venerdì 2 giugno 2017

L'Amant double. Ozon non è De Palma



Mariuccia Ciotta

Cannes

François Ozon è un regista cinéphile dichiarato e se in Frantz si affidava a Ernst Lubitsch con esito ammirevole, in L'amant double (concorso) affolla i suoi maestri sullo schermo che collassa sotto il peso di Hitchcock, Lynch, Lang... il De Palma di Doppia personalità ( '92) con John Lithgow psichiatra assassino dissociato in identità multiple, e il Cronenberg di Inseparabili ('88) con Jeremy Irons al quadrato nella parte di due gemelli monozigoti ginecologi perversi che amano scambiarsi donne e uteri.
Una vagina, vista dallo speculum, apre il film e muta poi in un occhio... Ozon frulla tutto e lo riflette sulla faccia ipnotica di Marine Vatch (Giovane e bella, 2013), Chloé, capelli corti, abiti maschili, corpo androgino, atteggiamento fluid gender così da avvicinarsi alle fantasie erotiche del regista e procurarsi al sex-shop quel che fa invidia alle donne, secondo Freud.
Lo psicanalista Paul (Jéremie Renier) innamorato di Chloé si sdoppia, gemello dolce, gemello macho, e anche lei, afflitta da dolori di stomaco e incubi ricorrenti, cova nella pancia un'altra citazione cinefila, Alien. Il ventre gonfio di bimbo si spacca e dalla ferita aperta esce una manina-tentacolo sanguinante. Chloé ha divorato se stessa, sorella cannibale, figlia di una meravigliosa Jacqueline Bisset.
Gatti impagliati dalla fauci spalancate circolano nel film per compiacere i divertiti cinefili che ricordano L'uomo che sapeva troppo.... Mentre il pedinamento della realtà si dissolve nei tanti piani della storia che passa dal thriller all'horror al soft-core, sesso tra due corpi identici, in un avvitarsi del film dove sogno, fantasia, allucinazione, realtà si fondono in una poltiglia anti-emotiva.
Ozon si diverte ad ambientare il suo iper-omaggio meta-cinematografico in un museo d'arte contemporanea pieno di trasparenze e apparizioni in un crescendo cronenberghiano di ammassi carnosi e trasudanti liquami. E anche David Lynch corre alla fine in aiuto di François Ozon con l'immagine deformante e fiabesca che riflette l'impossibile, ma, come succede ai vampiri, nello specchio non c'è niente.



Il Venerabile W., i buddisti cattivi di Barbet Schroeder


a proosito di quello che succede in Birmania ......


