martedì 26 novembre 2013

Il venditore di medicine di Antonio Morabito. Ritorna il thriller politico

Claudio Santamaria in "Il venditore di medicine"


Mariuccia Ciotta

Il volto di Claudio Santamaria è un mondo in via d'esplosione, un geroglifico di emozioni e di conflitti nel thriller ad alta tensione, Il venditore di medicine, primo lungometraggio a soggetto (scottante) di Antonio Morabito, applaudito al Festival di Roma e in uscita nelle sale a gennaio.
Se la merce che va per la maggiore di questi tempi è il proprio corpo, la metafora è giusta, il farmaco. L'ultima cosa su cui speculare.
Bruno (Santamaria) è un informatore medico di successo, bella casa, bella moglie, Anna (Evita Ciri), vita “normale” se non fosse per quella luce obliqua (fotografia di Duccio Cimatti) che gli si proietta addosso, su quelle mani nel gesto segreto di “avvelenare” il piatto dell'amata. Flash hitchcockiano, Bruno condisce il cibo di Anna, vogliosa di un figlio, con un surplus di anticoncezionali. Così si presenta lo splendido quarantenne, serial killer d'ordinanza, che per promuovere i campioni della sua azienda farmaceutica, la Zafer, si adegua alla pratica comune di corruttore.

Il film misura minuto per minuto la metamorfosi di Bruno, il passaggio al di là dell'umano, nella sua corsa affannosa per garantirsi lavoro e denaro, l'azienda è in crisi e licenzierà i meno dotati nella forza di persuasione. Molti medici stanno al gioco, non è una novità, si rimpinzano di regali, computer, auto, donne e scampagnate in località amene per “convegni” fasulli. Si chiama “comparaggio”, reato diffuso nell'ambiente sanitario, gioco pericoloso che fa lievitare i prezzi delle medicine e mette a repentaglio la salute dei pazienti.

Evita Ciri e Claudio Santamaria
La regia di Morabito (anche soggetto e sceneggiatura) piomba su Santamaria, lo placca, lo spia nella sua corsa di seduttore che a un certo punto si incrina, avvolto com'è da una aria asfissiante. Bruno si vede in uno specchio distorto, ma va avanti e osa la corruzione di un primario di oncologia, il professor Malinverni, interpretato da un cinico Marco Travaglio, a suo agio nella parte, e si perde nelle stanze bianche degli ospedali (notevole Roberto De Francesco nel ruolo del frustrato dottor Foli).
Perderà il controllo di sé davanti a un vecchio amico morente che si è concesso, per necessità, alla sperimentazione medica, e gli fornirà di nascosto un farmaco off-off. Chi compra e chi vende. Ma sempre più si aprono voragini nella faccia di Santamaria, al suo zenith di attore, nel film (prodotto da Amedeo Pagani) che scarta il documento di denuncia e si fa dramma shakespeariano, intrigo morale, zoom sui complici dell'ordinaria criminalità. Esperimenti in forma di cinema anti-minimalista, che se a volte vacilla nel coniugare affondo sociale con abissi interiori, riesce a liquidare le cianfrusaglie visive e narrative dei format tv.

Antonio Morabito (a sinistra), Isabella Ferrari e Claudio Santamaria al Festival di Roma
Antonio Morabito ha una vocazione speciale a incollare la macchina la presa sui suoi eroi per distillarne l'incanto, come in Che cos'è un Manrico (2012), documentario per modo di dire su un paraplegico destinato a morire, malattia degenerativa, e uno spirito caustico irresistibile. Meglio di Jerry Lewis.


Così Il venditore di medicine cambia strada all'operetta italiana semi-seria, e vira la narrazione verso un tempo sospeso, ossessivo, tutto intorno alla solitudine di Bruno che calpesta i corridoi asettici di cliniche e studi medici. Sguardo allucinato, lo spacciatore di pillole “miracolose” prega, seduce, impone la sua mercanzia in cambio di benefit, “ogni milione di regali, undici milioni di profitti”, è lo slogan dell'azienda, mentre un collega si suicida perché non ha corrotto abbastanza, una capo area (Isabella Ferrari) trema davanti ai capi e urla ai dipendenti. E' horror. Finché ecco il controcorrente, il piccolo medico che rifiuta il sistema, e rompe il cerchio protettivo. Bruno si disgrega in un paesaggio irreale. Ma non sarà la giustizia a demolirlo dentro.

lunedì 25 novembre 2013

La luna è una lampadina. Il nuovo film di Davide Ferrario è una commedia lunatica, anzi svitata

La luna su Torino, anzi dietro Superga

ROBERTO SILVESTRI

Visto che il pensiero dominante obbliga al climbing sociale, all'arrampicata selvaggia, l'equilibrio è tutto. Domina la paura di cadere, di scivolare sempre più in basso, la necessità di aggrapparsi a qualcosa o a qualcuno, per non precipitare e per meglio far precipitare prima gli altri. Amici, amanti, partiti, volontariato, coinquilini, genitori, avvocati, sport, lavoro anche se precario, parroco, società segrete, superenalotto, squadra del cuore sono i sostegni prediletti del vivere precario... 
Davide Ferrario


Ma quando tutto sembra diventare nero assoluto ci si può sempre buttare dal ponte, con l'elastico di protezione, o senza. Capita. Soprattutto in un brutto anno bisestile. E fino a quando si smetterà di credere che in questo climbing in solitaria consista il darwinismo evolutivo. Oppure basterà fuggire non a nord non a sud, ma a est o a ovest seguendo però sempre la linea immaginaria di un identico parallelo, magari in bicicletta... Davide Ferrario, il John Sayles del cinema italiano, in La luna su Torino,  gioca a semplificare queste questioni complesse, in cerca di leggerezza. Fare del buon cinema di evasione intelligente è una buona scommessa (senza intelligenza infatti niente evasione riuscita).

I tre personaggi principali di questo film (ma ognuno ha un suo 'doppio' o almeno una sponda) d'ambiente sabaudo (ci sono pure le mondine di Novi in coro, a ricordarci che qui siamo nella regione di Riso amaro) e che si pone una serie di domande dandosi una serie di risposte, filosofiche, esistenziali (per esempio: quale è il nostro posto nel mondo?) oppure insignificani, con l'equilibrio hanno, per fortuna, parecchi problemi. Li aveva anche la Mole Antonelliana, ex sinagoga e attuale sede del museo del cinema, come si vede in una scena di questo film, che infatti ha perduto per svariati anni la sua bella punta, colpita da un fulmine.

Manula Parodi, nel film Maria
La scena iniziale sui titoli già ironizza, giocosamente, proprio sull'ansia dell'arrampicata per piacere che ha come oggetto il tetto, alla Frank Gehry, di una di queste costruzioni postmoderne che a Torino vanno molto di moda dopo che i Fiat-men hanno smesso di costruire automobili decenti e si sono occupati di tutto ciò che è il dopo-industria, dai Giochi Olimpici invernali all'alta velocità (tanto si avvelenano i lavoratori nella mazza dentro il tunnel d'amianto) al cinema e a Virzì... collezionando per ora una serie di vittorie immateriali, di semisuccessi e molti disastri (perfino al Juve in C, che è diventata B con un colpo di prestidigitazione). Da Torino, insomma, chi è sano di mente in genere scappa via a gambe levate. Chi resta è squilibrato, frequenta di preferenza anziani e classici del muto, se li cerca proprio i guai... Ma i lunatici hanno qualche speranza in più di sopravvivere. Come la "signora sulla panchina" (June Bellamy), che guarda sempre, immancabilmente lo stesso misterioso punto del panorama  e che utilizza il detour per godersi pezzi di città che passerebbero inosservati. Spiderman non abita più questa ex metropoli.

