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lunedì 30 giugno 2014

"Wild Bill" Wellman, il ribelle di Hollywood. Riscoperto dal Cinema ritrovato di Bologna 2014



Roberto Silvestri

Il Cinema Ritrovato, festival svoltosi in questi giorni a Bologna, ha ricordato con una bellissima monografia incastonata nel suo fitto programma un grande regista Americano specializzato in thriller, western, noir, melodrammi, film di guerra e satire al vetriolo. William Augustus Wellman, sangue irlandese, gia’ ladro d’automobili, ex giocatore semiprofessionista di hockey su ghiaccio, ex pilota decorato di aerei da guerra, e poi dal 1923, grazie a Douglas Fairbanks, uno dei piu’ liberi, alcoolizzati e meno “classici” narratori della cosiddetta  Hollywood classica (quella degli anni 30, 40 e 50). Credo che sia l’unico cineaste a potersi vantare di essere stato cacciato da tutti i grandi Studi (tranne da Walt Disney) e di aver litigato con quasi tutte le star, a cominciare da Gregory Peck. Anche se Henry Fonda, John Wayne, Ida Lupino e Barbara Stanwyck sono stati tra i suoi migliori amici. “Wild Bill”, nomignolo di guerra, se lo portera’ ben stretto anche in tempo di pace. Un suo lontano antenato, Francis Lewis, era stato tra i firmatari della ‘dichiarazione di indipendenza’. E, tra gli indipendenti a Hollywood, Wellman e’ stato uno degli ultimi.
Il grande pubblico  italiano conosce il regista del Massachusetts soprattutto per l’aspro gangster-film Nemico pubblico, con James Cagney (1931); per la prima versione di E’ nata una stella, amara radiografia del mondo del cinema (1937) e per il western realista The Ox-Box Incident- Alba fatale che, nel 1943, accompagna l’inutile tentativo di Henry Fonda di opporsi a una triplice impiccagione sommaria. Titoli altrettanto dark, aspri e brutali sono Ali, che nel 1927 vinse il primo premio Oscar al miglior film, e che si avvaleva dell’esperienza di pilota del regista che, entrato prima nella Legione straniera e poi autista crocerossino, riusci’ a volare nella squadriglia Lafayette e combattere nei cieli della Grande Guerra. E poi Beau geste, Buffalo Bill, I forzati della gloria, Cielo giallo, Il sipario di ferro, Bastogne, Donne verso l’ignoto…
Negli ultimi anni il critico Andrew Bergman, Film Forum, a New York, e la cineteca di Lione e Parigi hanno saputo risarcire il cineasta della ‘generazione di ferro’ (Ford, Walsh, Dwan, Vidor, Hawks e King) con saggi (We’are in money) e retrospettive complete (sono pochi pero’ i suoi film muti sopravvissuti) e analizzare meglio l’originalita’ delle sue oltre sessanta opere, al di la’ di pregiudizi e fraintendimenti.
Considerato in Europa per lungo tempo un cineasta “liberal”, amato da Graham Greene che lo segnalava anche come uno dei piu’ seri e preparati divulgatori della psicoanalisi nel cinema, certamente Wellman, soprattutto negli ultimi anni di vita (1896-1975), e come altri ex liberal come Ronnie Reagan o Walt Disney, non ha nascosto una forte ostilita’ al comunismo e ai “rossi”, anche se su posizioni piu’ anarchico-libertarie. Il critico e regista francese Bernard Tavernier lo ricorda infatti al fianco di un ex black-listed, Abraham Polonski, quando si tratto’, nel 1969, di difendere il bellissimo western Uccidero’ Willie Kid dall’Universal che lo aveva prodotto e da Lew Wasserman che non  voleva piu’ distribuirlo perche’ lo considerava troppo radicale, controverso e filo-nativi d’America. Ma gia’ in Heroes for sales  (1933) prodotto da Hal Wallis il protagonista, Tom Holmes (Richard Barthelmess), un proletario disoccupato, derelitto e disperato, con seri problemi di droga e che ha appena perso la moglie, si trova anche alle prese con il settarismo, l’opportunismo e l’estremismo dei militanti comunisti che lo credono uno di loro. Uno gli dice: “Che ne pensi della situazione? Il paese non puo’ andare avanti cosi’. E’ la fine dell’America”. Ma lui risponde: “No, forse e’ la nostra fine, ma non quella dell’America. In pochi anni saremo piu’ grandi e piu’ forti di prima. Non ha sentito il discorso di Roosevelt? Lui ha ragione. Ci vuole molto piu’ di un pugno in faccia per mandare al tappeto 120 milioni di persone”.
