mercoledì 18 dicembre 2013

Il cinema come happening. Un saggio di Luca Caminati. Da una parte Pasolini, dall'altra Piero Manzoni. I migliori libri di cinema dell'anno sono dedicati all'arte e alla letteratura d'avanguardia?

Piero Manzoni

di Roberto Silvestri 


Il poeta è stanco di ondeggiare quotidianamente tra la figura rossa dello sciamano e quella nera del funzionario 
Adriano Spatola



Adriano Spatola, poeta del gruppo 63
Il 68 breve. E' finito, represso dalla polizia, nel 1964 a Tokyo, Berkeley e alla Columbia University di Harlem, New York. Ma anche in Italia forse è morto prima di nascere, nel 1964. Quando il minimalismo e la conceptual art sono state detronizzate, Piero Manzoni è morto, da un anno, a trent'anni, il Gruppo 63 si è già autoestinto... e l'arte povera ha conquistato non solo il mondo dei mercanti (e Alain Elkann) ma si è impadronita della sfera di cristallo (visualizzando la povertà assoluta crescente nel XXI secolo). 

Ci sono due nuovi libri che consiglio appassionatamente agli appassionati di cinema. Uno è Gruppo 63 - Antologia, Critica e teoria (Bompiani editore, euro 19, 50). L'altro è Piero Manzoni Vita d'artista di Flamino Gualdoni, edizione Johan&Levi, euro 27. Perché agli appassionati di cinema? Perché i rapporti tra artisti visivi e cinema in quel frangente sono strettissimi e fecondi. Non solo Antonioni e Fellini, ma il cinema di genere, Mario Schifano, Franco Brocani, gli underground, Morire gratis di Sandro Franchina lo dimostrano. Adesso, invece.... 

Nanni Balestrini, del Gruppo 63
Alberto Sordi, Paolo Sorrentino, Daniele Luchetti, Antonio Monda, Nicola Piovani... c'è un crescendo nell'occuparsi, perfido e malvagio in alcuni casi o giocondo e inconsapevole in altri, da cineasti, musicisti o da divulgatori emigrati, dell'arte d'avanguardia (di pittura "incomprensibile", di musica postdodecafonica, di cinema sperimentale, di Jean Luc Godard...), fino a ridicolizzarla nel fraintenderla. Si può scusare a Sordi, ma dopo un ventennio di azzeramento culturale ripetuto e continuato,  è piuttosto vigliacco il giochino patrio. E figuriamoci quando Checco Zalone incasserà 200 milioni di euro, soldi pagati per occupare i cinema (una sola volta all'anno) di teleutenti disinteressati al cinema, come ai tempi di Lascia o raddoppia - che almeno ci faceva conoscere John Cage - che sollazzo! 

Potere Operaio collage di Nanni Balestrini (1972)
Fa ancora molta paura, inquieta, evidentemente, l'arte ben temperata, quelle strutture di immagini dissidenti, orizzontali, antisessiste e antirazziste, non logocentriche e non eurocentriche, che non pone altra potenza costituente al di fuori di se stessa e del suo essere non riconciliata con questo mondo. Mai asservita. Leggiamo su Azimuth, rivista indipendente di Piero Manzoni (che aveva fondato una galleria indipendente, seguace di Disney e anticipatore di Luicas): "Larte ha sempre avuto un valore religioso...E' evidente che per portare alla luce zone di mito autentiche e vergini, l'artista deve avere consapevolezza estrema di se stesso e del suo essere dotato di una precisione e di una logica ferrea". La scienza come metodo. Visto che non c'è arte se non sperimentale o di combattimento. Tutto il resto è apologia dell'esistente, idolatria del Mercato, sub-casta, regressione identitaria (cattolica in questo caso) o sghignazzo consolatorio (ben pagato). 

Otto Muehl "Mama and Papa"
Torniamo un po' indietro nel tempo, allora. E prendiamo Federico Fellini in Occidente (e Dusan Makavejev all'est). Olivier Messiaen (e la sua ossessione per il canto degli uccelli, del vento, della pioggia...) che si nasconde dietro il personaggio di Steiner, e dietro le sue aride acrobazie intellettuali, non viene ridicolizzato in La dolce vita, semmai indicato come mistero da esplorare, teorico discutibile e contestabile per riaffermare il 'potere Fellini' sulla vita: la politica non estetizzata ma sottomessa all'artista politicizzato. E l'artista aktionista austriaco Muehl, e le sue orge liberatorie, erano come l'arcivernice utilizzata in Sweet movie per azzardare frammenti di socialismo festivo, nel lugubre mondo titino. 

Otto Muehl processato (e condannato)
Prendiamo ora la Grande Bellezza. Il tono è, invece, sinistro e beffardo, da Antonello Trombadori e CC del Pci. L'artista che pontifica è un paggio nel salotto del politico (che è celato ai nostri occhi, è il sottobosco il regno di Toni Servillo-Jep Gambardella). Bob Weinstein va in visibilio. Vi riconosce, un'altra volta, L'Artista. "Sarà perché in un mondo che non conosce l'aereo ma solo l'automobile chi costruisce aerei viene percepito come un costruttore di automobili sbagliate" come diceva Maurizio Mochetti... 

Otto Muehl, happening
E visto che se chiedete a una assemblea di liceali di qualunque città d'Italia chi conosce Charlie Chaplin o ha mai visto Charlot, nessuno alzerà la mano e scopriremo in un attimo cos'è successo in Italia (l'esperimento è di Maurizio Nichetti, ed è stato effettuato a Trento, la città n.1 per qualità della vita), sarà bene tornare agli anni sessanta-settanta. Quel decennio oltraggioso ma studioso che dette un motore turbo alla rivolta e che, dagli anni ottanta è diventato l'obiettivo unico di una subdola fabbrica del fango che vide Mosca e Manhattan, reazionar-chic e comunist-snob, da La Repubblica al Giornale, uniti nella lotta affinché il mondo non si spostasse più in avanti di un millimetro. Come se la trasmissione della memoria storica si dovesse interrompere con ogni mezzo necessario. Lo scodellamento della bellezza kaput, come un flipper rotto. Il metabolismo culturale del novecento, segnato profondamente nelle istanze rivoluzionarie dalle avanguardie storiche e dalle neoavanguardie sessantottine, un'altra volta ostruito, impedito, censurato dalle semplificazioni della cultura globalizzata (come nel ventennio fascista, nel trentennio Dc o in quello putiniano).

