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venerdì 20 febbraio 2015

La critica cinematografica come super star. Life Itself di Steve James su Roger Ebert, vita, opere e morte


Roger Ebert, critico cinematografico del Chicago Sun-Times
Roberto Silvestri


Se ben due pollici in alto sono il simbolo del capolavoro assoluto, ed è il segno grafico più gratificante che un film possa mai avere, sono chicagoans i suoi inventori. Uno, Roger Ebert, proveniva dal quotidiano progressista Chicago Sun-Times, l’altro, Gene Siskel, dal conservatore Chicago Herald Tribune. In un celebre programma televisivo statunitense (diffuso dalla rete pubblica Pbs) nato nel 1967, nel quale si azzuffavano per davvero, il primo, più passionale, allargava con sagacia e buon senso i confini del bello schermico, deturpando il canone ufficiale e spiegando l’importanza ‘estetica’ di sensibilità ricettive e contestative ancora underground, ai margini della cultura e dei comportamenti ufficiali e wasp, come il punto di vista zen, rasta, black, gay&lesbian, della satira estrema stile Mad o camp. 

Gene Siskel (a sinistra) e Roger Ebert discutono di cinema in tv
L’altro, più strutturato, cercava, con humour fine, di frenare l’irruzione di quei pericolosi virus subculturali, erigendosi a paladino dell’aristocraticità critica, dei gusti accademici, altezzosi e rispettabili rispetto alla vitalità pericolosa del fumetto, dell’horror, del soft porn, della fantascienza, del pensare criminalmente altri corpi possibili e immaginabili… Insomma il subumano era in lotta con il sovrumano, e il problema era: come si può paragonare o equiparare un capolavoro di Bergman con un Grease qualsiasi? Perché El Norte di Gregory Nava è più interessante di uno spigoloso e slabbrato Kubrick? Come mai Toro scatenato è un capolavoro e Il colore dei soldi un abominio? 

Martin Scorsese intervistato da Steve James per "Life itself"
Ma qualche volta il sovrumano e il subumano si alleavano contro il pregiudizio dell’umano medio o del luogo comune e il “doppio pollice in alto” indicava, smodatamente e smoderatamente, i film che scavalcano il cinema, andavano oltre, portavano all’estasi eccitante e ipotizzavano vita e mondo diversi da questo. Senza parolone difficili, senza troppa filosofia… Infatti l’intento del programma era rossellinianamente didascalico:  si consigliava allo spettatore in cerca di un giudizio intelligente da affermare su un film di applicare il celebre e mai fallace test Siskel: “questo film è interessante almeno quanto un documentario con gli stessi attori che mangiano a cena?”. E, commentava Ebert: “ogni filmaker saggio dovrebbe essere abbastanza saggio da porsi questa domanda, intraprendendo un nuovo progetto”.  Martin Scorsese che era amico di Ebert – il Sun-Times lo aveva calorosamente sostenuto fin dalle prime prove di regia - fu molto colpito, e in pieno mento, dalla stroncatura pubblica subita in quel programma di successo dal suo remake con Paul Newman: “Ero completamente distrutto in quel momento dalla cocaina. La franchezza di quella critica mi rimise in sesto”.  
Il poster del film su Roger Ebert
All’inventore (duale) di thumbs system è dedicato un bellissimo film, Life itself, diretto da Chicago Steve James (suo il celebre e acclamato High Dreams, un documentario del 1994 sul basket universitario di Chicago che non fu - scandalosamente - candidato agli Oscar, proprio come questo) che incredibilmente è arrivato perfino sui nostri schermi. Non perdetelo. 
In realtà è su Roger Ebert, anzi sugli ultimi giorni di vita del critico malato terminale di cancro che racconta (tra scene clinica di insostenibile autenticità, che la moglie african-american Chazz non sempre aveva autorizzato) la sua vita e le sue opere, perché Siskel era già morto, anche lui  prematuramente, nel 1999. E oltre a materiali di repertorio gustosissimi, e alla testimonianza coraggiosa di Scorsese, vedremo parlare di Ebert anche amici imprevedibili, come Werner Herzog, o talenti in grande crescita, come il gentile e premuroso filmaker di origine iraniana Ramin Barhani. 

