mercoledì 20 settembre 2017

Classici dimenticati. Don't Come Knocking di Wim Wenders. Requiem per Sam Shepard






Roberto Silvestri



Sam Shepard in The Right Stuff 

Per ricordare Sam Shepard, nei giorni tristi perché ci ha lasciato anche Harry Dean Stanton,  forse basta ricordare uno solo dei suoi film. Per esempio Don't come knocking. Non bussare alla mia porta. Regia di Wim Wenders, bella e invisibile. Film tedesco d'America, fu in gara a Cannes nel 2005. 

Sam e Jessica Lange

Una buona storia, con il plot costruito dai personaggi, e non viceversa, sul vuoto di paternità nel mondo d'oggi (che potrebbe abolirla per legge)... Un uomo ricco e famoso, Howard Spence, attore di western, e da sempre solitario, a sessant'anni e qualcosa può decidere di diventare socievole, e per questo si mette in marcia, cambia giacca e stivali, si apre all'on the road e al caso, torna molto indietro nel passato, per costruire un altro futuro... Howard si chiama, e fa rima con «coward» (codardo), le urlerà il suo ex grande amore ritrovato. Era tanto grande, quell'amore che fu interrotto per paura, per evitare, chissà, il dolore di una fine insostenibile. Resta però un figlio cantautore con band, da qualche parte. E se ha il caratterino del cowboy individualista celibe, sarà difficile farli comunicare. L'elaborazione del dolore sarà affidata a una canzoncina e a un coro. Tra artisti ci si intende di più che tra civili...

Sam Shepard in Don't Come Knocking
Ma non parlerà il film per caso della difficile eredità per un ragazzo tedesco del secondo dopoguerra di una seconda patria, gli States,  inconoscibile e incomprensibile, non priva di charme seduttivo? Gli attori sono più che perfetti, Jessica Lange, Tim Roth, Sarah Polley e Eve Marie Saint, George Kennedy... immersi ognuno in un mondo di segni tutto proprio (soprattutto un «nativo» armato di pistola, irriducibile nel dissotterrare l'ascia di guerra) e non sempre decifrabili.

Sam e Sissy Spacek
Immagini stupende, poi, di Franz Lustig, pensate già per il televisore al plasma e il 16:9 e per essere competitive con i campi lunghi di Rio Bravo e Ombre rosse (ha vinto il premio per la migliore fotografia europea dell'anno). Ma Joseph Biroc le avrebbe amate molto, perché nitide ma inquietanti. Come se Corman avesse avute tre settimane di tempo in più nelle riprese per ritoccare ombre e focali. Una ventina i riferimenti colti all'iconografia del passato, classica e del crepuscolo, da Hooper a John Sturges, dalla main street intatta, inizio secolo (scorso), negli stati del «middle», che in realtà non esiste più ma grazie ai mall-center post moderni oggi stanno rifiorendo, alle vecchie automobili verdi pastello e tutte curve, agli alberghi cadenti e screpolati simili a Million Dollar Hotel, alle cineroulotte e agli altri non luoghi (nel senso di non ancora usurati dal cinema): la cittadina di Butte (in Montana), perché Dashiell Hammett la chiamò Poisonville in Red Harvest; e l'altro centro abitato di Elko, Nevada, dove si mangia un'ottima cucina basca e l'eroe ritrova le sue radici dimenicate, una madre che non gli ha insegnato le buone maniere e le origini dei suoi sensi, «spiritati» e onnivori (e qui Shepard sembra in trio con Warren Oates e Harry Dean Stanton). Ma anche Moab, segnale fordiano forte del paesaggio primordiale della lotta epica, ma non «malboro dipendente» (e dunque intossicato) come la Monument Valley.


Quelle piccole, autobiografiche cose che misteriosamente riescono a dare al tutto un tocco di verità e allo stile un marcato retrogusto europeo, da premio Phoenix, da Strasburgo Found (ma il film non lo ha vinto). «Mi ha salvato il rock», disse Wim Wenders, ma, una volta salvo, fu Hawks e Walsh e Tashlin a praticare la respirazione bocca a bocca per non fargli mai più venire la voglia di farla finita. Un cineasta della modernità critica, però, ha qualche strumento di analisi e combattimento in più, studia ossessivamente lo sguardo come violenza subita quotidianamente nelle nostre città, la paranoia dell'essere scrutati ovunque da occhi non indifferenti, misteriosi, ostili e indiscreti...


Tutto questo conduce il film all'elogio finale del toccare virtualmente, del toccarsi per capirsi, ma attraverso le immagini non la carne, in una sorta di manifesto per un «cinema osteopatico» più realista ancora perché non statico ma dinamico.

E la musica di T-Bone Burnett ovvero del country cool rok a tutto spiano (più Cassandra Wilson)... Insomma: cosa possiamo pretendere di più da un film del sabato sera? Non è sempre il momento della rottura epocale, di un Nel corso del tempo che dichiarò finita la contestazione generale e iniziata l'era del narcisismo in crepuscolare stato d'allarme. Anche il clima da L'ultimo spettacolo, o da Il temerario o da film serio come ne facevano ancora negli anni 80 Walter Hill, Don Siegel o Sam Pechinpah, entra in questo parco a tema sull'America oggi.

In fondo i vent'anni passati da allora, dal primo al secondo Bush è stato meglio non viverli insieme e si sono cancellati da soli. Forse nessun film li ha saputi combattere, non come Capra e Ford, che riuscirono a zittire reazionari e fanatici durante il New Deal. E tra poco Rumsfeld ne chiederà la rimozione ufficiale dalla storia del cinema.

Don't come knocking, non bussare alla mia porta, o «Non disturbare» è l'ultimo film di Wim Wenders, un omaggio ai drammi ambientati nel rude Montana di Sam Shepard, l'unico corpo cowboy credibile della modernità. Infatti i western non li producono più. Parto lungo, budget imponente, si iniziò nel 2002, poi stop per il no budget Land of Plenty che non è bastato a fermare Bush jr. e poi altri soldi, altri partner, altri «colori aggiunti». Come dice Wenders, però: «come per un buon vino è bene che un buon film invecchi un po' più a lungo». Shepard, ora che il suo viso da sempre perfettamente fordiano è segnato dalle rughe come quello di Harry Dean Stanton, come era quello di Warren Oates, è anche il protagonista e il co-sceneggiatore di questo Paris, Texas del XXI secolo. Dunque dopo venti anni (lo stesso intervallo che dà Jarmush a Bill Murray perché gli umani si diano da fare arrivati al crepuscolo), un divo del cinema, inguaribile dongiovanni, cento yard di coca e rye whiskey a fiumi ("Perché Warren Oates ami così tanto il Messico?". Perché lì la birra non costa niente, per noi") dice basta a tutto, mentre è su un set nel deserto, diretto da George Kennedy, prende un cavallo e scappa, prosegue a piedi, poi in autobus, poi trova la mamma che non sentiva da un secolo e che le dice che da qualche parte c'è un figlio suo riapparso dal nulla. Via all'inseguimento, trova ex fiamma e figlio, oggi rocker languido e poetico, ma non è facile ritessere fili così invecchiati, mentre lui stesso è oggetto di un doppio inseguimento, una giovane bionda con le ceneri di mamma in braccio (figlia ignota numero due) e un assicuratore paranoico ma curioso, ingaggiato dai produttori del film per riacciuffare la star svanita. Manette, via col set. Dietro sulla macchina di papà Gabriel Mann ora insegue. Forse è un bene che non tutti usino la pillola. L'integralismo è degli altri. E se lo tengano.