Piero Manzoni, la linea più lunga del mondo
Avanguardia e Formalismo sono congegni-mostri disciplinati e sincronizzati che attivizzano tutte le nostre facoltà nello stesso tempo, che divorano cultura, passato, miti, memoria, che tornano indietro per andare avanti, che scoprono nel nuovo che appare la stessa scintilla che manda in estasi lo scienziato... Ma c'è avanguardia e avanguardia. Quella facile e quella definita, in un indispensabile volume, dall'artista e psicologo Sergio Lombardo "difficile" (edizione Lithos, 2004, euro 25). "Per l'artista si tratta di una immersione cosciente in se stesso, per cui, superato ciò che è individuale e contingente, egli affonda fino a giungere al vivo germe dell'umana totalità (Manzoni, 1957, Azimuth, citato da Sergio Lombardo in L'avangardia difficile).
Sergio Lombardo. Mappa minimale tiroidale a sette colori (1998)

Il recente interesse anche editoriale per le pubblicazioni e le provocazioni del Gruppo 63 - critici, artisti e scrittori esporatori dei nuovi mondi dell'arte, che furono un po' il versante italiano di Tel Quel e delle neoavanguardie artistiche, cinematografiche e letterarie europee -  e la ripubblicazione di alcuni romanzi ormai classici prodotti in quel decennio incandescente (come la impressionante costruzione cut-up operaista intitolata Vogliamo tutto di Nanni Balestrini) - attualizzano un altro interessante e nuovissimo saggio di Luca Caminati, professore genovese di Film Studies che insegna a Montreal e che Postmediadata ha appena edito (sia in versione italiana che in traduzione inglese) e che si intitola Il cinema come happening - il primitivismo pasoliniano e la scena italiana degli anni sessanta (pagine 64, euro 12,60). 

Luca Caminati, autore anche di un saggio su Rossellini documentarista
Gli anni sessanta della contestazione generale, della strategia di attacco più poderoso all'alienzazione e alla mercificazione globale, furono selvaggi o scientifici? Beat o Pop? Razionalisti o spontaneisti? Neoprimitivi e stregoneschi o già cibernetici? E c'è stata una frattura nel decennio?  In questo libretto si avanzano alcune interessanti ipotesi.

Il saggio non si dilunga sui rapporti iconografici, già molto ben studiati, tra l'immagine cinematografica pasoliniana e la pittura antica - medievale, rinascimentale, manieristica e barocca - ripetutamente studiata attraverso Longhi e i suoi corsi di Bologna, citata e 'evocata' come antidoto all'immagine piatta, superficiale, consumabile e gastronomica dilagante dall'era del boom in poi - con fumetto cinema pubblicità e televisione a molestare, abusare e dissacrare letteratura scultura e pittura 'alta', scandalizzando privilegiate baronie e caste trombonesche - e non solo nei film 'in costume mitico e adamitico'. 

Pasolini in Africa per gli appunti su un'Orestiade
In realtà Pasolini - con la stessa forza polemica con la quale Alberto Abruzzese e Alberto Asor Rosa ne criticavano il populismo e la nostalgia tradizionalistica, cioé la sacralizzazione dei reietti confezionata in modo da lasciar intatte le cose, meglio se adornate di passatismo, allargava voracemente e 'maschiamente' (la cosa piacerà molto ai giovani figiciotti scapigliati che si diranno inguaribilmente pasoliniani, da Borgna a Veltroni da Marrazzo a Bettini) i territori dell'immaginario e della ricognizione postmoderna di miti, favole, orrori e eresie in un corpo solo, il suo. Dandolo in offerta sacrificale agli eventi. Soprattutto dopo aver sbriciolato il muro razzista innalzato per proteggerci dai tre mondi (e dal nostro rimosso passato coloniale). E concependo il suo viaggio a ritroso già come un back to the future più che zemeckisiano, verso la Black Athena.  

Pier Paolo Pasolini. Appunti per un'Orestiade africana
Ci si occupa infatti questa volta, nel saggio di Caminati, del rapporto tra Pier Paolo Pasolini (che cavalca verso l'orrore sadiano di Salò e del nazismo non estirpato riattraversando la storia euro-asiatica del movimento erotico di liberazione dei corpi, dall'islam a Geoffrey Chaucer a Boccaccio) e gli artisti visuali più avanzati a lui contemporanei. L'arte realista, che troneggia ancora sul pensiero unico dei partiti comunisti ufficiali, viene intepretata, con Brecht e Ernst Bloch, e contro Lukacs "come un'arte che si sforza di sfruttare le reali fessure nelle interrelazioni superficiali e di scoprire cosa c'è di nuovo nelle loro crepe", insomma il realismo deve mostrare la discontinuità, non la tipicità, del mondo. Il realismo socialista zdanoviano, poi, è un vero mostro. Cosa ne sanno in Russia di Rinascimento? Sono fermi all'icona, come scrisse John Berger.

Pier Paolo Pasolini Appunti per un'Orestiade africana
In particolare lo stile visivo neo-primitivista (bianco e nero, cinepresa a spalla, uso continuato della panoramica documentaristica 'sporca', forma libera, frammentazione, voce off asincronica, scollegamento tra immagine e suono, tensione da street art...) dei diretti interventi antropologici-rivoluzionari di Pasolini sul Terzo Mondo, Appunti per un film sull'India, Appunti per un'Oresteade africana (1969-1970), lo collegano alla pratica anti-establishment e di resistenza alla modernità di Pino Pascali e degli esponenti dell'arte povera che"miravano esplicitamente a creare una rottura con la mercificazione dell'eternamente nuovo, donando superiorità a una materialità spoglia, con un'enfasi sull'impiego di materiali arcaici, naturali ed autentici". Tela di sacco, terra, acqua, ferro, stoffa bruciata, carta, specchio. Ovvero Fontana, Burri, Palladino, Pistoletto....Pensiamo a Piero Tosi e ai suoi costumi arcaico-futuristi in Medea....

