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venerdì 19 maggio 2017

Cannes 70. L'uomo che visse due volte

Cannes 70. L’uomo che visse due volte

Pubblicato il 17 maggio 2017 · in Cannes 2017cinema · Add Comment
desplechinOggi da Cannes:
Roberto Silvestri, Les fantômes d'Ismaël di Arnaud Desplechin
Mariuccia Ciotta, Il dolore del mare
 di Vanessa Redgrave
 
Les fantômes d'Ismaël di Arnaud Desplechin
fantomesTra una proiezione l'altra passano 80 minuti, non più 45. E sono arrivati i metal detector. Gli ingressi ai Grand Hotel sono sbarrati. L'allerta è d'obbligo. E le file per entrare in sala si allungano...
Ma Monica Bellucci, per l'ottava volta sulla Croisette, e per la seconda volta, dopo il 2003, madrina del festival, nel suo discorso non fa allusioni politiche dirette o polemiche, come successe l'anno scorso (il cinema sa parlare di politica soprattutto con linguaggi non verbali), ma sottolinea la presenza di ben 12 cineaste nella selezione ufficiale. Alla Quinzaine il gap è ancora più ridotto, 14 a 7: anche nella sezione sessantottina siamo però ben al di sotto delle ambizioni immense di Macron. Per motivi di sicurezza si accorceranno anche i film (ma 5 in competizione superano le due ore)?
Membro della terza generazione nouvellevaguiste degli anni 90, dopo Godard/Truffaut e Garrell/Doillon, l'ormai veterano francese Arnaud Desplechin, con taglio d'autore, ha ridotto a 114', in una versione che definisce sarcasticamente “francese” per non dire più commerciale, Les fantômes d'Ismaël, il suo 11° lungometraggio, visionario e spettrale (come esplicita il titolo), nervoso e frenetico nella recitazione e a incastro complicato e frammentato. È di Roubaix, Desplechin, e i suoi film si muovono sempre pericolosamente sul pavé.
In epoca di competizione con Netflix, poi, il cinema d'autore risponde con immagini pluristratificate e polivalenti: dramma intimo su autoritratto autobiografico su puzzle spionistico su critofilm che rifletta di teoria, spazi e forme cinematografiche. In più si alza il quoziente emozionale di ciascun frammento, collegando esplicitamente Bibbia, Shakespeare, Kim Novak (La donna che visse due volte), Picasso&Pollock, spazio fiammingo e prospettiva rinascimentale e soprattutto Freud, la cui “interpretazione degli incubi è inguaribilmente punitiva”. I pilastri della cultura occidentale (Corano compreso). Cementa il tutto la partitura hitchcockiana di Gregoire Hetzel.
Alla vigilia delle riprese del suo nuovo thriller spionistico centrato sulla misteriosa sparizione di un diplomatico del Quay d'Orsay di nome Paul Dedalus, la vita di un cineasta, Ismaël, è sconvolta dalla riapparizione della moglie Carlotta, scomparsa venti anni prima, e ormai data per morta. È la figlia – d'incontenibile vitalità, volatilizzatasi in India, e che riappare sulla spiaggia atlantica – di un cineasta ebreo, Bloom (ancora Joyce?), terrorizzato dai fantasmi dell'olocausto e dalla vecchiaia (Providence?) che, insonne come Ismaël, viene perseguitato da insostenibili incubi.
Scelto fuori concorso per l'inaugurazione, come atto dovuto, dopo la bocciatura nel 2015 dal concorso principale di Trois souvenirs de ma jeunesse (poi César), il film, definito dai Cahiers du cinema uno “strano feuilleton intimo”, è uscito oggi nelle sale francesi anche in versione “director's cut” lunga 130 minuti che, secondo i colleghi francesi è più comprensibile perché l'episodio tragicomico e straziante di Tel Aviv, qui sforbiciato, metterebbe meglio a fuoco la complicata architettura di un'opera basata sulle relazioni sottili e sub-cutanee tra personaggi indocili a ogni prospettiva conosciuta: il regista alccolizzatoIsmaël – Mathieu Amalric, mai così nevrotico e fracassone – in totale crisi creativa (Otto e mezzo?); Ivan (Louis Garrel, senza capelli), diplomatico francese per caso e stralunato doppiogiochista involontario, protagonista dell'intrigo spionistico tagiko che Ismael a fatica cerca di “chiudere”; Carlotta, la donna della sua vita (Marion Cotillard, di carnosa spettralità) assieme all'astrofisica Sylvie (Charlotte Gainsbourg, di intellettuale sensualità), l'attuale donna della sua vita e all'attrice-amante Arielle (Alba Rohrwacher, di giocosa scapigliata ambiguità), la donna di ogni suo set. Nel tentativo di trasformare il film e l'uomo in un oggetto o addirittura in un soggetto vivente. (rs)

