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mercoledì 6 luglio 2016

I 5 preti (cristiani) piu' sexy della storia del cinema

di Roberto Silvestri e Mariuccia Ciotta *

La madre non e' solo il capolavoro di Pudovkin. E non e', esplicitamente, un horror, anche se il titolo e' identico a quello di uno splatter uscito nel 2013 e prodotto da Guillermo Del Toro. E non e' neanche Mia madre di Nanni Moretti. E' invece quasi il remake di Proibito, un melodramm rusticano del 1954 nonche'  l'opera prima di Mario Monicelli, distribuito da Raicinema due anni fa. E' un film sulla tensione erotica, dunque intrisa di istinti di morte e vitalissimi sensi di colpa, tra un giovane prete bello e innamorato, ma non solo di dio, e Agnese, una donna ricca e bellissima (erano Mel Ferrer e Lea Massari nella versione degli anni 50) che ama quel prete irraggiungibile. Non basterebbe la fine del celibato e permettere il matrimonio etero e omosessuale ai sacerdoti cattolici? Non e' cosi' semplice. Anche se eviterebbe una serie di orribili violenze e altri crimini che stanno distruggendo la reputazione della chiesa di Roma. Comunque. Insegna la saga Twilight che piu' l'oggetto del desiderio e' inarrivabile e proibito, sia esso un prete cattolico o un vampiro o un nuovo coniuge (adesso la Chiesa tollera il divorzio, ma raccomanda astensione sessuale totale), piu' la passione si scatena.... La Madre in questo caso - niente incesto, non e' l'amante del Padre
inteso come prete - e' il terzo personaggio di un quartetto passionale freudiano tipico (l'altro e' Dio), cioe' proprio la mamma del sacerdote, che vigila, anche troppo, gelosissima - ma e' un fardello della cultura latina - affinche' lui non devii (troppo) dalla retta via. Ma altre ombre complicano la scena. Si puo', pero', delocalizzare e rendere metafisico, quasi astratto, un testo sanguigno e passionale, radicato cosi' profondamente in una terra e in un tempo specifico e speciale come la Sardegna di un secolo fa? Per farlo bisognerebbe ritrovare un tessuto di situazioni e di personaggi tipici, e sganciarsi dal maschilismo post grande guerra, contro cui il romanzo a cui si ispira il film, gettava
invettive, sarcasmi e maledizioni. Non e' facile. Ma e' la scommessa, anzi la missione impossibile, del regista del film, Angelo Maresca, marito dell'ex Monella Debora Caprioglio, ora molto pia, ci assicura, che per la sua opera prima (presentata al Taormina Film Festival 2014) non ha scelto, come il mercato impone, di misurarsi con la commedia giovanilistica, frivola e scanzonata, ma addirittura con un dramma della fede. E' vero che, grazie a papa Francesco, e' diventato di moda il film di argomento religioso, trattato anche con una certa non chalance. Da Si accettano miracoli, di Alessandro Siani, a Il Paradiso per davvero, di Randall Wallace, con un pastore protestante allibito davanti al figlioletto che, uscito dal coma, racconta com'e' il
Paradiso, con dovizia di particolari davvero conturbanti (ma non di numeri da giocare al lotto); e dalla miriade di film prodotti in Usa dai fondamentalisti cristiani a La ricostruzione dell'argentino Juan Taratuto, dove quel che si ricostruisce, nella tierra del fuego, e' l'identita' e la serenita' di un vedovo in frantumi, diventato odioso e poco racccomandabile, perche' ha perso l'adorata moglie, dopo 3 anni di agonia per cancro, e l'artefice di questo trionfale miracolo e' una famiglia “normale” che lo adottera', perche' solo la famiglia normale e' alla base del consesso umano e che senza di lei c'e' il vuoto, il gelo, il nulla e l'abisso.
Testo di partenza e di ispirazione del film di Monicelli e di Maresca, invece, e' La madre, il romanzo, adorato da D.H. Lawrence (verista o decadentista? Il dibattito prosegue) della scrittrice sarda, e premio Nobel 1926 (proprio quando Pudovkin giro' la sua Madre), Grazia Deledda. Ci immaginiamo faide di famiglia nel nuorese, canne al vento, bordelli alla Cipri' e Maresco e il melodramma