Pier Paolo Pasolini. Appunti per un'Orestiade africana
Non solo si mette in discussione, in antrambi i casi, lo status culturale dell'autore, demistificando l'autonomia del 'regno dell'arte' e cercando di incorporare lo spettatore nello spazio dell'opera d'arte, in un work in progress che dà il finish alla ricezione, che sperabilmente vada in direzione della vita da cambiare più che in quella del palcoscenico o dello schermo superalienante (cfr. La verifica incerta di Grifi e Baruchello), ma ci traghetta verso a una altra concezione estetica, che Nicolas Bourriaud chiamerà 'estetica relazionale'.

Pier Paolo Pasolini e la camera in spalla
Dove ciò che conta non è l'essenza dell'arte, ma una nuova relazione dell'oggetto d'arte con lo spettatore, nella quale il significato dell'opera esiste, in forma di investimento epistemologico condiviso 'in' e 'intorno' all'opera, sul piano dei partecipanti all'evento in cerca di vita 'nova'. Lo spettatore soggetto attivo è quello fabbricato dall'happening, evento nel quale l'oggetto d'arte disperde la sua reale sostanza.  Non è un caso che in Medea (1969) Pasolini lavorerà con Julian Beck del Living Theatre e con Carmelo Bene che nella sua pratica sperimentale sta mettendo in discussione tutti gli elementi dello spettacolo borghese (testo determinato e fisso, interpretazione del testo, recitazione espressiva, autore, arte, regia...). A Pasolini il cinema di Andy Warhol e di Stan Brakhage non piaceva affatto. Però si chiede, in Empirismo eretico, se la strada del cinema di poesia-poesia non sia proprio quello. E commenta: "ma che orrore!" Immaginandosi che in futuro "la poesia del cinema non potrà che essere espressionista, macro-pop, deformante, gigantesca, angosciosa, allucinogena". L'irrealtà diventerà la super-star sensazionale che appiattirà il paese e il mondo occidentale portandolo a una irreversibile 'mutazione antropologica'. 

La tomba di Adriano Spatola
La sua concezione del cinema come "lingua scritta della realtà", nel senso che ciò che accade nella vita viene inciso sulla celluloide, però non si distacca molto dal non cinema warholiano e brakhagiano, anche se nel primo la star è tutto (Empire State Building compreso) e nel secondo non è tutto (ci sono anche i cani e gli uomini). "Il mondo rappresentato - e qui Caminati cita Pasolini - la natura, è già artificio, cultura, spettacolo. Non esiste più nulla di elementare, primario, ogni cosa rimanda a un codice preesistente. La realtà si atteggia a arte, meglio è già arte. Vivendo dunque noi ci rappresentiamo e assistiamo alla rappresentazione altrui. La realtà del mondo umano non è che questa rappresentazione doppia, in cui siamo attori e insieme spettatori: un gigantesco happening, se vogliamo". Anche, e forse di più, nell'Accra di N'Krumah. Conta poco il fatto che Warhol adori i nuovi mass media e Pasolini li aborra. Che il loro 'fronte di resistenza' sia agli antipodi, il passato agricolo e sub proletario, un sentimento religioso primitivo, il terzo mondo come alterità geografica, per l'uno, come per l'altro la metropoli, la pubblicità, il consumismo, il glamour, la sedia elettrica, il crash d'auto sanguinante, la pornografia e soprattutto la sensibilità camp che rovescia tutti i valori. La produzione di irrealtà può essere criticata anche attraversandone la 'primitività', in modo maschio o femmineo o transgender è lo stesso. Sono tattiche differenti. Warhol preferisce la lunga marcia seduttiva dentro le istituzioni della società dello spettacolo per mostrarne gli orrori. Pasolini è per una terapia d'urto 'esterna'.

Gunther Brus fa riemergere il rimosso nazismo in Austria
Colpisce infatti il collegamento diretto, subliminale ma intenso, ben evidenziati dall'autore nel saggio, ma generalmente poco tracciato, con gli Azionisti viennesi e con i loro sconvolgenti, radicali (e limitrofi a quelli pasoliniani) happening corporei sadomasochisti, sanguigni, gore e splatter, capaci di tracciare nuove mappe del futuro. Riti orgiastici simbolo del caos creativo...Il grand guignol è sempre stato tenuto alla larga dal nostro establishment culturale, perfino da quello estremista e sovversivo....

Performance di Rudolf Schwarzkogler
Le radiografie viventi del sessismo e della sessuofobia dilagante, allestite nelle piazze o nei cinema a luci rosse da Valie Export; le contro-messe rosse di Otto Mühl; i riti preistorici e precristiani di Hermann Nitsch che indicava nel paganesimo e nell'ellenismo radici di cui riappropriarsi; i bendaggi faraonici di Rudolf Schwarzkogler, il Sun Ra della nostra Europa bianca...E Günter Brus che gironzolava in pieno centro nella capitale austriaca come una scultura vivente materica e selvaggia, uscita da un horror di Eli Roth, spaccata in due da una linea che lo trasformava nel Visconte dimezzato, di qua tutto il Male (di un'Austria ancora nazista e ipocrita nel profondo, che riciclava addirittura un suo ex gerarca qualunque delle SS nel Segretario Generale dell'Onu Kurt Waldheim), di qua tutto il Bene nelle moltitudini di un paese in rivolta che reagiva con movimenti di piazza poderosi al ritorno del Moloch. Riti sacri(ficali) e quasi di autoimmolazione che in qualche modo esauriscono in un solo corpo d'artista la violenza che potrebbe scatenarsi nell'intero tessuto sociale. Anche Pasolini ci provò. Ma gli azionisti, che si scarnificarono prima dei punk, riuscirono a bloccare o deviare la lotta armata suicida. Niente Baader-Meinhof a Vienna. Insegnarono il grande sì alla vita. Altro che Moloch. Fu un trauma salutare per l'immaginario sessantottino in tumulto austriaco. 