Regista cult per Stanley Kubrick, che metteva tra i top ten la sua strana commedia noir Roxie Hart (1942), con Ginger Rogers, in Italia “Condannatemi se vi riesce”, non e’ mai stato considerato invece un “autore” da Andrew Sarris, il guru della critica newyorkese radical che nel suo epocale “American Cinema” rimprovera non solo all’artigiano Wellman di aver girato troppi brutti film, ma di essere stato pessimo anche in quelli buoni. Nei “Dieci film che dovreste vedere prima che vi ammazzi!” Quentin Tarantino invece mette al quinto posto The Ox-Box Incident il claustrofobico e cupo dramma western tutto girato negli studio Fox, ricordando la grande interpretazione di Henry Fonda che mesi prima di girarlo indossava gia’ i panni e i modi di fare, di parlare e di agire del suo personaggio, Gil Carter.  Quel che unisce i due cineasti (appena appaiati involontariamente dalla Biblioteca del Congresso che ha acquisito, come tesori nazionali, sia Pulp fiction che il super rooseveltiano Wild boys of the road, che pero’ e’ del 1933) deve essere proprio il senso dell’umorismo o meglio la loro capacita’ di attivare contemporaneamente anche tutti gli altri sensi. Fatto incomprensibile per Sarris. Lo aveva capito Walsh che, citando il comico W.C.Fields, diceva che l’idea di humour di Wellman e’ “un paracadute che non riesce ad aprirsi”.
C’è poco da ridere infatti anche del fatto che ben 6 delle 14 opera d’arte di Wellman presentate a Bologna non siano mai state viste in Italia: Beggars of Life, 1928; The Man I Love, 1929; The Star Witness, 1931; Other’s Men Women, 1931; Wild Boys of the Road, 1933 e Midnight Mary, 1933. Nel primo, ci sono i treni e c’è la pioggia (due inseparabili compagni d’avventura di Wild Bill):  Louise Brooks non ha nulla e cerca cibo travestita da ragazzo; il secondo e’ una specie di Tokyo Fist, una love story ambientata nel romantico mondo della boxe; il terzo e’ un dramma operaio e il protagonista e’ un macchinista del treno; nel quarto siamo in piena depressione e i nostri eroi in cerca di lavoro vengono trattati come i disoccupati africani da noi; nel quinto e’ Loretta Young a trovarsi nei guai, anche processuali, e qui il catalogo del femminicidio e’ gia’ completo. Devo riconoscere alla censura fascista, e alla distrazione democristiana, una certa competenza. Erano film veri, davvero pericolosi e sovversivi. C’e’ da chiedere a tutti i centri sociali e ai cineclub di mettersi in contatto con Gianluca Farinelli e con la Cineteca di Bologna che lui dirige per far girare questi capolavori senza i quali, di epoca rooseveltiana, si continuera’ a ignorare in Italia sia il succo che la polpa. Non bastano i film di Frank Capra perche’ da quelle opere non si comprende il nucleo profondo, piu’ Schumpeter che Keynes, della politica economica democratica di quegli anni: senza lotte dal basso, niente sviluppo. Senza intervento pubblico nell’economia niente mercato vispo. Gia’, Roosevelt era imprevedibile, sorprendente e rissoso, almeno quanto Wellman. Che, non lo appoggiava affatto. Ma almeno aveva il coraggio di mostrare quel che faceva e soprattutto quel che facevano i suoi avversari. Piu’ la gente moriva di fame, piu’ le grandi corporation incameravano profitti, divorando i capitalisti medi e piccoli, come avevano imparato a fare dai Morgan, i Rockefeller e i Carnagie durante le “grandi crisi” di fine ottocento. E se il popolo si ribellava, come allora, giu’ botte da orbi. Basta isolare dal gruppo lo stupefacente Wild Boys of the Road che e’, invece, il film preferito di Martin Scorsese (America 1929, sterminateli senza pieta’ ne e’ un remake-omaggio). Tre ragazzi della piccolo borghesia provinciale, Eddy, Tommy e Sally (che e’ Dorothy Coonan, ex ballerina di Busby Berkeley, poi moglie di Wellman per 36 anni), sono scaraventati sulla strada, ma contro voglia, non come Kerouac, dopo il grande crack. Eddie dovra’ svendere la sua decappottabile fiammante per togliere dai guai il padre. Vedendo il garage vuoto si mettera’ a fischiettare l’inno dei disperati della depressione, :We’are in the money”. E poi, novello hobo, salta su un treno a fare a pugni con i frenatori della compagnia privata e poi con i poliziotti che aspettano i disoccupati senza biglietto alla stazione per stritolarli. Ma non sara’ cosi’ semplice. Questi poveri sono molto meno arrendevoli di quelli di De Sica in “Miracolo a Milano”…anche se naturalmente sara’ molto criticato l’happy end del film. Ma lo spettatore astuto sa sempre cosa buttare via da un film.  Facciamo un gioco. Se doveste realizzare una retrospettiva dei film dove il tumulto e lo scontro moltitudine/polizia sono non tappezzeria ma sostanza, quanti film vi verrebbero in mente? Sciopero, qualche Chahine.e poi? Ecco perche’ Wellman e’ un regista da recuperare e da amare molto.