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mercoledì 10 maggio 2017

Gold. Di Stephen Gaghan

Matthew McConaughey in Gold La grande truffa



Roberto Silvestri


Si può trovare ancora, in qualche parte esotica del mondo, la montagna sacra che dentro di sé nasconde un tesoro immenso, il filone d'oro più grande di tutti?
E si può così rapinare ancora di più, davanti ai nostri occhi, nella distrazione del popcorn, felicemente e giocondamente, uno dei più derelitti paesi dei tre mondi (sottosviluppati da oltre 4 secoli di supersfruttamento sotto minaccia del fuoco) del suo giacimento più prezioso, lasciando solo una fettina di torta ai suoi corrotti e venduti governanti?
E si può essere sinceramente affascinati dagli avventurieri yankee di questo tipo, anche se alti, biondi e belli, che nell'ultimo mezzo secolo hanno rischiato la vita, e perduto tutto, l'amore, l'onore, il bar e gli amici, perché non c'è vita degna di questo nome se non si riesce a strappare alla roccia il metallo più prezioso del creato?  E goderselo in solitaria, in modo ancora più mistico e esclusivo di Paperon de' Paperoni?

Bryce Dallas Howard, la figlia di Ron Howard 
Anche se lo sceneggiatore/regista Stephen Gaghan ha fatto qui molto meglio che in Syriana e ha scritto con più passione che in Traffic, non mi piace il titolo del film, Gold-La grande truffa (oltre tutto dice troppo, come La stangata).
Forse riecheggia insuperabili musical antichi (la serie della Wb anni trenta dei e delle Gold Diggers...) ridicolizzati dai musical liofilizzati di oggi che vincono gli Oscar.
Ma mi piace molto questo film scritto (nel 2009) da Patrick Massett e John Zinman  e diretto da uno sceneggiatore tra i migliori del decennio. Lui sa creare o ben usare come in questo caso congegni che danzano nel cervello coi sincronismi di Ether Williams e Busby Berkeley.
Gaghan è autore oltretutto di una serie tv, New York Police Department, che Alberto Grifi negli ultimi anni di vita e di lavoro faceva studiare ai suoi allievi perché "bisogna essere sempre all'altezza espressiva del design più aggiornato e avanzato" per superarlo in godimento ottico-emozionale, stile, ferocia, umorismo e arte Hollywood. Eppure.

Il regista Stephen Gaghan, con il cappellino bianco rosso e blu
Non si va volentieri, chissà perché, a vedere un film che si intitola Gold-La grande truffa nonostante la presenza da mattatore di Matthew McConaughey, nel ruolo del cercatore d'oro Kenny Wells. L'attore che è capace di mostrare in un millesimo di secondo e con un solo microgesto le 50 sfumature di una emozione o di una passione che in dissolvenza incrociata interiore si trasformano in altro.  McConaughey oggi, con Johnny Depp, è l'attore di Hollywood più tecnico e oltre. Matthew qui fa il contrario che nel lupo di Wall street. Lì mattatore egemone, estroverso, qui fragile fuori ma inossidabile dentro. Lì capelli, qui niente capelli. Lì anoressico, qui in fin di vita per la malaria, o comunque sempre pronto a degenerare nel drop out. Recitazione subcutanea. Eppure chissà perché non hanno transennato i cinema che hanno programmato Gold... Peccato.


Il grande trionfo del cercatore d'oro 
Gold sembra, infatti, un film già fatto e già visto. Un nome già sentito (il regista anni 70 Jack Gold). E il titolo sembra quello di una rivista di settore, per commercianti di gioielli. Invece no.
Il film è meraviglioso, anche se demodé. Tramanda la lezione antica dello studio system, rendendo classica anche la variazione  postmoderna anni 80. C'è, a un tratto, una scena emblematica che lo prova. Edgar Ramirez, nel ruolo del geologo giramondo e faccendiere Michael Acosta (notare che nel film è venezuelano, e questo già dovrebbe mettere in allarme) gioca e si ubriaca in un bar circondato da pupe come se fosse Edgar G. Robinson in La costa dei barbari. Effetto mentale patchwork, favorito dal gioco "bricoleur" del cinefilo. Questa e altre, molte, sottotraccia, sono delizie nascoste all'interno di una economia di fraseggio impreziosita da un cast impecccabile (prima tra tutte la figlia di Ron Howard, Bryce Dallas Howard, la fidanzata cameriera e poi moglie di Kelly, la prima divorziata d'America cinematografica che, diventata miliardaria, lasciando Kelly lascia proprio tutto: causa di divorzio, alimenti, tenore di vita....Piantare è piantare piantare piantare. Alla Carole Lombard. Insomma. Nessuna orpello, di trama e ideologica, estetizzante. Solidità di racconto. Precisione psicologia. Forma? Sonata classica. Detto così non vi convinco. Sembrerebbe la solita solfa con l'eroe nei guai che si risolleva, che poi sta per morire, e si riprende, vince vince e poi, però, va verso l'happy-.end-burrone, che funziona sia quando il finale è allegro e per tutta la famiglia, sia quando l'esito felice è di struttura e non di plot.
Nella foresta sperduta dell'Indonesia
Inoltre. Ci potrebbe essere Nick Nolte dentro Gold. O Mel Gibson, visto che si svolge in Indonesia. Ecco la grandezza segreta del film, fare un remake dei film fine anni 70- inizi 80, senza strafare come Boogie night,  piuttosto come Vizio di forma ha fatto con gli anni 70 pieni. Quando il mondo poteva andare da tutt'altra parte. In meglio. Si parla addirittura del feroce criminale adorato dall'Occidente, Suharto (l'uomo che rovesciò Sukarno, che era invece il cocco di Marilyn Monroe) e della sua stirpe maledetta. Anche se si tace del tutto su quel colpo di stato degli anni 60 finanziato dalla Cia e sul successivo genocidio di comunisti, con la cifra record di 500/800 mila ammazzati, oltretutto per lo più di origine cinese, dai nazi-sovranisti di Giakarta. Bingo. Perché qui, altro patchwork, abbiamo The act of killing nel preconscio.


