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giovedì 1 ottobre 2015

Non essere cattivo di Claudio Caligari verso la cinquina Oscar. Finalmente senza Padrini




Roberto Silvestri 


Cesare e Vittorio. Due amici per la pelle della piccola malavita locale. Baretto. Boss periferici. Cantieri edili mezzi in nero. Spaccio quotidiano, furti saltuari, traffici vari, tenere alla larga la concorrenza, molta “madre coraggio”, pasticche doc ad hoc, i night chic da dove ti sbattono via, il nuotare nel buio, le armi, i rapporti servili con il ras della zona, le ragazze... poi si cresce, che ne dite di tornar normali? Salario, famiglia, bambini? Il lavoro da muratore (Mastrandrea ne sa qualcosa), e le due vie che si aprono: facciamo ancora i cattivi fino all'ultimo respiro o diventiamo adulti, più buoni e tranquilli? Casa, anche se è un rudere, moglie, anche se è una puritana, figli…? Uno resiste. L'altro no. Uno crolla. L'altro vacilla. L'ultimo colpo.... La tragedia di due emarginati ridicoli. Sembra già visto. Eppure quelle luci, quelle ombre, quei tic. Ce ne fosse solo una scontata, già vista. Per la prima volta nel cinema italiano entrano in campo dei corpi giusti. Non della strada, non dell'Accademia di recitazione. Non segni, non immagine. Non referenti, ma i mille colori del contenuto. Vita. 

L’importanza del terzo lungometraggio di Claudio Calligari, Non essere cattivo, la lunga odissea per trovare i finanziamenti, si mette a fuoco molto meglio da un’ottica “africana”.
Molti cineasti di quel continente, infatti, ci mettono 10-15 anni per trovare i fondi necessari a girare film scritti in modo che possano durare nel tempo.  Caligari ha scritto il copione nel 1995, sulla base della situazione socioeconomica di Ostia e del mercato della droga di quel tempo (consulente Guido Blumir), ha girato nel 2014, negli ultimi mesi di vita ed è morto di cancro prima di completare il montaggio, eseguito fedelmente sulla base delle sue indicazioni. Il tutto grazie alla determinazione ostinata dell’amico, qui produttore, Valerio Mastandrea, che ha voluto che il progetto andasse in porto così come era stato concepito, senza abbellimenti né compromessi.
Claudio Caligari sul set
Il film, presentato alla mostra di Venezia nel settembre scorso, adesso è nelle sale ed è stato candidato dall’Anec al premio Oscar per il miglior film straniero 2015, battendo una concorrenza folta e robusta (il dolore di Moretti, il detour di Garrone, il virtuosismo di Sorrentino e la  passione politica di Jonas Carpignano, cioè i prescelti da Cannes oppure Bella e perduta di Pietro Marcello, il vincitore morale di Locarno…).
La foto alla Jarmusch
Probabile argomento chiave per la scelta (“cosa diavolo piacerà agli americani dell’Academy più curiosi e esterofili?”) il diretto rapporto tra il film e la poetica pasoliniana, il calviniano “trovare la luce nell’inferno” (il nuovo film di Ascanio Celestini che da questo punto di vista è anche più radicale, ma ha bisogno di qualche anno per essere metabolizzato, evidentemente).
Pasolini però è ancora eretico e un po’ tabù negli Usa (il ritratto inquietante di Abel Ferrara non ha trovato ancora un distributore).
Comunque, dopo il rococò concettuale di Sorrentino, il neo-fellinismo, ecco proporre un film barbaro e aspro, un po’ di Masaccio. L’altra faccia del cinema italiano che piace all’estero. Tra i derelitti del grande giro mafioso, quasi un Gomorra. Tra Rossellini e la fiction tv dal dialogo verace (Luca Marinelli e Alessandro Borghi, i due amici mattatori, Cesare e Vittorio, hanno ben scelto gli attori da imitare alla perfezione, Robert De Niro e Harvet Keitel di Mean Street). A proposito.
Peccato per il progetto precedente di Caligari, fallito anche per colpa di Caligari, su Giuseppe Morabito il boss gagà della ‘ndrangheta operante a Milano (pentito, collaboratore di giustizia, poi uccel di bosco e tuttora vivo e vegeto, nonostante un centinaio di assassini rivendicati e una fatwa della malavita calabrese che lo sta cercando in tutti i paradisi fiscali della terra) che avrebbe certamente scandalizzato di più e anticipato Gomorra libro di Saviano e Anime nere film, di un bel po’.  
Vero è questa volta che il montaggio non è stato realizzato dall'autore, un feroce dittatore del final cut. E il fluxus sembra cambiato, come il fraseggio rispetto alla libertà vertiginosa di Amore tossico, 1983, set lo stesso, Ostia, di cui Non essere cattivo è un sequel esplicito. Basta vedere la prima carrellata a sinistra, sullo stabilimento balneare, che è proprio lo stesso (e il titolo, sarcarstico, non parrocchiale). Non è cambiato quasi nulla, purtroppo, in quegli esterni (e se è peggiorato basta girare a Fregene e dintorni). 

Gli spettri aleggianti di Pasolini, dicevamo. Certo, Ostia.  Quella di Derek Jarman, che al delitto più orrendo del secolo scorso, si trattava di un poeta, dedicò un magnifico requiem visivo. Non essere cattivo, il film postumo di Caligari, uno dei pochi registi scampati allo sterminio per "droga prigione e esilio" di una generazione (è stata la tecnica utilizzata in Italia, paese dove non era il caso di stipare sovversivi in aereo e buttarli vivi giù di sotto, Ustica ingombrava) conserva e trasmette di Pasolini la rabbia di una storia finita eppure revenent. Caligari era capace infatti di catturare la sostanza profonda dei tempi, i suoi sentimenti nascosti e i suoi conflitti interiori (vedi La parte bassa, 1978 o L’odore della notte, 1998, il più interessante e pertinente dei film distribuiti dalla Gaumont Italia), proprio come pochi altri sopravvissuti al decennio incandescente, Tonino De Bernardo o Alberto Grifi. E per questo è stato messo in grado per anni di non nuocere. Emarginato. Snobbato. Deriso. Rudere. Dinosauro. Niente finanziamenti. Porte sbattute in faccia. 
Tra L'odore della notte, penultimo film, e questo, passano non a caso 17 anni e senza l'intervento prepotente e autorevole di Valerio Mastrandrea neanche questo progetto anni 90 del cineasta di Arona avrebbe mai visto la luce.
Questo film compatto e corposo, un po' alla Romanzo criminale televisivo è piaciuto moltissimo al Lido. “Qui Barbera ha proprio sbagliato. Doveva andare in gara, magari al posto di L’attesa… Celestini invece è stato molto più criticato. Eppure quest'ultimo non divide, come a a scuola, i buoni dai cattivi. Li mescola. Trova bontà nella cattiveria dell'illegalità, bellezza nello squallore della periferia degradata (come Pedro Costa). Non al di fuori. Qui è come se i due mondi non fossero mescolabili. Celestini inquieta di più. Caligari postumo di meno. Strana la vita.