Si è verificato un errore nel gadget

mercoledì 16 luglio 2014

Maria Sole Tognazzi in America. Esce anche a Portland e a Buffalo Viaggio sola, ovvero A Five Stars Life, una vita a 5 stelle

Maria Sole Tognazzi



di Roberto Silvestri


 

Margherita Buy, premio David di Donatello 2013 come migliore attrice italiana protagonista grazie a Viaggio sola di Maria Sole Tognazzi, apparve improvvisamente, vera folgorazione, sul grande schermo (alla Mostra di Venezia di qualche lustro fa) nel dramma La seconda notte, giovanissima presenza beckettiana in cerca impossibile di un equilibrio fisico e psichico (non formale, ma sostanziale), che, nel film dello scopritore, il regista Nino Bizzarri, diventava l'oggetto d'affezione di una persona che, proprio come lei, era un'effimero cliente d'albergo.
Ci disse a gesti e sguardi opachi, in quel film, con l'esperienza vispa di una acerba donna poco più che adolescente, che il mondo stava cambiando (in peggio) e che bisognava attrezzarsi alla difesa, chiudersi un po' a riccio, teorizzare timori e tremori perenni, modificando la fluidità spontanea dei nostri corpi, mettendoli di sbieco, in perenne stato d'allarme e di sospetto (sintomatica in La seconda notte, una sua scena davanti allo specchio, versione tragica di una sequenza dadà di Max Linder) e al di qua e al di là dell'identità di specie e genere che il femminismo aveva appena, e irreversibilmente, riaffermato, con la forza.
 
Fabrizia Sacchi e Giammarco Tognazzi in Viaggio sola
E consigliandoci perfino, uscendo dallo schermo già come giovane diva, comportamenti impropri e adocchiamenti volgari: non fu poi lei, assieme al suo compagno di allora, Sergio Rubini, a omaggiare, unica coppia conformista, il presidente Cossiga quando tutto il cinema italiano lo aveva giustamente criticato e isolato? Cos'era quella imbizzarrita 'mossa del cavallo'? Introversione radiante? Distrazione egemone? Polemica anticipata contro il manierismo dell'anti politica? Una cosa così. Una coetanea, Valeria Golino, non a caso stava già preparando le valigie per la California...


Margherita Buy la raggiunge oggi, qualche anno dopo l'epoca di Pee Wee, perché sta arrivato in America, in 19 sale, e non solo a New York (The Paris) e Los Angeles (al Royal), ma nei cinema commerciali intelligenti di ben 11 stati, da Washington a Buffalo, da Miami a Santa Barbara, da Detroit a Minneapolis, da Portland a Pasadena, proprio Viaggio sola, uno dei pochi film italiani acquistati da distributori Usa quest'anno. Il film uscira' dal 18 luglio 2014 e si intitola in inglese A Five Star Life, Una vita a 5 stelle. 
 