Quando l'insulto migliora il rapporto tra i popoli. Il bel film di Zaied Doueiri alla Mostra di Venezia



Roberto Silvestri

C'è Rachid Bouchareb, decano dei cineasti algerini di Francia, specialista di film da festival e non sempre scevro da compromessi nel raccordare coraggio e confezione standard, tra i produttori di L'insulto, il bellissimo film libanese di Zaied Doueiri, in competizione alla Mostra di Venezia e in questi giorni a Roma nell'ambito della selezione dei film più interessanti del Lido. L'attore libanese di origini palestinesi Kamel el Basha, esordiente al cinema ma illustre performer teatrale, ha vinto per il suo ruolo (Yasser, come Arafat) la coppa Volpi come miglior attore del festival. La maniera con la quale riesce a controllare la dinamite che ha nel cuore quando il suo nemico gli urla in faccia: "Sharon avrebbe dovuto uccidervi tutti voi palestinesi a Sabra e Chatila!" ma si rifiuta di riferire l'offesa in tribunale, per non raddoppiare l'orrore, resterà in effetti nella storia del cinema. E nella storia.


Il regista libanese Zaied Doueiri

I compromessi sono di casa in Libano, visto che il governo è sunnita, gli hezbollah vigilano, Israele preme, la Siria (prima) pure, l'economia ristagna, ora rischiano pure il fracking (veleno per il turismo), ma ben tre ministri sono maroniti (nonostante i continui assassinii dei leader falangisti, da Pierre Gemayel ad Antoine Ghanem). 
Però il giovane regista di West Beirut, perseguitato in patria dal tribunale per accuse da teatro dell'assurdo (Doueiri è stato appena assolto da uno strano crimine: aver girato in Israele alcune sequenze di un film precedente, The Attack e avrebbe rischiato un'altra denuncia se avesse risposto in conferenza stampa al Lido alla domanda di un giornalista di Tel Aviv! In Libano Grillo ha già vinto?), ha il dono raro di uno sguardo graffiante e ironico, mai manicheo, e di una comunicativa franca, da commedia italiana. E anche questa volta utilizza i suoi studi americani per dare spazi e tempi giusti, e dialoghi shockanti, a un film bello come i "Perry Mason". Mettendoci dentro pure un pizzico di indiretta autobiografia.  
  
Kamel El Basha (Yasser) in tribunale con Diamand Abou Abboud (l'avvocatessa)

Toni, un meccanico fanatico, militante del partito falangista cristiano (una sorta di fascismo alla rumena, di chi si sente completamente circondato dai musulmani come dagli slavi, e reagisce di conseguenza) e Yasser, un palestinese, capo cantiere dalle squisite qualità umane e professionali, si azzuffano in tribunale, e per ben due volte, perché, per “futili motivi” ma in un crescendo di furore emotivo, il palestinese (maltrattato per razzismo), ha offeso pubblicamente il libanese, gli ha anche spezzato due costole con un pugno e avrebbe messo a rischio la vita sua, di sua moglie incinta e della bambina, secondo la denuncia all'autorità giudiziaria. Sembrerebbe spacciato, il profugo, ma.... 

I futilli motivi, in situazioni storiche particolarmente complesse, come il rapporto tra gli "odiati profughi palestinesi" (come sentiamo urlare in un comizio d'apertura della destra, che imita stile e modi di Netanyahu in Israele descritti da Gitai nel film sull'assassinio di Rabin) e i libanesi  - dopo quel che è successo a Sabra e Chatila e durante la furiosa guerra civile tra musulmani e cristiani maroniti, nascondono fratture razziali, antichi odii pronti a riesplodere per un nonnulla e perfino giganteschi rimossi razziali. La causa incendia le due comunità. 


Adel Karam nel ruolo di Toni e Rita Hayek
Ognuno ha una sterminata fila di soprusi e massacri da rivendicare. Certo, i palestinesi di più. Ma Yasser non vincerà la causa per questo. La vince perché una giovane avvocata (di sinistra), l'attrice Diamand Abou Abboud, smantellerà una a una le prove a suo carico, battendo sul suo stesso terreno tribunalizio l'avvocato di Toni, cioé suo padre (di destra), Camille Salameh.  Il film processuale è un genere drammatico nobile, ma rischia spesso di ricorrere a trucchetti di scrittura perché obbligato a ricorrere a continui colpi di scena e rovesciamenti di fronte. Qui più si va avanti, invece, e più ci addentriamo meglio nella storia del Libano. Non mancheranno agghiaccianti materiali di repertorio su massacri commessi dai palestinesi contro villaggi cristiani. In particolare si ricorda il massacro di Damur del 20 gennaio 1976, quando l'Olp e il Movimento Nazionale Libanese per rappresaglia uccisero 500 persone vendicando le 1500 assassinate due giorni prima dai Guardiani dei Cedri di Camille Sham'un. Toni, in braccio al padre, è uno dei sopravvissuti di Damur....Che appena ascolta, all'inizio del film, il capocantiere parlargli con accento palestinese e chiedergli di entrare in casa per aggiustare un tubo dell'acqua sul balcone che disturba i passanti, lo caccia con modi razzisti e si prende in faccia un meritato  "stronzo!" pubblico. 


i due nemici 
Si scoprirà così l'origine dell'ossessione politica di Toni, così come i motivi della radicalizzazione di Yasser, cresciuto come altri 300 mila esuli in una baraccopoli poverissima tra il disprezzo di metà libanesi e i missili israeliani in cerca di leader Olp....  


Adel Karam
E più si impara dal passato più si capisce che in Libano sarebbe indispensabile un processo, alla sudafricana, di verità, riconciliazione e perdono. E che questo può cominciare solo quando si riuscirà a affrontare le questioni private individualmente, attenendosi ai fatti, come avviene qui, senza coprire i propri errori nascondendosi dietro l'onore, la patria, i sacri legami di sangue e di comunità e la superiorità storica della propria fazione da difendere con ogni mezzo necessario. Toni e Yasser regolaranno la faccenda tra di loro, parallelamente e clandestinamente, rispetto al processo e al putiferio dei media, e sapranno riconoscere reciproche nobiltà e comuni errori pavloviani.  Tra un "noi siamo di origine fenicia, dunque questa terra è nostra e non degli invasori arabi" e "anche noi siamo stati espulsi dalla nostra terra e i fenici mediterranei dovrebbero trattarci come fratelli non come inferiori"  

martedì 19 settembre 2017

Ex Libris di Wiseman. Anche se tutti i libri diventeranno presto oggetti da Museo .....