Il regista Steve James
Ma Ebert è sconosciuto in Italia. Addetti ai lavori a parte. Lo incontravamo sempre al festival di Cannes. E la sua passione, allegria e energia erano davvero contagianti. E affiorano anche dalle immagini più dolorose del film, come se quel sorriso infantile nessuna morte sarebbe mai stata in grado di cancellare. Che poi è il senso del lavoro critico. Non uccidere mai i film, anche quando sembra, perché il cinema è un un grande sì alla vita e il movimento critico è sempre un processo di avvicinamento al suo punctum, non al verdetto capitale di un tribunale….Life itself. E’ la vita stessa. Ma. I suoi saggi e le sue recensioni non sono mai state tradotte in Italia. 
Eppure i navigatori della rete lo conoscono benissimo perché Ebert socializzava da sempre tutti i suoi scritti. E ha creato un vero movimento critico collettivo. Alcuni dei suoi libri (uno, per esempio, l’Ebert’s Bigger Little Movie-Glossary, sui clichés, i luoghi comuni, le convenzioni, gli stereotipi e le scene “fatte” o “obbligatorie” dei blockbuster) è stato scritto da Ebert nel 1999 proprio in comune, assieme ai suoi fan, e composto in rete… Dunque bisogna tornare un po’ indietro nel tempo e vedere come è nato il modo sessantottino di fare critica. La terza via. Né apologia dell’esistente e del vincente, né la snobberia del rifiuto di un’arte troppo commerciale….
Primo anno a Cannes ....
Chi ci piace leggere oggi tra i critici viventi di tutto il mondo? Bill Krohn, tutti quelli di Trafic, il brasiliano Amir Labaki, la femminista Molly Haskell, il tedesco Olaf Mueller, gli italiani Aprà, Ghezzi e Cappabianca, Noel Simpsolo, Rancière…. Chissà perché non li troviamo mai nelle giurie dei grandi festival internazionale di serie A. Il loro approccio sempre leggiadramente dentro/profondamente fuori le opere ha quel tocco barocco in più… Ma all’inizio fu James Agee (1909-1955). 
Il decano della critica nordamericana, James Agee
Prima delle nouvelle vague, di Pauline Kael, di Farber & Sarris & Vogel, e della generazione dei critici-registi nipotini di Eisenstein (da Godard e Truffaut a Glauber Rocha e Bogdanovich da Oshima e Ruiz a Ghatak e Joe Dante)… Prima anche dei grandi festival anomali (come Massenzio, o Salsomaggiore o Telluride, o Torino di Turigliatto/D’Agnolo Vallan) che trasformarono la critica in una pratica collettiva di rimessa in discussione dei (dieci?) comandamenti dello sguardo e delle pose. Insomma prima di tutto questo Agee era il punto di riferimento colto della critica cinematografica statunitense scritta.
Veniva da Harvard, dove era arrivato dal Tennessee. Grande bevitore e fumatore. Le sue recensioni uscivano su Time e The Nation, ma anche su Fortune e Life. La resurrezione di Buster Keaton e dei grandi divi del muto si deve a lui. Appoggiò contro tutti Monsieur Verdoux di Chaplin. E scandalizzò i connazionali riempiendo di elogi Enrico IV, Enrico V e Amleto di Laurence Olivier e quello stile “tutto inglese” e così poco naturale di mettere in scena Shakespeare come fosse teatro No. Come fanno divinamente bene gli inglesi i cattivissimi…Ma Agee non era un critico “puro”, come, in Eva contro Eva, è George Sanders, il terrore di Broadway e off Broadway. O come era Bosley Crowther, che sul New York Times aveva difeso i black listed contro il senatore McCarthy, ma non ebbe il coraggio di scagionare Gangster Story di Arthur Penn dalle accuse di “ultraviolenza” (così come la pronipote radicale newyorker Pauline Kael fraintese perennemente Clint Eastwood).
Agee non aveva studiato nel dipartimento cinema dell’Ucla, ma letteratura ad Harvard e “vita agra” sulle strade di tutto il mondo.  Era, infatti, un romanziere e un poeta necrorealista che scriveva anche di cinema. Come in Europa (Elsa Morante, Marotta, Moravia…), negli Stati Uniti i primi critici cinematografici, di sostanza ma popolari, infatti, erano scrittori raffinati (Graham Greene, Weldon Kees…) o, al limite, giornalisti di grande livello. Dei Premi Pulitzer. Un riconoscimento che Agee infatti vinse, postumo, nel 1958. Oppure scrittori coinvolti in sceneggiature mirate e particolarmente significative. Nel suo caso due classici degli anni 50, La regina d’Africa, per John Huston (1951) e, non senza problemi e bisticci, di La morte corre sul fiume, per Charles Laughton (1955). 

