tra le regole di un gioco sessuale che ha deciso di mettere in scena senza maschere con il suo quartetto misto di amici, alla scoperta spietata del significato interno e esterno del gioco erotico tra coetanei (cosa si prova? com’è? senti niente? e così? Perché vai così veloce?) e il ‘tradimento’ rispetto a quel patto, regolato da un  catechismo di setta già inquinato dal mondo conformista, procreativo e dai valori ‘laburisti’ che lei vorrebbe combattere, ma che è più forte di lei.
Perché Yasuko ha deciso, individualmente, di barattare il suo corpo con un adulto, addirittura con il suo insegnante, senza dire niente ai suoi amici, regredendo a ragazza violata, anche se nella maniera meno professionale possibile e attraverso un ‘pagamento’ sentimentale più che monetario (lui, il ‘rude lover’ di mezza età, dovrebbe promettere di accompagnarla a abortire, ma terrorizzato, mente e tergiversa). Per espiare, Yasuko ha un solo modo, fare davvero la ‘prostituta di 15 anni’…
Gushing Prayer gioca con lo spazio con la stessa attonita attenzione di Antonioni, e analizza la struttura polistratificata dei personaggi come fa Godard in Masculin, féminin, anche se l’angoscia esistenziale (nel primo caso) e l’umorismo e l’allegria (nel secondo) sono tra le righe. Il bianco e nero della fotografia è affascinante e le riprese dei quattro ragazzi che camminano nella nebbia ha la forza e la qualità di un’ icona. In molti pink movies dell’epoca le improvvise scene a colori sottolineano gli elementi drammatici. Questo procedimento è usato da Adachi per dare forza in più alle scene che raccontano del destino della ‘creatura mai nata’ di Yasuko, e la luce sarà gelida e horror o la policromia sarà più empatica e calda, a seconda della ricezione. Visualmente il film è attraente, ma la forma e la sostanza del contenuto sembrano intenzionalmente indigesti al pubblico frustrato nella sua ricerca di continui ‘perché succede questo?’. I giovani attori recitano con la passione dell’automa, e scandiscono in stile distaccato e brechtiano, oggi si direbbe straubiano, le loro battute, passando dalla dichiarazione impersonale alla citazione oscura, che mai  si concretizza in messaggio diretto. Certamente non si tratta del tipico ‘film di liceali giapponesi anni 60’, visto che si cita George Bataille - l’accettare la vita fin dentro la morte e la morte fin dentro la vita che è l’essensa della sessualità -, nelle conversazioni più casuali. Certo il film fa capire che tra morte e sesso il legame erotico è fortissimo (l’accettazione della vita fin dentro la morte e viceversa, appunto) ma questo non è mai detto esplicitamente. Come Jasper Sharp spiega nel fondamentale studio sul ‘cinema rosa’ Behind the Pink Curtain, Gushing Prayer è un’allegoria del terremoto politico che sconvolgeva il paese. Al centro di molte scene girate in esterni ci sono le jeep e i tank anti sommossa che riflettono la presenza crescente della polizia in risposta alle azioni terorrisitche dell’Esercito Rosso Giapponese e delle altre organizzazioni armate. L’approccio obiquo, indiretto, ‘disgiuntivo’ direbbe Noel Burch, di Gushing Prayer non aiuta a sviluppare un concatenamento emozione degli avvenimenti, ma questo è il linguaggio delle nouvelle vague planetarie dell’epoca e chi apprezza, ancora oggi, un approccio intellettualmente ricco alle immagini astratte, troverà molto materiale emozionante su cui riflettere. Inoltre non dimentichiamo mai che il ‘nervosismo dell’inquadratura’ e delle sequenze, fatte di stacchi improvvisi e riprese sbilenche, dipende alla necessità di evitare, in un film così concentrato sull’azione sessuale, le nudità integrali. Il ‘full frontal’ è proibito infatti dalla censura giapponese, ed è tuttora tabù l’esposizione della zona pubica maschile e femminile (tranne nel film d’arte). Si utilizza, in questi ultimi anni, il ‘fogging’ per cancellare digitalmente ogni visione proibita, provocando surrealistici slittamenti del senso: non è vietato vedere l’eiaculazione, ma il pene che eiacula sì.