Roberto Silvestri  *


Incredibili variazioni di montaggio su una struttura formale e un procedimento di ripresa e di alto dinamismo spaziale sempre identico, che articolino un'idea. Proprio come fanno i film high concept a Hollywood...
Dal 1967, influenzato dal "cinema diretto" (registrazione simultanea di suono e immagine, oggi  con il numerico una norma, ma un tempo no), da Grierson e Rouch (ma sessantottino come van der Keuken e Depardon), Fredrick Wiseman, 87 anni, 41esimo film, ha scelto di dedicare a New York il suo quinto lavoro, esplorare il metodo del cinema-saggio e sincronizzare questa volta tre ore (197' per la precisione) di immagini e suoni, per scoprire qualche verità vera sulla storia della “New York Public Library” nelle sue tre sedi di Manhattan, Bronx e Staten Island, una delle più grandi biblioteche al mondo. E si è gettato nei suoi labirinti e segrete e sale di lettura gigantesche per scoprire su come funzionano oggi questi gioielli, aggrediti dalle nuove tecnologie informatiche e dalla minaccia (sempre in agguato) di tagli pubblici ai fondi necessari per sopravvivere. L'idea è che questa istituzione, secondo una antica tecnica di combattimento del New Deal, può reggere la competizione senza svendere la sua natura comunicativa gratuita, non a finish lucrativo verticale, anche nell'era del Nasdaq, del mercato borsistico elettronico.


Non sempre infatti si eleggono politici che ci difendono dalle avide manone della finanza e delle big company. A volte si scherza troppo, e ci si ritrova giocondamente con un pericolosissimo Trump capace di chiudere istituzioni essenziali solo perché non danno profitti immediati.. Anche se la maturità capitalistica degli States ha saputo quasi sempre (maccartismo a parte) ben gestire commercialmente la cultura (i contenuti sono preziosi per il mercato, sono l'oro della società dello spettacolo) e poi la sede centrale della Public Library (public a metà, come ci spiega il film) è proprio prestigiosa e sembra intoccabile: è quel maestoso palazzone simile a una reggia, con ampie scalinate protette da giganteschi leoni eisensteiniani, che tutti i turisti conoscono e che chi non è ancora andato a Manhattan ha ammirato in tv o al cinema: Newsroom, Law and OrderSex and the City; Colazione da Tiffany, Spiderman 1 e 3, Ghostbusters, Prizzi's Honor, Finding Forrester, Il caso Thomas Crown, Chiamami Bernardo, Quiz Show, per nominarne solo alcuni degli oltre 50 "ospiti" di questa superattrazione metropolitana. La spesa pubblica Usa per la cultura è, in percentuale, molto più alta rispetto all'Italia. E' sempre bene ricordarlo a chi si consola a forza di sbeffeggiare le "americanate".


Già. Luoghi superstar. Negli ultimi anni Wiseman per continuare a lavorare con il suo metodo (dai tempi lunghi) ha avuto bisogni di luoghi turisticamente sempre più "forti" che potevano favorire la chiusura dei budget attraverso interventi istituzionali o misti (l'università pubblica di Berkeley nel 2013, il Crazy Horse nel 2011, l'Opera di Parigi nel 2009, l'Assemblea Legistativa di Stato dell'Idaho nel 2006, la Comedie Francaise nel 1996...).


Paradossale no? Il più libero e indipendente dei cineasti nordamericani è quello che viene più sovvenzionato dallo stato. Anche se le sue opere non sono mai agiografiche, si occupino di licei, sistema giudiziario, prigione, ospedale, manicomi, polizia, esercito, scienza, religione, problemi di quartiere, assistenza sociale, scuole per ciechi, moda, commercio, violenza domestica, istituzioni del tempo libero (Racetrack, Zoo, Aspen, Central Park). E non c'è bisogno di ricordare la famosa censura al suo primo film, il carcerario Titicut Follies (1967) durata fino al 1992. Film così, alla Foucault, in Italia non te li farebbero nemmeno girare. O il suo rifiuto di continuare un film se la sotuazione scelta pretendesse di mettere voce sul lavoro durante le rirpese o in sede di montaggio.


Anche perché per andare in un carcere e saper cosa fare per non essere infinocchiati dai direttori tipo Eddie Albert in Quella sporca ultima meta, bisogna, come Wiseman, avere una certa preparazione culturale alle spalle. Diciamo che per Wiseman il cinema è la prosecuzione dell'insegnamento universitario su scala più ampia. E' stato infatti docente alle università di Boston e Brandeis in diritto criminale, diritto di famiglia, medicina legale e psichiatria. La differenza tra il suo progetto enciclopedico e quello di Rossellini è tutto qui, senza per questo avere una esagerata predilezione per i cineasti più accademici.


Torniamo negli spazi della Public Library. Certo non ci racconta come si entra in epoca di terrorismo e di sicurezze accentuate. Però.
Wiseman come al solito ti conquista subito, da eccellente giornalista sportivo, fin dal primo "paragrafo". Interroga bibliotecari alle prese con il web, dove e come diffondere i tesori custoditi nei suoi giganteschi edifici; "spia" gli amministratori in riunione, quando pianificano i nuovi investimenti e gli impiegati che spiegano il rapporto tra finanziamenti pubblici e privati ma negano gentilmente al telefono il prestito e la visione della versione originale della Bibbia di Gutenberg "ci scusi, signore, non è proprio possibile!". Cattura interventi radicali di poeti, storici, saggisti del cinema e maghi della cibernetica invitati a tenere conferenze. Tra questi frammenti, uno è particolarmente interessante. Si tratta di uno studioso dell'Islam nell'Africa occidentale che ha scritto un libro sulla partecipazione attiva dei musulmani nelle prime lotte antischiaviste in Senegal, anticipando di gran lunga i filantropi inglesi del XVIII secolo. A proposito di primati fasulli dell'Occidente. Maledizione non troviamo indicazioni del libro né dell'autore neppure nei titoli di coda. Non si fa pubblicità qui.


Wiseman non fa “documentario documentaristico”: fiancheggia una istituzione in mutazione fertile conoscendo bene il suo funzionamento e obiettivo. Centro culturale vivo, transculturale e aperto alle arti performative, non deposito sterile (e, nel maccartismo, censorio ma questo si sa inutile ricordarlo?) di libri e audiovisivi. Servizio sociale pubblico che offre alla comunità strumenti informativi e aiuti lavorativi finché il capitale privato sarà copioso, ma sotto controllo. Un patrimonio iconografico unico, inoltre, nato più di un secolo fa, di cui gli artisti americani (Andy Warhol soprattutto, ma tanti tanti altri) beneficiano da 100 anni. E ne vediamo gli esiti.


Wiseman si smarca così dalle accuse fatte al cinema diretto di enfatizzare troppo la capacità della realtà di raccontare da se la propria verità. No, bisogna avere un criterio. Il suo più che cinema del reale è macchina desiderante un "mondo realmente rovesciato"  come intitolava Fulvio Baglivi una monografia edita dal Centro Sperimentale di Cinematografia di Roa. Non fare domande in libertà, ma saper dare risposte in anticipo che modifichino il reale. Anche se si èp convinti che un film non serva a nulla, e la realtà è immodificabile. Comunque. Non girare o gironzolare a vanvera.