fiammeggiante, che sempre di un amore impossibile e insaziabile tratta, e invece ci troviamo in piena asettica Roma di oggi, davanti all'architettura algida dell'Eur fascista e razionalista, statue virili e nude, ma che piu' vestite di sentimenti patriottici e di vettismo spirituale di cosi' non si puo' (se non a Pretoria, durante l'apartheid). Il film potrebbe essere muto. Pochi i dialoghi. Ma questo lo collega a Deledda, e al cinema dei suoi tempi. Vittorio Omodei Zorini, il direttore dell fotografia (20 sigarette) affonda l'Eur (spazio fantasy per eccellenza di Petri e Antonioni, Fellini e Titus) dentro un impasto azzurro-argento che trafigge le ossa come le melodie minimaliste e isteriche in cerca di
quiete di Francesco De Luca e Alessandro Forti, e come si faceva nel cinema muto per indicare un esterno giorno rassicurante. E anche l'appartamento di Agnese e la chiesa di don Paolo (dello scenografo Massimiliano Nocente) sono cosi', trasparenti, tutte vetrate e aperture, esterni puri, quasi bianco-neri. E invece e' lo spazio (fallocentrico, attenti ai colonnati) del peccato. E' proprio li, nella parrocchia, nella casa alto borghese di lei, quasi alla vista di tutti, che avvengono gli accoppiamenti carnali sacrileghi, improvvisi, sudati e diabolici. La madre, Maddalena, viene soffocata invece da ombre scure, a retrogusto ocra caravaggiano, che Griffith avrebbe usato per gli interni-notte, per il
dubbio e per l'inferno claustrofobico e spirituale, per lo scoppio barocco delle
contraddizioni e delle allucinazioni. Invece queste tenebre, questo quasi nero zeppo di incubi e di fantasmi, e' il regno della casa e della pace, della limpidezza, della grazia di dio. Il dark per i buoni e il bianco immacolato per i cattivi, come insegno' Eisenstein. Se non si vuole essere banali.
Don Paolo, il parroco, che sembra un perfetto soldato di dio, tanto da sedurre perfino i giovinetti piu' sensibili della zona che vogliono “diventare proprio prete come lui”, e' uno Stefano Dionisi, l'ex partigiano Johnny, sempre ottimo nel sostituirsi ai copioni, quando c'e' da colmare di ambiguita' i vuoti di una sceneggiatura che disdegna la spiegazione psicologica (tra gli sceneggiatori c'e' anche Stivaletti). Anche se il tasto omosessuale non se la sente di spingerlo. Sua madre Maddalena, molto devota a dio, e' l'attrice di Almodovar Carmen Maura che non nasconde la sua origine spagnola e, nel film, umile e plebea, un passato tragico di ragazza quasi madre sempre sfruttata, un matrimonio infelice... E neppure la sua ossessionante onnipresenza nella vita di Paolo. Possessivita',
spirito protettivo e morbosita' sono le sue grandi qualita'. Il difetto e' una sottomissione atavica all'uomo, e in particolare al vecchio parroco morto, “maiale e sacrilego davvero” che continua a inseguirla e perseguitarla dall'oltretomba minacciando di contaggiare anche Paolo e di corteggiarla in eterno. Intanto Agnese (“deciditi: me o dio”) minaccia di svelare pubblicamente, dall'altare, la sua relazione scoop ai fedeli... E Paolo, a questo punto, vede davanti a se' uno squallido futuro da maschio italiano.
Come ci spiegava Alberto Lattuada, il fascista vero dell'epoca Deledda era quello che si vantava: “Sono andato a casa e ho fatto un figlio poi sono andato al casino poi sono tornato a casa e ho fatto un altro figlio”. Il maschilismo era l'emblema piu' preciso del potere fascista, fatto per tirannizzare. Burruano, l'ex parroco, ne da' un ritratto davvero accurato e pregnante, in una sola scena. “Per trovare davvero la fede e' necessario allontanarsi il piu' possibile da dio”, e' il suo consiglio. Era la falsa morale del fascismo. L'abbandono dell'umilta' per il culto dell'eroismo, l'esaltazione della forza piuttosto che dell'onesta', l'orgoglio contro la semplicita'. Malattie dello spirito che stanno ancora deformando la
psiche europea malata. Meglio starne alla larga, ci consiglia prete Paolo. E se avesse solo sbagliato amante?