Walter Leonardi (Ugo)
Il quarantenne sfaccendato, ma non ai fornelli, Ugo (Walter Leonardi), fanatico dell'erotismo nipponico virtuale, si aggrappa, visto che ha poco charme, alla sua bella casa e alla sua eredità, come rampollo di agiati signori della sinistra borghese.  Sempre pronto però a saltare su una bici e salire su su o su una mongolfiera  che, più leggera dell'aria, sia capace di trascinarlo molto in alto, nella vertigine dell'ascesa. Le nippo-anime sexy piacciono molto però alle ragazzette. C'è speranza.

Eugenio Francschini (Dario)
Visto che però siamo tutti in crisi e che i soldi finiscono presto perché Tasse ed Equitalia sono gli angeli custodi di questo diabolico mondo secolarizzato, anche se ci si affaccia sul bel Po, e l'ipoteca che pende sulla casa sta per scadere, Ugo ha subaffittato due stanze della villa. Una a Maria (Manula Parodi), 26 anni, bella impiegata in una agenzia di viaggi (miracolosamente sopravvisuta all'invasione di Expedia), drasticamente impermeabile alla sua corte, e l'altra a Dario (Eugenio Francheschini), studente ventenne che lavora al bioparco Zoom. Ai momenti comunitari, pochissimi, dove si fa a pugni, anche in senso non metaforico, si sovrappongono quelli super isolati, quasi tutti. 

Dario e Walter incrociano i guanti
Tra Mito giapponese, viaggi all'estero organizzati e agognati e regno dell'esotismo per eccellenza, lo zoo dei leoni, delle tartarughe giganti  e degli ippopotami, si capisce che l'indicazione tra le righe di questa leggiadra commedia è un invito all'evasione, all'esodo, al divertimento, alla cattiveria e alla deriva. Il nostro posto nel mondo non sappiamo dov'è ma sappiamo che certamente non è questo. Però ci vuole una certa tecnica da apprendere prima di darsi alla fuga. La capacità di stare in equilibrio sul filo. Da soli.

Daria Pascal Attolini (Eugenia)
A Maria in realtà piace (forse) un suo cliente, Guido (Aldo Ottobrino) e lo invita a casa a cena per sondarne l'animo prima che la sua collega di lavoro, Eugenia (Daria Pascal Attolini) che ha fantasie simili, prenda l'iniziativa. Le cose si complicano, Guido è una palla, Eugenia prende l'iniziativa, Maria conosce davvero una equilibrista girovaga e il trio diventa elettrico, quando Dario, dopo un flirt sul lavoro, e Maria vengono scoperti teneramente insieme dal gelosissimo Ugo... 

   

Lontano da dove di F.Marciano
Il regista insomma fa qualcosa che nessuno osa più fare. Segna con il gessetto una direzione, a prima vista anacronistica, e originale, da prendere. Guardare indietro per andare avanti. Doppio road movie. Un  ritorno allo spirito delle commedie romane sulle comuni controculturali anni 70 di Rafele-Amico-Ungari (che come narrazione emotiva erano proprio al limite del fuori di testa), ma senza additivi lisergici o a quelle Stefania Casini-Francesca Marciano con Victor Cavallo fuggito a Manhattan, anni 80, senza quell'aria tragica di sconfitta e di riflusso inesorabile. C'è perfino un pignolissimo e odiatissimo avvocato Ungari (Franco Olivero) per chi non l'avesse capito. E che dire del finale alla Antonioni di Blow up, lì con i clown a dominare, qui con l'acrobata girovaga?

Anche se le tre avventure sentimentali intrecciate in La luna su Torino, che perdono via via tutto ciò che hanno in comune tra di loro, e si avviano su triplici sentieri incomunicabili (è la maturità, bellezza), si svolgono invece proprio oggi, in una bella villa olpre Po sulle colline, precisamente sul 45° parallelo, a metà strada tra il gelido Polo nord e il torrido Equatore, tra leggerezza e pensosità, che solo Italo Calvino nelle Lezioni americane seppe riunificare (lezione prima). Ma che, per esempio, Renzi e Cuperlo sono ancora incapaci strutturalmente di annodare e così hanno divideso di nuovo la sinistra.


Una collocazione geografica che per Davide Ferrario, il regista produttore e sceneggiatore che è anche scrittore giornalista romanziere,  ex critico colto e militante, spesso documentarista politico, al nono lungometraggio di finzione, è diventata una ironica passione, quasi una ossessione autobiografica, visto che si intitolava proprio così una delle sue prime sceneggiature del 1986, per Attilio Concari, e che la nativa Casalmaggiore nel parmigiano divide con la città della mole antonelliana non solo lo stesso parallelo ma anche lo stesso grande fiume.  Chi abita sul 45° parallelo ha molte più cose in comune con il deserto del Gobi che con varesotti e avellinesi.

La commedia giovanilistica, ironica, romantica, lucida e impotente a cambiare le cose (Leopardi, oltre a Calvino, è un punto di riferimento esplicito del film)  al festival di Roma fuori concorso, è stata distribuita da Academy 2, e all'estero da Lion Picture, ed è interpretata da un pugno di giovani attori di provenienza teatrale e non televisiva (reference system!? fuck you!) bravi nel combattimento corpo a corpo e mai prevedibili e naturalmente, avendo l'appoggio della Film Commission Piemonte, si dilunga per gran parte, negli esterni, tra i pezzi pregiati di una metropoli postindustrializzata ma ancora magica e metafisica. 

Rendendo più facile per questo film vincere ai punti rispetto alla "commedia giovanilista e sentimentale romana", alla Moccia (citato) almeno fino al penultimo round (l'ultimo è appena iniziato al botteghino), assai più pesante nel gioco di gambe e prevedibile nei colpi al bersaglio grosso. E poi molto meno arguta nei dialoghi e nelle allusioni. Anche per il buon lavoro della sezione ritmica: Dante Cecchin alle luci (le meno torinesi possibili, anche se è una luce brillante, da città del cinema, da Los Angeles), Claudio Cormio al montaggio, pieno di controbalzi, Paola Ronco ai costumi che un tempo avrebbero scandalizzato le signore borghesi di via Roma e Francesca Bocca e Valentina Ferroni alle scenografie, come sopra.

domenica 24 novembre 2013

Speciale come Walt. I ricordi di Diane Disney Miller, scomparsa all'improvviso

Diane Disney Miller (18 dicembre 1933-19 novembre 2013)




Mariuccia Ciotta

Diane Disney Miller, figlia di Walt Disney, è morta a Napa Valley, California, il 19 novembre 2013 in seguito a una caduta. Aveva 79 anni, ne avrebbe compiuti 80 il 18 dicembre.


Diane si arrampicava sulle salite vertiginose di San Francisco come una ragazza, sottile ed energica, e mi lasciava indietro a rincorrerla su verso il grattacielo dove all'ultimo piano c'era la sua casa con grandi finestre aperte sulla baia. E' lì, al numero 1080 di Chestnut street che abbiamo parlato di suo padre, tre giorni di ricordi e di grandi scoperte. Era il 2003, e Diane era ancora furiosa per la biografia non autorizzata di Marc Eliot, Walt Disney, Hollywood's Dark Prince, uscito dieci anni prima, zeppo di falsità, una raccolta di calunnie e di ignobili dicerie sulla vita di Walt. Diane mi condusse al piano terra dell'edificio in un box-cantina dove erano accumulati decine di fascicoli sulla causa intentata contro lo scrittore, e mi diede gli atti del processo dove punto per punto demoliva le bugie contenute nel libro, Walt antisemita, Walt figlio di una cameriera spagnola, Walt spia della Fbi...