Il cinema-verità, nato negli anni 60 grazie alle nuove tecnologie leggere (camera 16 mm, magnetofono Nagra) che permettevano di girare in esterni con una certa comodità audiovisuale, teorizzava riprese improvvisate a grande forza d'urto  a-grammaticale e non più teste parlanti prestigiose e inamidate intervistate in studio. E anche far dialogare le persone comuni per strada e non concepire più il documentario come solo sociale, strettamente legato al lavoro, ma anche ai temi più vasti delle relazioni umane. Pasolini, per esempio in Gli italiani e l'amore, piegò il cinema verità a una sorta di cinema-documento approfondito, giansenista (come suggeriva Edgar Morin)  cioé non purificato artisticamente, con immagini con maggiore valore emozionale perché restituite allo stato bruto, perfino goffe e fortemente soggettivo. Wiseman cerca di socializzare le sue competenze creando un punto di vista singolare-collettivo o  individuale-comune attraverso un forte rispetto etico per l'intera struttura e per tutte le articolazioni di sistema.

Fredrick Wiseman nella Public Library 
Alla Mostra di Venezia quest'opera, che non è evidentemente di argomento sportivo, ha ricevuto il premio Fair Play assegnato tra ifilm in competizione a quello che più favorisce la promozione dei valori di lealtà, rispetto delle regole e insofferenza rispetto a ogni discriminazione fisica, sessuale, religiosa ed etnica. In fondo lo scopo del film, e l'idea forte che ha portato Wiseman in questo centro culturale vivo, è che solo dall'educazione libera e gratuita possono nascere cittadini tutti uguali "ai blocchi di partenza".




*NEL CORSO DELLA MANIFESTAZIONE VENEZIA A ROMA IL FILM EX LIBRIS DI FREDRICK WISEMAN VERRA' PROIETTATO IL 19 AL CINEMA GIULIO CESARE E IL 20 AL CINEMA EDEN  

Così muore una stella. "Nico 1988", tra farsa e tragedia.

La vera Nico dei Velvet Underground 


di Roberto Silvestri 

Nella sezione competitiva di Orizzonti della mostra di Venezia, anteprima mondiale di una cupa (ma applaudita e premiata) produzione italo-belga, Nico, 1988, terzo lungometraggio della "millennial" Susanna Nicchiarelli, studi in filosofia, Csc e set morettiani che viene proiettato durante "Venezia a Roma" il 19 e il 20 settembre 2017 prima di uscire regolarmente nelle sale.

Trine Dyrholm, Nico 1988
All'attrice e cantante danese Trine Dyrholm (premiata a Berlino per una satira, altrettanto acida, dei sessantottini, La comune di Vinterberg) e che ha scritto negli occhi la paura (e quasi la noia) infinita che prova nel sentire e figuriamoci rifare come performer il gothic rock, Nicchiarelli ha assegnato la missione impossibile di travestirsi, anche vocalmente, da Christa Paffgen che al grande regista Nico Papatakis copiò il nome d'arte e la passione per una vita spericolatamente rivoluzionaria.


Nonostante una certa epidermica, fisiologica, lontananza dal suo personaggio, di sovversiva star tedesca-newyorkese sul viale del tramonto, Trine esegue quel che Margherita Buy richiedeva a tutti i suoi attori in Mia madre di Nanni Moretti (e nessuno la capiva). Si tiene cioé "al fianco" del suo personaggio. Come fosse il suo aiutante di sostegno. A volte troppo duro, a volte troppo sentimentale. E qui è programmatica parola d'ordine della regia. Niente sentimentalismi.


Susanna Nicchiarelli 
Non è più una gag morettiana, questo porsi "accanto" al ruolo e in fondo anche al film (realizzato da una troupe così poco "nordica" ma in giro per il nord Europa). La chiave interpretativa del rapporto, distanziato e critico, di una attrice e cantante (e di una cineasta) con un ruolo che si ritiene impossibile incorporare (nonostante sforzi vocali sovrumani, più Trine si avvicina al sound di Nico più ne è lontana anni luce) e con uno spazio-tempo così ingombrante e a "prova di proiettile" (troppo mitico per essere demitizzato), permette al road movie di Nicchiarelli di raccontare, giudicare, spiazzare la memoria e decostruire qualche luogo comune, romantico o plumbeo che sia, solo indirettamente. O come si ama dire oggi tra i postpolitici, ideologicamente. Stare a lato, a fianco, non vuol dire forse suggerire (e lo si dice esplicitamente in una sequenza del film) che in fondo negli anni di Warhol Nico stava dietro, era insignificante, solamente bella col tamburello. Certo aveva tanta ironia. E l'harmonium di Ginsberg. E il magnetofono di Sakamoto con l quale registrare le magie della realtà. E una forza poetica e nichilista (saper costruire dalle macerie che non hai provocato tu, questo è nichilismo) degna di Weldon Kees. Ma Nicchiarelli non cuce tutto questo. Lascia allo stato di imbastitura. Chi sa sa.

Nico e Andy Warhol
La missione era riuscita invece a John Turturro, che era sempre a lato del suo io  stupefatto nel set di Moretti, anche se non comprendeva bene cosa significasse, ma proprio per questa libertà usciva fuori dal suo personaggio e poi vi rientrava danzando, ed era capace di sprigionare energie e produrre emozioni collettive. Musica. Dava anima al film, visto che la cineasta (gravata da non pochi problemi esistenziali e familiari) era incapace - apparentemente -  di dare.


Un attore interessante della giovane generazione, James Franco, nel suo romanzo autobiografico-saggistico Il manifesto degli attori anonimi  spiega in cosa consiste questo star accanto al ruolo:"Per avere il dentro, c'è sempre bisogno di un fuori. Più prediligi il dentro, più la gente sta fuori. Entra, ma non viverci. Stai da entrambi le parti". Il contrario di quello che fa, estremizzando il dentro, Jim Carrey con Andy Kaufman. Trine invece sta molto, molto, fuori. Anche troppo.

Susanna Nicchiarelli (a destra) e Tryne Dirholm
Il film così racconta in maniera punitiva per lei, Nico, e per noi (concerti-fiasco, sterotipi da rock-movies, antipatiche interviste radio...) solo gli ultimi due anni di vita e di opere (e di decadenza fisica) della bellissima ex modella e musa di Andy Warhol e dei Velvet Underground, che dal 1969 al 1979 partecipò al fianco di Philippe Garrel alla grande avventura del cinema francese sovversivo. Come attrice, ma non solo, anche come sceneggiatrice. Doppiamente creativa. Come ci racconta Augusto Illuminati nella sua recente monografia. E quei pochi bellissimi fiocchi di footage che Nicchiarelli ha ottenuto da Jonas Mekas e ce la mostrano come era.

