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mercoledì 2 luglio 2014

Paul Mazurski, ovvero come fare fuori la controcultura

Mazursky in Wonderland. E’ morto il regista di “Stop a Greenwich Village”


di Roberto Silvestri

Era cosi’ legato alla controcultura, all’era dell’Acquario che - si mitizzava - avrebbe capovolto il mondo, allo scontro tra i sessi mutanti, al cinema d’arte europeo  e al ventennio ruggente  e pop dei sessanta/ottanta che Paul Bartel nel 1989, lo volle nel cast della commedia al vetriolo “Scene di lotta di classe a Beverly Hills”.
Un capolavoro che chiuse quell’epoca di speranze e fermenti ed e’ stato il manifesto piu’ feroce mai realizzato sull’incarognimento dei tempi e sull’America devastata dal decennio Reagn-Bush padre. Non a caso Paul Mazursky interpretava il marito di Jacqueline Bisset, ma in forma di fantasma che, un maialetto al guinzaglio, perseguitava quella donna che si era arresa all’avidita’ e a tutto il resto del catechismo criminale dei contro valori borghesi.  
Il regista, attore, sceneggiatore e produttore Paul Mazursky - un collega di Eli Wallach ai corsi di Lee Strasberg all’Actors Studio - morto lunedi’ scorso a 84 anni a Los Angeles , portabandiera negli anni settanta di quel cinema americano fortemente contaminato dal cinema d’autore europeo, negli ultimi  venti anni era “scomparso” dai set e dalle cronache, a parte qualche retrospettiva eccentrica che si organizzava qua e la’ nel mondo.
Nato nel 1930 a Brooklyn da una famiglia ebrea russa, figlio di un tipografo di giornali, attore televisivo, dal 1959 in California, sceneggiatore del Danny Kaye Show, dopo il folgorante successo ottenuto con cinque o sei film, non era proprio riuscito ad adeguarsi al mutare dei tempi, almeno dopo Moscow on Hudson del 1984, che aveva la pretesa di rovesciare Ninotchka, raccontando la storia di un sassofonista sovietico (Robin Williams) che dopo aver scelto la liberta’, si fa vincere dalla nostalgia per la patria perduta, anche se tutti erano convinti in quegli anni che si trattasse dell’Impero del male.
Insomma, un po’ come Henry Jaglom, John Jost, Alan Pakula, Hal Ashby, Peter Bogdanovich o John Avildsen, Mazursky proprio non voleva scendere a patti con i nuovi padroni del giocattolo, banchieri anzi impiegati di grandi conglomerati del tutto ignoranti delle faccende dell’arte,  interessati solo ai blockbuster e alla techno-visione col pop corn incorporato perche’ volevano dire bei profitti. Dopo due o tre flop, Storie d’amore e infedelta’, 1991, e Buona fortuna, Mister Stone (1993) cosi, Mazursky fu dichiarato ‘paria’ da Hollywood. Se la direttrice di Ciak Piera De Tassis in questi anni avesse messo una sua foto in copertina, in una botta di nostalgia per Stop a Greenwych Village, l’avrebbero licenziata in tronco. Rischio’ il posto, figuriamoci, perfino per aver osato dedicare un numero a Clint Eastwood, un primo piano troppo vecchio per essere in idolo dei teenager….Solo de Oliveira a 106 anni, e in Portogallo, viene omaggiato come una leggenda vivente.