‘Gushing Prayer’, dunque, è solo apparentemente il meno politico e rabbioso tra i waka-movies realizzati da Masao Adachi, ex militante del movimento studentesco e allora già molto vicino alla fazione meno suicida dell’Esercito rosso giapponese, gruppo maoista guerrigliero istigato a entrare in clandestinità.
Infatti la battaglia campale della piccola Yasuko contro la ‘comunità’ che manovra dall’alto (e dal basso) i suoi tentacolari conformismi ipnotici e per il pieno controllo del proprio corpo e della procreazione (anche se rischia di virare più verso l’anonimato e la depersonalizzazione che verso il raggiungimento di una libertà matura e di una appuntita soggettività desiderante),  è di una ferocia e di una violenza degna del miglior Oshima e del miglior Wakamatsu, quello che nel 1965 era riuscito a far scandalo a Berlino con il suo controverso ‘Kabe no naka no himegoto’ (Il segreto tra quattro mura), un esemplare ‘pink da camera’ della Nikkatsu, che era stato prima attaccato dallo stato e dal suo braccio cinematografico, l’Eirin, poi dalla stessa major di Tokyo, costringendo Wakamatsu a rompere definitivamente i rapporti e fondare la sua società indipendente, la Wakamatsu Production.
Masao Adachi, che nel sado-movie alla John Waters ‘La rivoluzione del controllo delle nascite’ (1967) aveva avuto la trovata di affidare a un tal ‘Marqui De Sadao’ la sperimentazione di un metodo anticoncezionale davvero innovativo (più fai soffrire atrocemente la donna nel coito, meno resterà incinta), è infatti un regista del tutto speciale. Fa parte di una genia di cineasti (gangster per 5 anni, in carcere per sei mesi) che difficilmente vedremo in giro per il mondo a spese delle istituzioni ufficiali, come la Japan Foundation. Un nome da lista nera al fianco di Tetsuji Takechi (il suo anti-americano ‘Neve nera’ sarà proibito dal governo, ma difeso da Oshima e Mishima), Atsushi Jiku Yamatoya (suo l’apripista ‘Uragiri no kisetsu’, 1966), Osamu Yamashita, Kazuo Komizu detto ‘Gaira’ (il cosceneggiatore non accreditato di ‘Su su due volte vergine’ e specialista di ultra gore anni 80 e 90), Isao Okishima…o del papà di tutti loro, il re degli swinging sixty nipponici, il Papa del ‘pinku eiga’, il ‘Che Guevara della Settima Arte’, secondo la definizione di Roberto Curti e Tommaso La Selva (“Sex and Violence”, ed Lindau, 2003), cioè Koji Wakamatsu (vero nome Takashi Ito, classe 1936), che sempre nel 1967 affida a un Marqui De Sado il ruolo di violentatore, dalla fantasia sanguinariamente fervida, in ‘La storia dark di uno stupratore’. Le persone per bene non amano i pink movies. Perché? Si chiedeva Naghisa Oshima. “Semplice: perché sono un frutto bastardo dello studio system. Ma, attenzione! Discriminare la propria prole illegittima è il prototipo di tutti i pregiudizi”.  