Nico a Anzio

Di questa fiammeggiante parte della sua vita, gli anni settanta ribollenti, compresa la creazione di un capolavoro dell'epoca, La cicatrice interieure, summa di quella sensazione di sconfitta generazionale irreversibile che passa, per gli storici americani e per noi tutti, come il decennio delle "Lost Illusions",  c'è però solo un acido accenno da parrocchia nel film: “ci facevano solo di lsd in tutti quegli anni” e una battuta, sul palco, che è il titolo del film che Garrel le dedicò dopo la rottura della loro relazione: “Non sento più la chitarra”. Che qui diventa la resa di una artista che non ha più nulla da dire (con sottinteso: senza John Cale e Lou Reed niente Nico. Il che non combacia per esempio con apprezzamenti musicali fatti da Battiato a tutto favore di Nico).


Chi conobbe e frequentò Nico, infatti, senza psico-complicazioni dovute al fatto che fosse "sua madre", invece, anche poco prima dell'incidente mortale di bicicletta a Ibiza, durante gli anni di Manchester, e dei tour a Anzio (la parte più curiosa e viva del film, con frammenti quasi da Grifi) e a Praga con il manager Richard, cioé i musicisti e i  giornalisti specializzati, la stimavano e adoravano sia dal punto di vista artistico che umano più di Susanna Nicchiarelli, che deve troppo forse (motivi di copyright?) ai ricordi, giustamente neri e distorti, del figlio Ari (di Alain Delon, mai riconosciuto) che fu per lungo tempo abbandonato da Nico e affidato alla educazione dei genitori di Alain Delon. Certo non è il figlio più affettuoso che si possa trovare.

Insomma la vita di Nico non sarebbe stata affatto scombinata, scombinato è semmai il modo in cui è stata trattata dal mondo politico e discografico dominante nel decennio ottanta e anche un po' questo modo di raccontarla senza sfumature, con sotto plot (spasimanti, dj, avvocati, padroni di casa, polizia segreta ceca, manager...) incapaci di circondarla di vera sostanza stupefacente, eppure descritti con compassionevole simpatia. Forse la colpa è della cattiva qualità delle canne di oggi. Ma senza una certa dimestichezza con le sostanze psicotrope si rischia di fare un film su Nico tipo: "vuoi firmare contro la droga?"


Il signor Rotpeter. Lezioni di umanità dalla scimmia di Kafka


Marina Confalone
Venezia a Roma: il film di Antonietta De Lillo è in programma il 19 settembre al cinema Eden, ore 22,30

Mariuccia Ciotta *

Chi è Rotpeter, fronte bassa, corpo peloso, abiti da professore, essere in divenire che sembra il frutto di un'evoluzione a metà tra Darwin e Bergson? Kafka dà un cervello pensante alla creatura mostruosa ma questa volta non la nasconde, ributtante, sotto il letto, anzi la fa salite in cattedra nel racconto Una relazione per un'Accademia pubblicato nel 1917, e che ha ispirato il mediometraggio di Antonietta De Lillo, Il signor Rotpeter, ideato dall'autrice di Il resto di niente insieme allo scrittore-regista Marcello Garofalo.
Il testo praghese si trasferisce a Napoli materializzato nel corpo prismatico di Marina Confalone che muta a ogni istante in una performance stupefacente, lo sguardo e i gesti in bilico tra natura selvaggia e coscienza di sé, tutto nell'avvincente monologo orchestrato tra un'intervista con voce off e lezione universitaria.
Il signor Rotpeter racconta di come passò dallo stato di scimmia a quella di essere umano, senza troppa soddisfazione. Persiste in lui la nostalgia di una vita libera, lasciata solo per trovare “una via d'uscita” quando lo schiusero in gabbia e fu costretto a imitare smorfie e tic dei suoi carcerieri, villain ubriaconi. Nozioni elementari, degrado necessario. Qualche anno dopo, 1963, Pierre Boulle riprese l'idea della scimmia filosofa e della regressione umana, conseguenza di egoismo, sopraffazione del più debole, avidità.
De Lillo compone quadri carichi di fascino, il lungomare napoletano che scorre sullo sfondo mentre il signor Rotpeter passeggia tra bancarelle e turisti, quasi un mister Hyde in pieno sole, personaggio già sperimentato da Marina Confalone sul palcoscenico. Facile per lei che viene dal teatro delle maschere, eppure incantevole per chi guarda il passaggio dall'interno di una casa dall'arredo esotico all'aula dell'università Federico II dove l'attrice napoletana si dondola con il suo gilè a righe, grugnisce e declama parole alate sul mondo tutto da rifare, e che offre ai “nuovi nati” lo zoo, ovvero il “posto fisso”, o il Varietà, luogo a rischio dove si finge d'essere qualcun altro. Ma il signor Rotpeter sospira e sogna di trovare una “via d'uscita” dalla civiltà degli uomini.

* da Alfabeta.2


sabato 16 settembre 2017

Lo spirito di Dunkirk. Fuga per la vittoria di Christopher Nolan


Roberto Silvestri 

A Venezia, ma prima della Mostra del Lido, la Warner Bros ha voluto autogestire per conto suo l'anteprima nazionale all'aperto (all'Arsenale) del filmone sulla disfatta/vittoria alleata di Dunkirk (per usare la parola inglese), uscito ormai dappertutto nel mondo e da qualche giorno anche nelle sale italiane. Scelta davvero azzeccata. Città di mare, con una lunghissima spiaggia di sabbia, proprio come Dunkerque (come si scrive in francese), Venezia, in caso di evacuazione di massa improvvisa, avrebbe difficoltà logistiche non minori della località balneare tra Francia e Fiandre, set di un episodio cruciale all'inizio della della seconda guerra mondiale.


Il film ha un quoziente di difficoltà altissimo, quasi impossibile da superare: mostrare, in immagini rumori e musica (Hans Zimmer), cos'è "lo spirito di Dunkirk" (e senza ricorrere mai allo stereotipo: campo di battaglia/stacco/politici che dibattono o famiglia in ambasce/stacco/gerachi nazisti davanti alla cartina geografica). I dati storico-politici arrivano nel film solo attraverso notizie discusse dai soldati o giornali con titoli significativi in prima pagina. E non si vede mai il nemico.


Anche se il succo di quello spirito ho l'impressione che non passi nonostante la grande sensibilità di questo cineasta che maneggia la finzione con estrema serietà e inventa spazi astratti come se fosse un architetto surrealista del tempo.
Un po' di storia, obliquamente, lateralmente, indirettamente deve filtrare però tra la lunga fuga sulla terra, i combattimenti in cielo e le esplosioni in mare. O almeno il succo di quel che è successo. Infatti.