Pur non avendo raggiunto la celebrita’ dei suoi compagni d’avventura della “new Hollywood”, come Francis Coppola, Woody Allen, Martin Scorsese o Robert Altman, Paul Mazursky, nonostante le 5 candidature agli Oscar,  il suo senso dell’umorismo newyorker, la sua intelligenza di matrice yiddish, la sua finezza extraparlamentare, le argute facezie di cui disseminava commedie fantasiose e libertarie, e anche molto autobiografiche, un po’ come se fosse il Fellini di Brooklyn, non si volle mai sganciare dagli anni 70 e dall’utopia di un cinema coraggioso e sfrontato, capace di fare i conti con la vita che urla (non solo di gioia) e di graffiare a fondo la realta’ senza passare per la metafora, il mito, il canone rigido e i super eroi dal retrogusto acido, che era stata invece la strada scelta dagli affiliati piu’ giovani della new Hollywood, Lucas, Spielberg, Zemeckis, Badham, Carpenter e Milius. Loro, i cormaniani, presuntuosamente, volevano egemonizzare Hollywood. Ci provarono, e perdettero. Mazursky se ne teneva un po’ alla larga. Welles era il suo modello, piuttosto. Mazursky inoltre era un po’ troppo newyorkese eretico per preoccuparsi della carriera e del successo. Non propri come quell’estremista di Robert Kramer, che se ne ando’ in esilio in Europa. Ma il suo esodo lo porto’ in  California. Un po’ come aveva fatto Cassavetes. Uno dei manifesti della new Hollywood fu cosi’ la sua opera prima, subito candata all’Oscar, Bob & Carol Ted & Alice (1969), due coppie borghesi annoiate si scambiano i partner, ma la cosa non e’ proprio liberatoria. Girato addosso a due idoli del momento, Elliot Gould e Robert Culp, piu’ l’eterna Natalie Wood e Dyan Cannon, faceva certo la satira sottile della rivoluzione sessuale, ma non istigava al puritanesimo ne’ alla repressione dei sensi e gli scambisti da palestra di oggi dovrebbero dargli un’occhiata, per annoiarsi un po’ meno. Mazursky lo giro’ come opera prima dopo aver scritto per Peter Seller I love you, Alice Toklas. In quegli anni faceva coppia comica fissa, sulla scena e sulla scrivania, con Larry Tucker. E l’esordio li catapulto’ subito al quinto posto nella classifica di incassi. Stava avvenendo una mutazione antropologica nel pubblico americano. Oppure tutto il pubblico “normale” di prima non c’era piu’ perche’ era andato a sparare in Vietnam e per lo piu’ era morto? Oggi un film cosi’ difficilmente te lo farebbero fare.  Il successo del “quartetto di Los Angeles” permise a Mazursky di realizzare due film intimi, girati in prima persona singolare maschile e piuttosto originali, Alex in Wonderland,1970, con Donald Sutherland, un giovane canadese, altro divo del momento, ed Ellen Burstyn (la bionda indispensabile, come l’afghano nero, per fare epoca) che era proprio un fantasy fuori di testa, alla Fellini 8 e ½, per tutta la vita il suo unico vero idolo, il suo oggetto d’affezione totale. Massimo Troisi proprio dopo avere visto quel visto deve aver deciso che l’opera seconda era meglio non farla, o comunque era meglio intitolarla Ricomincio da tre.  Del 1973 e’ Una pazza storia d’amore, e di rimatrimonio come negli anni trenta,  con George Segal che, infedele compulsivo, cerca di strappare la ex moglie al un musicista rock (Kris Kristofferson) buono bello e drogato, e ci riesce, mettendola incinta, pur giocando fuori casa (a Venice, Los Angeles). Due fiaschi. Per fortuna si riprende con Harry and Tonto (1974), con Art Carney che vincera’ la statuetta aurea per il miglior attore dell’anno (strappandola a Dustin Hoffman, Jack Nicholson e Al Pacino) anche se il suo ruolo, un professore di 72 in pensione, e’ costretto a fare l’easy rider per gli States, dal west al Midwest, dal New Jersey alla prigione, che divide con un nativo, con solo il suo gatto per amico e compagno d’avventure. “Se la vita e’ un fiume, un uomo deve combattere o affoghera’ ”, era il suo motto. E, l’epitaffio finale, che dedichera’ al