Il dosaggio di sesso e violenza, anzi di sesso di gruppo e di carneficina, contenuto a stento nelle ero-produzioni di Masao Adachi e di Koji Wakamatsu, in film come “Mitsuryo-suro Toki”  (Quando gli embrioni cacciano di frodo, 1966), ‘Okasareta Byakui’ (Angeli stuprati, 1967), versione nipponica della famigerata strage di Richard Sperck, un giovane serial killer nordamericano che aveva assassinato 8 infermiere), “Sex Jack” (1968), ‘Yuke Yuke Nidome No Shoio’ (Su su due volte vergine, 1969) o il profetico “Tenshi no kôkotsu” (Estasi degli angeli’,1972) ispirato al ‘terrorista della metropolitana’ Kusa Kajiro, che esondano dai familiari territori del buon gusto. E offrono ai loro spettatori “un’esperienza unica, fortissima e che non ha equivalente alla luce del sole”: quella del desiderio di cose belle ma anche del tragitto delittuoso più cupo e spaventoso per raggiungerle. Scriveva Oshima in un famoso saggio dell’ottobre 1970 - pubblicato nel quaderno 41 dalla Mostra del cinema di Pesaro – che questo dosaggio di sesso e violenza tocca una zona dell’immaginazione fertile ma molto delicata, il passaggio dalla affermazione dell’identità individuale all’anonimità. Perché l’eroe dark ma in cerca di luce di Wakamatsu e Adachi, per purificarsi, ha un solo sentiero: ritornare, regredendo allo stato di feto, nella spersonalizzazione prenatale, nel grembo materno, al tempo e allo spazio che anticipa la trasformazione della bellezza in ‘sudiciume’: “Il desiderio di rovesciare l’individuale nell’anonimo, la brama di abbandonare ogni sporcizia per ritornare al grembo possono essere atteggiamenti mentali disponibili al fascismo ma non c’è connessione diretta tra l’espressione di atteggiamenti disponibili al fascismo e il fascismo stesso. I protagonisti dei film di Wakamatsu scritti da Masao Adachi si svegliano sempre dalla loro ‘reverie’. Il mondo che li attende è allora il mondo del pregiudizio. Fino a quando ci sarà questa garanzia, sarò capace di credere che gli atteggiamenti disponibili al fascismo di Wakamatsu saranno diretti non tanto verso il fascismo ma piuttosto in direzione di una lotta contro chiunque sia oggetto di pregiudizio”.    


La giubba rossa senza passaporto. Masao Adachi rivoluzionario

Molti cineasti nella storia hanno pagato con la vita, il carcere, la persecuzione, l’esilio, la censura e l’oblio la coerenza con le proprie posizioni politiche, etiche e estetiche. Non c’è bisogno di essere dei filmaker entrati in  clandestinità (come Holger Meins e Masao Adachi) o molto vicini al movimento rivoluzionario (come Emile De Antonio, Gian Maria Volonté, Robert Kramer, Pier Paolo Pasolini, Alberto Grifi o Haskell Wexler) o semplicemente democratici-radicali (come l’iraniano Jafar Panahi, i ‘dieci di Hollywood’ perseguitati dal maccartismo, Bertolucci, gli ‘akzionisti’ austriaci…).
Per entrare nella ‘lista nera dei cineasti carogna’ basta spesso solo rifiutarsi di essere ‘embedded’, decidere di essere onesti con se stessi e si può perfino fare l’apologia della ‘realtà’ che si vuole cambiare, o dire un grande sì alla vita: perché, senza indignarsi, come si fa a descrivere, a comprendere e ad amare alcunché? “Nelle mie canzoni parlo di quel che vedo, della vita che mi circonda”, come ricordava la cantante sudafricana Miriam Makeba, scusandosi di non potersi definire nemmeno una ‘artista politica’…
Tra i cineasti viventi più sadicamente perseguitati, anche perché trattasi del cittadino di un paese dalla pluridecenale tradizione democratica, anche se ‘eccentrica’, c’è il giapponese Masao Adachi, 13 film all’attivo, figura chiave della controcultura artistico-letteraria degli anni sessanta e settanta, del suo paese e non solo ancora, ma poco noto al pubblico italiano, nonostante il giro festivaliero della sua penultima regia, “The Patriot/The Terrorist” (2007), sulla vera vita di Kozo Okamoto, un kamikaze giapponese filopalestinese che sopravvive al massacro dell’aeroporto di Lod nel maggio 1972, e sulla sua ‘non vita’ nel carcere, dalle torture ai sensi di colpa per essere sopravvissuto. E nonostante il successo critico a Berlino, e l’orso d’oro vinto dall’attrice protagonista Shinobu Terajima, di ‘Caterpillar’ (2010), di cui ha curato la sceneggiatura, e ritorno al sodalizio ‘anti-militarista e anti-maschilista’ con Koji Wakamatsu.
