Visualizzazione post con etichetta Philippe Garrel. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Philippe Garrel. Mostra tutti i post

martedì 19 settembre 2017

Così muore una stella. "Nico 1988", tra farsa e tragedia.

La vera Nico dei Velvet Underground 


di Roberto Silvestri 

Nella sezione competitiva di Orizzonti della mostra di Venezia, anteprima mondiale di una cupa (ma applaudita e premiata) produzione italo-belga, Nico, 1988, terzo lungometraggio della "millennial" Susanna Nicchiarelli, studi in filosofia, Csc e set morettiani che viene proiettato durante "Venezia a Roma" il 19 e il 20 settembre 2017 prima di uscire regolarmente nelle sale.

Trine Dyrholm, Nico 1988
All'attrice e cantante danese Trine Dyrholm (premiata a Berlino per una satira, altrettanto acida, dei sessantottini, La comune di Vinterberg) e che ha scritto negli occhi la paura (e quasi la noia) infinita che prova nel sentire e figuriamoci rifare come performer il gothic rock, Nicchiarelli ha assegnato la missione impossibile di travestirsi, anche vocalmente, da Christa Paffgen che al grande regista Nico Papatakis copiò il nome d'arte e la passione per una vita spericolatamente rivoluzionaria.


Nonostante una certa epidermica, fisiologica, lontananza dal suo personaggio, di sovversiva star tedesca-newyorkese sul viale del tramonto, Trine esegue quel che Margherita Buy richiedeva a tutti i suoi attori in Mia madre di Nanni Moretti (e nessuno la capiva). Si tiene cioé "al fianco" del suo personaggio. Come fosse il suo aiutante di sostegno. A volte troppo duro, a volte troppo sentimentale. E qui è programmatica parola d'ordine della regia. Niente sentimentalismi.


Susanna Nicchiarelli 
Non è più una gag morettiana, questo porsi "accanto" al ruolo e in fondo anche al film (realizzato da una troupe così poco "nordica" ma in giro per il nord Europa). La chiave interpretativa del rapporto, distanziato e critico, di una attrice e cantante (e di una cineasta) con un ruolo che si ritiene impossibile incorporare (nonostante sforzi vocali sovrumani, più Trine si avvicina al sound di Nico più ne è lontana anni luce) e con uno spazio-tempo così ingombrante e a "prova di proiettile" (troppo mitico per essere demitizzato), permette al road movie di Nicchiarelli di raccontare, giudicare, spiazzare la memoria e decostruire qualche luogo comune, romantico o plumbeo che sia, solo indirettamente. O come si ama dire oggi tra i postpolitici, ideologicamente. Stare a lato, a fianco, non vuol dire forse suggerire (e lo si dice esplicitamente in una sequenza del film) che in fondo negli anni di Warhol Nico stava dietro, era insignificante, solamente bella col tamburello. Certo aveva tanta ironia. E l'harmonium di Ginsberg. E il magnetofono di Sakamoto con l quale registrare le magie della realtà. E una forza poetica e nichilista (saper costruire dalle macerie che non hai provocato tu, questo è nichilismo) degna di Weldon Kees. Ma Nicchiarelli non cuce tutto questo. Lascia allo stato di imbastitura. Chi sa sa.

Nico e Andy Warhol
La missione era riuscita invece a John Turturro, che era sempre a lato del suo io  stupefatto nel set di Moretti, anche se non comprendeva bene cosa significasse, ma proprio per questa libertà usciva fuori dal suo personaggio e poi vi rientrava danzando, ed era capace di sprigionare energie e produrre emozioni collettive. Musica. Dava anima al film, visto che la cineasta (gravata da non pochi problemi esistenziali e familiari) era incapace - apparentemente -  di dare.


Un attore interessante della giovane generazione, James Franco, nel suo romanzo autobiografico-saggistico Il manifesto degli attori anonimi  spiega in cosa consiste questo star accanto al ruolo:"Per avere il dentro, c'è sempre bisogno di un fuori. Più prediligi il dentro, più la gente sta fuori. Entra, ma non viverci. Stai da entrambi le parti". Il contrario di quello che fa, estremizzando il dentro, Jim Carrey con Andy Kaufman. Trine invece sta molto, molto, fuori. Anche troppo.

