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sabato 23 gennaio 2016

Festa per il compleanno del caro amico Eugenio Barba. Un grande film di Jacopo Quadri e Davide Barletti





Roberto Silvestri

Non aprite quella porta: c'è del marcio in Danimarca? No, apriamola. Nessun pericolo. Ecco un viaggio cinematografico alternativo nel teatro radicale, che ci porta proprio dentro la Danimarca calvinista, capitale inquieta delle immagini interiori, da Carl Dreyer a Lars Von Trier, per trovare chi, tra essere e avere, non ha mai avuto dubbi. Ha scelto essere. Essere agente di soqquadro. Si può essere anche senza avere molto. Basta essere aperti al molto. Basta saper imparare ad imparare. Soprattutto dagli espulsi da tutte le Accademie. Da tutti coloro che preferiscono far teatro di ricerca integrale e biodinamica, a costo di non esordire mai.
Un viaggio, quasi un pellegrinaggio, dunque, fatto non per motivi turistici superficiali, ma per motivi altamente ludici nel cosdietto "terzo teatro". Il primo teatro è quello ufficiale, degli stabili e delle Accademie; il secondo è quello off, off off, che vuole diventare teatro ufficiale (magari nell'inconscio); il terzo è quello antropologico, che si fa non su ma con. Non per ma da, da... ù
Ma c'è il rischio di arrivare, facendo questo pellegrinaggio in Danimarca e di essere rispediti al mittente, come sta succedendo in questi giorni ai profughi siriani che arrivano al confine? Non proprio, ma... 
Almeno non per gli autori di questo film che ha Roma è uscito (sebbene in un due sale speciali, Apollo 11 e Kino) e altrove speriamo bene. E che rispetto alla prima veneziana (alle Giornate degli Autori di Venezia) è stato leggermente modificato e perfezionato nei dettagli minuti.
Il montatore e qui regista Jacopo Quadri e il cineasta indipendente, autonomo, off e salentino Davide Barletti, entrambi passaporto Ue, sono infatti andati a trovare il quasi ottantenne Eugenio Barba in occasione del cinquantenario di vita dell'Odin Teatret. Che è coeva delle ricerche di altra scena altri corpi altra drammaturgia altro rapporto con il pubblico altri testi altri costumi altre scene che lo accomuna al Living Theatre, al maestro di Barba, il polacco Jerzy Grotowski, a Luca Ronconi, a Meredith Monk, Carmelo Bene, a Barrault, Dario Fo, Beckett, Lecoq... appunto al teatro capovolto di 50 anni fa. 
L'Odin, macchina transartistica e transnazionale, è una istituzione anti istituzionale (anzi dal 1984 è stata ufficialmente riconosciuta da Copenhagen come "istituzione autonoma", ed è finanziata dagli stati norvegese e danese e dalle comunità locali, chissà se anche dalla Apulia Film Comission) della neo-avanguardia scenica, che è stato festeggiata una ventina di mesi fa (in estate) da circa 500 tra artisti, attori coreografi, musicisti, danzatori, pittori, scultori, fantasisti, filmmakers, critici, studiosi, vicini di casa, costruttori di palloni gonfiabili, di marionette burattini, e anche amici venuti da ogni parte del mondo (a loro spese e qualcuno non senza rischi, appunto) per realizzare uno di quegli scambi artistici (se io balinese canto e danzo tu keniano canti e danzi e tu danese pure, e tu brasiliano anche, così siamo pari) che hanno reso celebre la “teoria del baratto” messa a punto dal gruppo del drammaturgo e antropologo salentino (Gallipoli) che più detesta il mercato, le merci, lo spettacoli commerciale e il capitalismo, ma non gli aquiloni, i pupazzoni e i giochi di ogni tipo. 