I cinque preti piu' sexy della storia del cinema


1. Richard Chamberlein in Uccelli di rovo (serie tv del 1983, Australia) di Daryl Duke. “The Torn Birds” e' il vero spartiacque del genere erotico-talare. Prima soprattutto allusioni e desideri frustrati... La ricca latifondista aussie Maggie Cleary (Rachel Ward) si innamora a prima vista, e insegue per quattro puntate, quasi sempre respinta, un ambizioso prete irlandese, padre Ralph de Bricassart, inviso alle alte sfere e sbattuto per questo agli antipodi, che ha gia' conquistato il cuore della sua anziana zia, Barbara Stanwyck. Grazie ai soldi della sua eredita', Ralph diventera' un pezzo grosso della Chiesa. E anche il papa' di un bel bambino, futuro prete. Anche se non conoscera' la verita', da Maggie, se non nell'ultima puntata. Frase celebre di Maggie: "E va bene, vattene, scappa dal tuo dio. Ma sono sicura che tornerai da me. Perché io ti amo più di lui".


2. Jean Paul Belmondo in Leon Morin prete di Jean-Pierre Melville (1961). Una performance sottile e sensuale quella della super star francese alle prese con un personaggio difficile, quello di un sacerdote francese desiderato da tutte le donne di un piccolo villaggio normanno sotto l'occupazione nazista. La piu' implacabile ed efficace delle corteggiatrici e' agnostica e comunista, Emmanuelle Riva, e lo costringe, anche nel confessionale, a destreggiarsi ai confini della fede. E oltre. Grazie a Melville ne uscira' indenne. E a fede rafforzata. Anzi sara' incrinata per sempre la sicurezza laicista della Riva. Dal romanzo di Beatrix Beck.

3. Roberto Citran in Il prete bello di Carlo Mazzacurati (Italia, 1989). Nel 1939 a Vicenza, a guerra di Spagna finita, don Gastone, ex cappellano militare, fascista convinto, organizza spettacoli benefici, circondato da un gruppetto di signorine senza marito in palese ammirazione, come Immacolata, che per lui stravede e che è l'anziana padrona di un grande caseggiato. Quando affitta un appartamento in quel palazzo la bella prostituta veneziana Fedora, don Gastone non potra' resisterle, costi quel che costi. E' un maschio italiano, prima che un prete, no?

4. John Mills in Il coraggio e la sfida di Ward Roy Baker (Gb, 1960). Dal romanzo di Audrey Erskine Lindop. Un prete cattolico irlandese prende possesso della parrocchia in un villaggio messicano oppresso da una banda di prepotenti. Dirk Bogarde, tormentato e isterico, vestito in pelle nera, lo seduce molto piu' di Milene Demongeot, espulsa via via dalla dinamica della reciproca attrazione che s'instaura tra i due uomini e che li portera' a morire insieme. La donna e' la diabolica tentatrice (vedere il suo impeto, quasi necrofilo, sul suo letto di morte). Ma gli uomini no, nella Bibbia non c'e' scritto cosi' chiaramente. I
bambini, poi....

5. Mel Ferrer in Proibito (Italia, 1954). Stava per sposare Audrey Hepburn, ed era al massimo della bellezza, dell'anitpatia e della arroganza Mel Ferrer quando fu coinvolto nell'esordio di Monicelli, vagamente ispirato a Grazia Deledda, ma soprattutto alle faide nel nuorese che avvenivano in quel periodo. Comunque resta il fatto che Lea Massari si innamora di lui e cerca di strapparlo a dio, inutilmente. Anche perche' Mel Ferrer che voleva cambiare la sceneggiatura, la trattava malissimo. Luciano Emmer lo doveva girate
con Mastroianni e Bose'. Ma per ragioni censorie si preferi' annacquare la sceneggiatura con altri scritti di Deledda e darlo a Monicelli. “Mel Ferrer era un disastro. Ne venne fuori un film senza senso” assicura Suso Cecchi D'Amico. Pero' incasso' molto.

*pezzo pubblicato su Pagina 99 nell'agosto 2014

domenica 15 giugno 2014

Cannes a Roma e Milano. I disperati di Montreal, ovvero l'Adhd, e come sopravvivere nell'epoca dell'eccitazione. "Mommy" di Xavier Dolan, il ragazzo prodigio del Quebec.


Roberto Silvestri


Per attirare l'attenzione “totale” della mamma, diventata vedova troppo giovane, per fare in modo che lei si occupi sempre e solo di lui, cose mai può escogitare un teenager gravemente traumatizzato dalla perdita del padre e da una complessa patologia? E se mentre canta al karaoke un'hit di Andrea Bocelli vede che un probabile fidanzato le sta mettendo le mani addosso nel buio locale cosa potrà inventare per fermarlo? Cosa accadrà?

Dopo avere realizzato un'opera prima dal titolo J'ai tué ma mere ecco che lo stesso regista vendica, rendendole un omaggio non estetizzante, non grafico, ma esistenziale, carnoso, la figura e il ruolo di tutte le mamme del mondo.