Otto Muehl, "Astronauta"
Ma nel libro di Caminati si sfiorano solamente i rapporti, molto più conflittuali, di Pasolini con una parte, quella anti primitivista, di arte post-figurativa militante, pur vitalissima in Italia in quel frangente storico, e quasi egemonica a livello mondiale (basta ricordare le opere concettuali di Piero Manzoni, Mario Schifano, Enrico Castellani, Tano Festa, Franco Angeli, Giulio Paolini, Maurizio Mochetti, Giuseppe Uncini, Francesco Lo Savio, Sergio Lombardo, il gruppo N, il gruppo T, Enzo Mari.....). Fu guerra mondiale contro i monocromi and C. Proprio come era stata guerra mondiale quella contro il neorealismo. Una recensione negativissima del New York Times bloccò la lunga serie di esposizioni di arte italiana prevista ovunque, da Cicago a Los Angels.

Piero Manzoni e la linea più lunga del mondo
Ci volle la bomba atomica del Pop americano prima, e del postmoderno poi, per distruggerne i virali effetti devastanti, comportamentistici e intellettuali, dei nostri artisti concettuali. I media americani si occuparono di massacrarli criticamente. E sparirono dal grande business dell'Arte. E Pasolini può vantarsi di essersi involontariamente alleato con i suoi più acerrimi nemici modernisti, dell'Usis, per esempio, gli istituti culturali post-maccartisti che curavano l'invasione planetaria dell'arte nordamericana durante la guerra fredda. In fondo le opere della Pop Art e prima ancora dell'action painting o gli scritti della Beat Generation non sono più oggetti estetici del primo tipo. Siamo nell'estetica relazionale anche qui. Spesso nell'happening (o nel suo equivalente, la jam session jazz dell'era be-bop). Calvino direbbe che all'artista americano è permesso un ampio margine di resistenza, ma non la conquista dell' "immagine". Rabbia e urlo, sì. Antitesi no. E l'immagine è l'antitesi. Ciò che combatte il visuale omogeno.    

Nanni Balestrini
Un rapporto più che ostile che mise in scena una polemica non secondaria nel più generale combattimento all'ultimo sangue che una parte del Pci - che da Alicata ad Antonello Trombatori, da Berlinguer a Walter Veltroni si mosse piuttosto omogenamente, e male, sul terreno culturale, da cannibalizzare e strumentalizzare) ingaggiò contro gli esponenti più indomabili dell'arte di ricerca, in una sorta di regolamento estetico dei conti del gruppo dirigente (storico e novissimo) contro ogni tipo di comportamento sovversivo, tipico dell'estremismo di sinistra, individualista e inguaribilmente borghese: da Vittorini in poi, dal Politecnico all'Attico, la galleria d'arte foindata a Roma, in piazza di Spagna nel 1957 da Fabio Sargentini, "chi esalta le avanguardia, il formalismo e l'arte decadente è lontano dal popolo, ed è alla continua e mercantile ricerca del nuovo e fomenta il ribellismo individualista degli intellettuali che minano la saldezza del Partito comunista".
Gunther Brus

La Pravda dell'epoca, organo ufficiale del partito comunista sovietico, depositario unico della verità rivoluzionaria, anche se a sovranità limitata, definiva il Gruppo 63, che aveva ben poche simpatie per il troppo poco lavorato realismo soprattutto socialista e che comprendeva nelle sue file non pochi critici e artisti di alto livello, ancora iscritti al Pci, come Elio Pagliarani e Edoardo Sanguineti, 'la tipica interfaccia culturale borghese del neocapitalismo'.

Tecnocrati affamati di potere accademico e non solo, che traghettavano nell'arte e nella cultura, acriticamente, le tecniche combinatorie e  sperimentali che il neocapitalismo stava applicando in fabbrica e nella società per massimizzare sfruttamento e profitti trasformando la produzione artistica in un gioco già robotico, in 'merci prodotte elettronicamente a mezzo merci'. 

Piero Manzoni. Fiato d'artista
In realtà le neoavanguardie italiane che ci interessano di più oggi sono proprio quelle che fanno la critica al neo-primitivismo delle avanguardie storiche e neo. Si critica l'informale come un ritorno al coas primordiale o come regressione biologica ai primati, antenati della specie. Gli happening come nuovi riti orgiastici, simbolo del caos creativo; il surrealismo come espressione spontaneista dei processi primari; la metafisica come abolizione secca del tempo storico; il dadaismo come ripristino del regno disinteressato del caso al posto della tendenziosa intelligenza....

Sergio Lombardo
Sergio Lombardo, nella sua polemica continua contro il neo-primitivismo imperante, intrecciando arte e scienza combatte i mercanti e i critici d'arte che tendono a ridurre l'arte all'interno di piccole sette, basandosi ancora sulla inspiegabilità della comunicazione estetica condotta ancora secondi un rituale misterioso e alchemico... Invece di chiarire la mappa geografica di un avvicinamento progressivo tra arte e tecnologia: arte cinetica, strutture primarie, minimali, l'uso suggestivo-contemplativo dei test (Huebler, On Kawara...), dei vari linguaggi o simbologie scientifiche (concettualismo, Kosuth, Atkinson, Baldwin), dei vari metodi scientifici di analisi: dall'inchiesta (Huebler, Baldessari, etc), alle misurazioni sia formali che strutturali (Bochner, Sandback, LeWitt), alle prestazioni fisiche (Body Art)....Fondamentale a questo proposito il suo saggio su Piero Manzoni che, in polemica con chi lo ha ormai eletto a nume della trasgressività, della creatività e dell'espressività, per esempio gli assessori alla cultura, Gianni Borgna compreso, chiarisce l'importanza del suo metodo scientifico. Fu un artista non creativo. Non espressivo. Non trasgressivo. Non ludico. Utilizzando fiato d'artista, sangue d'artista, merda d'artista, musica per cuore e fiato (suoi), e ciò che di meno espressivo esiste, la linea. Dovremmo attenerci a questi 5 principi estetici fondamentali di Manzoni se non vogliamo cadere preda del cinema paccottiglia spacciato via via per trasgressivo ludico espressivo creativo (Kachiche, Lars von Trier, Sorrentino...). 
Il primo principio è quello della spontaneità. Valorizzare i comportamenti umani spontanei in quanto involontari, utomatici, incontrollabili, irripetibili, imprevedibili e soprattutto non simulabili: vientando ogni possibile 'finzione di spontaneità' o atteggiamento spontaneisico.
Secondo primncipio, o principio dell'interattività: stimolare l'espressione dello spettatore (interpretazioni proiettive, spaesamento) vientando ogni espressione dei contenuti personali dell'artista (astinenza espressiva). 
Terzo principio o principio dell'eventualità: inventare oggetti-stimolo capaci di provocare lo spettatore sul piano della realtà (evento), vietando la rappresentazione fittizia di mondi virtuali (finzione artistica, rappresentazione illusionistica, stimolazione prospettica). 
Quarto principio o principio della strutturalità: vincolare la forma dell'oggetto stimoloalla più semplice regola generativa in grado di garantirne la massima funzionalità estetica (struttura), vietando la libertà compositiva dell'artista (composizione lirica).
Quinto principio o principio di minimalità: nella produzione dell'oggetto stimolo  scegliere sempre la via più breve e più semplice (minimalismo), vietando l'uso di scelte arbitrarie, ispirate o poetiche (creatività, liricità).