Mariuccia Ciotta

Cannes

La trilogia del male di Barbet Schroeder, francese, origine svizzera, si conclude con un inaspettato “cattivo”, Il venerabile W. Che segue Imir Adi Dada ('74), sul dittatore dell'Uganda e L'avvocato del terrore (2007) sull'avvocato Jacques Vergès, il legale di Klaus Barbie, e difensore storico di terroristi.
Proiezione speciale per il grande regista apolide (è nato a Teheran nel '41) simpatizzante buddista ma qui all'attacco del bonzo Ashin Wirathu, responsabile di massacri e distruzioni di interi villaggi a danno della minoranza musulmana in Birmania (Myanmar), i rohingya, profughi del Bangladesh.
Il “leader spirituale” che ha la faccia di un bravo bambino (Mandalay, classe '68) materializza nell'obiettivo di Schroeder la genesi dell'odio etnico per mezzo della religione. Non diverso dall'Isis, dagli odiati musulmani che con aria serafica “il venerabile W.” indica come violentatori di donne birmane, minaccia per l'integrità della razza (sono solo il 4%), invasori e nemici da eliminare.
Il monaco dispensa i suoi sermoni ai fedeli e ne accende l'odio verso gli islamici anche attraverso una cospicua produzione di video dove vengono drammatizzati crimini in genere inventati. Wirathu è presente massicciamente sui social media, libero dopo i 7 anni passati in carcere sui 25 della condanna ricevuta nel 2003 per aver provocato la morte violenta di 200 mila “kalar” (termine dispregiativo, equivalente a nigger) e l'incendio di abitazioni e insediamenti rohingya. Un'amnistia del 2010 gli ha aperto le porte del carcere e Wirathu ha ripreso l'attività del “Bin Laden birmano”, immortalato nel 2013 dalla copertina del Time con il titolo “Il volto del terrore buddista”.
I pacifici monaci, il popolo devoto al non-dio Buddha, ripresi nel film di Schroeder come un'orda pronta al linciaggio, avvolti nel mantello rosso bastonano, sventrano e bruciano corpi vivi spinti dalle parole del soave venerabile. Nell'inquadratura-santino, però, sul volto dell'uomo passa, come su quello di Adolf Eichmann, la smorfia psicopatica.
L'immagine contraddice le dichiarazioni a sua difesa riportate sui giornali in risposta all'attacco del Time, dove nega ogni responsabilità delle violenze. Wirathu, sostenuto dall'allora presidente-dittatore Thein Sein (“è una persona nobile”), a capo della giunta militare, sbandiera i principi del suo movimento 969 in difesa della razza contro i matrimoni misti e per il boicottaggio delle merci musulmane, il divieto di vendere e acquistare case, la limitazione delle nascite (un figlio ogni 3 anni). Il gruppo oggi si chiama Ma Ba Tha, associazione per la protezione della nazionalità e della religione.
Ma lo shock del Venerabile W. deriva dalla folla dei seguaci, dalle donne adoranti, dal seguito di massa, dai singoli che inseguono una ragazzo e lo abbattono a bastonate, e accatastano i cadaveri in un rogo apocalittico.
Sono buddisti. Non da meno altri integralismi poco spirituali.
Schroeder chiama a raccolta le voci dissonanti di anziani monaci che “scomunicano” il predicatore sanguinario. Parla anche l'inviata delle Nazioni unite Yanghee Lee, definita da Wirathu, con la sua aria diligente, una “puttana” invitata a “dare via il culo ai kalar”. Fuori campo, il Dalai Lama consola e dice “uccidere in nome della religione è impensabile”. Nel 2015 la Lega Nazionale per la Democrazia di Aung San Suu Kyi vince le elezioni, Wirathu si attribuisce il merito della “rivoluzione”. Smentito, accuserà la leader, segregata per anni, di simpatie per i rohingya.


How to Talk to Girls at Parties, i cannibali punk di Cameron Mitchell


Mariuccia Ciotta

Cannes

Cannibali e mutanti alieni in How to Talk to Girls at Parties (fuori concorso) di John Cameron Mitchell che chiama a raccolta in una Londra anni '90 Sex Pistol e Clash, camp galattici e tutto quello che fa punk. Compreso Nicole Kidman (il terzo dei suoi film qui è The Beguiled di Sofia Coppola, il quarto Top of the lake di Jane Campion) con parruccona arruffata, cuoio e catene. Nostalgia dei primi successi del sulfureo regista (nato nel '63 a El Paso, Texas) Hedwig – La diva con qualcosa in più (2001) opera rock, lui stesso star. E di Shortbus – Dove tutto è permesso, presentato a Cannes nel 2006, tutto sesso e rock'n'roll. Seguì un malinconico Rabbit Hole (2010), sempre con Kidman, madre distrutta dalla morte del figlioletto.
Molto atteso, Cameron Mitchell si rifà il verso, gioiosamente, con una baldoria alla Rocky Horror Picture Show addizionato al simbolo purissimo Elle Fanning, diva con la pelle così lattea da far venire voglia di mangiarla. Cosa fatta in The Neon Demon di Nicolas W. Refn (2016). Il pasto continua in How to Talk to Girls at Parties nella forma di sacrificio celeste da parte di un popolo alieno che si muove come in uno spettacolo di Pina Bausch, ricoperto di tute di plastica lucida e colorata, istallazione d'arte di età psichedelica. Il gioco, però, è già stato giocato.