Antonine Olivier Pilon, nel film Steve
Quinto film in 5 anni, diretto in formato 1:1 (cioé a quadrilatero, e non a rettangolo) dal prolifico canadese del Quebec Xavier Dolan, 25 anni, ragazzo prodigio, beniamino delle competizioni internazionali, Mommy (Mamma), è stato trionfalmente accolto a Cannes (ed è stato premiato), sia per la trovata dell'immagine di tipo i-phone verticale, sia per la tonalità calda e fiabesca della luce (di Andrè Turpin), per i rosa e gli arancioni che adornano, come fosse una commedia hollywoodiana, una storia di handicap e di “perdenti”, che in genere costringono ai clichés del look miserabilista, che più è aspro più è artistico. La tregedia Elephant di Gus Van Sant, un film adorato da Dolan, ci fece lo stesso effetto cromatico squilibrante grazie alle luci usate da Haris Savides per dipingere una banlieu “tranquilla” bella e calda come questa...

la mamma di "Mommy"
Ma la qualità speciale del film di Dolan risiede anche nelle performance degli attori, prima di tutto di Anne Dorval e Suzanne Clement, attrici di punta della factory Dolan, e qui in particolare stato di grazia, quasi icone gay, per eccentricità imprevista ed energia auto-rinnovabile. Sono loro le mamme del titolo. Infatti ce ne vogliono almeno due, un po' latine nella gestualità, anarcoidi nella testa e un po' frigide nel gioco di sguardi, per star dietro a una possente, indomabile macchina narcisista senza freni come quella di Steve Despres (la bionda forza della natura Antoine Olivier Pilon), anfetaminico adolescente malato di Adhd, deficit di attenzione e disordine mentale causato da iperattività. 

Il regista Xavier Dolan
Un disturbo comportamentale caratterizzato da inattenzione, impulsività e iperattività motoria che impedisce un apprendimento ottimale anche perché in genere coesiste con altri disturbi e causa depressioni, ossessioni, compulsioni, disturbi bipolari. Non si riesce mai a star fermi, si giocherella continuamente con le mani e con i piedi, non si sta facilmente seduti sulla sedia per troppo tempo, si corre, ci si arrampica, ci si comporta come azionati da un motore interno, non si ascolta chi ci parla, ma contemporaneamente si parla continuamente, non si può aspettare il proprio turno, si risponde prima della domanda. Interrompere la conversazione e interferire nelle comunicazioni è un dovere….Uscirà il 26 giugno nelle sale un documentario italiano diretto da Stella Savino proprio su questo disturbo, dal titolo Adhd, rush hour.  

mamma e figlio
Steve, tra momenti di violenza improvvisa e di dolcezza imprevista, sempre iperattivo e logorroico, vive nei suburbi di Montreal. Invece di essere affidato a un istituto specializzato, come la legge canadese garantirebbe, viene tenuto in casa, educato, coccolato, rimproverato, assistito in tutti i modi possibili e immaginabili dalla mamma Die, addetta alle pulizie, e da una amica, Kyla, l'enigmatica dirimpettatia, la tipica signora della porta accanto della mitologia hollywoodiana, ex insegnante, poi emarginata per una grave forma di balbuzie, che diventa la maestra di quel ragazzo difficile, forse per sfuggire alla routine della carcerazione domestica. Ci sarà infatti da divertirsi,  non senza gravi momenti di difficoltà, paura e imbarazzi, con quel ragazzo così impulsivo e violento. La missione impossibile di Kyla sarà: farlo accettare nel glorioso Juillard Institute, il tempio artistico di New York. Quella di Die è trovarsi un compagno che la possa aiutare per quadrare il bilancio. Il che è ancora più complicato, visto che il tempo a disposizione per le cenette romantiche è striminzito e Steve vigila...

Tutta la troupe a Cannes 2014
Il formato “stretto” dell'immagine aggiunge inquietudine e pericolo alle performance, quasi cassavetesiana, del trio, non controllando lo spazio circostante lo spettatore è sempre in ansia e in stato d'allarme. Quel coltello che il ragazzo ha preso che fine ha fatto? E il regista gioca sadicamente con lo spettatore, quasi sbeffeggiandolo, quando allarga, succede un paio di volte, l'immagine sia a destra che a sinistra, portandola fino al sontuoso Panavision a cui siamo tutti abituati. Lo fa quando il desiderio di happy-end, nel pubblico, diventa tossico, da dipendenza blockbuster. E' una bella tirata contro le cattive abitudini dello spettatore, contro un brutto sentimento (anche secondo Mario Monicelli), la speranza, e contro un certo tipo di fiaba che non riconosce l'happy end  se non per un certo tipo di vincitori.