Susanna Nicchiarelli (a destra) e Tryne Dirholm
Il film così racconta in maniera punitiva per lei, Nico, e per noi (concerti-fiasco, sterotipi da rock-movies, antipatiche interviste radio...) solo gli ultimi due anni di vita e di opere (e di decadenza fisica) della bellissima ex modella e musa di Andy Warhol e dei Velvet Underground, che dal 1969 al 1979 partecipò al fianco di Philippe Garrel alla grande avventura del cinema francese sovversivo. Come attrice, ma non solo, anche come sceneggiatrice. Doppiamente creativa. Come ci racconta Augusto Illuminati nella sua recente monografia. E quei pochi bellissimi fiocchi di footage che Nicchiarelli ha ottenuto da Jonas Mekas e ce la mostrano come era.

Nico a Anzio

Di questa fiammeggiante parte della sua vita, gli anni settanta ribollenti, compresa la creazione di un capolavoro dell'epoca, La cicatrice interieure, summa di quella sensazione di sconfitta generazionale irreversibile che passa, per gli storici americani e per noi tutti, come il decennio delle "Lost Illusions",  c'è però solo un acido accenno da parrocchia nel film: “ci facevano solo di lsd in tutti quegli anni” e una battuta, sul palco, che è il titolo del film che Garrel le dedicò dopo la rottura della loro relazione: “Non sento più la chitarra”. Che qui diventa la resa di una artista che non ha più nulla da dire (con sottinteso: senza John Cale e Lou Reed niente Nico. Il che non combacia per esempio con apprezzamenti musicali fatti da Battiato a tutto favore di Nico).


Chi conobbe e frequentò Nico, infatti, senza psico-complicazioni dovute al fatto che fosse "sua madre", invece, anche poco prima dell'incidente mortale di bicicletta a Ibiza, durante gli anni di Manchester, e dei tour a Anzio (la parte più curiosa e viva del film, con frammenti quasi da Grifi) e a Praga con il manager Richard, cioé i musicisti e i  giornalisti specializzati, la stimavano e adoravano sia dal punto di vista artistico che umano più di Susanna Nicchiarelli, che deve troppo forse (motivi di copyright?) ai ricordi, giustamente neri e distorti, del figlio Ari (di Alain Delon, mai riconosciuto) che fu per lungo tempo abbandonato da Nico e affidato alla educazione dei genitori di Alain Delon. Certo non è il figlio più affettuoso che si possa trovare.

Insomma la vita di Nico non sarebbe stata affatto scombinata, scombinato è semmai il modo in cui è stata trattata dal mondo politico e discografico dominante nel decennio ottanta e anche un po' questo modo di raccontarla senza sfumature, con sotto plot (spasimanti, dj, avvocati, padroni di casa, polizia segreta ceca, manager...) incapaci di circondarla di vera sostanza stupefacente, eppure descritti con compassionevole simpatia. Forse la colpa è della cattiva qualità delle canne di oggi. Ma senza una certa dimestichezza con le sostanze psicotrope si rischia di fare un film su Nico tipo: "vuoi firmare contro la droga?"


venerdì 19 maggio 2017

Cannes 70. Quinzaine. Garrel. L'amante estremamente pericolosa e irregolare

Louise Chevillotte nel ruolo di Ariane in L'amant d'un jeur di Philippe Garrl 
Roberto Silvestri


“Non c'è differenza tra filosofia e vita”. Afferma alla fac Gilles (Eric Caravaca), il professore, saggio, esperto, ancora piacente. E conquista all'istante, clandestinamente, nelle segrete dei gabinetti per professori, Ariane (Louise Chevillotte), l'allieva francese, bella, alta, narcisista, ventenne, un passato da modella per riviste XXX, affamatissima di vita e di sesso meglio se veloce, dunque di ogni tipo di filosofo, sia esso un teorico d'appartamento, o un esploratore del mondo o, in epoca post-foucaultiana, un sofisticato cultore orientale dell'erotismo (da non confondere con il noioso scienziato occidentale della sessualità). Orgasmi verticali così, in piedi, se ne vedono e soprattutto sentono pochi al cinema. Il fonico Francois Musy non ha rubato i soldi. Ma ha catturato anche pianti convulsi, simili a orgasmi addolorati, che riempiranno il soundtrack dei primi minuti del film, lettristicamente corretti. Il doppio gioco dei sospiri, o di gioia e di dolore. Entra in scena infatti anche una ventenne in singhiozzi. Questo l'incipit.