Il suo abominevole reato? Essersi battuto con le armi in pugno per l’indipendenza e la libertà del popolo palestinese, cacciato brutalmente dalle sue terre e costretto via via alla diaspora o alla pratica suicida. Certo fu un ‘combattente armato’, ma sempre critico rispetto alla politica della fazione ‘Nihon Sekigun’ (poi ‘Armata rossa unita’) e al suo mistico progetto di fondare un esercito rivoluzionario marxista-leninista in Giappone. Dichiarerà a Matteo Boscarol nella sua intervista a Alias, nel 2005: “Come compresi presto in Palestina, la lotta armata non deve essere in alcun modo separata dalla vita quotidiana del popolo, ma ciò che successe in Giappone fu l’esatto contrario: l’avanguardia rivoluzionaria creò un punto di vista completamente separato dalla realtà delle masse, una specie di ‘elite della pistola’. Al contrario io sono un convinto sostenitore della sovranità delle masse: il popolo può avere il potere perché già di fatto ce l’ha”.
Oggi, più che settantenne, Masao Adachi, rilasciato dal carcere nel 2003, vive in Giappone con la moglie, una donna palestinese, profuga nel Libano e di religione cristiano-ortodossa (si è convertito lui stesso al cristianesimo per sposarla). Ha un figlio, il suo primo, nato nel luglio del 2005 e sta per scodellare il suo tredicesimo film, un progetto collettivo surreale, innovativo e a costo zero (non a caso si intitola ‘Il tredicesimo mese dell’anno’). E’ libero, ma non può più uscire dal paese. Quando si proiettano i suoi film nei festival di tutto il mondo, Adachi non può accompagnarli, presentarli né discuterli con il pubblico. Non potrà essere membro di una giuria a Cannes, Venezia, Toronto o Berlino. Gli è negato infatti il passaporto, che nel paese del sol levante non è un diritto civile, ma un premio dato solo ai cittadini modello, patriottici, meritevoli, o alle ‘leggende viventi’ che, per quanto critiche e anticonformiste siano (Oshima, per esempio)… non  abbiamo mai contraffatto alcun documento d’identità… Speriamo che il nuovo governo di Tokyo, più aperto e culturalmente più attrezzato, decida di rivedere questa decisione che colpisce un filmaker che, dal 1974 al 1997, ha abbandonato il cinema e il proprio paese, per dedicarsi interamente alla militanza panaraba e emme-elle nel Fronte Popolare di Liberazione palestinese (Fplp), quello della kefiah bianca e rossa. Si occupò molto della sezione propaganda, del giornale dell’organizzazione, diretto dal poeta Kanafani, ”al-Hadaf ” (Il fine), dell’Unione degli scrittori palestinesi, ed entrò in contatto anche con simpatizzanti vari, da Vanessa Redgrave ai combattenti internazionalisti, rappresentanti dell’Ira, Raf, Eta e Br (‘i più disorganizzati di tutti’). Girò anche dei documentari e una serie di film diario, che divennero sempre più radi dopo il 1976 e lo scoppio della guerra civile libanese che lo costringeva più al mitra che alla cinepresa. I materiali di Adachi filmati in Palestina e Libano andarono distrutti durante l’invasione di Israele del 1982. Ma i ‘traditori della patria’ e i romantici poeti alla deriva, sono sempre più patriottici e umanisti di ogni sciovinista fanatico. Membro della Armata Rossa Giapponese, l’organizzazione