 

mercoledì 11 dicembre 2013

Ancona capitale del cinema breve. Corto Dorico X



Corto Dorico (9-14 dicembre), anno dieci, è un festival del cinema breve (tra i più importanti d'Italia) che si svolge a Ancona, al Teatro Sperimentale, ed è organizzato (con il contributo di enti locali e sponsor privati) dall’associazione Nie Wiem, espressione polacca per dire ‘non so’, perché l’esplorazione, il dubbio, la ricerca dello sconosciuto sono le idee forza di questa manifestazione e anche di una rivista, Argo, che ha appena pubblicato il fascicolo monografico n.18, titolo H2O, dedicato all’acqua, bene comune messo a rischio da privatizzazioni e avvelenamenti (con saggi di filosofi, poeti, ecologisti, fotografi, scienziati e artisti e con scritti, tra gli altri, di Erri De Luca, e Ugo Mattei e immagini di Carlos Solito).

Maurizio Nichetti
Proiezioni il 13 e 14. 15 i film in concorso (2000 euro in palio, più premi minori), otto nella sezione a tema libero e sette a tematica sociale. Simone Massi, uno dei nostri cartoonist più raffinati e apprezzati ha disegnato il manifesto del 2013. La giurie è composta dal regista Maurizio Nichetti, dall’attrice Elena Radonicich e dallo scenografo Giancarlo Basili; la giuria stampa da Andrea Chimento (IlSole-24ore), Giulio Sangiorgi (Film Tv e Gli Spietati) e Mariuccia Ciotta

Daniele Gaglianone
Supporter speciali del festiva, ‘numi dorici’, Daniele Ciprì, Toni Servillo e Steve della Casa.
Gli 8 corti a tema libero in finale sono Cloro di Laura Plebani; Ehi muso giallo di Pierluca Di Pasquale, Un uccello molto serio di Lorenza Indovina, 37°4S di Adriano Valerio, Anna di Diego Scano e Luca Zambolin, Silvio. Here I am di Mattia Coletti e Carlo Migotto, Ce l'hai un minuto? di Alessandro Bardani, La legge di Jennifer di Alessandro Capitani.

Giancarlo Basili
I 7 corti finalisti a tema sociale: Settanta di Pippo Mezzapesa, Prendere i cinghiali con le mani di Corrado Ceron, Matilde di Vito Palmieri, A passo d’uomo di Giovanni Aloi, Try and see di Giacomo Pecci, Dreaming apecar di Dario Leone, More than two hours di Ali Asgari.

Elena Rodonicich
Lunedì 9 dicembre, ore 21.15 al Cinema Italia, A Mao e a Luva. Storia di un trafficante di libri il documentario di Roberto Orazi sul potere della lettura nella favela brasiliana di Recife (in concorso al Festival di Roma 2010).

Mercoledì 11 master class in regia di Daniele Gaglianone che incontra gli studenti dei Licei cittadini e, alle 20.45, la proiezione di La mia classe (2013), con Valerio Mastrandrea, al Multisala Goldoni. Il festival di Annecy ha assegnato a Gaglianone il Premio Sergio Leone 2011 per l’opera omnia. 

Giovedì 12, ore 18, il cinema in libreria, alla Feltrinelli di corso Garibaldi, dove i critici cinematografici Mariuccia Ciotta e Roberto Silvestri (quest’ultimo già ospite, come giurato, a Corto Dorico 2011) presentano Il film del Secolo, la storia del cinema intrecciata, inebriata e intralciata dalla Storia e dalla politica, di cui sono autori insieme a Rossana Rossanda. 

Venerdì 13, omaggio a Maurizio Nichetti con Stefano Quantestorie (1993), alla presenza del regista-attore (ore 18, Teatro Sperimentale): un film comico e dissacrante, tra cartoon e realismo poetico, con sfumature malinconiche sui possibili (ma ormai mancati) destini del protagonista.  Alle 21, seguono proiezioni e premiazioni dei corti finalisti a tema libero.

Sabato 14, omaggio a Giancarlo Basili con Anni Felici (2013) di Daniele Lucchetti, alla presenza dello scenografo marchigiano che ha creato gli ambiente per una rilettura “solare e trasversale” degli anni Settanta (ore 18, Teatro Sperimentale).
Alle ore 21, proiezioni e premiazioni dei corti finalisti a tema sociale.
Ore 24 al MaVie di via Pizzecolli 3, “10 Years Party” per chiudere il festival e festeggiare il doppio compleanno di Corto Dorico e dell’associazione Nie Wiem. L’ingresso è libero, il brindisi offerto.

mercoledì 4 dicembre 2013

Questa sera su Raitre alle 23.20. "Con il fiato sospeso", l'eco-horror di Costanza Quatriglio










Anna Balestrieri in "Con il fiato sospeso"


La ricerca in Italia non solo non è aiutata, ma è addirittura condannata a morte. Dopo la prima alla "Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia" (fuori concorso) "Con il fiato sospeso" il mediometraggio di Costanza Quatriglio, con Alba Rorhwacher, sarà trasmesso su Rai Tre questa sera, martedì 7 gennaio, alle 23.20. E' vero, l'orario è incongruo. Sono ancora intossicati dall'Auditel i programmisti Rai. Ma si vogliono disintossicare. Perché il film proprio di inquinamento e crimini ambientali, chimici e farmaceutici tratta.