Chazz e Roger Ebert
Chi, proprio come Agee, ha bevuto per tutta la vita anche troppo (prima che Chazz lo salvasse), vinto giovanissimo il premio Pulitzer (il primo come film critic, nel 1975) e ha scritto una sceneggiatura altrettanto memorabile per catturare la scultura interiore di un decennio (senza Beyond the Valley of the Dolls di Russ Meyer niente Boogie Nights e niente Vizio di forma, il formidabile dittico di Paul Thomas Anderson su Ellei), ma ha inventato la critica cinematografica televisiva, è stato proprio Roger Ebert, from Chicago. 
Il giovane Ebert
I critici sono poeti della prassi preziosi. La libertà di ricezione che permette il cinema porta a fabbricare pericolosi tumori immaginari che solo questi matematici della chirurgia del cervello sanno estirpare. Chicago (da Lincoln a Disney, da Al Capone a Obama, da Landis a Reagan) è stata una città molto vitale per il cinema e dunque per la storia americana. Molti i cineasti che ne conservano cultura e ritmi. I Belushi. John Hughes. Jack Benny. I Cusack. Bill Murray. Il compianto Harold Ramis. Bob Fosse, Preston Sturges. Gloria Swanson. Robert Young. Blanche Sweet. Kim Novak. Harrison Ford. Bruce Dern. Rock Hudson. Jason Robards jr. Deryl Hannah. John Malkovich. Gregg Toland. Louella Parsons, la “pettegola di Hollywood”… 
Almeno una cinquantina i film memorabili girati dentro i suoi paesaggi, abbelliti (Ordinary People) o imbruttiti (The Blues Brothers) ad arte. Chicago è tuttora sede di un prestigioso film festival che porta da decenni in città il meglio della produzione mondiale, e non mainstream, grazie al pioniere nella crescita e nello sviluppo di un alto “gusto interno lordo”, Richard Penha (che infatti poi fu acquistato dal Lincoln Center di Manhattan). Roma dovrebbe studiarlo a fondo. Ma la metropoli n.2 Chicago non è Los Angeles né New York. Né la consumistica capitale dell’industria pop (gli studios e il sistema ad esso collegato e non poco omertoso), né quella dell’arte cinematografica estrema (l’underground, il Village Voice, Warhol, il punk lower east side, l’hip hop nero e ispanico…). 
Diciamo che il suo punto di vista è equidistante dall’apologia dell’esistente, per quanto esiziale, e dallo snobismo del pensiero negativo, per quanto vitale. Ebert si è collocato proprio nella via di mezzo. Ottimo punto di osservazione, credibile e degno di fiducia, che ha permesso un vitale mantenersi fuori dai giochi (perfino il curioso e “aperto” critico Jonathan Rosenbaum, geneticamente esercente, combatte ereditari e interiori “conflitti di interesse”…).