Lanthimos ha ucciso il cervo sacro. E il festival


Mariuccia Ciotta

Cannes 

Invivibile Cannes, fuori e dentro lo schermo. Il 70° compleanno assomiglia più a un requiem che a una celebrazione. E non per l'incapacità di gestire la massa degli accreditati né per i controlli minuziosi fin dentro i borsellini né per i vasi da una tonnellata piazzati sulle strisce pedonali né per le code in entrata e in uscita. Il festival agonizza perché non ama più il cinema.
La scelta dei film in gara sembra suggerita da un esercente interessato a indovinare il gusto medio del pubblico medio. Un esercente interessato solo ai like, ai giudizi dei festivalieri scritti mentre scendono le scale del Palais (impedendo agli altri di passare). Il film è un “capolavoro” o è “deludente”. Pensiero binario che piace alle produzioni. Basta con la critica, e basta con Godard, svillaneggiato da quel genio premio Oscar di Michel Hazanavicius tra il godimento massimo di chi non conosce il dolce gusto del '68 e batte like a più non posso sulla commedia di gag conformiste a go-go, Le redoutable. Ma pare che il nuovo interesse critico si concentri sui dettagli tecnici, per cui quel film al decimo minuto è troppo lungo, al trentesimo troppo corto, la trama è un po' confusa, la canzone mal scelta... Allora com'è il parrucchino semi-pelato e la zeppola in bocca di Louis Garrell-Godard?
C'è una sequenza nel film di Amos Gitai, West of the Jordan River, che segna la distanza con il cinema preferito quest'anno (a parte grandi eccezioni) dal direttore Thierry Frémeaux, forse spinto da obblighi superiori, e per questo costretto a escludere all'ultimo minuto A Ciambra dal concorso con le scuse inviate a Martin Scorsese (co-produttore) e anche a sbattere Roman Polanski fuori concorso nell'ultimo giorno del festival per evitare le polemiche di infima lega (anche recenti) su uno dei più grandi registi viventi.
Il film di Gitai è passato alla Quinzaine, isola autonoma dove c'è sempre qualcuno che sale sul palco per parlare di cinema. La sequenza è quella di un bambino palestinese che cerca di vendere un cestino di fragole in mezzo a un incrocio stradale. Camion giganteschi, macchine e pullman lo nascondono alla macchina da presa, il bambino scompare e poi riappare, “travolto” e poi di nuovo vivo con il suo cestino che nessuno vuol comprare... non si ferma nemmeno un'auto bianca dell'Onu, e lui cammina disperato verso lo spettatore, verso il cinema.
Torniamo al Palais con il greco Yorgos Lanthimos, beniamino di Cannes, premio della giuria nel 2015 con The Lobster, fanta-horror glaciale che si ripete in The Killing of a Sacred Deer (L'uccisione di un cervo sacro, concorso) nella forma più estrema del narcisismo estetico. In ogni fotogramma il regista si specchia come per controllare la piega dell'immagine. Sceneggiatore super premiato (anche questa volta, ex aequo con Lynne Ramsay), Lanthimos osa ancora una società di automi nel (solito) mondo dispotico dove un Colin Farrel barbuto fa il chirurgo e Nicole Kidman la moglie-robot un po' come in La donna perfetta di Frank Oz. Il film si apre con il primo piano di un cuore sanguinolento e pulsante sotto il bisturi, visione materica in alternanza ritmica (rosso/azzurro) con le gelide inquadrature e i dialoghi straniati. I figli, un bambino e una teenager, condividono il gioco surreale. Ma nell'universo asettico di una borghesia stilizzata e sotto ipnosi, Lanthimos introduce l'incrinatura umana che manda in tilt la perfezione della comunità/famiglia. Il thriller nero profondo fa crescere la tensione nell'inquietante presenza di un ragazzino che perseguita Colin Farrell, ma come in The Lobster l'idea narrativa si suicida nella ripetizione sgargiante di sé. Senza detour, scarti, distrazioni, errori.
Il film non sbaglia operazione, al contrario del chirurgo (il secondo brillo dopo quello dell'ungherese Mundruczò), ed è sempre impeccabile e inutile, caricatura di un cinema alla Shyamalan, così metaforico da farsi irridere perfino dal protagonista dotato di superpoteri che mentre si addenta il braccio spiega la natura allegorica del gesto.