Sharon e Diane (a destra) con papà Walt
Felice di poter raccontare il papà di Mickey Mouse e il suo, mi disse che a cinque anni scappò urlando da cinema davanti alla Regina cattiva di Snow white. Ma Walt, ricordò, non si commosse e non modificò le scene più dark, “Ai bambini piace questo genere di cose!”. Bambini come i compagni di scuola che le chiedevano stupiti “Ma tu sei figlia di Walt Disney? Proprio quel Disney?”. Lei non se ne rendeva conto, si godeva soltanto i disegni che Walt portava a casa, il regalo di una casa-giocattolo e la sua caduta fuori dalla finestra, quando insieme alla sorella Sharon, adottata nel '36, si sporse troppo per farsi fotografare.
Un'infanzia e adolescenza passata a Los Angeles, dove Walt si era trasferito nel 1923 dopo il fallimento del primo Studio a Kansas City, e poi i viaggi in Europa, Inghilterra, Francia, Italia, fonti si ispirazione per tanti cartoon, le sorprese come quella ferrovia che circondava la casa, i giri sui pattini e in bicicletta nei viali di Burbank, le creature magiche e fantastiche, spettri domestici che l'accompagnavano, “Non ci leggeva le fiabe ma ce le raccontava quando eravamo in macchina... Parlava delle storie a cui stava lavorando...”.
Diane Disney davanti al Museo Disney di San Francisco, al Presidio
Nella casa di San Francisco mi diede da sfogliare i libri illustrati che il padre acquistava in Europa, e in particolare un grande volume con le favole di Hans Christian Andersen. Le sue memorie di bambina erano piene di entusiasmo, ricordava, ridendo, il gusto per i cibi semplici di Walt: patate, granturco, stufato, zuppa di fagioli.... “Si raccontano storie di come mangiasse enormi bistecche, ma non è vero, non gli piacevano tanto...”. Meglio i fagioli in scatola di quanto faceva la fame a Kansas City.

Diane, figlia di “quel” Disney aveva scoperto che era una persona speciale solo da grande perché nell'età d'oro di Walt, era nata nel 1933, l'anno di Franklin D. Roosevelt, era troppo piccola perfino per Biancaneve, ma ci teneva a ripetere che suo padre non era il marchio di una major, ma “una brava persona” e che avrebbe dedicato la vita a far conoscere l'uomo al di là del mito. Ed è per questo che ha deciso di amministrare, indipendentemente dalla major, l'eredità del padre e di finanziare manifestazioni culturali con la Walt Disney Family Foundation. Prima di tutto l'Auditorium Disney di Los Angeles a Downtown, opera di Frank Gehry, finanziato insieme all'amata mamma Lillian, e poi il Museo Disney di San Francisco, che ha avuto un lungo percorso prima di approdare nel verdeggiante Presidio davanti al Golden Gate.

La sua personale biografia di figlia, in polemica anche con l'ultimo testo di Neal Gabler, approvato dalla major senza il suo consenso, si estende lungo dieci stanze affollate di manifesti, giocattoli, monitor, premi Oscar, fotografie, filmati, schermi, miniature, lettere (tra le quali quella di ringraziamento di Charlie Chaplin). Era il suo vanto e la prova del suo coraggio nel raccontare momenti della vita di Walt Disney cancellati dagli Studios per mantenere intatta l'immagine di “zio Walt”. Lo sciopero del '41 a Burbank, per esempio, e i corti con Paperino anti-nazista.

Nel 2003, Diane mi aveva aperto la porticina di un grande capannone, sempre nella zona del Presidio, dove si nascondeva un tesoro, il materiale delle memorabilia disneyane accumulate in attesa del trasferimento al museo, che avrebbe aperto sei anni più tardi.

Diane Disney Miller
iane si era dedicata a promuovere il monumento al pioniere dell'animazione, al rivoluzionario d
elle forme, anche in Italia, dove ancora l'ho incontrata per l'ultima volta nel 2011 in occasione del Biografilm Festival di Bologna, ed era vivace come sempre accanto al gigantesco e amabile Ron Miller, che a capo della Disney, dopo la morte dei Walt, ha prodotto una serie di indimenticabili commedie surreali (Il maggiolino tutto matto).

Anche Diane era una persona speciale e assomiglia a Walt per quel suo sguardo penetrante, l'ardore e l'ardire. Amava la musica, l'arte e il teatro, e perciò aveva aperto il Redcat, la “scatola nera”, una saletta aperta nel fianco dell'argenteo Disney Hall, dove tutto l'anno si programmano spettacoli d'avanguardia. Per il Museo, invece, aveva preferito San Francisco perché le sembrava una città più colta e sensibile di Los Angeles, più adatta all'artista Disney. Il primo incontro del Museo con la “City Light” di Ferlinghetti, però, era stato piuttosto freddo. Walt Disney, il venditore di fantasia? Ma Diane li aveva convinti che ce n'era un altro di Walt, e adesso il Museo, sempre affollato, è meta di giovani artisti e studenti di tutto il mondo.

Un altro motivo a favore di San Francisco è stato perché “noi viviamo lì!”, anche se la sua vera casa non era in città ma nella Napa Valley dove con il marito Ron, ex campione di football, produce un vino pregiato, il Silverado declinato in Cabernet, Chardonnay, Sauvignon bianco... E dove ha allevato sette figli, il numero dei famosi nanetti.

Il padre di Diane e Mickey
L'impegno a diffondere la “verità” sul padre ha segnato
gli ultimi anni della vita di Diane. Il suo tour italiano alla memoria è iniziato alle Giornate del cinema muto di Pordenone, artefice di iniziative editoriali e di retrospettive sui corti dell'origini. E' lì che l'ho incontrata per la prima volta, sempre a fianco di Ron, ed è lì che resta l'incanto della figlia di Walt Disney, combattente dagli occhi splendenti che ci lascia all'improvviso. E come accadde il 15 dicembre 1966, il mondo con le orecchie di Topolino piange. 


 


sabato 23 novembre 2013

Armida Miserere e il carcere in Italia. Come il vento di Marco Simon Puccioni, con Valeria Golino. Con un post scriptum a proposito del caso Cancellieri.

Valeria Golino, "Come il vento" di Marco Simon Puccioni


Roberto Silvestri

Una corsetta mattutina, con un collega. C'è qualche oscuro presentimento. Una donna forte ma infelice. Non chiamatemi direttrice, chiamatemi 'il direttore'. Flashback. Un omicidio imprevedibile, nel 1990 le strappa l'uomo della sua vita. Reagisce con ostinazione. Una carriera in salita. Con la tuta mimetica sempre addosso. Ma nel 2003 Armida Miserere, tarantina di origini siciliane, criminologa, direttore di carcere, fin dall'età di 28 anni (a Parma, poi a Voghera, Pianosa, Ucciardone, Torino, Ascoli Piceno, Spoleto, Lodi, San Vittore), soprannominata dai suoi detrattori 'il colonnello', in quel momento responsabile del penitenziario di Sulmona, si uccide con un colpo di pistola alla, testa nella sua casa, a pochi metri dall'ingresso del carcere. Una pallottola calibro 9, 21. E' in pigiama. Il suoi due cani lupo le sono accanto. Lascia una lettera. Contro chi "le ha rovinato la vita".

Filippo Timi a destra e Valeria Golino
Molta azione, per essere un film d'atmosfera. E venti anni di storia d'Italia (di mafia, di pericolose discese in campo con spintoni, di risacca terrorista) pesano nel fuori campo di questo film. Ma. Minimalismo stilistico, quasi astenia registica, per essere un film legato a tematiche sociali e politiche così complesse (e sappiamo come altri punteggino vistosamente di "pornografia espressiva" le loro lezioni di storia più o meno conformiste). Sobrietà di fraseggio (grazie anche all' impeccabile lavoro sul copione di Heidrun Schleef e Nicola Lusardi), invece. A chi pensiamo come modello stilistico? Alan Pakula? Robert Mulligan? Robert Bresson? Un po'. Ma il film è italiano, carezza il paesaggio come solo i nipotini del neorealismo sanno fare (e nonostante gli studi serissimi alla CalArts disneyana di Los Angeles del regista). In un film italiano, poi, c'è sempre un cane (e Armida li aveve e da battaglia) e un prete. Che in carcere non manca mai. 

