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venerdì 31 gennaio 2014

"Saving Mr. Banks". Walt Disney, un tabù cinematografico e non solo


Mariuccia Ciotta

E' al centro dell'attenzione, e intorno a lui si catalizza la memoria, spesso smemorata, della storia, non solo cinematografica. Il nome di Walt Disney affolla schermi e giornali in un revival trasversale sull'artista che ha lasciato in eredità un immaginario persistente, di cui molti sono debitori. “Tutto deriva da Disney. Noi non abbiamo mai fatto nulla. Tutto era già stato inventato da Walt Disney” diceva Frank Tashlin, scrittore, cartoonist, sceneggiatore, regista di Jerry Lewis.
Un bel target per vendere prodotti materiali e immateriali, e mettersi in luce (riflessa).
Walt Disney, il “commerciante della fantasia”, è richiamato in vita sul mercato di persone e cose. Il merchandising della major fa leva su brutti cartoon (Cars2, Planes, The Brave, Frozen...) targati Pixar/Disney, Meryl Streep va in prima pagina per le dichiarazioni sul “lato oscuro” del papà di Mickey Mouse, e la pronipote Abigail Disney le dà ragione su facebook con conseguente visibilità internazionale per il suo “coraggio” anti-famigliare.

Anche il cinema si ricorda all'improvviso di Walt, su cui non è mai stato prodotto un biopic, a parte quello “domestico” di Diane Disney Miller. La major in più di quarant'anni non ha mai affrontato la vita e l'opera del suo fondatore per evitare il rischio di rompere l'immagine stereotipata di “zio Walt”, l'oca della uova d'oro.
In uscita il 10 febbraio, tenuta in sala tre giorni nel circuito The Space Cinema, Walt Disney e l'Italia – Una storia d'amore, scritto e diretto da Marco Spagnoli, prodotto da The W.D. Company Italia. Preludio a Savings Mr. Banks di John Lee Hancock (uscita, 20 febbraio), sulla scia del “caso Meryl Streep”, e delle sue esternazioni anti-disneyani alla consegna del premio a Emma Thompson, protagonista del film su Mary Poppins.
Julie Andrews in "Mary Poppins"

Il filo della “storia d'amore” intesse materiali di repertorio e interviste a personaggi dello spettacolo sui rapporti di Walt con l'Italia. Ottima scelta. Ma i filmati d'epoca sono scarsi, molti già visti e rinunciano ad affrontare il perché dei viaggi di Disney nell'Italia fascista, viaggi che alimentarono le polemiche sul Walt di destra, presunto simpatizzante di Mussolini.
Il documentario - narrato fuori campo del mitico Vincenzo Paperica, ovvero Mollica – mostra i fotogrammi dell'ingresso a Cinecittà di Walt e della moglie Lilly, accanto a Luigi Freddi, responsabile della politica cinematografica del regime nonché fondatore di Cinecittà.
E' il 1935, Walt e Lilly sono in vacanza in l'Europa per festeggiare il decimo anniversario di matrimonio. La coppia attraversa Inghilterra, Francia, Svizzera, Olanda e Italia. A Roma viene accolta da grandi festeggiamenti per via della popolarità di Topolino (il primo fumetto italiano esce nel '32) e ricevuta dalle autorità di un'Italia ancora senza la faccia truce (“L'Italia di Mussolini era tenuta in buona considerazione negli anni Venti e nei primi anni Trenta”. J.B. Kaufman storico del cinema).
Manifesto del documentario scritto e diretto da Marco Spagnoli

La figlia Diane Disney, che allora aveva solo due anni, mi ha riferito i ricordi della madre, secondo la quale lei e il marito non incontrarono Mussolini ma Galeazzo Ciano, genero del Duce, all'epoca ministro del Minculpop (ministero della cultura popolare) che sarà giustiziato dal regime fascista per alto tradimento l'11 gennaio 1944.
Qualche anno dopo, Lilly dirà a Diane di Ciano e dei suoi uomini: “E noi che avevamo pensato che fossero così gentili!”.