Nel dicembre 2008 la magistratura ordinò la chiusura dei laboratori di chimica alla facoltà di farmacia dell'università di Catania, dopo il ritrovamento del memoriale del dottorando Emanuele Patané, morto di tumore al polmone nel 2003. Nel diario il ventinovenne denunciava, tra l'altro, le condizioni insalubri dei locali, non idonei alla ricerca scientifica.


Un processo tuttora in atto vede imputati i vertici della facoltà per inquinamento e discarica non autorizzata. Vincitore del premio "Gillo Pontecorvo - Arcobaleno Latino", il film è il frutto di una lunga documentazione che mette in luce l'obsolescenza di strutture preposte alla ricerca oltre all'amara constatazione della ricattabilità in cui spesso vivono gli studenti universitari.











Mariuccia Ciotta

Scie verdastre fuori fuoco, geroglifico di filamenti, liquame cangiante che invade lo schermo, Con il fiato sospeso entra nella “bolla” infetta di un film di fantascienza, quel genere sui mostri cresciuti nei fiumi inquinati dall'industria farmaceutica. Ma i 35' di Costanza Quatriglio (L'isola, il mondo addosso, Terramatta) non parlano dei piranha mutanti di Joe Dante né degli esperimenti del Dottor Moreau, lo schermo si corrode nell'acido di immagini uscite dalla realtà, la storia di Emanuele Patanè, giovane dottorando alla facoltà di farmacia, università di Catania, morto di cancro ai polmoni nel 2003, contaminato dai vapori tossici del laboratorio. 
 
Quatriglio vede attraverso il vetrino del microscopio, filtra i fotogrammi negli alambicchi e nelle fiale - effetto acquario con i volti distorti degli studenti - e punta l'obiettivo sul primissimo piano di Alba Rohrwacher, quasi una sensitiva in collegamento con l'aldilà. I suoi occhi ci guardano oltre la cortina dell'obiettivo e producono la vertigine del cinema preso in flagranza di realtà. 
 
Alba Rohrwacher
 
La regista, che viene dal corto e dal documentario, maneggia bene i fuori-formato e fa entrare in collisione materiali eterogenei, schegge di concerti, flash di esterni vuoti e malinconici, vere fotografie di Emanuele in ospedale, intubato, ripreso dal padre che non può credere alla fine. 
 
Rohrwacher nella parte di Stella, studentessa aspirante farmacista, è stupefacente nel racconto spezzato di una living dead, sopravvissuta alle esalazioni venefiche del laboratorio di chimica, testimone e interprete delle memorie di Emanuele che scrisse un diario sulla sua malattia.
Incursioni di qua e di là del confine tra documentario e narrazione, Con il fiato sospeso è un poemetto accompagnato dalle note punk-romantic-blues dei Black eye dog suonate e cantate da Anna (Balestrieri), amica di Stella (abitano insieme), esponente del Mundo Civilizado di Luca Guadagnino, docu-film sulla scena musicale di Catania. La musica piena di suspense di Paolo Buonvino fa da doppia pista sonora. 
Costanza Quatriglio e Alba Rohrwacher
 
Stella si addormenta con la faccia e la gola in fiamme dopo una giornata in laboratorio e ascolta Stella dal ciuffo color granoturco esercitarsi con la sua band. Due strade divergenti, lei crede nell'università, nei professori che garantiscono la non nocività dei fumi alchemici, l'altra invece è fuggita dalle istituzioni e ha scelto i suoni indie.
La voce off di Michele Riondino corre parallela alla “confessione” di Stella, ai suoi flash visivi di gorghi liquidi versati nel lavandino senza precauzione, e che arriveranno ad avvelenare le falde acquifere. 

Anna Balestrieri
Nel 2008 sono stati posti i sigilli al laboratorio di Catania e i vertici della facoltà messi sotto processo (ancora in corso) per discarica abusiva e inquinamento ambientale. Il memoriale di Emanuele ha fatto da detonatore, e a lui il film è dedicato, ma non solo, altri studenti sono morti, contagiati da amianto, mercurio, zinco mentre sognavano di contribuire alla ricerca medica.
Tutto scritto nei lineamenti di Alba Rohrwacher, Con il fiato sospeso, applaudito alla Mostra di Venezia, si espande in un mondo onirico, trasparenze ultraterrene, dove lo spettro di Dickens indica i colpevoli, e le vie di fuga.

Il film è stato proiettato al cinema Ambra della Garbatella di Roma il 4 dicembre nel corso di Arcipelago del cinema italiano, fuori concorso, alla presenza della regista. 
"Con il fiato sospeso" alla Mostra del cinema di Venezia 2013
 

lunedì 2 dicembre 2013

"Venere in pelliccia", il gioco perverso di Roman Polanski

manifesto del film
Mariuccia Ciotta


L'estasi nel martirio del concedersi schiavo, godimento estremo fino all'umiliazione e alla morte, Venus im Pelz dell'austriaco Leopold von Sacher-Masoch si trasforma nel divertissement all'acido di Venere in pelliccia (Venus à la fourrure) diretto da Roman Polanski, sui nostri schermi proveniente da Cannes e ispirato all'adattamento teatrale di David Ives, co-sceneggiatore del film.