Ma in realtà il fiotogramma è verticale. Ariane è un amante di un giorno.... 
Un cineasta interessante si vede da questo, commentano i Cahiers du cinema. Nella capacità della “logica astratta” di prendere possesso della forma di un film, spazzando in secondo piano la logica narrativa. Forme che sintetizzano un carattere. Senza bisogno del linguaggio verbale. Il nudo di Ariane, per esempio. Qui ecco Bonnard, il nudo allo specchio. Poi il nudo steso, cristologico. Poi il nudo in movimento, il rivestirsi da parodia della parodia burlesque...
Il professore Gilles (nome non casuale) ha però una figlia, Jeanne (Esther Garrel) che, piantata dal ragazzo, capita piangente e sull'orlo del suicidio in casa. L'età della figlia è proprio quella dell'amante. Le due ragazze, diversamente performative, gole profonde disomogenee, la prima femme fatale d'istinto, è di un altro mondo, la seconda arzigogolata domatrice di uomini dietro un'apparenza fragile, è di questo, e vivranno sotto lo stesso tetto.

qui addirittura siamo all'inquadratura capovolta, Ariane e Jeanne (Esther Garrel) diventano amiche 

La triangolazione domestica degli affetti infuocati, anche vista l'età (e un cognome) delle ragazze, il parlar, calmi o su di giri, di fedeltà e tradimenti, di sentimenti di breve o di lungo corso, di guerra (“quale? Della prossima!”) è l'argomento del nuovo film di Philippe Garrel, L'amant d'un jour. Un bianco e nero doc di Renato Berta, capace di catturare perfino il rossore (lui sì che conosce le 50 sfumature di grigio), e un copione a otto mani (anche Jean-Claude Carriere, che porta il sesso che parla, i nudi o meglio l'orgasmo nudo, inusuali nei precedenti film di Garrel) fabbricheranno questo piccolo grande film, autobiografico come sempre, pieno di ambiguità e di false piste, simulazioni, bugie, trucchi, patetici giochi e addirittura una canzone le cui parole sono scritte da Michel Huellebecq. “Allorchè si tratterà di lasciare questo mondo mi piacerebbe farlo in tua presenza”. Dopo tutto sempre new romantic Garrel. Ma la verità delle parole saranno completamente sbriciolate dalla verità delle immagini. L'immagine uccide. Lui, il prof, aveva detto: anche se ci tradiremo resteremo sempre insieme. Lei aveva detto. So che ci lasceremo. Ma sarà una immagine-parola a rompere il gioco. Ecco perché film così possono essere fraintesi da chi si oppone a suggestioni che non si possono spiegare, che sono quasi nel dominio dell'inconscio. C'è sempre Godard dietro ogni film di Garrel: “E' il solo cineasta capace di parlare da pari a pari con le donne”.   

lunedì 9 settembre 2013

La famiglia e le sue mille trappole. Garrel e Avranas

Roberto Silvestri

"Non credi ancora in Dio?"
"No, però ho cominciato a vedere gli angeli". 
Il vecchio professore del liceo Montaigne, di Parigi, che il protagonista del film incontra alla fine del film La Gelosia, si riferisce ovviamente ai bambini, ai figli.... 
I figli nascono dopo. Dunque sono più vecchi dei loro genitori, geneticamente. Accumulano più umanità passata. Sono un'approssimazione a venire verso l'eternità. Quasi dio. Chi nasce oggi non inizia forse da '2013'? Chi è mai partito con così tanti anni alle spalle? E la saggezza dei figli registi fa sì che dedichino al padre i loro film migliori, che non vuol dire più affettuosi.
Il manifesto di La Gelosia di Philippe Garrel

Due film non indifferenti, radicali, pieni di errori e ossessionati dal desiderio di farsi affascinare da vecchie immagini e anche da vecchie idee, ma anche affascinanti,  in concorso a Venezia, tornano al vecchio adagio del cinema dei figli più maturi, più saggi, più profondi dei loro genitori (eredi di Ladri di biciclette), in sintonia con la saggezza 'fresca' e 'infantile' dei nonni.