armata di estrema sinistra riconosciuta dallo stato giapponese dopo il rapimento di un ministro, poi liberato, Masao Adachi decide di accettare la tregua e parte nel 1974 per la Palestina con una parte dell’organizzazione, di cui diventa il portavoce. Dopo 23 anni di residenza in Libano, è arrestato il 15 febbraio 1997 per violazione delle leggi sui passaporti e condannato a 4 anni di carcere assieme a 4 compagni dell’organizzazione, Haruo Wako (ex assistente alla regia della Wakamatsu Pro ed ex attore), Mariko Yamamoto, Kazuo Tohira e Kozo Okamoto, liberato nel 1985 per uno scambio di prigionieri. Dopo 18 mesi scontati a Roumieh (Beirut), il 18 marzo 2000, il gruppo (tranne Okamoto considerato profugo politico per le torture subite dagli israeliani) però viene estradato, via Giordania, in Giappone dove Adachi è imprigionato, sempre per possesso di passaporto falso (per una vecchia storia: era entrato illegamente, nel settembre del 1989, in Cecoslovacchia) e incarcerato per un altro anno e mezzo finché non ottiene gli arresti domiciliari e poi la libertà. Tutti i membri dell’Esercito Rosso Giapponese hanno ricevuto manifestazioni di pubblica simpatia da parte del popolo libanese per la loro lotta contro Israele.
Adachi riprende così a scrivere e girare film e pubblica “Cinema /Rivoluzione”, l’autobiografia della sua vita e delle sue opere, curata dal critico cinematografico militante Go Hirasawa, che esce anche in Francia. Lo spagnolo Gonzalo Lopez, nel 2008, ha lavorato su una sceneggiatura di Masao Adachi del 1966, per realizzare il remake catalano di ‘Embrione’, un horror dedicato a Roger Corman, Joe Dante, Asako Otomo e Koji Wakamatsu. Vengono organizzate in Giappone retrospettive e proiezioni dei suoi film, molto seguite soprattutto dal pubblico più giovane. E’ stata lanciata una campagna internazionale, e una petizione viene firmata da molti cineasti e da festival di tutto il mondo, affinché gli venga restituito il passaporto. Ma l’atteggiamento del governo liberal-democratico e poi quello di centro sinistra non cambia. Adesso con Abe figuriamoci.         


Il cofanetto Rarovideo di Masao Adachi
Masao Adachi cineasta
Nato a Fukuoka il 5 maggio 1939 (è sette anni più giovane di Oshima) Masao Adachi è tra i cineasti sperimentali più colti, sessualmente scandalosi e impertinenti della sua generazione (il corto ‘Tazza’,Wan, del 1961, una tragedia ambientata in un villaggio isolato; e il medio ‘Vagina bloccata’, Sa’in, del 1963, entrambe co-regie studentesche, lo impongono già come pericolo pubblico numero uno dell’immaginario conformista). Partecipa al lungo sessantotto giapponese (che inizia un decennio prima che in occidente) e dal 1966 diventa l’amico rivoluzionario, la ‘guida politica’ e il collaboratore più stretto dell’antisociale Koji Wakamatsu, uno dei registi indipendenti più ‘selvaggi’ e estremi di quegli anni, maestro e patriarca del ‘genere pink’, il softcore contaminato da forti ‘inserts’ rivoluzionari, tra polemiche politiche contro il militarismo, il machismo e l’autoritarismo della tradizione imperiale e sarcasmi contro il sadismo antipopolare del governo, spesso corrotto ma ‘irremovibile’, dei liberal-democratici.