Armida Miserere
Certo è un film d'attrice. One woman show, come è un film d'attore Il venditore di medicine di Antonio Morabito. La camera digitale tutta gettata lì sui primi piani del chimicamente strafatto Claudio Santamaria, one man show, qui su Valeria Golino, mattatrice, coi capelli biondi, fuma ininterrottamente super senza filtro. Una donna manager, dura, impossibile da intimorire, eppure di fragilità segreta, che si può distruggere in un fiat, come Achille, se la macchina del fango sa colpire nell'unico punto letale. La dignità. Qualcosa che i suoi nemici malavitosi - i lettori del Giornale, Libero, La Padania ? - fraintendono e chiamano onore, e maneggiano piuttosto bene. Ma c'è qualcosa dietro. C'è un non detto. C'è un mistero. Non tutto esce fuori da questo film introverso, a levare. Vanno avanzate ipotesi. Bisogna catturare indizi. Come nella Signora in giallo.

Armida Miserere
Come il vento è tutto girato sul corpo di Valeria Golino. Sul suo viso, i suoi gesti, le sue intenzioni, la sua voce dalle sonorità ctonie, autospeleologiche,  le sue corse mattutine, le sue ire, i suoi amici e amiche, le sue bevute e avventure, i suoi piaceri, i cazziatoni i giochi di letto e i suoi pensieri intuibili e reconditi. Cosa rarissima nel nostro cinema più che sessista, perché neanche si accorge di esserlo, un personaggio così a tutto tondo e non del tutto afferrabile. Valeria Golino ce lo indica, ne esce e ne entra continuamente, è dentro ed è fuori ad ogni cambio di parrucca dorata. Ci porta inquieta dentro e fuori dal film, come ogni performer destabilizzante. C'è un tragitto lineare, una storia ridotta all'osso, quasi senza troppi dialoghi. Paradossalmente si tratta di un film di evasione. Di fuga. Di deriva. Da questo mondo a un altro. Verso il vuoto. L'eroe è vittima della propria inerzia. Ma, come nel capolavoro di Bresson le intenzioni di fuga sono molto più esistenziali (nel condannato a morte è fuggito il protagonista è già in carcere e non si sa bene perché, e quando fugge non sappiamo bene se lo prenderanno)...I muri che Armida deve scavalcare sono evidentemente metafisici e non fisici. Si pensa più a Duel, Punto zero, Runaway train, Gravity. Credo che il film parli molto profondamente ai ventenni di oggi.

Armida Miserere
Il film è girato a Lodi, Milano, nella famigerata e paradisiaca isola di Pianosa, in Sardegna, a Sulmona, e si svolge tra il 1989 e il 2003. Ed è un'opera che si potrebbe considerare di genere carcerario, ma capovolto. Anche se è è più che altro una storia d'amore impossibile, un mélo.  La presenza di un commentatore dei sentimenti fini e sottili come Shigeru Umebayashi alla colonna sonora, lui che è il simbolo musicale del cinema di Wong Kar-wai, ne è la migliore prova.

Genere carcerario capovolto. Già. Non ci sono rivolte come in Rivolta al blocco 11 di Don Siegel. Non si sono, apparentemente, fughe rocambolesche come in Un condannato a morte è fuggito di Bresson. Non ci sono direttori del carcere particolarmente sadici e fascisti, come in Quella sporca Ultima meta. Non ci sono esecuzioni capitali come in L'impiccagione di Oshima, né violenze sessuali nei bagni, come in Fuga da Alcatraz. Non c'è la vita noiosa dentro la cella e la strategia di sopravvivenza di un recluso debole che Jacques Audiard ha celebrato in La Promessa.   

Il regista Marco Simon Puccioni e Valeria Golino
La banalità del quotidiano concentrazionario, e qualche tocco di banalità del male giudiziario, però entrano nella pelle dal quasi fuori campo. Ecco le perquisizioni improvvise. Lo schiaffar in isolamento. La richiesta pesante di favori. Le rivelazioni dei pentiti alla sbarra. Le cappelle dove intrigano, trattano, tramano e tremano quelli della 'ndrangheta (Pino Calabrese, fa perfettamente il Joe Pesci traditore, consapevole di essere presto annichilito). La messa in riga degli appuntati che sgarrano. L'impressione che si sia messi alla gogna a causa di qualche strana intercettazione telefonica mal contestualizzata. Miccoli come Miserere.

Il genere carcerario è capovolto perché il film ha il punto di vista del direttore del carcere, per una volta autoritario - non è una donna è un generale ci verrebbe di dire usando il simpatico modo che aveva Raul Ruiz di descrivere il presidente del Cile, speriamo rieletto tra breve, la signora Bachelet. Dura, ma a fin di bene, incorruttibile e giusta. Anche se molte organizzazioni umanitarie la  criticarono per la sua inflessibilità. Addirittura ligia alle leggi, ma pronta a migliorarle, capace di formularne e proporne di nuove, organizzando convegni, incontri e conferenze stampa. Sbilanciante.  
"I trattamenti risocializzanti sono boiate", disse in una intervista scandalosa a Ddonna, poi cambia idea. Certo che le carceri non sono hotel, basta paragonare le piscine,  ma bisogna saper restituire alla società questi cittadini che hanno sbagliato, e cambiati.  Quasi sempre in peggio, però.

Filippo Timi
Non l'ho conosciuta direttamente la signora Miserere, ma nei primi tre anni di mia direzione del Sulmonacinema Film Festival, dal 2000 al 2003, l'associazione culturale che cura il festival (il prossimo, il 31°, si svolgerà dal 18 al 21 dicembre) ha portato nel penitenziario tutti i film che hanno vinto l'Ovidio d'oro, opere prime e seconde italiane, grazie al suo interessamente. Abbiamo verificato che organizzava corsi scolastici anche per i detenuti di alta sicurezza e che favoriva visite culturali esterne di ogni tipo. In una di quelle occasioni Armida ha conosciuto Valeria Golina, che era stata premiata per Respiro di Crialese. Una foto le vede insieme, ma non riesco a trovarla. Proiezioni aperte ai detenuti, con dibattito finale, che sono proseguite anche dopo la sua morte. E il 18 dicembre prossimo, in tarda mattinata, Marco Simon Puccioni sarà nel carcere a presentare questo film. E speriamo che ci siano anche questa volta i detenuti, perché difficoltà burocratica per ora consentono la proiezione interna alle sole guardie carcerarie (che hanno partecipato però alle riprese del film). In fondo è un film d'amore.   



Fa più pensare a Un chant d'amour di Jean Genet o a Via col vento, Come il vento, perché la love story tra Armida e Umberto Mormile (Filippo Timi, la più tenera delle spalle, questa volta) è centrale nel film, anche se dura poco. E' intensa, rapsodica, interrotta, prosegue nonostante i problemi. E' ostacolata, sia da ragioni logistiche (lui lavora a Milano, dentro San Vittore, lei a dirigere Lodi), sia da ragioni biografiche, lei figlia di un militare, lui un artista, sia da ragioni burocratiche (lei è durissima ma riformista, troppo comunista per non essere invisa a molti detenuti e molti burocrati del ministero) sia da una inquitudine profetica dei sentimenti.  Lui pure è comunista come tutti i loro amici (anche la rediviva Chiara Caselli nel cast). Come se i funzionari di stato che applicano la legge, che fanno bene il loro lavoro, e dunque sono fuori schema, decidano di collocarsi in un limbo, nel fuori gioco. Avventurista Aldo Moro. Avventurista Facone. Avventurista Borsellino...Chi è che diceva: lui se l'è cercata, no?  Andreotti su Ambrosoli.

