venerdì 27 febbraio 2015

Maraviglioso Boccaccio, cinque sfumature del Decameron

Carolina Crescentini
Mariuccia Ciotta

Perché i fratelli Taviani si rivolgono a Boccaccio? E dopo il Decameron di Pasolini ('71)? I registi premiati con l'Orso d'oro per Cesare deve morire sembrano lontani da novelle e linguaggi “licenziosi” attribuiti allo scrittore trecentesco. I cento racconti da “mille una notte”, però, parlavano soprattutto d'amore, più forte della peste di Firenze e anche degli uomini in nero di oggi che, come allora, scavano fosse comuni per seppellire la vita e l'arte.
E di amore si parla.
Maraviglioso Boccaccio è una risposta cromatica alle “cinquanta sfumature di grigio” (inerte tentativo “boccaccesco” di accendere i sensi) e di sfumature ne sceglie cinque per tessere una trama di sensualità come forma di resistenza alla morte. 


A rischio di effetto filodrammatica, i registi si pongono la questione del testo letterario a contatto con i fotogrammi, così come ha fatto Paul T. Anderson in Vizio di forma da Pynchon e prima ancora David Cronenberg con Cosmopolis di DeLillo. Il coro degli attori, dalle star (Crescentini, Riondino, Rossi Stuart, Scamarcio, Smutniak, Trinca...) ai giovani “ronconiani”, traccia una linea parallela -  dialoghi dichiaratamente scollati dalle immagini - così che i versi aulici risultano straniati.
L'attualità non sta tanto nella metafora per aggirare un discorso etico sul presente - “avevamo voglia di avvicinarci ai nostri giovani e a questo presente brutale che li esaspera” - ma nella ricerca di un cinema che rivitalizzi i suoi canoni espressivi, che si rimetta in forma.

Ogni cosa trasmette nel film questo tentativo, nella geometrica sontuosità dei costumi - magnifica “sfilata” di Lina Nerli Taviani da far invidia agli stilisti più in - alle coreografie disegnate tra prati e castelli di Toscana e Lazio. Tutto dentro un laboratorio dal sapore pre-raffaellita, che proprio al décor rinascimentale opponeva le sue figure “primitive” iper-colorate, segni di nostalgia e al tempo stesso movimenti di fuga e di rinnovamento.
Nel rimescolare le novelle di Boccaccio, narrate da dieci giovani (sette donne e tre uomini) fuggiti dalla Firenze pestilenziale, il film tocca punti emozionalmente alti, sempre sul crinale di un estetismo da “belle statuine”, come nel racconto di Catalina (Vittoria Puccini), creduta morta di peste, abbandonata in una chiesa dal marito, e “resuscitata” da Gentile Carisendi (Riccardo Scamarcio) innamorato da sempre, e che i Taviani femministi riscrivono: la bella, incinta, non tornerà a casa, ma in un fermo immagine degno di Dante Gabriele Rossetti resterà con il suo salvatore. E ancora, tra il thriller e il melodramma, l'episodio con Jasmine Trinca-Giovanna, scolpita nel marmo, la donna adorata da Federico degli Alberighi (Josafat Vagni) che per lei sacrifica l'unico affetto che gli è rimasto, un falco, come in una ballata di De André.
L'azzardo del mash-up di Maraviglioso Boccaccio s'infrange, però, nella colonna sonora, vibrazione elettroniche e sound contemporaneo coniugati con Rossini, Verdi, Puccini, un'ondata fragorosa che si abbatte sullo schermo e sul delicato equilibrio di un film avvolto nella bella luce di un cinema che ha ancora il desiderio di se stesso. 
Vittoria Puccini
 

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