In ‘Datai’ e in ‘Hinin Kakumei’ (entrambi del1966), le prime regie di Adachi, affronta un argomento tabù, l’aborto, pratica anticoncezionale allora fuorilegge in Giappone. In ‘Seizoku’ (Sex Jack, 1968), pezzo di teatro della crudeltà, e film più noir che pink, la liberazione sessuale è sinonimo di liberazione politica, ma il gruppuscolo di ribelli che non riesce bene a focalizzare l’oggetto del suo rancore e del suo piacere, e che si traveste prima da bombarolo di sinistra, poi da nazistone alla Mishima che urla ‘Heil Hitler’, e torna di nuovo infine all’estrema sinistra, si presta al sarcasmo acido da commedia demenziale, non solo dell’ospite, uno studente che li ha accolti perché braccati dalla polizia (e che si vendicherà, alla fine, delle umiliazioni subite dentro casa e fuori), ma anche dallo sceneggiatore/regista, per l’ imprecisione con la quale la masnada ribelle traccia il rapporto reichiano tra sesso (che sa fa sempre perché annoiati) e rivoluzione (idem?), tra orge e stupri, piaceri ‘solitari’, estasi e palingenesi politica.
Ancora più estremo il progetto in “Guerriglia delle studentesse” (1969), che coinvolge le violente attività sovversive di una base rivoluzionaria annidata sulla montagna: e quella montagna è proprio il simbolo sacro della nazione, il monte Fuji che è anche il logo della odiata Shochiku, la peggiore delle major, la più conservatrice, da prendere in giro in ogni occasione (le lotte sindacali degli anni 60 avevano avuto ripercussioni anche negli Studi, e la Toho, controllata dalla sinistra, viene abbandonata dalle star più conformiste che formano la nuova Toho, Shin Toho).
L’uso del bianco e nero e del colore, l’intrusione di scritte, citazioni e elementi stranianti, la musica utilizzata in maniera conflittuale, come un ‘personaggio’, mai come come raddoppiamento sentimentale,  padroneggiano esplicitamente le tecniche contronarrative di Godard.
Adachi è coinvolto, come Wakamatsu (che lo scoprirà, ma se ne avvarrà per approfondire le sue analisi da ‘autodidatta rabbioso’), nell’attività politica sovversiva, ma le loro provenienze sociali sono differenti: quest’ultimo è originario del nord-est del paese, ha un accento ‘impresentabile’ ed è figlio di contadini. Ha inoltre un equivoco passato, che non ha, del resto, mai nascosto, di yakuza nel quartiere che ‘non dorme mai’ di Shinjuku (a Tokyo). Sofisticato intellettuale che ha dimestichezza con l’adorato Blanqui, Brecht, Genet (che poi avrebbe conosciuto in Palestina: “mi ha insegnato a lasciar parlare il silenzio”), Godard e perfino Toni Negri, è invece Masao Adachi che, dal 1966 al 1971, partecipa alla sceneggiatura di numerosi film diretti da Wakamatsu usando spesso pseudonimi come ‘Yoshiaki Otani’, ‘Izuru Deguchi’ o ‘De Deguchi’.  Tra questi ‘Quando l’embrione caccia di frodo’, 1966; ‘Gli angeli stuprati’, 1967, Su su due volte vergine, 1969 e ‘L’estasi degli angeli’, 1972, dove Adachi compare anche come attore. Contribuisce a radicalizzare lo sguardo e a innalzare la coscienza politica di Wakamatsu. Quei film hanno un dirompente successo nel giro mondiale underground e nei festival di punta, ma provocheranno anche controversie e polemiche, sia a Berlino (con alcuni gruppi di femministe) che a Knokke-Le Zoute, il tempio (belga) del cinema underground. 
