Si è verificato un errore nel gadget

martedì 29 luglio 2014

Vittorio Rivosecchi, un "americano" alla corte di re Artu'

Roberto Silvestri

Vittorio Rivosecchi e sua cugina Nilde Rivosecchi
E' morto a 63 anni Vittorio Rivosecchi. Era un amico e uno studioso, soprattutto, di cultura medievale. Uno dei fondatori e animatori per anni della casa editrice specializzara Viella. Eppure Vittorio Rivosecchi veniva dal liceo classico Augusto di Roma, dalle lotte nelle scuole nelle fabbriche e nella societa' intera degli anni sessanta. E poi si era occupato di cinema e non solo, nel gruppo di esperti ventenni allievi di Alberto Abruzzese e Beniamino Placido che Renato Nicolini aveva saputo valorizzare in quell'effervescente decennio.

Ma Vittorio come era arrivato a Hildgarda, a Boncompagno da Signa, ai "retori maestri" e ai "Fedeli d'amore" danteschi? Certo, e' sempre stato il piu' eccentrico del nostro gruppo. Il Clifton Webb dell'Appio Tuscolano. Uno stile "britannico" poco consono alle periferie grevi romane. Tre sue cugine bellissime, milanesi, d'altra parte erano sempre molto attese a capodanno. Anche perche' Vittorio organizzava feste 'barocche' e in costume in una vecchia villa di famiglia, nei mesi precedenti alla vendita, che era anche un vero set cinema per il nostro gruppo, di superottisti neomilitanti. Piu' di tendenza afghana (linea nero) che spartakista. Piu' lsd che cccp. E poi sua zia era una produttrice di cinema, addirittura il braccio destro di Bruno Bozzetto per anni. E si era trasferita negli States, dove la cugina Nilde aveva studiato alla New York University di Scorsese e Arkush... Come annichilimento del provincialismo non era niente male, quell'amicizia. Ci ha regalato poi tanto di quel senso dell'umorismo e di quella capacita' di identificare i tromboni all'istante, Vittorio, che per il nuclo politico di quel liceo alcuni sentieri sarebbero stati proprio impraticabili. Fanatismo e bigottismo, per esempio, li lasciammo ai "servili del popolo", figuriamoci le ipotesi di lotta armata: si liquefacevano ad ogni suo sguardo aguzzo e sardonico. Ma torniamo al "mezzo del cammin".  

Nel 1979 a Roma, Palazzo dell'Esposizione, ebbe un enorme successo la mostra "La citta' del cinema - Produzione e lavoro nel cinema italiano 1930-1970". A corredo un librone, edito da Napoleone, di 700 pagine, contenente saggi, analisi dei trenta anni di cinema trascorsi e soprattutto delle lunghe interviste ai cineasti che non sono, come comunemente si crede, i registi, gli autori, ma i creativi tutti, direttori della fotografia, montatori, produttori, capi macchinisti., scenografi, costumisti, musicisti... Il cinema e' arte di gruppo, mai dimenticarlo.

Era gia', in nuce, quella mostra, la prefigurazione di quello che oggi il ministro Franceschini auspica, un grande museo del cinema da affiancare agli studi cinematografici di via Tuscolana, rivitalizzati e competitivi. Solo che ci hanno messo 35 anni a capirlo (chi era effimero, Nicolini o i suoi agguerriti e critici?). Andare indietro significa marciare, piu' spediti, in avanti.Senza studiare le "beghine" medievali come capire qualcosa di femminismo, d'altra parte.

Vittorio Rivosecchi (e la cugina Nilde) a Milano
Proprio da Cinecitta', allora a pezzi rispetto agli altri studi prestigiosi del mondo che avevano saputo rimodernarsi, provenivano i "capolavori" esibiti. Pezzi di scenogrefie felliniane e non solo; costumi allestiti negli atelier Tirelli - che se si fossero tutelati un po' meglio come Zeffirelli chiedeva a gran voce avrebbero conteso agli inglesi il mercato dei filmoni storici in costume - manifesti d'epoca; fotografie di scena, giornali per fan, il merchandising, i flani e la pubblicita', videotapes e laser disc con le sequenze piu' celebri e quelle piu' ingiustamente dimenticate, girate dai "diversamente grandi". Dai genii del cinema commerciale, specialisti in western, horror, fantascienza, avventuroso, esotico, fantasy mitologico come Mario Bava, Vittorio Cottafavi, Lucio Fulci, Riccardo Freda....Quella generazione che Hollywood in crisi aveva studiato per poter diventare new Hollywood insorgente e per lanciare in tutto il mondo Spielberg e Lucas. E quella generazione di piccoli inventori pazzi che tutt'ora rappresenta il retroterra culturale, sofisticato e anarchico, di Quentin Tarantino e Eli Roth, Roberto Rodriguez e Guillermo del Toro, Landis e Joe Dante.