Il secondo viaggio di Disney in Italia è datato 8 agosto 1938, giorno in cui la 6a Mostra di Venezia conferisce a Biancaneve e i sette nani il Grande trofeo d'arte della Biennale. In quell'occasione Walt conosce Leni Riefenstahl, anche lei premiata dalla Mostra con la Coppa Mussolini per Olympia. Un mese dopo, il 18 settembre, saranno promulgate le leggi razziali. E negli anni successivi Disney realizzerà i cortometraggi d'animazione contro Mussolini, Hitler e Hirohito.

Tutto questo sarà sembrato superfluo e poco glamour per la Disney Company Italia che ha virato verso le dichiarazioni di esponenti dello spettacolo “innamorati” dell'artista di Chicago, Enrico Brignano, Fausto Brizzi, Fabiana Giacomotti, Lillo & Greg, Micaela Ramazzotti, Riccardo Scamarcio, Elio Fiorucci, Luca Ward, Edoardo Bennato etc.

Il documentario si concentra sui fumetti di Topolino, che, come si sa, non sono opera di Walt Disney, ma strisce popolate di personaggi nati dalla matita di disegnatori italiani, innanzitutto Romano Scarpa. In Usa a infoltire il pantheon topolinesco era stato Carl Barks. Mentre Disney, divoratore di libri e arte europei, ha in comune con l'Italia il burattino di Collodi (Pinocchio, 1939), e molto altro, architettura, pittura, musica, da Piranesi a Ponchielli.

A parte il celebre, godibile incontro di Mollica con Fellini, il documentario ci offre una copia malridotta dell'intervista, anche questa celebre, raccolta da Ettore della Giovanna nel '65 (si toccano anche i viaggi del '51 e del '61), dove la traduzione italiana dell'epoca fa dire a Disney che Biancaneve è del '38 (data di uscita italiana) mentre è del '37. Interessante, invece, lo stralcio dell'incontro del giornalista con Umberto Eco (giovanissimo), Francesco Mander e Gianni Rodari. Fulminante la fotografia di Charlie Chaplin con Walt Disney (legati da un rapporto intenso).

La libertà lasciata al regista dalla Company italiana sembra conforme alle direttive della casa madre, e alla quale Diane Disney Miller si è a lungo ribellata. Nel suo museo-biografia di San Francisco figurano infatti i documenti e le immagini dello sciopero del 1941 agli Studi di Burbank, e i cortometraggi con Paperino anti-fascista e anti-nazista prodotti durante la guerra. Argomenti tabù.
Tom Hanks è Walt Dsiney in "Saving Mr. Banks"

Savings Mr. Banks richiama un altro episodio dell'opera Disney, la difficile e ventennale trattativa con P.L. Travers, autrice australiana trapianta in Inghilterra (aveva anche una casa a New York) per i diritti di Mary Poppins.
La scorbutica signora, interpretata da Emma Thompson, detestava i cartoni animati e darà così il via al capolavoro a tecnica mista del film diretto nel '64 da Robert Stevenson, decano dei titoli live disneyani, tra i quali Zanna gialla ('59), Un professore tra le nuvole ('61), I figli del Capitano Grant ('62).
L'esperienza dei film con attori in carne e ossa era più che consolidata (Pollyanna è del '60) ma in Savings Mr.Banks si dice che per Walt (Tom Hanks) fu la prima volta.
Tanto per aggiungere “emozione”.

Più grave la sostituzione del primo personaggio Oswald the Lucky Rabbit con Mickey Mouse, ma forse l'errore sta nel doppiaggio. Chi conosce in Italia Oswald? La Company italiana certamente sì, e saprà anche che l'episodio dello “scippo” di Oswald da parte del distributore newyorkese Pat Powers ha segnato l'indipendenza creativa e produttiva di Walt Disney.
Inoltre, nel film di John Lee Hancock è completamente trascurato il lavoro di Walt sul copione, i disegni animati, le musiche incantevoli dei fratelli Sherman, la coreorafia, gli attori (scelse l'esordiente Julie Andrews e Dick Van Dyke) di Mary Poppins. Era un artista, non un businessman.