La stanza delle meraviglie, Wonderstruck



Mariuccia Ciotta

Il “magazzino delle curiosità” è come una libreria, di quelle con le scalette di legno e il ballatoio e i volumi accatastati con le copertine lucenti, quelle che hanno chiuso in metà mondo e riaperto dietro l'angolo, basta cercarle. E' qui che si aggira il film di Todd Haynes, Wonderstruck (concorso), nome di un padiglione segreto del Museo di storia naturale di Manhattan, affollato di oggetti e miniature, collezioni di scarabei e conchiglie, stampe e scheletri, vetrine di rarità come una zanzara gigante, presa forse dalla mostra mostruosa di Guillermo Del Toro, e un'infilata di fantasmi che pedinano il presente. Si sente subito profumo di Hugo Cabret, il bambino di Scorsese rifugiato nella stazione ferroviaria e “allievo” di Méliès. E' sempre lui, infatti, a disegnare l'universo in bilico tra il paese delle meraviglie e il cinema muto, Brian Selznick, scrittore e illustratore (qui anche sceneggiatore), seguace di Maurice Sendak (Nel paese dei mostri selvaggi).
Il regista di Carol, attratto da metamorfosi organiche e di gender, ispirandosi a un suo romanzo del 2011, si spinge in una doppia avventura, montaggio parallelo, due epoche lontane, anni Venti (la Grande crisi del '29) e anni Settanta (il blackout di New York durante il quale la città si riprese con il saccheggio le spese sociali tagliate dal governo federale). Bianco e nero da cinema muto/e technicolor da cinema sonoro in stile Seventies. Un film di sperimentalismo estremo per bambini. Non è un paradosso. Todd Haynes interpreta il lavoro di Selznick come la ricerca di un nuovo linguaggio, sinestesia immagini-parole, e ne forza la scelta. Nel libro la storia anni Venti è raccontata per sole illustrazioni mentre il film è fatto di visioni incrociate e in dissolvenza, sovrapposte, condensate e ritmate da musiche dissonanti - sound design magnifico con un David Bowie riarrangiato - e dal silenzio profondo. I due protagonisti dodicenni, Ben e Rose, sono sordi.
Nel 1977 vive Ben (Oakes Fegley, Pete's Dragon) e un fulmine lo assorda; nel 1927 la coetanea Rose, priva di udito dalla nascita (come l'attrice Millicent Simmonds) sulla pista di una star del cinema muto, l'unico a farla sentire uguale agli altri.
Wonderstruck è tutto un andirivieni di segnaletiche, scritte sul taccuino e black out sonori che fanno il paio con il black out elettrico del luglio '77 quando l'intera area metropolitana della Big Apple piombò nel buio. Salvo un “angolo” di Queens, dove brillano le stelle di Wonderstruck che ci conduce dietro un altro ”doppio”, Julianne Moore, diva di silent-movie e creatrice di modellini urbanistici, esposti nel museo del “borgo” dove un'immensa maquette in gesso distesa sul pavimento riproduce New York, un po' all'Alighiero Boetti.

Le intersezioni costanti di Ben e Rose attraverso il tempo creano continui salti estetici, Haynes gira su due set contemporaneamente, sventaglia la macchina da presa per le strade di New York e scatta istantanee etniche, african-american e latino-american come Jamie (Jaden Michael), flessuoso pre-adolescente, amico di Ben, che salverà dalla strada - è venuto in città dalla provincia del Minnesota per cercare il padre – e lo inizierà ai segreti del passato.
E' una specie di entanglement a inglobare Wonderstruck e a provocare l'incontro fantasmatico di due generazioni, tornate entrambe bambine. Nonna e nipote, a distanza, sfiorano la stessa meteorite esposta al museo che affaccia sul Central Park, e fissano spaventati gli stessi lupi feroci trasfigurati nel diorama. Realtà congelata in scala ridotta come i ricordi.
“Acid trip for kids” lo definisce il regista, ed è così anche per i maggiori di dodici anni, catapultati all'indietro quando i sensi si adattavano a salti di luce, colore e rumore, e, Ben insegna, colpivano come coup de foudre. Il film esce in Italia il 15 novembre. Data poi rimandata. A Gennaio 2018.