Ed ecco che Umberto, ignaro, invece prepara spettacoli, scopre talenti sepolti nelle celle, cerca di aiutare come può i detenuti e quando non può non sa neanche cosa lo può attendere. 

Ma l'amore dietro le sbarre finisce d'un tratto, d'un colpo (di pistola). Umberto viene trovato bucherellato nella sua automobile. E quel che prosegue poi, e che filtra dalle spesse mura interiori di una funzionaria di stato, che, ancora più gelida di prima, sbaraglia la concorrenza maschile (o sarà stato per merito dei ministri di quel tempo, Diliberto e Fassino?) e avanza nella carriera, è il vuoto assordante di chi, nemica delle mafie e delle camorre, rischia di finire colpita una seconda volta. E'  questa la parte migliore, misteriosa e più commuovente del film. E ci dice tra le righe. Se cambia il vertice al ministero si è fritti. To', guarda chi arriva a via Arenula nel 2003. Proprio Roberto Castelli, un leghista, il fine politico che paragonava, per eccesso non per difetto, i penitenziari italiani agli hotel di lusso a 5 stelle.

Valeria Golino e Chiara Caselli
Sono problemacci seri, anche per chi dirige i carceri, con Castelli, e non solo per chi è recluso. Mentre lui, il suo amore, Umberto Mormile, cercava di aprirlo al mondo quel buco nero, attraverso un serio lavoro di animazione teatrale e di educazione culturale (attività sulla quale già i cineasti Davide Ferrario e i fratelli Taviani si sono recentemente occupati con successo) d'eccellenza vera. Quando lo ammazzano c'è il socialista Vassalli al ministero della giustizia. E per gli anni a seguire Martelli. Non si dannano per arrestare gli assassini....Ma la magistratura, si sa, è completamente indipendente dalla politica.

Ma qui qualcosa di strano a un certo punto succede. A Sulmona.  Solo 11 anni dopo, nel 2001, in relazione a un maxiprocesso contro ndrangheta e camorra a Milano, emergono rivelazioni che porteranno i responsabili dell'omicidio di Umberto a un rinvio a giudizio presso la Prima Corte d'Assise di Milano prevista per il maggio 2003.Armida si uccide prima.

E cosa ci viene in mente quando sentiamo parlare di carcere di Sulmona, peraltro uno dei più moderni che abbiamo?  Niente di bello. 

Molti, troppi i suicidi che la cronaca nera ci ha segnalato in questi ultimi decenni. Di detenuti per lo più. E si ingoiano i vetri e ci si inietta il latte nelle vene, come altrove per saltare le udienze e far avvicinare la 'scadenza termini'. Forse a Sulmona si internano anche troppi ex ricoverati in ospedali psichiatrici, chissà perché smistati lì.  Lavoro? Poco e mal pagato. Secondini che si fanno chiamare superiore. Posta e giornali censurati...L'ideale anche lì, è non vederli mai in piedi i detenuti. Stesi. Disperati. In brandina. Il metodo cattolico del pentimento continuo. Meglio mai al lavoro. 

Quando ho accompagnato in carcere il film che aveva vinto il festival di Sulmona nel 2008, Chris and Dan - A love story di Guido Santi e Tina Mascara su Christopher Isherwood, in lingua inglese coi sottotitoli scritti piccoli piccoli - era la storia d'amore omosessuale dello scrittore di Cabaret  che conviveva a Los Angeles con un minorenne, tra lo scandalo generale della California degli anni 50 - un detenuto anziano se lo vide dall'inizio alla fine, nonostante seri guai alla vista e la stampella per sorreggersi. Alla fine commentò: "Certo, avrei preferito vedere l'Ubalda tutta nuda e tutta calda". Ma rimase per tutto il film e per tutto il dibattito. Nonostante preferisse di gran lunga Mariano Laurenti ai due documentaristi italo-americani. E in piedi. 

Certo, sono i mali comuni e speciali delle nostre carceri, che vengono periodicamente segnalati e sanzionati in sede Ue, e che riguardano tutti i penitenziari del paese e i supercarceri. Edifici in genere secolari e fatiscenti. Sopraffollamento ovunque (a cause di leggi davvero scellerate come quella contro le droghe leggere o la Bossi-Fini), assistenza sanitaria ridicola, soprattutto rispetto alle crisi di astinenza dei drogati, sadismo mai dimostrabile nel trattamento del detenuto - forse circola ancora quella carne argentina congelata decenni fa che mi toccò di ingurgitare a Regina Coeli - e "reclusione nella reclusione" (e proprio nel paese di Cesare Beccaria!) nel senso che solo da ieri, per decisioni del ministro della Giustizia, e grazie allo scandalo suscitato nell'opinione pubblica dalle intercettazioni telefoniche che hanno smascherato i due regimi differenti di trattamento tra noi dominanti e loro domitati, piccolo insignificante dettaglio che a Letta, Renzi, Cuperlo e Civati (e sono i migliori) sfugge, le ore d'aria passeranno forse prima o poi da 2 a 8 al giorno, quando ovunque nel mondo chi sta dentro circola liberamente nelle ore diurne nel carcere, lavora, studia, gioca a pallone, fa palestra, ha cose da fare quasi per tutto il tempo, e non viene murato vivo come da noi a fine aria

Non che gli altri carceri in Europa non abbiamo i loro problemi soprattutto nei momenti emergenziali (nell'Inghilterra dell'Ira, nella Francia della Corsica turbolenta, nella Spagna dell'Eta, nella Germania della Baader-Meinhof)... ma l'Italia, nonostante il palliativo della legge Gozzini, ha una leadership sinistra anche in questo ambito e indipendentemente da ogni situazione d'emergenza.  Le nostre rivolte, e non solo dell'Ucciardone, Marassi, Poggioreale, Trani... sono sempre state le più condivisibili del mondo. Il partito radicale è l'unico che radiografa questi orrori tra il disinteresse generale.

Ma a Sulmona, la cittadina dei confetti e di Ovidio, è successo qualcosa di più sconvolgente. Si è suicidato perfino un direttore del carcere. Anzi una delle prime direttrici di carcere in Italia, dopo avere gestito colonie penali,  supercarceri di massima sicurezza e i più affollati penitenziari metropolitani. Ha preferito uscire di scena piuttosto che essere sopraffatta da uno scandalo che la voleva coinvolgere - attraverso il suo uomo - in un giro di favori attuato nei confronti dei detenuti da cosca. Conscia che nelle alte sfere dei ministeri c'era qualcosa che lei non poteva controllare e che la stava ormai molto bene controllando. E che voleva vendicarsi di qualcosa. Il film di Marco Simon Puccioni non lo dice esplicitamente. Ma lo fa capire. 

Ps. Abbiamo visto in tv ieri sera Valeria Golino all'Onu, rappresentante di una parte d'Italia, quella radicale impegnata (le altre due erano ben intepretate da Maria Grazia Cucinotta, la popolana indignata, e Serena Dandini, la politicante consapevole) partecipare con grinta e passione alla Giornata mondiale contro la violenza alle donne. Armida Miserere ne è stata una delle tante vittime. La calunnia è un venticello... E come se l'avessimo vista, per un attimo, rinata, al Tg3 Notte.