Il film si concentra sulla dispotica P.L. Travers, si direbbe un'acida signorina agé (la scrittrice in realtà aveva un figlio) che Emma Thompson esaspera leziosamente, poco aiutata dalla sceneggiatura che la major ha preferito affidare a due autrici televisive del suo vivaio, Kelly Marcel e Sue Smith, quando Hancock (autore di due film “sportivi”, Un sogno, una vittoria, sul baseball, 2002, e The Blind Size, sul football, 2009) è il magnifico sceneggiatore di A perfect world e di Mezzanotte nel giardino del bene e del male di Clin Eastwood.

Tom Hanks “travestito” da Walt è un personaggio quasi secondario, appare ogni tanto benevole alle prove musicali di Richard (Jason Schwartzman) e Robert (B. J. Novak) Sherman (morto nel 2012), i geniali compositori di Supercalifragilistichespiralidoso, cantato dal “soprano” Julie Andrews. Walt ogni tanto dà una sbirciatina al copione di Don DaGradi (Bradley Whitford) in lotta continua con la scrittrice capricciosa, sprezzante per lo stile hollywoodiano di Burbank, zeppo di dolci gelatinosi e di Pluti e Topolini giganti. Falso, Mary Poppins è un film tutto suo.

L'autista eccentrico Ralph (Paul Giamatti) è più decisivo di Walt nel rapporto con l'insopportabile Travers, che vieta il color rosso, i baffi di Mr. Banks, pretende pinguini veri per il balletto, boccia Dik Van Dyke ed esclude il musical per la sua Mary, la governante volante.
L'andamento da commedia spumeggiante è intercalato da un altro film, l'infanzia di Travers, ancora sotto shock per la morte del padre alcolizzato (Colin Farrell). Interminabili flash-back color seppia, paesaggi di una campagna idillica, melensi quadretti familiari. Ma il segreto del libro si cela proprio lì, nella figura di Travers Goff, tanto amato dalla figlia che ne assumerà il nome. E' lui che bisogna salvare, non i figli di George Banks, il banchiere gelido e perfetto. In una delle più belle scene del film, Hanks/Disney seduce la scrittrice, che per l'ennesima volta si rifiuta di cedere i diritti del suo romanzo, svelandole la genesi psicanalitica di Mary Poppins. Suo padre sarà riabilitato. Aggiusterà l'aquilone lacerato dei suoi bambini, diventerà “umano”.
Così sarà ricordato il primo film su Walt Disney che in una sola “posa” fa intravedere l'estasi, lo stato di trance in cui cadeva l'inventore di mondi durante l'atto creativo.

Mowgli in "Il libro della giungla"
Ps. A proposito di Abigail Disney (figlia di Roy E. Disney, il cui padre era Roy Oliver Disney, fratello di Walt) che ha fatto scalpore per aver approvato le accuse di Meryl Streep.
Il suo argomento chiave a sostegno del Disney “razzista” è Il libro della giungla ('67, l'ultimo film d'animazione supervisionato ma non finito di Walt, che morì nel '66).
Mowgli non è un bianco anglosassone tra gli “orangutan che suonano e cantano come musicisti neri” (Jacqueline Maloney di Harward), ma un indiano dalla pelle scura (così come nel libro di Kipling). Disney lo propone ai bambini americani come eroe nero al tempo delle rivolte dei ghetti black. 

L'orango King Louis in "Il libro della giungla"...


.... e il suo modello italo-americano Louis Prima
L'orango King Louis, indiavolato jazzista non è ispirato a Louis Armstrong, come si è detto, ma a Louis Prima, un jazz singer italo-americano (verere il filmato su You Tube) che ha prestato la voce e il corpo snodabile allo scimmione dal pelo rosso nel cartoon Disney. Le informazioni sono tratte da Multiculturalism and the Mouse – Race and Sex in Disney Entertainment di Douglas Brode, scrittore e docente di cinema alla Syracuse University.