gatto Tonto: “La vita e’ confusa, ma ho fatto del mio meglio per venirne a capo”. Il primo amore, la prima canna e i primi fallimenti di lavoro e sentimentali di un aspirante attore avvengono dalle parti di Bleeker Street, al West Village di Manhattan, proprio come era successo al giovane Mazurszky appena diplomato al Brooklyn College. Siamo in pieno Next Stop to Greenwych Village del 1976 che anticipa un altro grande elogio alla grande Mela e alla sua eroina, “la donna tutta sola”, l’americana indipendente che gia’ e’ Hillary Clinton. Bernardo Bertolucci e non solo lui sara’ folgorato da Jill Clayburgh, mamma di una ragazzina adolescente che rinuncia all’Upper Side dei ricchi e si butta senza paracadute, ma in piena indipendenza, a Soho, a rischiare, perche’ vivere spericolatamente e’ piu’ bello che annoiarsi con i soliti giochini ipocriti coniugali. Un Unmarried woman e’ del 1977 e Clayburgh vince il premio di Cannes per la sua performance raffinatissima e sexy. Il geniale critico di Chicago Roger Ebert scrivera’ che e’ uno dei film piu’ divertenti, commuoventi e veri che abbia mai visto. Oltre a Fellini un altro dio del pantheon di Mazursky e’ Francois Truffaut. E nel 1980 ecco che gli dedica Phil and Willie  (“Io, Willy e Phil”) il suo Jules et Jim. Ancora New York, le canne con libanese e il marocchino, il mito dell’India spiritualmente bella, e ancora la ricerca, non lineare, della propria identita’. Un professore ebreo di inglese che vorrebbe essere bravo come Bill Evans e un fotografo italoamericano che vorrebbe essere un intellettuale a la page almeno come Susan Sontag fanno amicizia vedendo in un cineclub Jules et Jim  e poi incontrano una ragazza del Kentucky (Margot Kidder) che vorrebbe comportarsi da bellezza metropolitana e intanto diventa la loro provinciale Jeanne Moreau. Insomma nessuno e’ a proprio agio in questo mondo, l’umorismo da’ quanche consolazione, ma la disperazione e’ dietro l’angolo. Anche perche’ il cinema europeo, per Mazurszky si’ che e’ bello, anche quando e’ trombone e pretenzioso, mentre quello americano e’ sempre proprio una noia. Una considerazione che non gli perdoneranno mai in patria. Nonostante qualche altro successo come Su e giu’ per Beverly Hills   che, tra Renoir di Boudu salvato dalle acque e Pasolini di Teorema, mette caos nell’ordine della ricchezza losangelina, introducendo un barbone (Nick Nolte) in una lussuosa villa dei quartieri alti e sbriciolando l’identita’ del padrone di casa (Richard Dreyfuss) che si vedra’ portar via tutto, anche l’amore della moglie e della figlia (le musiche sono dell’ex Police Andy Summers),  saranno maltrattati o ignorati i suoi ultimi lavori: Nemici, una storia d’amore (1989) tratto da un romanzo di Isaac Bashevis Singer del 1966, con Ron Silver, intellettuale ebreo fuggito al nazismo, che a New York vive una doppia e complicata storia d’amore che diventa addirittura triangolare quando riappare la moglie (Anjelica Huston) che lui credeva assassinate in un campo di sterminio (il film strappera’ comunque due nomination all’oscar per le attrici, la Olin e la Huston). In Storie d’amore e infedelta’ (1991)  Woody Allen e Bette Midler il giorno dell’anniversario di matrimonio, tireranno fuori tutte le loro reciproche malefatte e tradimenti e le loro corde vocali e gestuali, prima di riconciliarsi, ma nonostante le performance attoriali squisite siamo pigionieri di un copione senza sorprese e tensione mentre in Buona fortuna, Mr. Stone (1993) che, nonostante il titolo, fu malaugurante, torna all’autobiografia. Danny Aiello, tra Dyan Cannon e Sherley Winter, e’ il regista indebitato e in declino che cerca di risollevarsi con un film demenziale (Il cetriolino) lascia la Francia e torna negli States ma viene perseguitato da tutti, ex mogli, figli, produttori, amanti, attricette e giornalisti che cercano di dissanguarlo.
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