Wanda von Dunajew, la perversa complice di Severin, il “masochista” del romanzo, si materializza nella voluttuosa Emmanuelle Seigner, attrice e moglie del regista, primadonna in un film a due voci, lei e Mathieu Amalric nelle vesti di Thomas, regista teatrale dalle ambizioni sproporzionate al suo calibro, un po' ridicolo e molto frustrato.
Emmanuelle Seigner in "Venere in pelliccia"

La dimensione erotica originale si infrange subito, dichiaratamente, fin dall'ingresso in scena di Vanda non più Wanda - quella della Venere allo specchio di Tiziano, ispiratrice di von Sacher-Masoch - ragazzona in guepière, fradicia di pioggia, fuori il temporale tuona, arrivata in ritardo ai provini. L'abbigliamento da avanspettacolo contrasta con la pièce, e Thomas la guarda disgustato, Vanda dimostra ignoranza abissale, è l'ennesima attricetta da quattro soldi sfilata sul palco per tutta l'esasperante giornata del regista. Chi può interpretare la femme fatale ottocentesca tra le squinzie ruminanti chewing gum?
Polanski, lui sì perverso, si attrezza a manipolare la materia grezza della post-modernità e a estrarre oro dalle rape in un crescendo di capovolgimenti inattesi. La sua Vanda perde man mano consistenza umana, diventa l'Ava Gardner di Il bacio di Venere, la statua vivente di Kurt Weill trasferita sullo schermo da William A. Seiter ('48).

Emmanuelle Seigner e Mathieu Amalric
Gioco di smontaggio e rimontaggio del cinema, ancora una volta, dopo Carnage, sezionato nello spazio chiuso delle quinte, il film si inoltra nel luogo rarefatto dell'immaginazione. Vanda non esiste, il suo nome non figura nell'elenco dei provini, è venuta dal nulla, fantasma del regista. E, calata nella parte, l'improbabile aspirante recita alla perfezione le battute della pièce con un'altra voce, morbida tanto l'altra era urticante, diventa sceneggiatore e regista, corregge lo sgomento Thomas, modifica l'arredamento di scena, controlla le luci, comanda. Impugna la frustra virtuale e punisce l'ometto incapace - i registi senza memoria, arroganti e dal budget milionario – in un aggiornamento dello schiavo amoroso.
Thomas cadrà ai piedi non tanto della donna ma di Polanski, che smaterializza sempre più la sua Emmanuelle, trasfigurata in un'apparizione onirica, attraversata da lampi elettrici, Baccante e vendicatrice, musa crudele e poi di nuovo Vanda in un'intermittenza vertiginosa di ruoli. 
Emmanuelle Seigner in "Venere in pelliccia"
 

Di lato, c'è anche lo sbeffeggiar di genere, maschio/femmina seduttivi secondo copione, l'attrice polposa che vuole la parte a tutti i costi e il regista che non resiste mentre la moglie lo chiama al cellulare. Spazzatura che Polanski mette in bella vista per esasperare l'effetto del tocco magico di un cinema mai servo dello spettacolo.
Così torna lo spirito di Wanda von Dunajew iniettato nella pietosa disoccupata con la giarrettiera che si muta in Salomé danzante nei sette veli a pretendere la testa dei tanti Thomas. 
Roman Polanski

 




domenica 1 dicembre 2013

Touki Bouki 2. Mille Soleils di Mati Diop, la nipote (davvero) di Djibril

Magaye Niang in Mille Soleis


 di Roberto Silvestri

Mati Diop, cineasta senegalese
I cineasti figli di papà. Le dinastie di registi occidentali. Non ci sono solo i Gassman e i Tognazzi, gli Steno e le Sofie Coppola, i Thomas Harlan e Samantha A. Fuller. Anche l'Africa ha le sue dinastie di cine-griot viaggianti. Anche il Senegal. 

Un album di Wasi Diop
Il compositore Wasi Diop che fa molta musica da film ha una figlia filmaker che è nipote del suo illustre fratello, morto prematuramente. Lei si chiama Mati Diop e ha 31 anni. E' anche attrice emergente (per Claire Denis e Antonio Campos)  e direttore della fotografia. E ha prodotto in Francia alcuni corti e medi prima di questo Mille Soleils di 45' che ha avuto molto successo al festival di Marsiglia (è il luogo della anteprima mondiale non è casuale) e al recente festival di Torino, dove è stato proiettato nella sezione Tff Doc. 

Stephanie Biddle, star in Karmen di Joseph Gaye Ramaka
Già dal titolo si capisce che questo lavoro è dedicato con amore allo zio, all'autore di La piccola venditrice del Soleil - il Soleil è il quotidiano più diffuso a Dakar - allo zio Djibril Diop Mambety, famoso anche per Hyènes, da Durrenmatt, per come riuscì a ottenerne i diritti, e per aver interpretato in Italia svariati western spaghetti.  

L'idea di partenza del film nasce però dal capolavoro di Djibril, il suo esordio nel lungometraggio dopo i corti Contras City e Badou Boy del 1968-1969, Touki Bouki, il film più sperimentale della storia africana, che, secondo il padre di Mati contiene anche la storia profonda di tutta la famiglia, radici comprese. 

Magaye Niang e Myriam Niang in Touki Bouki (1973) di Djibril Diop Mambety
E parte il film, fiction e non fiction, perché anche Freud fantasticava prendendo appunti, raccontato in prima persona singolare femminile come insegnano a fare nelle scuole di cinema più avanzate (e lei viene dalla rinomata Fresnoy).

Una proiezione notturna proprio di Touki Bouki-Il viaggio della jena, in uno slargo di Dakar. L'anno scorso. A destra e a sinistra sfilano le automobili. In mezzo qualche sedia e uno schermo arrangiato. C'è molto pubblico, anche bambini e ragazzi. Ma perché in piazza? Non ci sono cinema a Dakar? Uno d'essai ce n'era...Quello fondato dal cineasta senegalese Joseph Gaye Ramaka. Non saranno mica riusciti a incendiarlo davvero i fondamentalisti islamisti furiosamente ostili al suo Karmen, una versione afro davvero troppo libertaria e sensualmente possente della Carmen di Bizet! 

Mati Diop
Comunque, parentesi a parte, aspettando la fine della proiezione per incontrare e festeggiare un attore del film, il protagonista maschile Magaye Niang, e chi ne curò la colonna sonora, la super star Wasis Diop, fratello di Djibril e suo braccio destro musicale, il pubblico è folto, interessato, plaudente e divertito. 