domenica 12 gennaio 2014

CONTRO MERYL STREEP. IN DIFESA DI WALT DISNEY



Mariuccia Ciotta


Meryl Streep ha dimenticato di dire a Emma Thompson e al mondo intero che Walt Disney oltre a essere “un bigotto misogino antisemita” era anche figlio illegittimo di una cameriera spagnola, un noto informatore dell'Fbi, e che il suo corpo è “frozen”, ibernato per l'eternità.
Applausi gioiosi dei salotti newyorkesi alle dichiarazioni anticonformiste dell'attrice, chiamata dalla National Board of Review a consegnare i premi della critica americana in una serata di gala dove per una volta la protagonista non era lei, la diva 3 Oscar, anzi sì, perché le sue accuse contro il papà di Mickey Mouse sono rimbalzate su rete e prime pagine dei giornali, e cancellato i vincitori.

New York, 7 gennaio 2014. Meryl Streep premia la protagonista di Saving Mr Banks, il film di John Lee Hancock sulla difficile trattativa di Walt Disney con Pamela Travers, autrice del romanzo Mary Poppins ('34), e, a sorpresa, “rilancia le accuse” contro l'ideatore dell'opera a tecnica mista (live/cartoon) che nel '64 vinse 5 Oscar. Una bomba.
La fonte, dichiara Streep, è Ward Kimball, uno dei “nine old men” (le più pregiate matite dello Studio) secondo il quale “Disney non si fidava dei gatti e delle donne”.
 
Mary Poppins


Gli ebrei li ha aggiunti lei per sentito dire? Le buste paga Disney, infatti, erano zeppe di “nomi che sembrano usciti dal Levitico”, come disse ridendo il responsabile del merchandising Kay Kamen a un Walt incredulo di fronte alle voci sul suo presunto antisemitismo.
Streep deve aver fatto confusione con le “rivelazioni” contenute nella libro di Marc Eliot, Hollywood's Dark Prince (1993), una raccolta di calunnie metropolitane all'ingrosso che ha riempito le tasche dello scrittore specializzato in “biografie non autorizzate”.

Ancora, a distanza di 20 anni, se ne parla nonostante le smentite non solo di Diane Disney Miller, che ha redatto un dossier dettagliato sulle bugie di Eliot (dopo indagini legali e inchieste sul campo), ma perfino del celebre giornalista e storico Neal Gabler, autore di An Empire of Their Own: How the Jews Invented Hollywood ('88) in cui insinuava l'idea di un Disney antisemita. Gabler ha ritrattato e pubblicato, su incarico della major di Burbank, contro il parere della figlia Diane (non l'ha mai perdonato), una nuova biografia Walt Disney, The Triumph of the American Imagination (2006), seguita a quella storica di Bob Thomas. 
  
Meryl Streep parla di Disney
Ormai non è più un segreto, l'antisemitismo di Walt Disney è una fandonia, e basterebbe la parola di Joe Grant (1908-2005), ebreo, “leggenda Disney”, con Walt dal 1933, disegnatore di Biancaneve, Fantasia, Pinocchio e di altri titoli memorabili. Basterebbe anche l'elenco degli artisti jewish passati negli Studios, citati in parte nel documento-risposta a Meryl Streep della Disney Family Foundation, “In Defence of Walt Disney”. Oppure il parere della Società ebraica anti-diffamazione Usa interpellata dai documentaristi Richard e Katherine Greene per un biopic: “Non abbiamo trovato nulla contro Walt Disney”, eppure avevano cercato sulla scia velenosa di Eliot.

Diane Disney Miller non c'è più, se n'è andata il 19 novembre 2013, e le è stato risparmiato l'ennesimo attacco alla memoria del padre che l'ha spinta, tra l'altro, a realizzate il Museo di San Francisco, biografia “vivente” di Walt Disney senza omissioni né censure e dove si inanellano i giorni dello sciopero, le accuse di atteggiamento anti-sindacale rivolte a Walt, i manifesti e i corti anti-nazisti del periodo bellico con un Paperino vs Hitler. Argomenti off-limit per la major.
Diane non c'è più ma i film sono memoria e parlano.