“La speranza di cui parlate è una trappola, una brutta parola, non si deve usare - ricordava Monicelli prima di morire, già prefigurandosi l’effetto Renzi che sulla speranza gioca - è una parola inventata dai padroni. La speranza è quella di quelli che ti dicono che Dio…state buoni, state zitti, pregate che avrete il vostro riscatto, la vostra ricompensa nell’aldilà. Intanto, perciò, adesso, state buoni: ci sarà un aldilà. Così dice questo: state buoni, tornate a casa. Sì siete dei precari, ma tanto fra 2 o 3 mesi vi riassumiamo ancora, vi daremo il posto. State buoni, andate a casa e…stanno tutti buoni. Mai avere speranza ! la speranza è una trappola, una cosa infame inventata da chi comanda”. Questi tre combattenti non smettono invece mai di lottare. Perfino con la camicia di forza. E il regista gli rende onore, al di là degli inconvenienti che derivano dalla loro classe sociale o dalle etichette che si impongono ai più che normali, diversamente belli.


sabato 12 ottobre 2013

Lizzani, l'ultimo atto. Da svitato saggio.

di Roberto Silvestri

Cos'era il neorealismo? Una finestra aperta sul mondo. Girare fuori dagli studios, to shoot, "sparare", ma con l'accortezza, la sensibilità e la capacità di aprire spiragli, di fare in modo che fosse vita a prendere il posto di comando, che introducesse nell'azione qualcosa di imprevisto nel copione. Che fosse lei a catturare le immagini. Ma "una finestra aperta sul mondo", il consiglio che Rossellini dava ai giovani cineasti, è anche una terribile tentazione esistenziale...

Proprio come un suo amato collega, Mario Monicelli. Un salto nel vuoto. A 91 anni. Improvvisamente, con la badante accanto e una moglie lontana, ricoverata da tempo, Carlo Lizzani ha interpretato diversamente quel consiglio. Più tragico ancora, l'esito di quel momento di vertigine. Non è morto sul colpo. Terzo piano, nono piano. C'è chi (un giornalista radiato dall'ordine) ha fatto dello spirito 'meritocratico' su questa differenza, ossessionato dal suo servilismo vero i piani alti. Altri, complottisti, stanno ripensando ai progetti di Lizzani, al suo film annunciato sulle intercettazioni telefoniche. E in Italia a pensare male si fa peccato ma non si sbaglia mai....

Però. Insieme, Lizzani e Monicelli, avevano fatto parte del più rivoluzionario movimento della storia del cinema, anche perché ha continuato a ispirare cineasti di tutto il pianeta fino ai giorni nostri. E i giovani filmaker si erano molto interessati a lui. Da Francesca Del Sette, autrice di un appassionato Viaggio in corso nel cinema di Carlo Lizzani (2007) a Antonello Aglioti, Il come eravamo di Carlo Lizzani (2008).  E Lizzani ha fatto parte anche della folta band anti-global a part di Un mondo diverso è possibile, a Genova nel 2001, per assistere, davanti al cadavere di Carlo Giuliani, all'ennesima dimostrazione del teorema Italia.


Questa morte così annunciata (Lizzani non era a Venezia per presentare il suo ultimo film, come attore protagonista, e sembrò strano) si poteva già intuire tra le righe del set in cui è ambientato Non eravamo solo ... ladri di biciclette - Il neorealismo, il documentario di Gianni Bozzacchi, musiche di Pino Donaggio, presentato nella sezione Venezia Classici, con Lizzani voce recitante che ne spiega origini e innovazioni linguistiche, come quasi ultimo testimone e superstite di quella grande generazione di artisti (con Enzo Staiola e Giuseppe Rotunno, intervistati nel film).

Gianni Bozzacchi e Carlo Lizzani sul set di Non eravamo solo...ladri di bibliclette - Il neorealismo
Una stanza. Un ufficio, presumibilmente la casa romana di Lizzani al terzo piano in via dei Gracchi. Tutt'attorno libri e tre finestre spalancate. E le finestre erano gli schermi dei classici neorealisti, da Paisà a Sciuscià a Roma città aperta.  Da Riso amaro a Il sole sorge ancora a La terra trema. Carlo Lizzani, per la sua lezione finale intervista anche Ermanno Olmi, Paolo e Vittorio Taviani, Bernardo Bertolucci, Umberto Eco, Franco Interlenghi, Antonella Lualdi, Paolo Galluzzi e Martin Scorsese.