Dieci giorni prima dell'esodo in massa da Dunkirk delle truppe britanniche e del Commonwelth e di quelle francesi anche coloniali (400 mila soldati, di cui 330 si misero in salvo) mandate lì in una delle più maldestre manovre belliche, il primo ministro iperconservatore di Londra Neville Chamberlein fu messo in minoranza e sostituito da Churchill che, miracolo, si alleò con il suo peggiore nemico, il laburista di sinistra (una sintesi tra Corbyn e Sanders) Clement Attlee, per impedire che re Giorgio d'Inghilterra firmasse l'armistizio con Hitler (pianificato da quell'anticomunista viscerale e dunque filo nazista per convenienza di Chamberlein). Quando una geniale intuizione politica coincide con lo slancio patriottico e democratico di un intero paese (le 800 imbarcazioni private che cittadini inglesi usarono per salvare, con spirito internazionalista, il grosso dell'esercito, che poi sarà decisivo in nord Africa e in Italia), quando il lavoro cibernetico di Touring mette in seria difficoltà la rete comunicativa del Fuhrer (e il lavoro dei sottomarini poco concentrati su Dunkirk) e per la prima volta in un combattimento  aereo la Luftwaffe viene sconfitta, ecco che si può intuire, ma nel film questo quadrilatero non è disegnato completamente, la costruzione ha perduto un lato, cos'è lo spirito di Dunkirk. Un film di Barnet ho l'impressione che avrebbe fatto capire tutto questo a chi non si ricorda affatto di quel che successe a Dunkirk.


Ora l'appuntamento con Dunkirk,undicesimo film di Christopher Nolan, è soprattutto davanti all'unico Imax esistente in Italia. Nella gigantesca India, dove non sono mancate le polemiche degli storici per l'assenza totale, nelle sequenze di esodo, di qualche migliaia di soldati della Royal Indian Service Corps, gli Imax almeno sono 4 e il film ha già fatto incassi sorprendenti. Probabilmente un largo schermo rende maggior merito a un regista che nonostante la maestria nell'uso degli effetti speciali digitali qui ha voluto utilizzare quasi soltanto la registrazione analogica. Dunque migliaia di comparse ed effetti speciali "normali" (ancora uno sforzo di budget e invece di dieci yacht privati che vediamo all'opera - e che, come ha scritto Goffredo Fofi giustamente, rendono un po' troppo intuitivo il traghettamento di 330 mila soldati in poche ore - forse qualche centinaia di imbarcazioni in più avrebbe giustificato il costoso noleggio).


Dunkirk infatti è un film sull'istinto vitale e sulla meccanica della sopravvivenza. Immaginate di essere voi il bersaglio, il cattivo qualunque di un videogame di guerra in cui i nemici hanno il controllo della terra, del mare e dell'aria. Ecco, minuto per minuto, le sensazioni che proverete di fronte all'avversario vincente. Essere braccati. Correre, saltare su un muro, cercare riparo, cercare buche, non saltare in aria solo perché avete dribblato una mina, sfuggire i proiettili, spogliare un cadavere e travestirsi, fingere di essere un infermiere perché i feriti sono quelli che hanno la precedenza nelle ritirate, anche se una barella “prende il posto di 7 soldati sani”, saltare dalla nave in fiamme, evitare le mitragliate degli Stuka, nascondersi sotto i ponti, salvare la vita a un compagno, farsi salvare da un compagno, rifugiarsi dentro una barca bucherellata da una mitraglia invisibile, planare sulla battigia (ma ormai piace a tutti dire bagnasciuga come Mussolini) con l'aereo in fiamme...


Ma il film non è solo questo. C'è più Sartre che Spielberg, si è scritto, perché non ricorrendo ai soliti trucchetti della computer graphic, Dunkirk “umanizza, nonostante la sua monumentalità”, accentuata dalle riprese in pellicola 65mm; dalle sequenze di combattimenti aerei degne di Howard Hughes (pare che Nolan stesso abbia pilotato uno Spitfire per rendere più realistiche le riprese, presumibilmente al grido: “Maledetto Barone Rosso!”); e dall'uso di un numero sterminato di comparse (che forse solo sul piccolo schermo appariranno formiche). L'assenza pressoché totale di truci gerarchi tedeschi in primo piano a dare ordini disumani o a meditare davanti alle cartine geografiche, crea un denso e cupo spazio di angoscia schermica, un horror vacui accentuato da tutta una serie di serissimi riferimenti alla guerra razziale: “Prima gli inglesi e poi i francesi!”, ordinano i sergenti del Regno Unito, bloccando gli alleati di serie b. Che nel film sono solo francesi. Nella realtà furono mandati lì a morire presumibilmente più i soldati del commonwealth, pakistani, indiani,sudafricani, australiani, neozelandesi o dell'Africa Occidentale francese e del Maghreb arabo: marocchini, tunisini, algerini che comunque vennero salvati per ultimi, secondo le ferree gerarchie razziali coloniali e nonostante ordini di Churchill che secondo gli storici avrebbe dovuto impedire quegli automatismi militari.


Dunque un film che potrebbe piacere anche a tutti quelli che detestano i film di guerra. Un'opera patriottica - grazie alle sfumature gestuali e oculari come al solito retoriche di Kenneth Branagh, e all'uso, solo come voce fuori campo, di un fedele monarchico come Michael Caine-che ha convinto perfino Nigel Farage e chi l'ha vista come l'elogio della Brexit e della magica Albione. Ma anche The Guardian che l'ha trovata, oltre che la migliore performance artistica di Christopher Nolan, anche pacifista, antifascista e “maligna” verso la May. Perché è un inno (indiretto) al Churchill interventista, cioè al primo ministro conservatore (di centro) durante la settimana fatale dell'esodo (contro l'isolazionista, o peggio, Chamberlain che lo aveva preceduto). E che ben maneggiò, in quei frangenti almeno, valori oggi desueti. Morale. Onore. Compassione. Coraggio. Spirito umanitario. Sacrificio. Comprendendo, al volo, la pancia della nazione. Dei cittadini che fecero sorprendentemente più di ciò che fu lo chiesto. Insomma. Grande soggetto per immagini ricche e emozionanti. In realtà il film “prende” dall'inizio alla fine dei 106', e secercate di sfuggirgli, arriverà la partitura neo-futurista di Hans Zimmler mai così estroversa, vibrante, pulsante e mitragliante a irretirvi. Sul più bello le armonie diventeranno anche scioviniste, visto che in climax attinge alle Variazioni Enigma del gigante musicale inglese Edward Elgar (già ispiratrici del soundtrack di Matrix).

Fionn Whithead nel ruolo di Tommy

Cosa successe di tragico e clamoroso e miracoloso a Dunkirk, nonostante la rovinosa rotta è stato raccontato da molti film, non solo hollywoodiani.Il primo è La signora Miniver di William Wyler (1942), quasi un instant-movie. La versione francese è di Henri Verneuil, del 1964,Week end a Zuydcoote, con Belmondo, che non dimentica la presenza tra gli alleati dei soldati tunisini. Patriottica davvero la ricostruzione di Leslie Norman del 1958, identica nel titolo, Dunkirk, per non parlare dei cinegiornali Pathé di propaganda che glorificarono le 800 imbarcazioni private che parteciparono alle operazioni di soccorso dei soldati e di traghettamento dai piccoli moli della spiaggia alle grandi navi da guerra.