Il Lupo cattivo dei Tre porcellini con la maschera da mercante ebreo
Parla il Lupo cattivo dei Tre porcellini, leit motiv del New Deal, preso ancora una volta, oggi, come prova del “razzismo” di Walt. Il Lupo nella versione originale indossava una maschera da venditore di spazzole, stereotipo del commerciante ebreo considerato inopportuno visto i tempi, era il 1933, l'anno di F.D. Roosevelt ma anche quello di Hitler. Disney fece ridisegnare la scena e abolì la maschera.
The Big Bad Wolf
La prima versione fu ripristinata nel 2001 in occasione dell'uscita del cofanetto dvd Treasures Silly Symphonies. Perché? Perché il Lupo travestito da mercante ebreo non era altro che una figura del vaudeville amato da Walt bambino a Kansas City, e di cui faceva parte anche Chaplin (che nella comunità ebraica è ancora percepito come ebreo). In una delle più incantevoli silly simphony, The Cookie Carnival ('35), davanti a Miss Biscotto si esibiscono, in una girandola di siparietti tipici del vaudeville, una serie di coppie danzanti nel più puro stile yiddish.



The Cookie Carnival
Il Lupo cattivo per travestirsi da “buono” nei tre sequel che seguirono il successo strepitoso dei Tre porcellini, colonna sonora della Grande crisi (“Chi ha paura del Lupo cattivo? Non certo noi!”) scarterà il mercante con barba e nasone e indosserà le trecce di una fatina con i boccoli d'oro (The Big Bad Wolf, '34), di una pastorella (Three Little Wolves, '36) e di una sirenetta (Practical Pig, '39).
Tanto per ricordare frammenti semiti a beneficio di tutte le Meryl Streep, Disney fondò nel 1938 insieme ad altri indipendenti, contro lo strapotere della major, la Society of Indipendent Motion Picture Producers, tra i soci c'era un uomo dal nome inconfondibile, Samuel Goldwyn.

Ward Kimball
Ma torniamo a Ward Kimball, “ai gatti e alle donne”.
Il gatto si chiama Cheshire Cat (Stregatto) e scompare come voleva Lewis Carroll lasciando solo un sorriso nel cartoon Alice nel paese delle meraviglie. A dargli vita fu Ward Kimball. La donna si chiama Mary Blair, artista Disney di prima fila, ideatrice dello stile innovativo del cartoon lisergico uscito nel '51. L'abbinamento gatto-donna non sarà stato un buon ricordo per il veterano entrato nello Studio nel '34 e che si vide scavalcare dalla bella e giovane Mary e dall'ondata di nuovi disegnatori provenienti da New York con la pretesa di paghe più alte.
Stregatto
E' questo il vero motivo dello sciopero degli Studios nel '41” sostiene Kimball che ha lasciato una memoria su quei giorni drammatici, dove spiega il perché, nonostante la rivalità con i più giovani, non aderì alla rivolta contro Disney, incapace di capire che i tempi dei “miei ragazzi” erano finiti, e che Burbank non era più la bottega di Geppetto, ma una fabbrica da sindacalizzare.
Kimball non aderì allo sciopero perché intendeva finire Dumbo, che avrebbe salvato dalla bancarotta la Disney, occupata dall'esercito degli Stati Uniti appena entrati in guerra (buona la postazione militare nella San Ferdinando Valley).
Ward Kimball, impugnato da Meryl Streep contro Disney, era vicinissimo a Walt e lo seguì, insieme a Mary Blair, nel viaggio in Sudamerica, dove lo aveva spedito il presidente F.D. Roosevelt come ambasciatore di pace e promotore dell'alleanza contro l'Asse. E proprio a Mary Blair (e non ai “pennelli storici” come Kimball), Walt affidò la supervisione dei due film ispirati ai colori e ai sapori del Sud, Saludos Amigos ('42) e I tre caballeros ('44), modernità cromatica e sensualità “scandalosa” tra un cartone, Paperino, e una donna in carne e ossa, Aurora Miranda.
A Disney non piacevano le donne”?
La risposta si potrebbe girare ad Alice, prima protagonista del periodo muto, a Biancaneve, Cenerentola e a tutto il pantheon disneyano, ma per tornare sulla terra, chi sono le disegnatrici importanti degli anni Venti e Trenta? 