La stanza della 'casa di Lizzani', e la finestra spalancata, dove si è girato il suo ultimo film come attore. 
In Germania anno zero, di cui Lizzani fu aiuto regista, e girò molte sequenze, la vita disperata e strappata alla felicità del giovane protagonista finisce con un ultimo volo. La vita di Lizzani è stata felice. Ha realizzato il suo sogno di bambino, eccitato dalle avventure in giro per il mondo. Ma forse non si sentiva più in grado di contribuire all'ecologia dell'immagine, "a quei focolai di autonomia fertile, nell'universo digitalizzato che ci avvolge come una ragnatela morbida, che le nuove tenologie offrono agli individui e ai piccoli gruppi". Non si sentiva più giovane come 5, 6 mesi fa.

Lizzani e Bozzacchi
E torniamo molto indietro nel tempo.

Blade runner, al palazzo del cinema del Lido di Venezia, e anche all'Arena, fu un avvenimento epocale. Mai vista tanta gente vera spingere entusiasta per entrare. E così a E.T. per Patti Smith, per Meredith Monk...  Dal 1983 al 1987, anche se eravamo nel decennio del riflusso, chi andava alla Mostra di Venezia, per lo più anime belle, non se ne accorgeva di certo. Continuava la rivoluzione.

Blade Runner
Infatti. Quando Carlo Lizzani - il cineasta ex neorealista, militante della sinistra seria ma moderata, considerato "il più americano dei registi italiani" per la flessibilità con la quale si dedicava ai generi più disparati e all'instant-movie - e il più vicino a Antonio Pietrangeli per gentilezza e finezza d'animo, è diventato direttore della Mostra di Venezia, ne fummo tutti contenti. Tranne i tanti reazionari ringalluzziti agli inizi degli anni '80, nonostante tutto. Quelli che trovavano le sue storie del cinema italiano troppo di parte.

Erano stati loro, non altri, che avevano reso plumbeo il paesaggio, e avevano deviato di senso l'espressione anni di piombo. Che sarebbe come dire che la guerra dell'oppio l'hanno voluta i cinesi imperiali e non gli inglesi democratissimi per lucrare sulla droga.

Più la dinamite senza rivendicazioni della Banca dell'Agricoltura di Milano che le pallottole, quasi sempre di illegittima difesa, ma sempre così scrupolosamente griffate, avevano disegnato la grana interiore del decennio precedente. Che, stragi e esecuzioni a parte, era stata soprattutto una stagione di lotte pacifiche, incantevoli, di massa, squilibranti antiche servitù. E aveva provocato irreversibili vittorie collettive e un capovolgimento nell'immaginario sociale salutare. Proprio come portare Lizzani al vertice della Mostra.

Perché Lizzani (1922-2013), prestigioso ex aiuto di Rossellini e De Santis (era lui a ballare il Mambo in Riso amaro, non Gassman), sceneggiatore e documentarista cosmopolita, infaticabile e acuto storico del cinema, anche attore e filmaker della storia, critico e autore originale di opere, tutte 'in costume', sempre impegnate a capire la cronaca, i retroscena e gli aspetti segreti del mondo, a 'rimettere in forma' la realtà (non è questo forse il segreto neorealista? Saper cambiare continuamente i connotati di un film, la sua grammatica e la sua sintassi, perché il mondo cambia e a molti villain fa comodo che sia indecrifrabile), poteva riportare in pochi anni Venezia al centro dell'attenzione generale. Intanto per il suo carattere. Un gentleman colto e dotato di grande senso dell'umorismo e della decenza. Attorno a lui si capiva subito, nello staff, chi maneggiava e chi trafficava.

Eravamo certi insomma che Lizzani avrebbe potuto dare una sintesi, in avanti, alle lotte contro l'arcaico e inadeguato carrozzone del Lido, anche avvalendosi del nuovo Statuto della Biennale, più aperto ai contributi della società civile e alle forze  creative, non rappresentate ancora nelle istituzioni.

E dunque lo Statuto nuovo permetteva collegamenti non tanto con i padroni del cinema e con via delle Zoccolette di Roma (sede dei mefitici maneggi dello staff eterno del Ministero dello Spettacolo) e ai commercianti demodé dell'Anica-Agis (in quegli anni completamente fuori dal mondo). O solo con i sindacati del cinema, con l'Anac, i registi Pci, e con Cinema Democratico (quelli più vicini all'estrema sinistra), ma soprattutto con lo sguardo creativo e ammazzacattivi dei metalmeccanici di allora, la 'vil razza pagana' molto turbolenta e fantasy, e dunque anche con i movimenti antisistemici dei club-cinema off off, altrettanto 'informali' e ribelli rispetto alle adesioni confessionali e ideologiche del d'essai embedded: i cineclub finanziati dallo stato, le riviste e il pensiero cinematografico tradizionale e mainstream che era o cattolico o social-comunista. Non c'era terza via oltre Ucca, Ficc e compari.