Loveless, la Russia è il male

Mariuccia Ciotta

Cannes
Il  regista russo di Leviathan, Andrey Zvyagintsev, immerge lo schermo nella notte cupa di una Russia senza più anima, incollata allo smartphone, opulenta e immorale. Loveless (concorso), i senza d'amore. Al primo posto un ragazzino che si eclisserà tra foresta ed edifici in rovina pur di sfuggire a due genitori mostri e in via di divorzio. Caricature del male. Nessuno dei due vuole il figlio, ognuno si è già fatto un'altra vita, ripetizione della prima, al cento per cento cinica. Senza intenzioni comiche, il film sfodera una serie di macchiette familiari, madre e padre spietati in continuità con i “mangia-bambini”, forse eredità dell'infanzia siberiana del regista, e una nonna ancor più grottesca che si esibisce in un numero di teatrale stalinismo anti-nipotino.
Zvyagintsev ha molteplici intuizioni visive (l'apparizione improvvisa del bimbo piangente dietro la porta) e un andamento da thriller psicologico. Provoca brividi sotto la nevicata di sentimenti aberranti e sfoggia scene di sesso da amanti lascivi e indifferenti al destino del dodicenne Aliocha, uscito nel mondo in cerca di paura con l'intenzione di vincerla. Ma l'inverno del regista russo è troppo freddo, la metafora troppo dichiarata. Non c'è bisogno di mostrare la scritta “Russia” sulla tuta della madre snaturata mentre fa ginnastica sul tapis roulant per farci capire che sta parlando del paese di Putin, il quale corre e non va da nessuna parte.
Zvyagintsev, però, ha il dono di stregare le giurie, dopo il Leone d'oro per Il ritorno, ha conquistato il premio della giuria di Cannes.



giovedì 1 giugno 2017

Cannes 70. I flagelli Aids e Orban. Robin Campillo e Kornel Mundruzco

Roberto Silvestri (*)
Cannes


Qui a Cannes, direbbe Serge Daney, “siamo alla ricerca di film modesti, ma con una più giusta presa sulla vita. Dunque di film ispirati di più al sogno, come quelli dei surrealisti o di Bunuel”. Invece siamo nella fiera del film piuttosto tronfio, sveglio, e per tutti. Per ogni tipo di pubblico. Alto basso nero o giallo. Nordico o sudicio. Questo l'obiettivo dell'ideologia Netflix imperante. Produrre i film “per la nazione intera”. “Nel campo delle immagini e dei suoni - aggiungeva Daney - ci sono i mistici e quelli che vanno a messa. Io preferisco i mistici”. Cannes preferisce invece gli altri, i fedeli che approvano all'unisono e fanno dell'agiografia un vanto (e non a caso nasconde quasi, vergognandosene, i pochi film-sogno, quello di Polanski, di Schroeder, di Garrel, di Carpignano...). 
E dunque cavalca l'affezione epocale per le passioni tristi degli anni - ormai decenni - senza gloria che sono la droga audiovisiva masochista degli spettatori di oggi. Questi qui. Se è l'“insocievole socievolezza”, come definisce il filosofo De Carolis il sentimento dominante del nostro presente (è appena uscito e va letto il suo Il rovescio della libertà, edizione Quidlibet, sulla deflagrazione del neoliberalismo), e non solo sulle scalinate di Cannes, alla caccia di un posto in sala con ogni trucco necessario, ecco che avremo sempre a protagonisti del grande schermo contro-eroi di identificazione rapida, solo un po' meno crudeli e sadici, disgustosi e immorali di quelli che gli stanno intorno. Perché vincono, e gli altri no. Così in nome di una performatività abietta alla moda (dagli al perdente!) Danimarca, Svezia, Francia, Germania e Stati Uniti si coalizzano per produrre in nome della comune civiltà occidentale “The Square”, di Ruben Ostlund, un titolo vestito di grigio che avrebbe fatto inorridire nell'altro secolo qualunque hipsters, versione seria e un po' pompieristica delle commedie un po' meno volgari e un po' più argute che Alberto Sordi dedicava negli anni 90 alla borghesia chic, ammaliata dall'arte contemporanea, ma marcia dentro: ricordate Le vacanze intelligenti l'episodio di Dove vai in vacanza? scritto con Silvia Napolitano, con tanto di risate sulle bizzarrie dell'arte concettuale esibita alla Biennale Arte di Venezia che costringeva la ricezione di tutti a un lavoro artistico faticosissimo e mai pagato? 