Mary Blair
L'unica che si ricordi, alla fine dei Trenta, è proprio Mary Blair, studentessa della Chouinard Art Institute che Walt Disney trasformerà nel California Institute of Arts (CalArts, 1961), scuola d'arte interdisciplinare, dopo la fusione con il Conservatorio Musicale di Los Angeles.
Mary Blair entrò negli Studios di Topolino nel 1939 e collaborò a Fantasia, Cenerentola, Peter Pan, e soprattutto a Alice in Wonderland.
It's a Small World
A lei sono state dedicati libri e mostre (prevista a marzo una retrospettiva dei suoi lavori al Disney Museum di San Francisco) un dispiegamento mozzafiato di acquarelli, disegni, sculture che hanno segnato l'animazione più sperimentale e raffinata dell'ultima produzione disneyana. Suo il padiglione
It's a small world di Disneyland, realizzato per l'Esposizione mondiale di New York ('64).
Alice di Mary Blair
Cenrentola di Mary Blair

Il vaso di Pandora scoperchiato da Meryl Streep ha rimesso in circolo l'altra storiella dell'Fbi, inutilmente smentita dall'agente Emmett McGaughey, incaricato di istituire buone relazioni con varie personalità di Hollywood e che lo aveva nominato, insieme a molti altri, “Agente onorario”. McGaughey: “Walt Disney non era assolutamente una spia, ma uno dei numerosi individui cui mi sono rivolto quando ero alla ricerca di contatti a Los Angeles”. Altro “indizio” registrato dalle cronache per avvalorare la tesi dell' “informatore” è costituito dallo stralcio di una lettera di Edgar Hoover a Walt Disney, pubblicata dal Los Angeles Times dove si legge: “E' con piacere che possiamo concederle la sua vera identità...”. La lettera del capo dell'Fbi era stata scritta a Kansas City come ringraziamento a chi, durante un congresso, erano state prese le impronte digitali, tecnica in via di sperimentazione. Il testo completo della lettera: “Grazie per averci lasciato dimostrare la nostra nuova tecnica di rilevamento delle impronte digitali, adesso possiamo assicurarle la sua vera identità”. Amen. Diane Disney Miller mi raccontò sorridendo che quando uscì Moon Pilot (Un tipo lunatico, '62), dove si prendeva in giro un agente dell'Fbi, l'Agenzia scrisse questa nota: “Che cosa sta succedendo a Disney? Gli mandiamo un infiltrato?”.


Io mi considero un vero liberal”.
Ultima nota da liquidare per mancanza di argomenti da parte dell'accusa, Walt Disney repubblicano.
E' stato uno dei registi più vicini a F.D.Roosevelt, Mickey Mouse è un simbolo del New Deal: “Topolino diventerà la mascotte non ufficiale del popolo americano costretto a fronteggiare tempi difficili. Il suo spirito allegro e indomabile sarebbe presto diventato simbolo dello spirito di una nazione che non avrebbe mai accettato una sconfitta, nemmeno di fronte alla Depressione” (J.B. Kaufman, storico del cinema, studioso disneyano).
La svolta politica porta la data del 1941, anno dello sciopero a Burbank di inchiostratori e animatori, che segnò un forte cambiamento nello Studios e spinse Walt Elias Disney nel dopoguerra a fondare una sua etichetta indipendente, la Wed, laboratorio sperimentale dove nasce, tra l'altro, Mary Poppins.