Il dolore del mare
File photo dated 21/08/15 of migrants and refugees on a boat approaching the Greek island of Kos, as official figures indicate that the number of asylum claims lodged in the EU this year has passed a million.Il foglio di carta dorata si accende di luce mentre plasma la sua forma, e fa da siparietto nel film d'esordio di Vanessa Redgrave, attrice, premio Oscar per Giulia di Fred Zinnemann ('71), attivista della sinistra laburista. Il titolo del film, Sea Sorrow (Il dolore del mare), è di Shakespeare, e lo pronuncia Prospero (Ralph Fiennes) nella Tempesta quando racconta alla figlia il naufragio in mare di un battello “così marcio che anche i topi lo hanno abbandonato”. Gommoni, barche, scialuppe in disfacimento pronte ad affondare, cariche di troppa gente. I profughi. Di questo si occupa Vanessa Redgrave, che, nata nel 1937, ricorda i bombardamenti di Londra e mostra le sue foto da bambina, estratte, sembra, da Pomi d'ottone e manici di scopa. Sì, perché Sea Sorrow (fuori concorso) passa in rassegna parole e occhi fondi di iracheni, afgani, siriani in cerca di asilo, ma soprattutto canta le lodi anti-Brexit dell'Inghilterra futura, generazione prossima. Una bambina dallo sguardo azzurro – non così bello come quello blu di Vanessa, la narratrice – ci fa sapere che dirà alla sua maestra di accogliere i piccoli profughi cacciati dalla Giungla di Calais.
Una specie di favola, rosa e dark. Anzi, dice la regista, sostenuta dal figlio produttore Carlo Nero (e dalle figlie Richardson) Sea Sorrow è un poema, meglio, un'elegia a più voci. I ricordi dei perseguitati del Novecento di ogni latitudine convergono... macerie allora e adesso. Un ragazzo afgano dalla faccia angelica rivolto alla telecamera racconta di come gli americani spararono alla testa prima della madre e poi del padre per farlo stare zitto. Lui, bambino, urlava.
Al centro dell'obiettivo, però, non c'è il curdo-siriano Alan Kurdi, ma chi non impedì che morisse a tre anni “spiaggiato” sulle rive turistiche di Bodrum. Il film è un autoritratto del “senso comune”, degli smemorati che rifiutano l'accoglienza. Come allora, nel '38, quando il governo Chamberlain, ben disposto verso le richieste di Hitler, respinse gli ebrei in fuga.
Emma Thompson legge il Manchester Guardian, edizione del novembre 1938, dov'è pubblicata la lettera di Sylvia Pankhurst, leader femminista, figlia della famosa suffragetta Emmeline Pankhurst. La lettera chiede un po' più di umanità al governo Chamberlain, in particolare nei confronti di due sorelle ebree, studentesse di musica scampate al pogrom della Notte dei cristalli. Non toglieranno lavoro alle musiciste inglesi!
La memoria si perde, e Vanessa la rincolla un pezzo alla volta, dà la parola a Lord Alf Dubs, anche lui un ragazzo del secolo scorso, salvato nel '39 dal Regno Unito insieme ad altri 10.000 minorenni, e ora a capo di una campagna per il visto, ottenuto, a favore di tremila bambini non accompagnati. La memoria ritrova Eleanor Roosevelt, in una delle sequenze storiche più emozionanti, mentre legge la Dichiarazione universale dei Diritti dell'uomo davanti al congresso americano nel 1948. Franklin Delano è morto tre anni prima, e lei è lì in controluce con Vanessa Redgrave nel manifesto di Sea Sorrow. Ricordatevi. Il foglio d'oro è il mantello che avvolge i profughi. (mc)


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