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domenica 15 giugno 2014

Cannes a Roma e Milano. I disperati di Montreal, ovvero l'Adhd, e come sopravvivere nell'epoca dell'eccitazione. "Mommy" di Xavier Dolan, il ragazzo prodigio del Quebec.


Roberto Silvestri


Per attirare l'attenzione “totale” della mamma, diventata vedova troppo giovane, per fare in modo che lei si occupi sempre e solo di lui, cose mai può escogitare un teenager gravemente traumatizzato dalla perdita del padre e da una complessa patologia? E se mentre canta al karaoke un'hit di Andrea Bocelli vede che un probabile fidanzato le sta mettendo le mani addosso nel buio locale cosa potrà inventare per fermarlo? Cosa accadrà?

Dopo avere realizzato un'opera prima dal titolo J'ai tué ma mere ecco che lo stesso regista vendica, rendendole un omaggio non estetizzante, non grafico, ma esistenziale, carnoso, la figura e il ruolo di tutte le mamme del mondo.

Antonine Olivier Pilon, nel film Steve
Quinto film in 5 anni, diretto in formato 1:1 (cioé a quadrilatero, e non a rettangolo) dal prolifico canadese del Quebec Xavier Dolan, 25 anni, ragazzo prodigio, beniamino delle competizioni internazionali, Mommy (Mamma), è stato trionfalmente accolto a Cannes (ed è stato premiato), sia per la trovata dell'immagine di tipo i-phone verticale, sia per la tonalità calda e fiabesca della luce (di Andrè Turpin), per i rosa e gli arancioni che adornano, come fosse una commedia hollywoodiana, una storia di handicap e di “perdenti”, che in genere costringono ai clichés del look miserabilista, che più è aspro più è artistico. La tregedia Elephant di Gus Van Sant, un film adorato da Dolan, ci fece lo stesso effetto cromatico squilibrante grazie alle luci usate da Haris Savides per dipingere una banlieu “tranquilla” bella e calda come questa...

la mamma di "Mommy"
Ma la qualità speciale del film di Dolan risiede anche nelle performance degli attori, prima di tutto di Anne Dorval e Suzanne Clement, attrici di punta della factory Dolan, e qui in particolare stato di grazia, quasi icone gay, per eccentricità imprevista ed energia auto-rinnovabile. Sono loro le mamme del titolo. Infatti ce ne vogliono almeno due, un po' latine nella gestualità, anarcoidi nella testa e un po' frigide nel gioco di sguardi, per star dietro a una possente, indomabile macchina narcisista senza freni come quella di Steve Despres (la bionda forza della natura Antoine Olivier Pilon), anfetaminico adolescente malato di Adhd, deficit di attenzione e disordine mentale causato da iperattività. 

Il regista Xavier Dolan
Un disturbo comportamentale caratterizzato da inattenzione, impulsività e iperattività motoria che impedisce un apprendimento ottimale anche perché in genere coesiste con altri disturbi e causa depressioni, ossessioni, compulsioni, disturbi bipolari. Non si riesce mai a star fermi, si giocherella continuamente con le mani e con i piedi, non si sta facilmente seduti sulla sedia per troppo tempo, si corre, ci si arrampica, ci si comporta come azionati da un motore interno, non si ascolta chi ci parla, ma contemporaneamente si parla continuamente, non si può aspettare il proprio turno, si risponde prima della domanda. Interrompere la conversazione e interferire nelle comunicazioni è un dovere….Uscirà il 26 giugno nelle sale un documentario italiano diretto da Stella Savino proprio su questo disturbo, dal titolo Adhd, rush hour.  

mamma e figlio
Steve, tra momenti di violenza improvvisa e di dolcezza imprevista, sempre iperattivo e logorroico, vive nei suburbi di Montreal. Invece di essere affidato a un istituto specializzato, come la legge canadese garantirebbe, viene tenuto in casa, educato, coccolato, rimproverato, assistito in tutti i modi possibili e immaginabili dalla mamma Die, addetta alle pulizie, e da una amica, Kyla, l'enigmatica dirimpettatia, la tipica signora della porta accanto della mitologia hollywoodiana, ex insegnante, poi emarginata per una grave forma di balbuzie, che diventa la maestra di quel ragazzo difficile, forse per sfuggire alla routine della carcerazione domestica. Ci sarà infatti da divertirsi,  non senza gravi momenti di difficoltà, paura e imbarazzi, con quel ragazzo così impulsivo e violento. La missione impossibile di Kyla sarà: farlo accettare nel glorioso Juillard Institute, il tempio artistico di New York. Quella di Die è trovarsi un compagno che la possa aiutare per quadrare il bilancio. Il che è ancora più complicato, visto che il tempo a disposizione per le cenette romantiche è striminzito e Steve vigila...

Tutta la troupe a Cannes 2014
Il formato “stretto” dell'immagine aggiunge inquietudine e pericolo alle performance, quasi cassavetesiana, del trio, non controllando lo spazio circostante lo spettatore è sempre in ansia e in stato d'allarme. Quel coltello che il ragazzo ha preso che fine ha fatto? E il regista gioca sadicamente con lo spettatore, quasi sbeffeggiandolo, quando allarga, succede un paio di volte, l'immagine sia a destra che a sinistra, portandola fino al sontuoso Panavision a cui siamo tutti abituati. Lo fa quando il desiderio di happy-end, nel pubblico, diventa tossico, da dipendenza blockbuster. E' una bella tirata contro le cattive abitudini dello spettatore, contro un brutto sentimento (anche secondo Mario Monicelli), la speranza, e contro un certo tipo di fiaba che non riconosce l'happy end  se non per un certo tipo di vincitori.

“La speranza di cui parlate è una trappola, una brutta parola, non si deve usare - ricordava Monicelli prima di morire, già prefigurandosi l’effetto Renzi che sulla speranza gioca - è una parola inventata dai padroni. La speranza è quella di quelli che ti dicono che Dio…state buoni, state zitti, pregate che avrete il vostro riscatto, la vostra ricompensa nell’aldilà. Intanto, perciò, adesso, state buoni: ci sarà un aldilà. Così dice questo: state buoni, tornate a casa. Sì siete dei precari, ma tanto fra 2 o 3 mesi vi riassumiamo ancora, vi daremo il posto. State buoni, andate a casa e…stanno tutti buoni. Mai avere speranza ! la speranza è una trappola, una cosa infame inventata da chi comanda”. Questi tre combattenti non smettono invece mai di lottare. Perfino con la camicia di forza. E il regista gli rende onore, al di là degli inconvenienti che derivano dalla loro classe sociale o dalle etichette che si impongono ai più che normali, diversamente belli.