Come il vento uscirà nelle sale dopo che l'eco del caso Cancellieri si sarà spento. Potrebbe sembrare il tipico film del post hoc ergo propter hoc. Ma ovviamente non è così. Gli artisti (non a caso in Giappone li chiamano leggende viventi) prevedono le cose, leggono in anticipo sui tempi, osservano quel che noi altri ignoriamo. Non perché sono maghi, o profeti. Semplicemente perché utilizzano in altra maniera i metodi scientifici (il calcolo delle probabilità, i sondaggi, le statistiche, per esempio), con sensibilità spiazzante: non sono ostacolati da giuramenti di parte, hanno un surplus di responsabilità etica. Politicizzano l'arte, non estetizzano la politica, direbbe Benjamin. 

Due donne, responsabili istituzionali della giustizia in Italia, hanno interpretato differentemente il concetto di dignità. Una si è dimessa, in maniera tragica, l'altra no. 

In attesa che si chiarissero i fatti che avevano offuscato la sua immagine e quelle dello Stato, quel colpo di pistola indicava alla società civile un cancro vero, da curare, nel funzionamento delle nostre istituzioni. 

E' vero che se un Ligresti va in carcere il trattamento cui viene sottoposto non è lo stesso del lavoratore senegalese clandestino. Viene messo in cella singola. Ma ci si scusa così: se no lo massacrerebbero di botte gli altri detenuti. I padroni e i politici d'alto rango in galera sono considerati peggio dei pedofili, come si è visto all'epoca di Mani pulite... Ed è anche vero che lo spostamento di un camorrista da un carcere all'altro può essere una maniera per salvargli la vita, vista che i regolamenti di conti tra clan e tra infami di vario genere avvengono facilmente sia dentro che fuori le mura di clausura.

La differenza è che solo una delle due donne ha riconosciuto la colpa di non aver saputo attenersi al principio della "Legge uguale per tutti". L'altra no. Probabilmente perché l'ex prefetto, oggi guardasigilli, è convinta che si debba attenere a un principio giuridico superiore. La targa con la scritta “La legge è uguale per tutti” fu infatti sostituita nelle aule dei tribunali, per volontà del ministro Roberto Castelli, nel 2002, con la più berlusconiana: “La giustizia è amministrata in nome del popolo italiano". E se un popolo vota un mafioso, un magnaccia, un faccendiere espertissimo in frodi fiscali e d'altro genere premier costui diventa intoccabile. E se va in galera toccherà al guardasigilli tranquillizzarlo. "Non ti preoccupare, presto uscirai".       

Ps2. Roberto Castelli, pur nella sua eruduzione magistrale, non deve avere mai visto il film di Dino Risi In nome del popolo italiano. Se no non avrebbe fatto questo errore sacrosanto che lo ha riempito di ridicolo e ha segnato per sempre il destino del suo padroncino. 

giovedì 21 novembre 2013

Portoghesi, ancora uno sforzo per tornare cosmopoliti. Una vita invisibile di Vitor Goncalves

Roberto Silvestri

Ogni artista è solo. "Viviamo, nell’imbrunire della coscienza, mai certi di cosa siamo o di cosa supponiamo essere" (Pessoa). Ma non ogni paese è solo. Il Portogallo, però, sembra solo e isolato, ed è messo molto male economicamente, come noi. Ha un governo tardoliberista perfino peggiore del nostro e un leader europeo come Barroso che come tutti gli ex maoisti non finisce mai di pentirsi per i suoi errori di gioventù, ma con lo stesso fanatismo di prima. Non vi dico la depressione che c'è in giro e la voglia di fuga dei giovani. Eppure c'è anche la speranza che alcuni stati del sud europa si coordino tra di loro e urlino forte il loro no alle stangate anti popolari.

Presto, infatti, i partiti di destra-centro lusitani, Psd e Cds/Pp, saranno entrambi fortemente ridimensionati (a giudicare dalla vittoria socialista e del Cdu nelle recenti amministrative, e dal semestre italiano Ue). 

Meno male, perché l'idolatria del profitto per pochissimi sta rovinando anche il gracile tessuto di un cinema più originale, colto e raffinato di tutti, in Europa, e che ha prodotto, dopo la rivoluzione democratica, straordinari film d'esportazione, intellettuale, universitaria, televisiva e festivaliera. Si pensi a Tabù di Miguel Gomes, ai film estremi di Joao Rodrigues, ai classici non classici di Manoel de Oliveira, che a 104 anni ancora progetta film. E a come ci divertiremo noi quando un giudice indagherà sui funzionari Rai colpevoli di non aver voluto acquistare tutta questa bellezza
Filipe Duarte e Maria Joao Pinho
post-Camoes, per buttare molti più soldi per raccomandare (stile Cancellieri) bellezze solo bulgare...


"Il governo neo-liberale si nasconde dietro la crisi per negare i finanziamenti e uccidere il cinema. I soldi in verità ci sono. Ma ho fiducia, le cose cambieranno" ha dichiarato durante il festival romano un giovane produttore di Lisbona, Pedro Fernando Duarte, invitato all'Auditorium Parco della Musica per lanciare il suo nuovo, bellissimo film, A vida invisivel. Che si rivolge ai portoghesi e li arringa. Preferirei di no, bisognerebbe dire all'Austerità coatta imposta da Berlino. Smettetela di non  vivere la vostra vita. Cercate di imparare da Bartebly, e capite finalmente cosa significa essere vivi, trasformando la mortalità in potere collettivo, uomini donnne e quant'altro, costituente...I portoghesi, almeno, hanno già dimostrato di saperlo fare quattro decenni fa. Sanno suonare musica differente. 

...e la Placa di Comercio di Lisbona
Uno degli eventi preziosi ma subcutanei dell' 8° Festival Internazionale del Film di Roma è stata infatti la proiezione in concorso del secondo film del maestro Vitor Gonçalves, il cineasta portoghese nato nelle Azzorre nel 1951, autore finora di un solo capolavoro, Uma rapariga no verao (Una ragazza in estate), datato 1986 e diventato un film culto delle generazioni lusitane del dopo dittatura Salazar-Caetano. Innanzi tutto è la partitura musicale più straordinaria di tutto il festival. Sinan C. Savaskan, che ne è l'autore, è un nome che dobbiamo segnare. Da anni non entravamo in una dialettica suono immagine così violenta, irriducibile, dissonante, corposa, materica, tragica. Dunque.

Un'altro colpo raffinato e non plateale di Marco Mueller, anche se il film è passato, mal osservato, al vaglio della giuria ed è stato guastato della massa critica dominante, quella affetta da lentofobia estremista e con le idee piuttosto confuse su cosa sia la noia. Riprendere con la telecamera i pensieri è quel che fa qualunque film avvincente di Welles o Selander. Ma non sempre un film avvincente deve finire con la sfida all'O.K. Corral. Eppure anche questo film, come Tir, nonostante il procedimento della voce off, mette protagonista uomo e antagonista donna in conflitto mortale, in collegamento obliquo e mai diretto, come tra abitanti di universi disomogenei (lì collegati nervosamente con il telefono, la donna non è mai in campo; qui con i giochi della memoria; lì è solo voce, qui Maria Joao Pinho è solo spettro). Siamo ai confini della realtà.
Vitor Goncalves


A vita invisivel, film dark, nerissimo, lievemente autobiografico, malinconico ma non disfattista, né rarefatto ed enigmatico, ma molto ben decifrabile, anche se per ognuno in modo differente, guidato dalla voce fuori campo come in un antico noir americano anni 40 - dove la paura e il terrore erano massimi per il protagonista maschile, fosse Bogart o MacMurray, perché collegati alla presa di potere, sociale e simbolico, della donna rooseveltiana insorta, indocile, per la prima volta da secoli, e in moltitudine seriale, al suo ruolo complementare di subordinata - è prodotto dalla Rosa Filmes, nata negli anni 90  per iniziativa di giovani cineasti della generazione di Joao Rodrigues, fisiologicamente estranei (se non in polemica) con le poetiche e le stilizzazioni old fashion delle generazioni precedenti (de Oliveira, Botelho, Montero, Rocha...). 