Dal 26 maggio al 3 giugno 1940, dopo un colossale disastro militare sul campo di battaglia europeo che quasi costrinse Sua Maestà Britannica a mendicare l'armistizio con Hitler, ormai padrone di Austria, Cecoslovacchia,Polonia, Olanda, Belgio, Norvegia, qualcosa di miracoloso, anzi di inglese, trasformò infatti, in una sola settimana, una ritirata ingloriosa nell'ora “più bella della patria”, per usare le parole del primo ministro Churchill. Lo “spirito di Dunkirk”, ovvero la riuscita dell'operazione Dynamo nonostante i 70 mila soldati uccisi o fatti prigionieri (la previsione più ottimista sperava salvarne solo 30 mila), e l'assedio dalla Werhmacht sulla spiaggia Pas de Calais, fu in realtà un micidiale e inaspettato gioco di squadra. Un cocktail velenoso per le SS. Esercito, marina, aviazione, servizi di spionaggio, che Alan Turing stava modificando ciberneticamente, molta fortuna, centinaia di civili che misero a disposizione se stessi e le proprie barche sfidando obici e sommergibili nemici, riuscirono a mantenere intatta la potenza operativa delle armate di terra e a rovesciare le sorti della seconda guerra mondiale. Nei combattimenti aerei gli Spitfire con motori Roll-Royce per la prima volta vinsero: distrussero gli Junkers Ju 87 in proporzione 3 a 1. Il grosso dei sommergibili e dei mortai tedeschi furono deviati dagli alti comandi hitleriani lontano da Dunkirk, sia perché si considerava assurda una evacuazione in massa da quella località sia per i virtuosismi del controspionaggio. Ma furono proprio i politici (chi lo crederebbe oggi, dopo le performance immorali del vertice immigrazione all'Eliseo) a sorprenderci di più. Gli inglesi lo sanno bene. Ma c'è la sensazione che non basta essere ben equipaggiati, armati e disciplinati per vincere le guerre. Nell'arte, come nell'arte bellica, si deve essere lottatori imprevedibili.


E qui arriviamo alla parte di ambiziosa del film di Nolan, all'opera “più sperimentale tra quelle che ho diretto e scritto”. Più di Memento. Più di Inception. Più di Interstellar. “Non amo le immagini, amo il tempo”. Era il motto della compianta cineasta Chantal Akerman. Potrebbe essere anche quello del seguace Nolan, il regista losangelino di 47 anni che viene da Londra, celebre per la trilogia Batman (più videogame). Dalle indagini inquietanti degli interni e degli oggetti domestici qualunque (Following, 1998, costo 6 mila dollari) fino ai voli spaziali ai confini della relatività, lì dove lo spazio diventa curvo (Inception e Interstellar), il tempo reversibile e solo se sei uno scienziato non ti va in fumo il cervello, perché comprendi solo un terzo di quel che sta succedendo. Qui l'ambizione non è meno alta, ma grazie alla “spirito di Dunkirk”, diventato un conosciutissimo mito nazionale il disegno è più chiaro. E non c'è bisogno di molto dialogo. Allora Nolan divide la storia in tre parti. Terra (il molo), aria, acqua. Tommy (Fionn Whithead), un giovane soldato in fuga raggiunge la spiaggia e cerca di imbarcarsi con un altro soldato (Ameurin Barnard, un francese travestito da inglese), con tutti i mezzi necessari e con non poche difficoltà. Un pilota (Tom Hardy) compie il suo dovere prima di arrendersi. Il padre di un pilota inglese morto (Mark Rylance, presenza spielberghiana) parte dall'Inghilterra con il figlio e un amico per andare a salvare con il suo piccolo yacht più soldati possibili. La difficoltà è che l'episodio terra dura in realtà una settimana. L'episodio acqua circa un giorno (la traversata) e l'episodio aria circa un'ora (non più di un'ora d'autonomia, per il carburante). Riuscire a raccordare tre tempi storici differenti in un tempo narrativo unico è stata la scommessa di Nolan. Evitando di raccontare la grande Storia, se non indirettamente, e ripartendo dal basso. Soldato semplice, pilota semplice, cittadino semplice. Il paradosso temporale sconfigge ogni compiacimento realistico. La fotografia di Hoyte van Hoytema, spettacolarmente deprimente, cerca di annullare la pignoleria del consulente storico. Si fa con i fatti storici pura magia. Sartre entra in un videogame. E allora il film diventa patriottico, ma a un secondo livello, più ancestrale. E si torna all'anno mille. Ai sassoni sconfitti dai normanni. Al trauma della disfatta epocale che si trasformò in vittoria imperiale. Alla consapevolezza che gli inglesi, in fondo, non solo hanno una casa regnante tedesca. Ma sono “tedeschi” e “francesi” essi stessi. Insomma, ancora uno sforzo, Brexit, per capire davvero cosa hai fatto. E ritrovare lo spirito di Dunkirk. Manoel de Oliveira, nella sua saggezza senile, ci ammoniva nel maggio 2014 sui Cahiers du cinema che "l'arte non fornisce un riassunto di ciò che è accaduto, non parte dalla realtà che è sempre laterale, la finzione non è mai realista". Ma aggiungeva: "il tentativo di un approccio storico però a volte non può mancare. Quel che mi emoziona di più al cinema è proprio la verità che è in parte presente nel film. Ma la finzione può commuovere ancora di più della verità, dipende dalla costruzione". 

venerdì 15 settembre 2017

Giovinezza, giovinezza. Il risoluto di Donfrancesco. Storia segreta di Salò, del Vermont e del Vaticano


Piero Bonamico, dai 14 ai 15 anni membro della gang I risoluti, affiliati alla X Mas 