Reperti vari e mirabilmente montati in un labirinto di sentiero espositivo che risarcivano quella parte oscurata (allora) di creativita' nazionale. Grande scandalo, pero', mettere insieme Fatigati con Antonioni. Ma Carmelo Bene ci invitava sempre, dal palco, alle piu' sensate interferenze tra epoche e epoche'. Perche', senza conflitto, niente sviluppo, neanche artistico.

Vittorio Rivosecchi con la cugina Silvia
Erano stati i quattro moschettieri dell'assessore Nicolini, giovani ricercatori neanche trentenni, Bruno Restuccio, Massimiliano Fasoli, Giancarlo Guastini e Vittorio Rivosecchi, a realizzare la mostra e il libro (purtroppo molto fu tagliato da quelle interviste, un editore furbo dovrebbe chiede di pubblicare la versione integrale di quel lavoro pionieristico) che doveva "partorire" cio' che l'estate romana e Massenzio in particolare "generava". Modernita', scenari utopistici di cambiamento in meglio per tutti i consumatori, progetti architettonici per "altri cinema a venire" da realizzare, non piegarsi alla ineluttabilita' di quelle multisale e quei multiplex che ci aspettavano al varco inzeppandoci soprattutto di pop corn. Una modernita' basata su una riconsiderazione collettiva e critica del nostro patrimonio immaginario passato. Vittorio di suo agggiungeva un "discorso sapienziale" alla Boncompagno, una retorica che si proponeva non come sapere settoriale, sia pure di altissima dignita', ma come il sapere stesso, una sapienza dalle risonanze bbliche e post bibliche.

Il cinema italiano stava entrando in un letargo che continua tuttora. Quello era il segnale della riscossa possibile. Quando usci', pochi mesi piu' tardi, il "Fofi Faldini" sembrava gia' un libro sugli zombies. Un c'era una volta il cinema italiano....l'avventura era finita.

Bisognava ricominciare non da tre, ma dal terzo secolo dopo Cristo. I nicoliniani avevano ripreso tecniche e concezioni teoriche dal barocco romano. Non si parlava di "presa di Montecitorio" come della presa del palazzo di inverno? Ma cos'era Montecitorio? Un magnifico palazzo "interrotto" di Bernini/Fontana, che non riuscirono mai a unificare la piazza antistante con piazza Colonna, il papa non voleva...Gli artisti si scontrano con il potere spaziale della chiesa e non sempre la spuntano.  Ma chi era il papa di fine 600? Una specie di Bergoglio. Amava i poveri (edifico' per loro perfino San Michele) lotto' contro il nepotismo con impeto da movimento 5 stelle. E a Montecitorio fece ospitare  i poveri, non le signore, da casting di Greed, che si vantano urlando di "essere tutte puttane". Lo aveva edificato il pugliese Innocenzo XII, l'ultimo Papa con la barba, che era stato il nemico dei quietisti e della chiesa francese autonoma. Perche' autonoma? Perche' la chiesa gallicana voleva essere autonoma come quella anglicana. E non considerava il Papa il numero uno infallibile, ma solo il sinodo dei vescovi il vertice teologico.....E lotto' contro le "mistiche secolarizzate", come Hadewijch o Hildegarda. Insomma Vittorio ci insegno' non solo che era ora di finirla con le cose che ci raccontavano a scuola e che scrivevano i giornali e coi film che mostravano al Nuovo Olympia. Ma che la lunga marcia dentro le istituzioni, per essere vincente, doveva essere accompagnata anche da quella dentro i secoli, meglio se "bui". Bisognava proprio tornare indietro.