Prima sorpresa, però. Il film non spiega molto accuratamente, come fosse un documentario della Bbc, che non vuole essere, i 50 anni di Barba-Odin, sue origini e conseguenze, chi sono i suoi collaboratori da sempre, il cerchio magico formato da Julia Varley, Jan Ferslev, Tage Larsen, Iben Nagel Rasmussen e Roberta Carreri si intuiscono, ma restano sullo sfondo, come ha fatto Barba a mescolare Piscator e Artaud, Brecht e Hjemslev, Bali e Eisenstein... ma regala solo brevi tocchi qui e là, foto, battute, ricordi, dichiarazioni di intenti, dialoghi fugaci... ma se chi vede appunta bene con la mente ricostruisce il panorama generale dell'impresa e dei suoi protagonisti, il collettivo di Odino (per la ricostruzione dettagliata delle cose si rimanda ai saggi Ubu Libri che Franco Quadri, padre di Jacopo, scrisse nel pieno dell'esplosiva insorgenza drammaturgica di Barba). Seconda sorpresa. La Danimarca reagisce bene a questo sovversivo dionisiaco del corpo e della mente liberati. Tersa sorpresa,   inaspettata. Scopriamo che Barba è ancora fisicamente molto in forma, muscolarmente sembra integro, il teatro fa bene alla salute, almeno da come maneggia la gigantesca troupe e i libri contabili proprio il nipote di"Elia Belvedere", il geniale factotum nordamericano degli anni 50 trumaniani eroe di spassosissimi film con Clifton Webb e serie tv. Ma nessuno si aspettava che maneggiasse così bene anche la sega elettrica per tagliare alberi (che, come Jodorowski non sembra amare troppo) come in un  horror splatter di Tobe Hooper si segano vergini teenager (uomini e donna) in fuga nella notte.  Teorizzatore ante litteram della contaminazione culturale (i pulcinella che fanno mangiare gli spaghetti alle danzatrici indonesiane snodabili è uno spettacolo nello spettacolo) Il paese dove gli alberi volano – Eugenio Barba e i giorni dell'Odin racconta proprio la fase organizzativa della grande festa all'aperto dell'estate 2014, con acrobati, pupazzi, danzatori classici, bande musicali, lottatori di capoeira, ragazzi venuti dalla Nairobi, artisti di ogni tipo, piccoli e grandi, diretti come se Barba fosse quel super direttore di orchestre jazz infinite, Butch Morris. Un regista dai tentacoli giganteschi, di comunicativa immediata, grande charme, precisione di fraseggio e dal corpo miracolosamente giovanile. Holstebro, la piccola cittadina danese dove l'Odin risiede da 48 anni, dopo i due iniziali a Oslo, reagisce con pudore e presenza calorosa alla grande festa. Sono tante per noi. Ma non per tutte. “Dove sono le persone? Qui sembra che non ci sia nessuno. Anche se è tutto magicamente pulitissimo” affermano gli ospiti keniani, i ragazzini delle periferie povere di Nairobi che sono dei ballerini pazzeschi e non mai sono stati in Occidente. Vuol dire che non vedono ricchezza nel nord, in Europa, nell'occidente. Ma povertà. La ricchezza è scambio umano continuo e ripetuto. La ricchezza è nell'Africa? Il divertimento solo lì? L'importante è essere, non avere. 
Scrive Barba: "Vivo in una strana fortezza isolata, che è una fortezza fatta di vento, che non ha mura. Le sue mura sono relazioni umane, sono gli attori, i collaboratori che vengono da diverse parti del mondo, alcuni perché hanno sentito parlare di noi, altri perché si trovavano per caso in Danimarca, sbattuti li dal vento della Storia. Questa fortezza si trova in una piccola città di nome Holstebro." Non è proprio fatta di vento, sembra una bellissima fattoria costruita muro su muro dal suo gruppo. Vi ricordate quando si diceva ia sessantottini che non sapevano essere che distruttivi e mai costruttivi? Ebbene, con l'aiuto del vento c'è chi ha reso il 68 costruttivissimo.