Sono opere concentrate, anzi sprofondate anche morbosamente, sulla famiglia (una a Parigi, una ad Atene) come universo concentrazionario, produttore, a livello industriale, di paranoia, liberatrice o celibe o mortifera. Li vedremo presto in Italia, se non altro nelle rassegne Venezia a Roma, Venezia a Milano, etc.

Sono, da vedere e discutere: La Gelosia di Philippe Garrel, 65 anni, una presenza fissa del Lido, e qui la famiglia è proprio tutto, è sacra, è ramificata, è addirittura tutta la moltitudine artistica dei teatranti. Tant'è che sono ben quattro gli scrittori del copioni, due donne e due uomini (Caroline Deruas, l'attuale compagna di Philippe Garrel, la più anziana Arlette Langmann e Marc Cholodenko) e due attori molto anziani come Robert Bazil e Jean Pommier. Tutti e quattro ci conducono verso un suicidio finale.
Il poster di Miss Violence

E poi  Miss Violencedel greco Alexandros Avranas, e qui la famiglia è mostruosa, una esplicita macchina patriarcale della tortura, della molestia, degli abusi, dello sfruttamento della prostituzione anche minorile, dell'incesto il tutto coperto dal perbenismo e dai riti ipocriti della piccola borghesia. Andiamoceli a cercare in casa, i mostri che sbriciolano le antiche civiltà. Non prendiamocela con gli altri, gli estranei, i diversi gli extracomunitari, i tedeschi... Sono 'gli stessi', gli identici, i consanguinei, non gli alieni, gli sconosciuti, i diversi, i veri  pericoli pubblici numero uno. Stilisticamente? Siamo più verso Haneke o Seidl, insostenibili, implacabili nel loro prussiano avanzare,  innestato, a lampi, che con Bresson. Già l'intreccio è molto poco rigoroso. E molti critici se ne sono scandalizzati. 

Angeliki, a sinistra, è la ragazza che tra poco si suicida in Miss Violence di Alexandros Avrenas
Narrativamente. Tutto inizia durante la festa di compleanno di una ragazzina di 11 anni. Spente le candeline l'adolescente va al balcone e si butta giù. Perché? Cosa succede in quella casa? Agli assistenti sociali la famiglia ripeterà un omertoso: incidente. Puro incidente. Invece... La metafora solamente di una Grecia massacrata, violentata da tutte le parti, brutalizzata dal dittatore della Casa Europa (l'attore Themis Panou che lo interpreta sembra la copia carbone di Martin Schultz, il deputato Spd tedesco che battibeccò con Berlusconi al Parlamento Europeo e per il quale si preannunciò un radioso futuro nel cinema). 

Coppa Volpi a Themis Panou
O c'è altro? La sorella poco più grande commenta. Avrei dovuto farlo anche io. La mamma e la nonna hanno sguardi assenti, occhi che non vedono più. Siate paranoici da giovani, ci consigliava Laing, l'antipsichiatra, solo così resisterete al fascismo della famiglia borghese. Chi non riesce a fare il salto verso la paranoia, farà il salto del balcone.
Louis Garrel e Anna Mouglalis