Ma era nata nel frattempo la Liaca, la lega delle associazioni culturali autonome: i romani del Filmstudio, L'Occhio l'orecchio la bocca, Il Politecnico, che Nicolini avrebbe convocato a Massenzio; il Movie club di Torino, il Cinema Zero di Padova, le altre realtà aggiornate di Bari, Napoli, Genova, Firenze... Non a caso il compagno d'arme, il Lin Piao di Lizzani in quella avventura fu Enzo Ungari, un grande 'mangiatore di film'.

Chi era Ungari, prima di sceneggiare L'ultimo imperatore, il kolossal Oscar di Bertolucci? Un giovane turco di La Spezia, anima con Aprà del Filmstudio, ex critico a la page della più avanzata rivista di cinema italiana di sempre, Cinema e Film. E soprattutto il nemico pubblico numero uno del quotidiano 'revisionista' La Repubblica (allora impegnata anima e corpo anche in una patetica campagna contro il cinema trash come quella che Antonio Monda sta conducendo contro Godard da qualche anno con lo stesso impeto di Villaggio contro Eisenstein), per la sua sempre attenta e costante ricognizione e rivalutazione del cinema di genere Usa, di Soukaz e del gay-movie, dell'horror e perfino dell'hard e delle nouvelle vagues di Calcutta, Tokyo e Tunisi, di Warhol e dell'underground, di Antonioni ma anche di Jancso, Siegel, Aldrich e Philip Kauffman.

Una strana coppia davvero, Lizzani-Ungari. Fu il colpo di genio svitato del regista di Crazy Joe e Nucleo Zero, Mamma Ebe e Caro Gorbaciov, per ricordare i suoi film del periodo. E anche del film (precedente) che io preferisco su tutti, dal titolo emblematico,  Lo svitato, con Dario Fo e Franca Rame, 1955, che apriva alla commedia demenziale, costola eretica dello scherzo futurista, e edificava una (incompresa) strada avveniristica (poi interrotta), tra Italo Calvino e Enzo Jannacci, tra Aki Kaurismaki e John Landis.

Gli perdonammo perfino il cedimento su due punti importanti del sessantotto veneziano e delle 'Giornate' organizzate in Campo Santa Margherita da Pier Paolo Pasolini e Marco Ferreri. Il ritorno dei premi, del Leone d'oro e perfino della indigesta 'Coppa Volpi' (giustificato dal fatto che a molti cineasti nel mondo, e soprattutto ai più indipendenti e 'indifesi' dei tre mondi, serviva per battere ostilità censorie e politiche in patria) e la dizione 'Mostra d'arte cinematografica' che era parsa un po' antiquata in epoca abruzzesiana proprio perché il cinema stava diventando così expanded e altro, e ci pareva troppo restrittiva.... Marco Mueller e Quentin Tarantino avrebbero scandalizzato, alla Ungari-Lizzani, anni dopo molti benpensanti d'autore aggirando la nozione di arte, e penetrando nei territori ancora inesplorati dell'Arte Estrema e Oltre (con il western spaghetti, l'horror e il fantasy tricolore, il celentanismo, etc...). Ma sono altri i nemici di Venezia.    
  
Chi l'aveva affossata irreversibilmente, la Mostra d'arte cinematografica, non erano certo stati i sessantottini e l'assemblearismo luddista (magari), o gli adepti della religione Cinema Bis, perché la crisi era precedente alla contestazione generale (che tanto aveva terrorizzato perfino Carmelo Bene, adoratore dell'intoccabile statuto fascista perché garantiva meglio, secondo mister Paradosso, che si tenessero fuori dai piedi ignoranti superbi,  clientele prepotenti e portaborse dei politici. Mah: in effetti nel direttivo artistico dell'ente mussoliniano c'era tutto l'establishmnet ebraico di Hollywood, da Warner a Mayer...e Carmelo divenne direttore proprio grazie a quello statuto) e la Biennale rischiava di essere ridimensionata nel calendario internazionale per cecità e ottusità congenita. Rischio che corre tutt'oggi.