La programmazione di questo film negli Stati Uniti conferma l'attenzione critica e di pubblico ccrescente per il nostro cinema del XXI secolo, e soprattutto per le giovani registe italiane. Roberta Torre è stata invitata al Sundance recentemente. Miele, di Valeria Golino, è stato presentato dalla Cineteca America all'Egyptian Theater di Los Angeles in occasione di un omaggio, nel novembre del 2013, al cinema italiano, affiancato a La Dolce Vita di Fellini e a A Five Stars Life. Ad Alice Rorhwacher e al suo Le Meraviglie, le migliori riviste specializzate stanno dedicando acuti affondi critici, dopo il trionfo di Cannes (a cominciare a Cineaste). Asia Argento qui è quasi una di casa. Quel che affascina i nostri colleghi e il pubblico d'oltre oceano è che le nostre filmakers, idee originali a parte, riescono a maneggiare, e speziare meglio, la sostanza visuale delle loro opere. In fondo anche Sorrentino ha colpito molto di più gli angloamericani dei francesi e degli stessi italiani per la stessa ragione. Conoscono di più, e apprezzano in modo più sofisticato degli europei il lavoro sull'immagine in movimento, la sua sostanza fotografica, spaziale, luministica. Illuminante, in questo, la grande fotografa (anche del cinema) Elisabetta Catalano, quando mi spiegava che secondo lei La grande Bellezza ha restituito, e a colori, non tanto il fellinismo come tocco d'autore inimitabile, quanto le più belle scene girate in bianco e nero dai grandi cineasti italiani degli anni 50-60, realisti, grotteschi, ascetici o lisergici contemporaneamente, da Rosi a Lattuada, da Antonioni a Maselli, da Ferreri a Pasolini, da Olmi a Fellini. E' questo ha fatto impazzire l'Academy e la Foreign Press, ma californiana, dei Golden Globes, molto più colta dell'Europa sulla sostanza visiva (e non letteraria) di una immagine. Non si spiegherebbe altrimenti neanche l'entusiasmo americano per Visconti ristudiato da Io sono l'amore di Luca Guadagnino o per Le quattro volte di Michelangelo Frammartino, dove si ricomincia da Anghelopoulos, due film che in Italia sono passati quasi inosservati o mal criticati. 

Viaggio sola, il nuovo film di questa nostra antidiva è andato molto bene anche commercialmente in Italia. Margherita Buy è Irene e duetta (anche nelle suite) con Andrea, che nella trama è un ex diventato amico del cuore, ed è una vecchia conoscenza, Stefano Accorsi, qui maniaco del biodinamico e distributore di cibi di qualità (tanto per ironizzare su Ozpetek?). Questo film è, stranamente, proprio un film sui grand hotel, quei sontuosi templi delle jacuzzi, del Martini cocktail agitato e non shakerato, della sauna, della piscina panoramica e dell'intimità negata, come scoprirà diventando l'amica casuale di una antropologa tedesca dall' eccitazione sessuale" imperante.

controllo delle lenzuola...
C'è un altro 'movimento 5 stelle' che appartiene a happy few, e non a uno solo. Di questo si occupa questo raffinato film, per il 17% di produzione Rai (che, non avendo il naso per gli affari, finanziano solo opere di qualità, ma per non insuperbirsi troppo, le finanziano con un nonnulla), dai cento piaceri (il soggiorno è da nababbi) e dolori (il conto alla fine, da emiri arabi) anche obliqui. I vestiti di Irene sono di Armani. Quasi quasi si ascolta un concerto di musica dodecafonica. E Alban Berg non abita a Cinecittà (in realtà non si sente, ma il montaggio 'atonale' di Walter Fasano ne dà un'idea). Si ammira come Irene tratta le nipotine, insegnandogli l'educazione, fatica da Ercole. E si gode dell'incontro/scontro, in automobile. Zeppo di perfidie sorellesche, tra Irene-Margherita Buy, la distratta intellettuale, e Silvia-Fabrizia Sacchi, che qui della distratta dà una versione popolare di charme pop: una mamma che si dimenticata tutto, e, sempre, le chiavi di casa e della macchina, ma che prosciugata dalle figlie, si è dimenticata anche del proprio corpo, dei vestiti sexy e delle scarpe coi tacchi di 15cm, abbandonando il marito musicista (il fratello della regista, Gianmarco Tognazzi) al bromuro digitale eterno di Internet. Niente sesso nei film, per il 17% di produzione Rai. Ma un bel po' di 'stronza!', tra donne, si può dire.
 