Myriam Niang in moto
Magaye Niang è arrivato fin lì e non senza difficoltà. Abita all'altro capo della città. Vive solo. Di lavoro fa di nuovo il pastore. Ha una bella mandria di zebù dalle lunghe corna che attraversano disinvoltamente la tangenziale. Stivaloni e cappello da cowboy. Sembra Richard Boone, per la grinta. O Eli Wallach. A fine lavoro si mette in marcia. 

Ecco chi ha rubato la moto di Mory. Mille soleils
Ma entrano nel film come fosse un incubo antiche scene cruente e gore di mattatoio, quasi provenienti da quell'altro film più celebre... Il tassista, però, chiede troppi soldi. Magaye deve anche andare a piedi. Poi incontra i vecchi amici, un po' di racconti e aneddoti, di discussioni politiche accese (il Senegal vive una crisi sociale e economica non da niente), una bella bevuta in un retro bar pieno di uccelletti fastidiosi... 

Mille Soleis
Insomma Magaye arriva solo alla fine della proiezione. Dice ai ragazzini, "sapete che sono io il protagonista del film che state vedendo?" E loro ridacchiano e lo prendono in giro: "Ma questo è un bel ragazzo e tu sei un vecchio con la barba!" Poi però Wasis Diop lo presenta. E' vero. Era lui. E lui racconta, quaranta anni dopo, quell'esperienza assai poco fiction. C'era la sua vita, la sua storia lì dentro. Tanto che gli viene voglia di chiamare Myriam al telefono, pochi minuti perché costa un'occhio, la donna che ha amato ma che ha lasciato partire. E che adesso vive in America, dopo una parentesi francese che l'ossessiva ripetizione di un hit di Josephine Baker rendeva obbligatoria. La commozione i due riescono a metterla fuori campo. Ma non è meno dolorosa. 

Touki Bouki, il piano è riuscito. Si parte!
Ma. Che cos'era Touki Bouki-Il viaggio della jena? Cosa aveva di speciale. Era un film a soggetto, ma libero di fraseggio, a colori, lungo 85', girato nel 1973 dall'enfant prodige del cinema senegalese, l'altissimo e bellissimo nobile wolof in stato d'allarme Djibil Diop Mambety, e proiettato a Dakar per la prima volta, ma per soli 4 giorni, nel 1975. Suscitando entusiasmo tra i giovani, ma anche strepiti e clamori tra i conservatori. Eppure era stata una prima scelta della Quinzaine di Cannes e aveva vinto un premio al Festival di Mosca. 

Touki Bouki
Cosa scandalizzava? Lo stile spezzettato. Quella sintassi che lo spettatore deve reinventare mettendo insieme come fosse un puzzle scene di documentaristica flagranza (le donne che cucinano e lavano i piatti, i poliziotti e i postini stancamente al lavoro, la vita nei quartieri poverissimi) con flash onirici e surreali, imperfezioni tecnichi e  metafore politiche, romanticismi e sesso sugli scogli alla Russ Meyer o Desiré Ecare, fluidità di racconto e improvvisi detour ellittici...Il dramma e l'ironia spinta fino al sarcasmo e alla satira. Insomma. Il racconto di un griot, che è insieme fiaba e saggio critico, carezza sensuale e Brecht, urlo e sentimenti delicati. Una storia d'amore fino all'ultimo respiro. Godard c'entra. Da Marsiglia arrivava Jean Paul Belmondo, il ladro charmant che casualmente uccide un poliziotto, fugge con Jean Seberg ma si dovrà separare da lei, quandò resterà stecchito sul selciato, al termine di A bout de soufle.

Magaye Niang oggi
Si raccontava infatti di due ragazzi anticonformisti e dotati di notevole capacità profetica, l'ex pastore Mory e la scatenata studentessa Anta (Myriam Niang), che nella prima del film - o è una mia allucinazione? - vediamo guidare la motocicletta gigantesca di Mory, con le corna di zabù sul manubrio - decidono di partire per Parigi perché in Senegal non c'è prospettiva di lavoro e di crescita.

Magaye Niang
Un mondo è finito ma un altro mondo non si è in grado di costruire. A Mory rubano la moto. I soldi non ci sono. Si cercano. Si trovano. Furti e truffe metropolitani, l'ultima ai danni di un ricchissimo omosessuale che si porta Mory nella camera di un hotel di lusso. Alla fine lei, elegantissima come Bette Davis parte, su un piroscafo da favola, inseparabile baule dietro, diretta a Marsiglia, che sembra proprio quello di Irving Rapper in Perdutamente tua, altre che barcacce improbabili. Ma lui resta. Forse non è riuscito del tutto a tagliare i ponti con il suo passato. Forse deve cercare la moto (non la troverà più). Forse vuole fare il pastore e portare l'America a Dakar, invece che inseguirla vanamente.

Mati Diop
Niente di speciale? Raccontato a parole un film non vuol dire molto. Bisogna vederlo raccontarsi. E se lo vedete, Touki Bouki, vi renderete conto perché questo film, all'epoca come oggi, fa lo stesso effetto bomba dei saggi-film di Godard, e non solo sotto e sopra il Sahara.Il cinema africano nacque in ritardo (tra gli anni 50 e 60), naturalistico e didattico. Troppi cittadini resi analfabeti dal colonialismo. Bisognava recuperare raccontando i fondamentali (storia, etica, politica, religione, modernità contro tradizione, rapporto uomo donna...) in immagini. Era la generazione dei padri. Sembene Ousmane, per esempio, visto che siamo in Senegal. 

Mati Diop
Ma Djibril apre una seconda fase del cinema africano. Che si svoncola dal colonialismo e dal neocolonialismo anche nelle forme. Yuossou 'Ndur e Manu Dibango sono altro dal rock e dal pop. Ritmi e metafore sono differenti, non meno seducenti. Così Djibril lascia il testimone alla nipote Mati. Ne vedremo di magie, scientificamente impostate, prossimamente.