Herbert Sorrell, sindacalista
Disney attribuì a un “complotto comunista” l'accanimento di Herbert Sorrell, il sindacalista che minacciò di distruggere la reputazione dell'uomo. Non era vero, e Disney sbagliò. Ma niente della sua produzione artistica né prima né dopo fu mai infiltrata di pensiero reazionario. Davanti al Comitato per le attività anti-americane, che nel dopoguerra puntavano a eliminare i rooseveltiani, non fece i nomi dei disegnatori ritenuti comunisti e promotori dello sciopero, come Art Babbitt, il “miliardario rosso”. Dichiarò che al suo Studio c'erano unicamente “americani al cento per cento”, compreso lo sceneggiatore ebreo e marxista Maurice Rapf, impegnato in quei giorni sulle tavole di Cenerentola, e che resterà al suo fianco durante e dopo la “caccia alle streghe”. Rapf sarà poi un blacklisted.
Maurice Rapf, sceneggiatore

Infine, a chi non crede una sola parola “In defence of Walt Disney”, c'è un solo fatto facilmente verificabile all'indirizzo seguente: Forest Lawn Memorial Park, Glendale, Los Angeles. 15 dicembre 1966, Walt Disney fu cremato.
La tomba di Walt Disney, della moglie Lillian, della figlia Sharon e del marito di lei



domenica 24 novembre 2013

Speciale come Walt. I ricordi di Diane Disney Miller, scomparsa all'improvviso

Diane Disney Miller (18 dicembre 1933-19 novembre 2013)




Mariuccia Ciotta

Diane Disney Miller, figlia di Walt Disney, è morta a Napa Valley, California, il 19 novembre 2013 in seguito a una caduta. Aveva 79 anni, ne avrebbe compiuti 80 il 18 dicembre.


Diane si arrampicava sulle salite vertiginose di San Francisco come una ragazza, sottile ed energica, e mi lasciava indietro a rincorrerla su verso il grattacielo dove all'ultimo piano c'era la sua casa con grandi finestre aperte sulla baia. E' lì, al numero 1080 di Chestnut street che abbiamo parlato di suo padre, tre giorni di ricordi e di grandi scoperte. Era il 2003, e Diane era ancora furiosa per la biografia non autorizzata di Marc Eliot, Walt Disney, Hollywood's Dark Prince, uscito dieci anni prima, zeppo di falsità, una raccolta di calunnie e di ignobili dicerie sulla vita di Walt. Diane mi condusse al piano terra dell'edificio in un box-cantina dove erano accumulati decine di fascicoli sulla causa intentata contro lo scrittore, e mi diede gli atti del processo dove punto per punto demoliva le bugie contenute nel libro, Walt antisemita, Walt figlio di una cameriera spagnola, Walt spia della Fbi...

Sharon e Diane (a destra) con papà Walt
Felice di poter raccontare il papà di Mickey Mouse e il suo, mi disse che a cinque anni scappò urlando da cinema davanti alla Regina cattiva di Snow white. Ma Walt, ricordò, non si commosse e non modificò le scene più dark, “Ai bambini piace questo genere di cose!”. Bambini come i compagni di scuola che le chiedevano stupiti “Ma tu sei figlia di Walt Disney? Proprio quel Disney?”. Lei non se ne rendeva conto, si godeva soltanto i disegni che Walt portava a casa, il regalo di una casa-giocattolo e la sua caduta fuori dalla finestra, quando insieme alla sorella Sharon, adottata nel '36, si sporse troppo per farsi fotografare.
Un'infanzia e adolescenza passata a Los Angeles, dove Walt si era trasferito nel 1923 dopo il fallimento del primo Studio a Kansas City, e poi i viaggi in Europa, Inghilterra, Francia, Italia, fonti si ispirazione per tanti cartoon, le sorprese come quella ferrovia che circondava la casa, i giri sui pattini e in bicicletta nei viali di Burbank, le creature magiche e fantastiche, spettri domestici che l'accompagnavano, “Non ci leggeva le fiabe ma ce le raccontava quando eravamo in macchina... Parlava delle storie a cui stava lavorando...”.
Diane Disney davanti al Museo Disney di San Francisco, al Presidio
Nella casa di San Francisco mi diede da sfogliare i libri illustrati che il padre acquistava in Europa, e in particolare un grande volume con le favole di Hans Christian Andersen. Le sue memorie di bambina erano piene di entusiasmo, ricordava, ridendo, il gusto per i cibi semplici di Walt: patate, granturco, stufato, zuppa di fagioli.... “Si raccontano storie di come mangiasse enormi bistecche, ma non è vero, non gli piacevano tanto...”. Meglio i fagioli in scatola di quanto faceva la fame a Kansas City.

