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mercoledì 8 febbraio 2017

Attenzione! Simulacri! Le metamorfosi di Alessandro Cappabianca



Mariuccia Ciotta

John Wayne ucciderà Natalie Wood in Sentieri selvaggi? Il rischio si ripete a ogni proiezione del film di John Ford ma quello sguardo di amore e paura che lei gli rivolge rinnova ogni volta la sua potenza, e ogni volta lui, inebriato, la solleverà tra le braccia. “La verità di un gesto, di un'espressione, può essere fissata senza perdere la sua capacità d'essere altra cosa” ci dice Alessandro Cappabianca, la capacità di aprirsi a nuovi significati.
I fantasmi del cinema condannati a replicare sempre gli stessi gesti riescono così a sfuggire al loro destino immutabile come leggiamo in Metamorfosi dei Corpi mutanti (edizioni Timia – 2016, 12 euro), titolo sorprendente e inatteso. Doppiamente mutanti? Sì, perché parliamo di corpi filmati, di simulacri, già resi ombre e spettri dal cinema, e che a volte, in certi film, moltiplicano la trasformazione di sé, diventano “mostri”, forse nell'estremo tentativo di vincere la metamorfosi più orrenda, la vecchiaia e la morte.
L'architetto dell'immaginario, la firma prestigiosa di Filmcritica, dispiega attraverso l'analisi di molti titoli di genere horror e sf, e non solo, il significato del divenire-altro. Quel trattino ci vuole perché segna l'attimo del passaggio, la sospensione tra il sé e l'altro. La rivoluzione dei corpi sta in quel trapasso, nella meraviglia perversa di quell'atto che fa preferire all'Apollo di Bernini la ninfa Dafne con le mani mutanti in foglie d'alloro non più di marmo ma frementi e sensuali. Lo stato fisso cede a un continuo divenire, il bello è in movimento e produce nuove forme.
Cappabianca nel libro va a caccia di “metamorfosi delle metamorfosi” e convoca gli spiriti di Ovidio e Deleuze, di Kafka e Derrida per l'incontro con il Lupo, la Cosa, il Vampiro, il Mostro, la Bestia, il Cyborg, i Morti viventi, l'Alieno e lo Stesso... fino a Mickey Mouse. “Bestiario” infiltrato di sottospecie pericolosissime come il diavolo, lo scienziato incauto, il libertino, il burattino e altre ancora.
Su tutto aleggia lo slittamento uomo/donna, donna/uomo, la questione del gender, e i cultural studies sulle creature ibride e gli eroi/ne di massa. Al centro della trasformazione non c'è proprio il fuori e il dentro, l'apparenza e la sua disfatta? Jessica Rabbit insegna. Viene da pensare alla creatura di Mamoru Oshii, al suo Ghost in the Shell, soggetto/oggetto di mutazioni psico-organiche, un caso fantascientifico di mente non relazionata all'involucro corporeo, terreno di indagine della filosofa americana Donna Haraway. Il terzo capitolo (dopo Ghost in the Shell 2: Innocence) uscirà in sala alla fine di marzo non più “anime”, ma live con Scarlett Johansson nella parte del(la) cyborg Motoko.
In questa direzione, il divenire-altro di Cappabianca è riferito al concetto di “disgusto”, del “far senso”, specialità per esempio della dark lady, una donna-non donna, essere ripugnante che si trasforma sotto gli occhi dell'uomo stregato dal suo fascino. Pensando a Rita Hayworth in La signora di Shangai è come se all'improvviso le spuntassero i tentacoli di ragno di La Cosa di Carpenter.
L'autore si riferisce a Barbara Creed, docente all'Università di Melbourne, celebre per il saggio The Monstrous-Feminine, Film Feminism, Psychonalysis, che intreccia psicanalisi e teoria femminista applicate al cinema horror, e fa appello a Julia Kristeva per il concetto di “abiezione” e per il ruolo della Madre arcaica. La caverna grondante liquami organici di Alien, il ventre dove covano gli orrori “... l'espressione monstrous-feminine vuole precisamente enfatizzare l'importanza del genere sessuale (gender) nella costruzione della mostruosità”. Non solo vittima dei tanti mostri della laguna nera, la donna si ritrova al principio dello snaturamento umano.
Ed è proprio nell'esercizio della metamorfosi che il cinema offre l'opportunità di studiare la progressiva dematerializzazione dei soggetti. In scena c'è solo un corpo elettronico, una macchina senza organi. La mummia elettronica. Il cinema digitale crea i suoi mutanti dal nulla, nega il passaggio tra uno status e l'altro, ed è perfino in grado di manipolare la matrice, “dissanguando” gli attori non più in vita, come è il caso dell'ultimo Star Wars (Rogue One) che fa ringiovanire Carrie Fisher, la principessa Leila, poco prima della morte reale quando il film è ancora in sala, e fa risorgere Peter Cushing, scomparso nel 1994.
Nella lunga galleria di mostri e supereroi, Cappabianca ricolloca Nosferatu e Frankeinstein, Batman e Superman in un'angolazione diversa, li fa uscire dal genere e li trasforma in agenti di una meditazione sul cinema, sui suoi fantasmi sempre più impalpabili, specchio di reali ibridazioni umane. La metamorfosi dello Stesso. I baccelloni senza sguardo di Don Siegel in L'invasione degli ultracorpi. “Il corpo, nel film, è immagine concreta, fotografica, vera – volentieri si lascia scambiare col corpo reale.... per andare oltre, occorrerebbe squarciare il velo dell'illusione, puntare il dito, emettere un grido muto, a significare 'Attenzioni! Simulacri!'” . Indicazione teorica che Philip Kauffman ha urlato nel suo remake.
Metamorfosi del Burattino, ed ecco Pinocchio nell'incontro fatato con David, il mecha di A.I., il film di Spielberg, i due condividono l'idea del morire come massima aspirazione, non concessa ai “corpi mutanti”, gli amati fantasmi del cinema.
A Topolino l'autore concede particolare attenzione, e a Walt Disney (dal coniglio Oswald ad Alice) il re delle metamorfosi ammirato da Ejzenstejn e da Benjamin. E' piuttosto commuovente (per me) vedere come l'opera disneyana diventi finalmente oggetto di analisi critica, nobilmente affrontata nel capitolo Metamorfosi dell'anatomia simbolica. “Sarà eccessivo interpretare questo (Skeleton Dance, ndr) e altri lavori disneyani come piccoli riti di esorcismo contro la paura della morte? Non credo proprio”.
Metamorfosi dei Corpi Mutanti, sottotitolo “il divenire-altro delle creature cinematografiche”, è un testo che va al di là della “covata infernale”, e si schiera dalla parte del cinema come luogo dell'elaborazione filosofica, e del suo mutare, in sintonia con il “doppio” vivo fino a confondere l'ombra con l'originale.