L'ispirazione di partenza  della trama (uno scandalo minerario che coinvolse nel 1993 la multinazionale Bre-X) non è la notizia di cronaca criminale che ha appena fatto scalpore o l'ultimo romanzo minimalista e un po' scandaloso di successo. E per la messa in quadro e in scena non si vuole ricopiare la calligrafia di Transformers, solo perché ai ragazzi piace un racconto per immagini sul grande schermo sincopato come in discoteca. Non tutte le danze sono uguali.


Ci si ispira piuttosto, e in modo direi satirico, al Capitale di Marx e ai capitoli sull'astrazione del denaro e sull'assenza, nel gioco finanziario, di merci messe in gioco. Non a caso siamo alle scaturigini del decennio Reagan-Bush sr, del liberismo aggressivo e rampante e del "boom" in Borsa. Alla produzione di denaro per mezzo di denaro. Come fu distrutto Allende? Abbassando il prezzo mondiale del rame sul mercato internazionale. Pinochet è stato solo la ciliegina sulla torta. Come si sono arricchiti i cileni delle classi medie sotto Pinochet per accettare una così grossa marachella per la democrazia e i suoi sacri valori? Tenendo alto il cambio della moneta cilena rispetto al dollaro, a differenza degli altri stati latinoamericano. Insomma. E' solo la politica che stabilisce l'esistenza dell'oro. Se c'è o non c'è.

Un miraggio di potere e gloria, un progetto con l'aura aurea, così ha unificato in cordata gloriosa geologi astuti, cercatori d'oro come se ne facevano una volta, all'epoca del Klondike (quando sorse dai bordelli dell'Alaska la dinastia di ruffiani Trump),  banche avide, brooker senza scrupoli, multinazionali criminali, un vice presidente degli Stati Uniti di nome e cognome Gerard Ford, colluso con la Mafia-Suharto, il rampollo sadico e inetto del tiranno, alcuni contadini indonesiani falcidiati dalla malaria perché a corto di acqua potabile nonostante la presenza nei loro fiumi di piccolissime pepite... Insomma il viaggio che questo film ci fa fare a livello "roller coast" è dentro il cuore capitalistico. Come nella Stangata (1973, di George Roy Hill) si colpiscono ceffi trucidi. Le banche stavano ingegnandosi per colpire i risparmiatori a morte. Qui ci vendichiamo vedendo banche, multinazionali e tiranni sbriciolati da due avventurieri (uno, poi, a sua insaputa).  Ritmo? Slow fox. Fotografia? Cruda. Effetti speciali? Zero. Musica? Iggy Pop, of course (che ha collaborato con una ballad alla partitura di Danger Mouse.


E come ispirazione qui addirittura si torna all'etica, agli scenari e alle avventure al limite di due antichi cineasti rooseveltiani, John Huston e George Stevens, registi rispettati un tempo, ma dimenticati da nostri distratti occhi. Chi ha visto durante Juventus-Monaco il braccio di un tifoso bianconero con sopra tatuato: "Vincere non è importante. E' l'unica cosa che conta" comprenderà che questo film non è per quel braccio da contabile senza anima.


Invece siamo proprio a metà tra Il tesoro della Sierra Madre (quella forza segreta che ti trascina via con sé, verso l'oro, non verso i soldi, non verso il potere, ma verso una sostanza speciale e "magica" che ti condurrà sicuramente, eroticamente, alla sconfitta e alla perdizione). E L'unico gioco in città, il gioco d'azzardo, la vita come destino legata a una carta. Si può vincere, si può anche perdere tutto. E se si perde, il gioco emozionale sarà ancora più complesso e inebriante.
Matthew McConaughey e Edgar Ramirez