Il titolo del primo film (prodotto da Said Ben Said che ha lavorato in questi ultimi tempi anche con De Palma, Polanski, Mamet, Cronenberg, Valeria Bruni Tedeschi e Bonitzer), diviso in due capitoli, "Ho osservato gli angeli" e "Scintille in un barile per la polvere da sparo", non si riferisce e non ha niente a che vedere con il 'nouveau roman' di Alain Robbe Grillet, ma proprio con lo stato emotivo, il sentimento di possesso avido dell'altro che sintetizza i nostri rapporti con le persone, anche le più amate, attraverso un aut aut, o un 'bianco' o un 'nero'. Il film, che in un primo momento si doveva chiamare non Gelosia, ma "Discordia", si avvale infatti di una fotografia in bianco e nero e in cinemascope (maneggiato dall'operatore Jean-Paul Meurisse con millimetrica precisione, soprattutto negli interni) molto contrastato, privo di modulazioni in grigio,  stile antico reportage, firmata Willy Kurant (che, con il montatore Yann Dedet faceva parte del cenacolo Pialat). Perché 'antico reportage'? Perché il film è ispirato a fatti artistico-passionali di famiglia accaduti negli anni 50, anni di b&n, a Maurice Garrel. Anche se si svolge ai nostri giorni. Lui lascia lei e si mette con un'altra, più giovane. La figlia conosce la nuova fiamma di papà e la trova molto divertente e affettuosa. La gelosia è della mamma vera. Poi la nuova fiamma, attrice come lui, inizia a gardarsi intorno. Rimorchia estranei al bar, comincia una sotria con un ricco intellettuale. E' stanca di abitare in una casa piccola, con le luci provvisorie. Lascia lui. Lui si spara al cuore. Sbaglia e sopravvive. Solo la sorella gli resterà accanto. E il teatro. 
Pensatelo un po', con quegli attraversamenti filosofici improvvisi che sembrano casuali, quegli incontri con i maestri di vita, quei dialoghi eccentrici o buffi, come un film di Godard girato a inizio carriera, strutturati e liberissimi di accettare improvvisazioni e 'buona la prima'. Certo che quegli ideali basic della donna anni cinquanta e anni duemiladieci sembrano visti attraverso lenti misogine infrangibili....La casa, i soldi, l'uomo da spennare....

Olga Milshtein, Louis Garrel e Anna Mouglalis

Il papà vero del regista Philippe Garrel, l'attore Maurice Garrel, viene così impersonato nel film dal figlio trentenne Louis, anche lui attore e al quarto film con papà. La bambina del film, Olga Milsthein,  non è altro nella finzione che Philippe Garrel da piccolo (e in realtà è la figlia di un amico della troupe, che ha già lavorato con Doillon). Esther Garrel, che interpreta il personaggio di Esther, la sorella di Louis,  è la vera sorella di Louis... Quando si dice parlare di cose che si conoscono molto bene... Garrel lo ha sempre fatto. La 'rottura' estetica del suo gruppo giovanile, Zanzibar (da cui sono usciti anche Jakie Reynal e Pierre Clementi), consisteva nella consapevolezza che non deve esserci soluzione di continuità tra vita (e, allora, rivoluzione) e arte. E ancora. Basso costo. Girare nelle case autentiche, nelle strade e nei bar conosciuti e abitualmente frequentati. Nessuna enfatizzazione del ruolo autoriale... Elaborare pensiero-movimento, sequenze-tempo con gli amici più che con gli attori.
Rebecca Convenat, Clothilde in La Gelosia, con Louis Garrel e Olga Milshtein


E nei suoi film tornano e si sovrappongono, anacronisticamente, e incrociandosi, antichi fantasmi sempre presenti, delicati o terrificanti momenti mai dimenticati. Per esempio. La voce di Anna Mouglalis, roca, maschile, non può non ricordare quella così scollata dal corpo e dal viso di Nico, l'amore indimenticabile e fondamentale di Garrel (Philippe), e un certo suo modo generoso e mai egoistico di vivere in parallello alla vita, in sovrimpressione agli altri.
Il
Il papà, Themis Panou, con le sue due prede preferite, in Miss Violence

Sciarpe, cappelli di lana, a proteggersi dal freddo e dall'oscurità, capelli scapigliati, lampade e lampadari per lo più senza lampadine, a indicare la grande difficoltà di trasformare la notte in luce (cos'altro è il cinema?) o che c'è qualcosa che non va nei rapporti interpersonali, o il buio nella mente e nel cuore, perché a un certo punto (scena pornografica per qualunque adepto della religione Dogma, per altri di comicità assoluta) spunta una pistola, parte un colpo, un tentato suicidio per amore. Gelosia introversa che si dispiega dentro se stessi e non altrove.