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mercoledì 11 febbraio 2015

Timbuktu, il nostro Oscar




Mariuccia Ciotta


L'ipocrisia feroce dei miliziani di al Qaeda e l'orrore della guerra civile siriana in Timbuktu, capolavoro del mauritano Abderrahmane Sissako, candidato all'Oscar 2015 per il miglior film straniero e vincitore di 7 premi Cesars, gli Oscar francesi, esce nelle sale italiane


La città edificata da un bambino che gioca con la sabbia, Timbuktu con le sue case dalla facciata merlettata dai colori fusi con la terra del deserto, è il set del film che si batterà per l’Oscar al migliore film straniero, dopo aver sfiorato un premio a Cannes. Lo ha diretto con finanziamenti anche francesi  il mauritano Abderrahmane Sissako, 53 anni, studente di cinema in in Urss, tra i più pregiati narratori del cinema contemporaneo (Bamako, La vie sur terre). 
Immagini rarefatte, miraggi pittorici, contorni sfumati nella polvere gialla... una bellezza che Sissako cattura facilmente come una farfalla nella rete, lì in un luogo degno delle sette meraviglie del mondo, e che negli ultimi anni è stato calpestato dal gruppo al-Qaida nel Maghreb islamico.

Sissako e i due piccoli attori sul set di Timbuktu

E' il vertiginoso contrasto con il sito fiabesco e il potere sadico dei figli degeneri di Allah che il regista mette in scena, racconto sulla “banalità del male” tra le dune del Sahara. Timbuktu, titolo imperdibile, si apre con il tiro a bersaglio su statuette antiche di terracotta, a ricordare il santuario e altre quattro dimore “patrimonio dell'umanità” demolito dagli islamisti, iconoclasti salafiti, che pattugliano le strade sterrate a bordo di motorette e fuori strada.
Ma non siamo in un film d'azione. E, attenzione, uno dei motociclisti è avulso, avrà un ruolo “benefico” nella storia, forse è un doppio dello stesso regista.... Il lento flusso di una normalità perversa sale dalla languida regione, un branco di mucche in cerca di arbusti rinsecchiti, il fiume Niger, la luna grande, il profilo di una tenda, il silenzio.
Alle porte della città vive Kidane (Ibrahim Ahmed), la faccia di un Rodolfo Valentino “figlio dello sceicco”, la moglie Satima (Toulou Kiki) e una figlioletta sognante. Immersi nel nulla, si tengono lontani dal gruppo di maschi armati, specie di bulli indolenti, guardie di una jihad a uso privato, che impongono l'hiijab e i guanti alle donne, vietano la musica, il calcio (che ci condurrà in una variazione alla “Antonioni” di grande ferocia satirica), introducono la sharia, gli adulteri saranno lapidati.
Sissako anticipa il rapimento delle liceali nigeriane, e mostra la pratica dei matrimoni forzati. Tutto in punta di macchina da presa, spargendo humour, paradossi surreali, come quando un ragazzino recalcitrante, scelto per uno spot di propaganda, si inceppa nella pomposa retorica integralista e si mette a mimare i gesti del rapper. 
 
C'è chi non parla bene l'arabo, e si esprime in francese o inglese, c'è chi è un tuareg, chi conosce solo la lingua del suo villaggio, sono i seguaci reclutati controvoglia da un manipolo di capi da cupola mafiosa, rinnegati dal mullah della moschea, predicatore per la pace e per il vero Corano. 
La debolezza umana che trapela dai volti bendati è più devastante che mai, visti da vicino gli alqaedisti perdono d'intensità drammatica, altro che scontro di religioni, le squadre di barbuti con megafono diramano ordini ridicoli, e poi frustano a sangue ragazzi e ragazze canterini.
Il regista mauritano realizza un film vicino alla poetica di Idrissa Ouedraogo, burkinabé, con i suoi tempi sospesi, minimalismo passionale e una implacabile suspense. Ritratto del Mali e del conflitto nel nord del paese cavalcato da al-Qaida, prima dell'intervento francese del 2013. La radiografia dell'integralismo, però, non ha frontiere, e il cinema di Sissako smaschera l'ipocrisia di questi soldati di dio, sguinzagliati dalle forze di controllo non solo regionali - il petrolio è sgorgato di recente nel Mali - con il compito di stroncare ogni insorgere di libertà. 

Timbuktu, Eldorado di cultura e di ricchezza, al suo massimo splendore nel 1500, ridotta ai margini della civiltà, è come l'elegante e fragile gazzella che corre nel prologo del film inseguita dalle mitragliate di uomini su una jeep. Raffiche che falciano un cespuglio di erba in una sequenza folgorante, digressione surreale da Man Ray, a disertificare il “corpo” sensuale delle dune. Corrono anche i bambini, alla fine, orfani di tanti padri, in mezzo alla distesa ondulata, il deserto che non ha protetto Kidane ma che sembra troppo grande e meraviglioso per diventare preda del disumano.