Due esempi. 120 battiti al minuto. Regia del francese, nato in Marocco, Robin Campillo (ex montatore e sceneggiatore di Cantet) e Jupiter's moon dell'ungherese Kornel Mundruczo. Entrambi in concorso. Le passioni, in entrambi i soggetti, sono all'apparenza, tutt'altro che tristi. Si combatte per la libertà sessuale nel primo e per la libertà, e il diritto, per ogni profugo, allo spostamento e al diritto di cittadinanza mondiale, nel secondo. 


E, certo, non si può non notare che il primo rimandi, con affetto e commozione, a Cyril Collard, e al suo film gay del 1993, Notti selvagge, e anche agli ultimi giorni di vita di Michel Foucault, che assiste francescanamente alla morte dell'amante, prima di morire lui stesso di Aids, vedendo ricostruite con certosina verosimiglianza le azioni di guerriglia e controinformazioni di Act up Paris, raccontateci con rabbia antisistemica da Campillo, e che colpì tutti, i media, lo stesso movimento Lgbtq in festa funesta, e l'industria farmaceutica, la scuola e la politica, primo tra tutti “l'assassino Mitterrand”. 


Sull'importanza di un movimento mondiale che obbligò scienza e potere a velocizzare ricerca e leggi per salvare più vite possibili, Campillo è più che corretto. E, per motivi biografici, anche esperto. Così che la parte più documentaristica (gli 'attivi' del movimento, i dibattiti interni, le trattative esterne e le azioni “armate”) diventa quella più recitata e artefatta, mentre quella che è di solito la zona più drammatizzata (la love story tra due militanti del movimento) diventa quella più documentaristica, le scene d'amore e di morte soprattutto. E' vero che questo ribalta un luogo comune. Ma a 25 anni quella battaglia, che vide il cinema combattere in prima persona, da Rosa von Praunheim in Germania a Todd Haynes off Hollywood, questo requiem assume il tono della danza macabra estetizzante. Con il regista costretto continuamente a modificare il tono emozionale del racconto per non essere mai troppo brutale, mai troppo accorato e sentimentale, mai troppo poco umorista. Anche quando si entra grossolanamente nel cattivo gusto. E si che i francesi ci rimproverano spesso di movimenti di macchina e di spirito abietti....

Jupiter's moon di Kornel Mundruczo
Jupiter's moon fischiato in sala solo dai colleghi laziali, perché il regista, nella sua scena migliore e più inventiva, punisce l'ultrà nazi di Budapest, che inneggia al razzismo in stile Paolo Di Canio, come merita, è la storia di un super eroe, Aryan. Un siriano. Profugo. Che per entrare nell'Ungheria di Orban e sopravvivere deve dimostrare di avere qualità sovrumane certificate. Se no, niente. Che librarsi in aria lì dove si ergono muri sia una qualità immaginariamente corretta ce lo aveva già mostrato Elia Suleiman anni fa parlando di Palestina. Mundruczo pasticcia però un po' troppo stilisticamente, rievocando ora il cinema socialista (il poliziotto stalinista Laszlo esecutore cieco degli ordini), ora le geometrie di pistole alla John Woo-Quentin Tarantino (perché il cinema asiatico-americano è orribile, ma noi sappiamo farlo meglio), ora un po' di clima noir (il personaggio meno corrotto di tutti, il gentile e opportunista dottor Stern, angosciato dai sensi di colpa), senza trovare pace. Finché c'è Orban sarà difficile.



(*) pubblicato su Alfabeta2