L'angoscia, da come la decifro io, mi sembra quella causata, come nei noir, dalla consapevolezza dell'artista non superficiale di fronte a quel che di molto losco sta accadendo...A quella parte guasta e retriva della cultura euro-occidentale che burkanizza non nelle strade, ma nell'immaginario, la donna. Tipico transfert che registra la debolezza estrema e la crisi definitiva del maschio (latino e wasp) che non vuole perdere identità e centralità - tanta violenza e crudeltà contro le donne scatena fenomeni di ripetizione suggestiva, come leggiamo nei giornali. Fugge, ha paura, perfino angoscia, cancella rimuove memorie, somatizza livore, odio, oppure sconfigge le zone dark e rinasce. Nel film questo accade. 

Joao Perry
Invece queste ombre funeste coriacee sembrano gli antidoti eurotalebani ai film nordamericani che ci piacciono di più in questi ultimi tempi (da Spring Breakers di Harmony Korine a Palo Alto di Gia Coppola ai Kelly Reichardt ai Todd Haneys, Linklater, Hal Hartley, Lloyd Kaufman e a tutti i cormaniani 'dentro'...) nei quali la donna, meglio se teenager, non si nasconde, non si cancella, non si allontana mai. Ma parte dell'Europa mostra segnali furibondi di regressione, e proprio nelle zone più illuminate e illuministe, la Russia, la Grecia e la Francia. C'è da tremare. Tralasciando le leggi anti gay di Putin, prendete le piccole prostitute per gioco di Ozon o per forza del film greco Miss Violence. Come sono lontane, nella loro sottomissione di testa all'accettazione giuliva o forzata della schiavitù, dalle colleghe bambine dei college Usa cinematografici.... 


uno dei filmini 8mm....
Infatti Goncalves gioca controcorrente e saggiamente in quest'opera di respiro 'sessantottino', che attua una sorta di sutura transgenerazionale, visto che è stato un allievo del rivoluzionario Antonio Reis, esponente massimo del "cinema dei garofani", prematuramente scomparso, tra i primi fautori (si pensi a Tras-os-montes, un film adorato da Enzo Ungari) della tendenza fusion/confusion oggi vincente, allora scandalosa, che innestava fiction (inventare delle intenzionalità, dei conflitti tra personaggi) a non fiction (e poi affidarsi al caso, anzi prevederlo, stocasticamente, aprire una finestra sul set, e non un minuto dopo e non un minuto prima, per far entrare aria pura e disperdere format e standard). 

In questo film la non fiction traumatizzante è il blocco visivo di 8mm suggestivi, e la qualità materica, cromaticamente unica del laboratorio Kodak, di un Atlas formato da panorami geografici senza rapporto tra di loro, sequenze riprese in continenti differenti - panoramiche di paesaggi con vento, pioggia, montagne, pianure, ghiacciai, alberi agitati, colline assolate, scogliere paurose - ritrovato nella casa di Antonio, giovane funzionario ministeriale scomparso, amico e ex superiore del protagonista Hugo (João Perry), anche lui statale. 

Filipe Duarte nel ruolo di Antonio (omaggio a Reis)
Immagini che creano il punto di rottura, l'evento catastrofico, intervallate dai ricordi esistenziali del protagonista, l'attore Filipe Duarte, in modo da coinvolgerci nella ricerca di un segreto importante, misterioso ma non troppo. Uomo che va da una parte, donna che va dall'altra. Come riunificarli in una inquadratura unica? E' proprio come l'Atlas Mnemosyne dell'eccentrico storico d'arte tedesco Aby Warburg, l'avventura delle immagini contigue e dissimili da coordinare (eravamo nel 1927, ma quel conflitto di immagini scordinate presto diventerà guerra mondiale fattuale), trattate quasi da segni che l'astrattismo geometrico esige di rimandare ad altro, il percorso dello sguardo che collega frammenti sparsi della memoria, avulsi tra di loro, e li porta a unità viva, a compresenza. Curiosamente riproposto, l'Atlas, nella sezione CineMaxxi dal fotografo franco-newyorkese Antoine d'Agata, allievo di Nan Goldin, in un film significativamente intitolato proprio Atlas. L'obiettivo si apre anche lì all'infinito del possibile, respingendo eternamente la morte (mentale).

Il film portoghese è un altro sì alla vita. E comincia con Antonio disperato che non vuole tornare nel suo appartamente dalle scalinate ottocentesche, e terrorizzato si siede nel buio sui gradini del pianerottolo. Ha visto quei filmini inquietanti. Sono immagini di territori lontani. La lusofonia, il Portogallo espanso, è la vera dimensione cosmica della zona atlantica della penisola iberica. Il suo imperialismo - parola di Pessoa - è sempre stato culturale, trilaterale. E' sentirsi contemporaneamente europeo, africano e asiatico. Vivere nel mondo, tornare nel mondo. Non rinchiudersi più come nell'epoca incestuosa di Salazar. Parte il flashback, come si faceva un tempo. Fluttuano i ricordi sepolti e rimossi. Ma non molto lontani. La Lisbona da cui riemergono è quella del dopo Expo (aprirsi al mondo) e degli edifici di Alvaro Siza. Modernissima. Con ponti di alta ingegneria spaziale. Anzi l'albergo in cui va a trovare la donna della sua vita, una hostess, per salutarla definitivamente e perderla per sempre, è addirittura postmoderno, transavanguardistico, nucleare, monocromatico. Il tempo dei ricordi va dall'inizio dei recenti lavori di restauro della Piazza del Commercio (costruita dopo il terremoto del XVIII secolo, simbolo della capitale che si ribella, che uccide re e dittatori, è una delle più grandi d'Europa, ha tre lati occupati da edifici pubblici, uno sul Tago e nella piazza c'è anche uno dei caffé preferiti da Pessoa ) fino al loro completamento (e non siamo a livello di linea C della metropolitana romana).

Pedro Fernandes Duarte (il produttore della Rosa Filmes) spiega l'arcano, l'innesto tra vecchia e nuova guardia, in conferenza stampa: "Sono stato allievo di Vítor. Anzi. Chiunque faccia cinema oggi in Portogallo è stato suo allievo". Gonçalves insegna infatti alla Escola Superior de Teatro e Cinema di Lisbona ed è stato un pupillo del decano della critica portoghese, Joao Benard da Costa, e del patriarca del cinema indipendente europeo, quel Hubert Bals a cui si deve la nascita hippy e yippy (e non la consunzione e morte yuppie) del festival di Rotterdam. 











 



mercoledì 20 novembre 2013

Te la do io la Yakuza. Miike Takashi e il poliziotto Reiji











 Roberto Silvestri

"Non bisognerebbe mai fare film sulla Yakuza. Se ne compiacciono sempre troppo, quei miserabili delinquenti". Parola di Koji Wakamatsu, il cineasta della sinistra nipponica rivoluzionaria, che gironzolò attorno alla malavita di Tokyo in gioventù e ne conosce molto bene la radiante, vanesia, seduzione esiziale. 

Takashi Okamura
Ma le mafie, nelle società capitalistiche, non hanno forse il compito di spiegare anche ai cittadini più distratti e pigri - vivendo come in una sovrimpressione priva di ipocrisia, le stesse eccitazioni e passioni degli imprendotori normali - qual è l'essenza segreta dell'accumulazione, cos'è lo spirito autentico e criminale (annichilire i più deboli, massificare il profitto con ogni mezzo necessario) del liberalismo assoluto, cioé privo di remore morali e sciolto dasi vincoli di uno stato controllore e repressore?