Diane, figlia di “quel” Disney aveva scoperto che era una persona speciale solo da grande perché nell'età d'oro di Walt, era nata nel 1933, l'anno di Franklin D. Roosevelt, era troppo piccola perfino per Biancaneve, ma ci teneva a ripetere che suo padre non era il marchio di una major, ma “una brava persona” e che avrebbe dedicato la vita a far conoscere l'uomo al di là del mito. Ed è per questo che ha deciso di amministrare, indipendentemente dalla major, l'eredità del padre e di finanziare manifestazioni culturali con la Walt Disney Family Foundation. Prima di tutto l'Auditorium Disney di Los Angeles a Downtown, opera di Frank Gehry, finanziato insieme all'amata mamma Lillian, e poi il Museo Disney di San Francisco, che ha avuto un lungo percorso prima di approdare nel verdeggiante Presidio davanti al Golden Gate.

La sua personale biografia di figlia, in polemica anche con l'ultimo testo di Neal Gabler, approvato dalla major senza il suo consenso, si estende lungo dieci stanze affollate di manifesti, giocattoli, monitor, premi Oscar, fotografie, filmati, schermi, miniature, lettere (tra le quali quella di ringraziamento di Charlie Chaplin). Era il suo vanto e la prova del suo coraggio nel raccontare momenti della vita di Walt Disney cancellati dagli Studios per mantenere intatta l'immagine di “zio Walt”. Lo sciopero del '41 a Burbank, per esempio, e i corti con Paperino anti-nazista.

Nel 2003, Diane mi aveva aperto la porticina di un grande capannone, sempre nella zona del Presidio, dove si nascondeva un tesoro, il materiale delle memorabilia disneyane accumulate in attesa del trasferimento al museo, che avrebbe aperto sei anni più tardi.

Diane Disney Miller
iane si era dedicata a promuovere il monumento al pioniere dell'animazione, al rivoluzionario d
elle forme, anche in Italia, dove ancora l'ho incontrata per l'ultima volta nel 2011 in occasione del Biografilm Festival di Bologna, ed era vivace come sempre accanto al gigantesco e amabile Ron Miller, che a capo della Disney, dopo la morte dei Walt, ha prodotto una serie di indimenticabili commedie surreali (Il maggiolino tutto matto).

Anche Diane era una persona speciale e assomiglia a Walt per quel suo sguardo penetrante, l'ardore e l'ardire. Amava la musica, l'arte e il teatro, e perciò aveva aperto il Redcat, la “scatola nera”, una saletta aperta nel fianco dell'argenteo Disney Hall, dove tutto l'anno si programmano spettacoli d'avanguardia. Per il Museo, invece, aveva preferito San Francisco perché le sembrava una città più colta e sensibile di Los Angeles, più adatta all'artista Disney. Il primo incontro del Museo con la “City Light” di Ferlinghetti, però, era stato piuttosto freddo. Walt Disney, il venditore di fantasia? Ma Diane li aveva convinti che ce n'era un altro di Walt, e adesso il Museo, sempre affollato, è meta di giovani artisti e studenti di tutto il mondo.

Un altro motivo a favore di San Francisco è stato perché “noi viviamo lì!”, anche se la sua vera casa non era in città ma nella Napa Valley dove con il marito Ron, ex campione di football, produce un vino pregiato, il Silverado declinato in Cabernet, Chardonnay, Sauvignon bianco... E dove ha allevato sette figli, il numero dei famosi nanetti.

Il padre di Diane e Mickey
L'impegno a diffondere la “verità” sul padre ha segnato
gli ultimi anni della vita di Diane. Il suo tour italiano alla memoria è iniziato alle Giornate del cinema muto di Pordenone, artefice di iniziative editoriali e di retrospettive sui corti dell'origini. E' lì che l'ho incontrata per la prima volta, sempre a fianco di Ron, ed è lì che resta l'incanto della figlia di Walt Disney, combattente dagli occhi splendenti che ci lascia all'improvviso. E come accadde il 15 dicembre 1966, il mondo con le orecchie di Topolino piange.