Collabora, contemporaneamente, con la Sozo-sha di Nagisa Oshima, la piccola casa di produzione indipendente che il regista di “Racconto crudele della giovinezza” è stato costretto a fondare, in nome della libertà di espressione, dopo la ‘censura di mercato’ voluta dalla Shochiku, nel 1960, in occasione dell’uscita del suo film più politico, “Notte e nebbia del Giappone”, radiografia impalcabile degli errori commessi dal Partito comunista giapponese e dal movimento studentesco (perfino dall’ala sinistra degli Zengakuren) durante le combattive lotte di massa contro la ratifica del trattato nippo-americano. Scrive infatti, assieme a Tsutomo Tamura e Mamoru Sasaki, nel 1968, la sceneggiatura di ‘Il ritorno degli ubriachi’ (Kaettekita Yopparai), e vi interpreta la parte di un poliziotto, e di ‘Diario di un ladro di Shinjuku’ (Shinjuku Dorobo Nikki), che è una liberissima interpretazione  del ‘Ladro’ di Genet. Nello stesso anno fa il capo delle guardie carcerarie in ‘L’impiccagione’ di Oshima, la dura requisitoria contro il razzismo anticoreano dei giapponesi. Nel 1969 sempre assieme allo sceneggiatore della Sozo-sha, Mamoru Sasaki, e al critico cinematografico anarchico Masao Matsuda, Adachi dirige il suo settimo lungometraggio, ‘A.K.A Serial Killer’, fuori però dal suo consueto genere d’affezione, il pink (il softcore, a differenza che in occidente, è stato spesso usato come genere-schermo, il preferito dai cineasti più sperimentali e estremi perché permette una maggiore libertà di fraseggio e una radicalità d’immaginario politico ‘travestita’). ‘Aka serial killer’ però è un inquietante documentario perché analizza e va a caccia di paesaggi non solo poetici, quelli che il serial killer teenager Norio Nagayama avrebbe visto prima di attuare i suoi efferati assassinii, tra le località di Nagayama, Abashiri e Kawasaki.
Lo stesso Wakamatsu sarà il produttore esecutivo, nel 1976, di ‘L’impero dei sensi’ il più grande successo internazionale di Oshima, e scatenato pink esso stesso, ma anche l’opera più censurata e perseguitata in patria del grande regista di Kyoto.
Nel 1971Oshima (‘La Cerimonia’), Adachi e Wakamatsu (‘Angeli stuprati’ e ‘Sex Jack’) sono invitati a Cannes dalla Quinzaine des Realisateurs e, sulla via del ritorno, Masao Adachi, sempre più distante da quella parte dell’Armata rossa che ha iniziato una purga interna di stile staliniano, condannando a morte 12 dei propri membri, convince Wakamatsu (che ha appena fatto buoni incassi con ‘Tecniche d’amore – Kama Sutra’) a fare un viaggio di lavoro in Palestina per girare un film sulla guerra tra Israele e la Palestina, ‘facilmente vendibile’ alle televisioni. Sarà il mediometraggio “Armata rossa/Fronte popolare di liberazione palestinese: una dichiarazione di guerra mondiale”, coprodotto assieme a Shigenobu Fusako, leader dell’Arg, o meglio di quella frazione del movimento armato giapponese che ha deciso di abbandonare la lotta in patria, e di scegliere la strada della solidarietà internazionalista (anche dopo una tregua con il governo di Tokyo, a seguito della liberazione di alcuni prigionieri politici in cambio di un ministro sequestrato, e con la promessa della cessazione di ogni attività terroristica in Giappone). L’altra frazione dell’Armata rossa giapponese, che continua con gli attentati e gli omicidi in Giappone, e l’odissea tragica del suo agghiacciante autoannientamento, sarà l’argomento di ‘United Red Army’, 2007, il penultimo film di Wakamatsu. Masao Adachi non venderà mai quel documentario alle tv, “troppo estremo”, troppo di parte (con le interviste a scrittori, profughi ma anche a dirottatori e terroristi), aspro nel descrivere la vita nei campi profughi di Libano, Siria, Girdania e soprattutto Jarash, e con tutti quegli aforismi ‘di fuoco’, scritti dall’intellettuale palestinese Ghassan Kanafani (assassinato con la nipotina l’8 luglio 1972 dagli israeliani), ma diffonderà l’opera nelle piazze, nelle palestre delle scuole, nelle università occupate di tutto il Giappone, attraverso il movimento delle “Truppe di proiezione dell’autobus rosso”. Poi Masao Adachi scomparirà nel nulla, dal 1974.  E Koji Wakamatsu non otterrà più il visto per recarsi negli Stati Uniti.