Roberto Silvestri

Errol Morris con The blue tine line salvò la vita a un condannato a morte. Il cinema deve sempre anticipare le istituzioni, se no è apologia dell'esistente. Deve dribblare magistrati e poliziotti, politica e soprattutto antipolitica. Scavando tra le macerie del passato, interrogando i perdenti, gli sconfitti, i dimenticati, e anche i nemici acerrimi. Solo in questo modo forse si acquieta la sete di giustizia verità e riconciliazione degli spettri inquieti. E così il cinema riscrive pezzi di tempo, sequenze di storia. Che non è solo la Storia dei grandi. Ma di chi ha fatto "grandi cose" (anche se orride) senza che nessuno lo sappia. Per esempio. Che fine ha fatto l'oro di Dongo? Il tesoro di Mussolini? Perché il cardinale Schuster è stato beatificato da Papa Giovanni Paolo II? Con quali coperture finanziarie il principe Junio Valerio Borghese, ovvero il collaborazionista n.1 nel tradimento della patria e nel servilismo di basso profilo (prima lacché dei nazisti, poi servo dei maccartisti) ha eseguito stragi e tentato un colpo di stato.
E' un suo "servo sciocco" che ce lo racconta in un bellissimo horror doc.   C'erano 5 valigie piene di Corrierini dei piccoli che furono scambiate a Milano con 5 valigie piene di soldi gioielli e lingotti e proprio il 25 aprile furono nascoste nell'Arcivescovado di Milano dal Cardinale Schuster, grande amico di Junio Valerio Borghese. Immagino che il Principe, qualche decennio dopo, se le sia fatte ridare..... "La Nuova Italia passava dalle mani del Duce alle mani di Dio". Nel senso di In God We Trust.
Piero Bonamico nella corale presbiteriana di Barre, Vermont
Per questo motivo torna a Barre, Vermont, Giovanni Donfrancesco. E dopo l'appuntita lezione di storia orale e visiva dal basso raccontata dai lavoratori italiani antifascisti emigrati nel New England a cavallo tra 800 e 900 perché fuggivano da un paese di ignoranti e violenti al vertice e di ignoranti e tartassati alla base, con Il risoluto fa cinema del reale in 4 atti e un interludio, con un solo personaggio. Oltretutto dal passato abietto. Il film è stato selezionato alla Mostra di Venezia dalle Giornate degli autori di Giorgio Gosetti. Nella produzione indipendente (Altara Films è la società di Donfrancesco) c'entra la Rai. E questo è un grande evento positivo (oltre a Ndr Arte)
Cinema del reale vuol dire, credo, che una volta esplicitato il procedimento narrativo di partenza - in questo caso una lunghissima intervista in primo piano, quasi al buio, in un interno claustrofobico, di circa 159', solo intervallata da atti di vita domestica varia, cucina, televisione, giretti in auto, colloqui coniugali, giardinaggio -  le immagini devono parlare da sole come se nella realtà stessa fosse incastonata la verità o almeno qualche cosa vera, e il regista non deve emettere verdetti di innocenza o di colpevolezza sui fatti e i personaggi illustrati. Un procedimento molto criticato da Rossellini e da De Antonio, "la verità si costruisce a fatica, non è questa l'arte?", e satireggiato dal comico Michael Moore. Ma piuttosto affascinante per chi ritiene di aver sorpassato per sempre ogni cecità ideologica.
Anche se, al cinema e soprattutto nelle serie tv di oggi, il male vende di più, il bad end entusiasma e i cattivi spopolano. Che è ideologia pure questa.


Ma qui le ambizioni sono altre e alte. Raccontare pagine rimosse dalla nostra storia attraverso testimoni "insignificanti" di momenti chiave, determinanti il corso di una civiltà e illuminanti la nostra contemporaneità. Non attraverso le gesta dei grandi Principi, degli esimi cardinali, dei politici incorruttibili, dei rivoluzionari imprigionati o assassinati, ma, in questo caso tornando con la memoria ai mesi di Germania anno zero, all'adolescenza di un ragazzo qualunque maneggiato dalla seconda guerra mondiale.
Questo vecchio signore che si racconta è stato un garzone, facilmente plagiabile, poverissimo, senza amici, pronto a ogni malvagità pur di trovare uno straccio di identità e di compagnia, odiato perfino dalla madre per la sua infruttuosa (e sprecata) potenzialità creativa. Ebbene questo ex criminale che avrebbe potuto figurare tra i ragazzi torturatori in Salò di Pasolini,  dimostrerà di saper raccontare la storia, e di giudicare i fatti, meglio del professor De Felice. Forse perché aveva ricchezze inesplorate dentro se stesso: "Componevo ogni giorno canzonette. Per piacere mio, partendo dai buffi episodi quotidiani, come chi perdeva il tram e inseguiva la vettura buffamente. Ebbene oggi, alla corale presbiteriana, il maestro dice che ho una bella voce, anche se faccio solo finta di leggere la musica ".....   

Donfrancesco ha trovato infatti, appena fuori città, tra i boschi e i laghi che Hitchcock immortalò in La congiura degli innocenti, la pecora nera della comunità di Barre, Piero Bonamico. Un fascista repubblichino, quattordicenne nel 1944, membro della famigerata gang di Felice Bottero, che spadroneggiava a Genova-San Fruttuoso, nell'entroterra, poi incolonnata nella X Mas di Junio Valerio Borghese agli ordini dei nazisti, e graziato dalla giustizia partigiana solo perché minorenne. "Anzi ti chiediamo scusa - gli disse il magistrato - un ragazzo come te non doveva finire in quell'inferno. C'è troppa ignoranza da debellare in questo paese". Peccato perché dal 1945 in poi, dal geniale colpo di teatro di Togliatti che spostò a sinistra la maggior parte dei ragazzi di Salò, la produzione di fascisti da fogna ha fatto dell'Italia un paese leader e invidiato nel mondo (Indonesia a parte). "Siamo un paese di pecore. 40 milioni di pecore che inneggiavano al Duce. Perché? Per ignoranza. I ricchi avevano il cinema, il teatro, le sale di concerto, i varietà (c'è ancora in Italia il Varietà?). Ma quasi tutti non avevano nulla". Avevamo solo tramite altoparlanti che coprivano tutto il paese i discorsi del Duce. Già. Ancora nel 1950 metà della popolazione italiana non era mai entrata neppure in una sala parrocchiale. E escono fuori tanti nomi, Ceruti, Princivalle, Gianni Oliva, Martelli, Attilio Corte... che l'amnistia graziò o i partigiani (e perfino gli amici nazisti) annichilirono...
Bonamico, aizzato dai capi, dopo aver picchiato, torturato, ucciso, rapinato, rubato, depredato "socialisti, comunisti, anarchici, antifascisti ed ebrei", perché questa è la natura della camicia nera, il gangsterismo, cioè esercitare violenza sugli inferiori, sui deboli, sui razzialmente impuri (ed è per questo che in un paese democratico le leggi contro la propaganda fasciste non sono mai troppe, e non hanno a che fare con la libertà di opinione. Il pugno come programma minimo non è opinione), su una nave da crociera dove lavorava incontra una americana di origini italiane. La sposa. Si trasferisce in America e inizierà a rimettere a posto i pezzi impazziti di una vita troppo precocemente bruciata. Donfrancesco non utilizza i metodi di Robert Kramer e Thomas Harlan che in Mon Nazi e Wundkanal  erano ricorsi a trucchi hitleriani per far parlare il gerarca delle SS e fargli confessare i suoi tremendi delitti (sequestro di persona, interrogatorio da quarto grado alla Bogart). Non ne ha bisogno perché lui confessa tutto e subito, e diventa cupo quando si fa prendere dai sensi di colpa, restando in silenzio per minuti e minuti (alla Adriano Celentano). Anche se canticchia giocondo "Giovinezza giovinezza" e chiede al suo intervistatore se la conosce. "Già. Tu non eri ancora nato, e non sai cos'è la divisa da balilla e il Corrierino dei piccoli". Straordinaria è la sua mimica facciale, da consumato attore. E tra le facce che escono fuori in questo psicopatologia del brigatista nero pentito ("ero volontario! volevo commettere quelle atrocità!"), allegria, furia, alterigia, sottomissione, alcune sono davvero insostenibili. Rientra la ferocia quando spiega che gli è stata negata la gioventù, o quando con fierezza afferma che, senza volerlo,  quella università della strada gli ha allungato infinitamente la vista e lo ha fatto diventare un "uomo completo" E pochi possono dire di aver attraversato il male, cioè di aver usato il fucile mitragliatore Beretta da 40 pallottole a caricatore, quanto lui.  Prima di morire qualcuno racconta cose che mai avrebbe voluto svelare prima. Ma pochi cineasti come Donfrancesco riescono a convincerli.