Margherita Buy è comunque quasi sempre via da Roma, e visita uno dopo l'altro, aeroporto-taxy-hotel, i migliori '5 stelle' della terra, ne valuta pulizia, arte, cucina, campo da golf, perfezione di gestione, timing e qualità dei servizi, attenzione o disattenzione esagerata verso i clienti, per decretare, tramite complicati algoritmi, formulari, quiz e osservazioni dirette, il mantenimento o la perdita del marchio di superqualità. E' il suo lavoro. E' una sorta di vestale della guida Michelin. Questi 'non luoghi' spersonalizzanti, odiosamente o sciccosamente di classe, sbriciolano la sua vita e la cosa le garba. Gli sceneggiatori avrebbero potuto divertirsi un po' di più... Libertà assoluta, nessun legame che la paralizzi o la condizioni. Qualche flirt fugace, che a volte funziona (si presume) e a volte no (come si vede a Marrakesh). Margherita Buy è una non casalinga inquieta. Algidi i suoi spazi domestici romani, e forse proprio per questo fu impossibile la relazione con Accorsi, che nei sottintesi è in cerca di coppia stabile e di figli (li avrà). L'uomo non è più come una volta.
Il film, dunque, e neppure obliquamente, è un omaggio proprio a questa attrice il cui corpo domina, a stento - ma più di un comico alla Jerry Lewis o alla Jacques Tati - l'illogicità dei consumi, la fatica del recettore diventato produttore (Magherita Buy compila, per lo spettatore, un promemoria: che anche nei cinema si valuti il film attentamente...nei dettagli), delle relazioni interprersonali e delle emozioni private dei tempi postmoderni, ed è indocile a ogni copione che non voglia partire dai suoi movimenti e comportamenti slabbrati, eccentrici, posterotici e sempre dalla parte del contorto. Perché semplici, naturali, razionali. Cose che fanno paura.
 
Maria Sole Yognazzi
Buy ne attraversa una decina, di super hotel, da Parigi a Fasano di Brindisi, dalla Toscana alla Sicilia, da Berlino a Shanghai...Ricorda un po' Billy Wilder, inebriato dal Ritz e da Audrie Hepburn nella ville Lumiere e fino ad Avanti! e a Buddy and Buddy... storie satiriche che privilegiavano sempre il super lusso e raccontavano, con arguzia al vetriolo, quel che Wilder ormai conosceva meglio, visto che vi passava gran parte dei suoi ultimi anni, tra festival e giurie, inviti a retrospettive o omaggi in tutto il mondo. Passano tutti negli hotel, c'è la folla concentrata, i vincitori e i vinti, i just in time e i fuori tempo. Bel mareriale per un regista.
Maria Sole Tognazzi, che mette in scena senza farsi prendere dal vizietto dello stile da esibire, ed è cosceneggiatrice con l'esperta Francesca Marciano e Ivan Cotroneo, è molto più giovane di Wilder. La sua conoscenza dei 5 stelle e dei resort, che sono un po' l'esperanto spaziale di ricchi e manager con yacht superiore a 17 metri, star e vip, sembra più intima, intensa e altrimenti autobiografica. Si vede che li conosce alla perfezione, quei luoghi 'secrettati', e non solo per essere la figlia di Ugo. Ne calibra intimamente difetti e grandezze. Questo dà al film una sostanza conoscitiva speciale e intima.

Su come sono glamour, su come sono inaccessibili. Su come sono anche freddi, anonimi, senza vita, asettici questi spazi damascati, fioriti e diversamente profumati. Mi piace, infine, che questo sia un film improprio, avulso, paria, né commedia italiana né dramma sentimentale. Un film che imbarazza il critico perché fa critica (del cinema limitrofo esistente di sistema o antisistemico, notare quel finale con svolta 'quasi alla Diritti', e non poco parodistico) senza compromessi e ammanicamenti; poi perché è un film didattico, in senso rosselliniano: ma invece di parlarti dell'età del ferro o di spiegarci Socrate, ti da una serie di dritte su come comportarsi con il barman dell'Excelsior, utilizzando un espediente alla ministro Urbani (il “product placement”: come utilizzare gli sponsor dentro il film senza farsene possibilmente accorgere) per esibirne virtù e limiti, orrori e piaceri. Ormai, dopo averlo visto, gli italiani di tutte le classi sociali finalmente entreranno nelle hall degli alberghi e metteranno in soggezione chiunque, non solo i bellboy.