Toma Ikuta
Il problema è che le organizzazioni criminali, Yakuza, Mafia, Triade, N'drangheta, Sacra Corona Unita, Camorra non vanno descritte. Vanno parafrasate, dadaizzate, egemonizzate, proscritte e annichilite (proprio come i loro alias, i loro doppioni perbene). E' la vena giugulare cinematica che bisogna prendere di mira e affrontare per far saltare in aria, con i film, la Full Metal Yakuza... Ci vogliono per questo registi istintivi, spontanei senza artifici, che abbiamo la passione della scoperta di come stanno veramente le cose....Ce ne sono pochi di questi registi, ma ci sono. Uno di questi lo abbiamo ritrovato a Roma, in lento ma inarrestabile miglioramente artistico-scientifico, dopo i primi cento film realizzati. 
 
Takayuki Yamada, il traditore
Il cineasta di culto e maestro del cinema fuorilegge giapponese, il più camaleontico filmaker del mondo, Miike Takashi, 53 anni, origini proletarie, vera passione il calcio e il motociclismo, e qui si vede, che nel 2007 ha firmato Sukiyaki Western Django (molto prima di Tarantino),  così, ha dedicato ai 'prodi romani', che adora da sempre come produttori ed esperti massimi di western alla matriciana, e che lo hanno invitato per la seconda volta di seguito al Riff, sia il surreale pastiche dell’assurdo Blue Planet Brothers sia, in concorso, questa commedia demenziale, Mogura no uta (The Mole Song – Undercover Agent Reiji, ovvero  Poliziotto in incognito Reiji), un divertissment geometrico, tenero e saggio, ma tutto 'urla e budella' - i romani adorano la pajata con quello che c'è dentro - imperniato sì sulle gesta di un giovane poliziotto eccentrico, l'imbiondito e punk di capelli Reiji Kikukawa (l'attore jerrylewisiano Toma Ikuta), dalla voce piuttosto acuta e sovratono, ma che attinge per circa due ore al solito patrimonio iconografico della malavita più scenografica e glamour del mondo. 

Toma Ikuta
Il piedipiatti di quartiere Reiji, il poliziotto arruolato con il punteggio più basso della storia, viene licenziato dopo pochi mesi per comportamento disonorevole e licenzioso. Fidanzato fedele di una ragazzina incredibilmente strana, pronta a tutto pur di seguirne i movimenti, è in realtà costretto dal capo della polizia Sakami a infiltrarsi in una organizzazione criminale per arrestarne il boss del quartiere di Kanto, il potente Shuho Todoroki, abilissimo nel non lasciar prove dei suoi crimini. 

Ebbene Reiji, sorprendendo i bookmakers, riesce a intrufolarsi nella Yakuza, e quasi senza sforzo. La sua dinoccolata unicità, la sua surreale imprevedibilità, lo sfrontato anarchismo e la spontanea gestualità che si fa beffe di qualunque gerarchia, anche mentale, considerata inopportuno per un servile cameriere dell'Ordine e della Legge, insomma tutti questi vizi capitali vengono infatti giudicati dalla nuova comunità, così uguale per mentalità militaresca - ma così diversa per scala dei valori, anche perché così ostile alla proprietà privata (altrui) - come le virtù di un comportamento antisociale perfettamente consonante allo spirito autentico - arcaico, aristocratico, con quella punta di zen ormai dimenticata - della Yakuza. Toma Ikuta rischia di diventare così un vero personaggio eccentrico seriale, alla Jerryssimo.

(Inciso: E siccome il militarismo mentale del nuovo pericoloso presidente del Giappone Abe ci inquieta tutti, questo film e questo anti eroe Reiji sono già una doppia arma di combattimento politico, che ci tranquillizza. Il Giappone migliore reagisce al revanscismo montante al potere. Come Jerry nell'epoca Eisenhower-Johnson. e non dimentichiamo che il terremoto del Kanto, 1023, con 100 mila morti e le aree di Tokyo e Yokohama completamente distrutte, furono il germe dell'espansionismo fascista). 

Lo sceneggiatore Kankuro Kudo ha infatti a disposizione la solita tastiera per delineare con pochi ficcanti tratti lo sviluppo dei personaggi di questa storia, ma la maneggia da virtuoso sovversivo, esperto in fumetti, cartoon e videogames, avendo in mente, per determinarne la validità, la quantità di gioia di vita e non di odio che stipa nelle varie sequenze (è il metodo di un altro fine umorista, John Landis). E così penetriamo nel solito mondo (nella regione del Kantō sono ambientate le vicende di anime, manga e videogiochi come Death Note, Ikki Tōsen, Eyeshield 21, Pokémon) fatto di: violenti riti di iniziazione con sacre, ma disgustose, libagioni; complicate codificazione d'onore; cruenti scontri tra bande e sotto bande rivali (in questo caso tra la moralista Sukiya-kai, slogan no alla droga, e l'immorale Hachinosu-kai) con micidiale abuso di piombo;  lunghe automobili di lusso nere con vetri antiproiettile ; inseguimenti al cardipalma; controllo del gioco d'azzardo, dei night club e della prostituzione; moda e accessoristica varia stravagante, vistosa e costosa (come la dentatura a triangoli, vezzosamente adornati di diamanti di un sotto boss particolarmente ostile a Reiji, e nervosetto)...; spazi oblunghi verticali o orizzontali (vie, corridoi, piazze, ampi saloni, specchi d'acqua portuali) perfetti per improvvise incursioni esterne; tradimenti e opportunismi, amicizie impreviste e improbabili, irruzione improvvisa di cani-corrieri della droga; situazioni al limite della follia e del divertimento bambinesco (alla Yattaman), amori struggenti ma sottili, ironia debordante, sacrifici estremi anche al di là della semplice passione rimossa omosessuale, combattimenti a mani nude, in interni e in esterni, che non fanno della 'trovata' il perno della sequenza ma si preoccupano di dispiegare in bella grafica uno spettro di emozioni ben bilanciato.

Takashi ha il solo compito di levare espressività e emozione dal fuori campo, astenersi dalle emozioni di regia. La scuola Imamura qui si sente. All'artista l'astinenza espressiva, al pubblico il finish fisico, risate paura dolore eccitazione...Missione compiuta.         

Riisa Naka
Siccome Miike Takashi è convinto infatti che estro e talento sono cose che andrebbero dispiegate in campi ben più impegnativi del cinema, come il motociclismo professionistico ("tutti sanno fare film, basta trovare un produttore, ma per il motociclismo ci vuole più forza, più energia, più genio...") sono proprio le scene motociclistiche quelle più riuscite dell'opera. Reiji riesce a conquistarsi, uno dopo l'altro, alcuni nemici del cuore (e uno, ferocissimo, è proprio un centauro fuori di testa) che ne apprezzano la stravagante comicità di fraseggio. Lui è spontaneo senza affettazione. Perfino Shuho Todoroki (il feroce boss che però proibisce il traffico di droga perché, nazionalista assoluto, non vuole nuocere alla gioventù nipponica sterminandola) ne è affascinato. 

Yusuke Kamiji, il motociclista
E Misaya Hiura, il capo della banda Alogi, alleata della Sukiya-kai, diventato suo fratello di sangue e di più ancora, si farà mitragliare gli arti inferiori, a costo di usare protesi per il resto della vita, pur di salvare la vita a Reiji, sollevandolo in aria per non farlo ferire. Sono gli improvvisi capovolgimento di fronte emotivo e agonistico, così come le budella che diventano farfalle di budella, che fanno grande, originale e bizzarro questo yakuza-movie.