Un esempio. Negli anni 50 la Mostra del cinema aveva rimesso nei posti di direzione selezionatori precedentemente epurati, cioé alcuni impenitenti alti fascisti prebellici. Non a caso alcune perle proiettate provenivano, per esempio, dagli archivi dei loro amici neonazisti di Pretoria. Vi ricordate quei ridenti documentari sugli animali con tanto di servitori neri schiavizzati allegramente? Passavano, prima che in tv, al Lido. Un altro esempio. I tanti yes che Ca' Giustinian spedì all'ambasciata americana ogni volta che Clare Booth Luce (ambasciatrice di Eisenhower dal 1953 al 1956) o altri mettevano il veto su un film anti americano. E che dire delle tante censure e dei tanti favori di partito che poi sarebbero ripresi con foga nell'era Craxi e Martelli e Biscione e Veltroni.

Fu davvero Enzo Ungari, che tra i cinefili responsabili dell'Estate romana e di Massenzio era il più radicale, eccentrico e estremo, a segnare quegli anni. E Lizzani lo utilizzò saggiamente - era un ex comunista uscito nel 56 dal partito - per smantellare i residui settarismi estetici e il decalogo aristarchiano (ormai baipassato dal neocapitalismo) che impedivano di rilanciare non solo la Mostra ma il nostro cinema, sempre asservito ai diktat dei partiti e dunque delle loro creature, Rai e, l'altra metà del Leviatano, Cinecittà.

La terza eresia di Lizzani fu quella, più tardi consolidatasi in dichiarazioni molto scandalose e opinabili, di 'aprire a Berlusconi', di non criminalizzarlo, di smetterla di farne una ossessione unica. Dando la colpa per la paralisi del nostro cinema più a se stessi, alla sinistra, inetta quando si entra nella stanza dei bottoni, che al nemico, commercialmente - in fondo - corretto, criminale per essenza, come ogni capitalista.

Ci fu chi vide in questa svolta senile (ma Lizzani è stato un eterno giovane fino a pochi mesi prima del tragico suicidio) una tecnica per giocare televisivamente su due tavoli utilizzando un 'pensiero' che si stava facendo sempre più unico e comune. Quello del trionfo dell'ideologia di mercato, della fine della speranza rivoluzionaria e della seduzione contagiante e rampante per un altro tipo di avidità senza scrupoli 'esotica' per noi, il conte di Cavour a parte: il liberalismo sfrenato.

Lizzani resta infatti uno dei nostri cineasti più prolifici (e guardiamo la lista infinita dei suoi progetti rimasti sulla carta...). Ma quel che più ossessionava il filmaker romano, anzi di piazza Navona, svezzato a Bernini, Borromini e Pietro da Cortona, era la salgariana avventura, il girare per il mondo alla caccia grossa delle storie che fanno la Storia. Fare cinema per girare il mondo, non viceversa, la sua massima. Munito di spirito critico innanzi tutto. Un Roger Corman senza factory (purtroppo), senza gusto per il genere pulp (western escluso) e di sguardo e cuore molto più moderato (Germania anno zero a parte), ma che si è costantemente interrogato, più esplicitamente rispetto al papà della New World, sui nodi chiave del grande secolo: le periferie (Ai margini della metropoli, un Sacro Gra 'ante litteram', la rivoluzione russa, la sua grandezza e le sue degenerazioni (Bucharin, Ignazio Silone), la questione meridionale, l'emigrazione, lo sport, i briganti, la mafia, i Savoia (Maria Jose), la rivoluzione napoletana del 1799, Roma antica, il fascismo (è stato balilla e frondista), la guerra partigiana (Achtung Banditi! e Cronache di poveri amanti, Il gobbo), le lotte contadine e operaie, il neofascismo (Torino nera, Roma bene) e la criminalità 'non politica', con un suo codice morale altrettanto spesso (Svegliati e uccidi), la prostituzione, le personalità carismatiche, lo star system (Edith Piaf, a teatro), il maoismo (che non ha mai troppo compreso, anche se realizzò La grande muraglia nel 1953, uno dei primi lavori sulla Cina liberata), il nazismo, l'Africa, il cinema (Celluloide...)...

Attenzione. Sempre guardando ai margini, ai lati dell'inquadratura, ai dettagli, al fuori fuoco, al 'secondo piano'. Non ai protagonisti, per quanto neorealisti fossero. Ma agli ultimi degli ultimi. Non per populismo. Ma con la stessa passione usata come radioamatore, curiosità per la voce fuori dal coro, per voglia di contact con l'umanità oppressa eppure in qualche modo più charmant degli oppressori.