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lunedì 28 ottobre 2013

Adèle, la donna "malformata" di Kechiche. Palma d'oro a Cannes 2013

Mariuccia Ciotta

La Palma d'oro vinta a maggio si è disseccata in ottobre, con l'uscita nelle sale di La vita di Adèle - Capitoli 1 & 2, travolto dalle accuse di attrici e troupe al regista franco-tunisino Abdellatif Kechiche, che le ha decisamente respinte. Il suo metodo di lavoro, sì, estenua gli attori, li porta allo sfinimento fisico e psicologico ma sempre in nome dell'arte. Molti critici gli hanno dato ragione, una cosa è l'autore, un'altra l'opera.

Il film ha trionfato a Cannes 2013, presidente della giuria Steven Spielberg, deluso dall'accoglienza americana del magnifico (e anti-kolossal d'azione) Lincoln, e grato alla Francia (e all'Europa) per il tributo che gli riserva. Tanto da assegnare il premio maggiore al film francese, ma quello del “cuore”, il Grand Prix speciale della giuria, ai fratelli Coen.

Le accuse rivolte al regista nato a Tunisi nel 1960 si sono infrante nella forma del gossip piccante (che mai avrà fatto Abdellatif alle belle protagoniste?) davanti al giudizio (non unanime) dei critici, sopraffatti dalla valanga emozionale dentro, sopra e sotto i corpicini nudi, le bocche allargate, lacrime, sudore e sangue, un melodramma lesbico d'immane potenza, tre ore di febbre erotica... Ben venga dunque il “metodo Kechiche” che estrae umori segreti dall'adolescente Adèle Exarchopoulos avvinta a Léa Seydoux, la Emma dai capelli turchini come la fata di Pinocchio. La “favola” è infatti all'origine del film, tratto da Il blu è un colore caldo, graphic-novel di Julie Maroh (furiosa con il film) , best-seller con le sue figurine strampalate, tormentate e arruffate in cerca di autrice.

Il fumetto di Julie Maroh
Sullo schermo, invece, Adèle ed Emma trovano lo sguardo dritto e perentorio di Kechiche, dedito all'autopsia di “femmine devianti” che danno spettacolo. Sguardo trasudante un'ossessione diametralmente opposta a quella liberatoria, ibrida e transgender. Sguardo normativo.

Kechiche inquadra la coppia in una serie di “tavole” che dal fumetto trasmigrano sul tavolo della morgue, istantanee di cosce, seni, sesso, seni, organi sezionati nel furore di un voyeur con intenzioni punitive.

I primissimi piani dominanti sullo schermo, l'incursione costante da odontoiatra tra le labbra di Adèle, la camera addosso alla carne desiderata e sacrificata, è un mai vedere oltre, e tenere sotto controllo le pulsioni sessuali in un tessuto filmico poverissimo, condito con dialoghi pseudofilosofici e ammiccamenti a le jeu d'amour di Marivaux, La vie de Marianne.

"Fantasie da maschio etero maniaco sadico”, “Umiliazioni, abusi, violenza psicologica”, il leit-motiv di Léa Seydoux e dell'associazione tecnici, indignati da un set durissimo e dai “ritmi di lavoro troppo elevati”, suona come un fallo di frustrazione post-femminista e post-sindacale. Ma questa volta autore e opera sono avvinghiati dal medesimo gusto “perverso e manipolatore”. 

L'opposto del citato, a torto, Ultimo tango a Parigi, dove Bertolucci forzava allo sprigionamento dei sensi, allo “scandalo” liberatorio della parte oscura e bandita di sé. Mentre Kechiche è lì a dirigere il traffico emotivo, a bearsi del “peccato” di due bambole cattive che vorrà pentite, una, Emma, attratta dalla maternità (altrui), l'altra, Adèle, maestra d'asilo, pronta a convertirsi all'amore “normale” con un bel ragazzo maghrebino.

Paesaggi di provincia, Lille, all'estremo nord della Francia, Adèle, liceale di 15 anni, corre a scuola alla scoperta di sensazioni liberatorie che la sua famiglia operaia neppure concepisce (stramba idea di un proletariato naif). Affamata di tutto (“adoro le bocche mentre mangiano”, così Kechiche scelse Exarchopoulos mentre masticava un panino) assaggia anche Thomas (Jeremie Laheurte), coetaneo innamorato. Sapore zero. Ma ecco che appare la ragazza dai capelli blu, sfiorata per strada, attraente, esotica, enigmatica. E' un'artista in erba, più adulta, e dipingerà Adèle come lei si vuole, fuori norma, un'Alice nel mondo dei club lesbo, oggetto di desiderio speciale. “Modella” di Emma - l'omosessuale di papà, genitori smaliziati della borghesia intellettuale - Adèle si scoprirà straniera a quel mondo. Capitolo 2, il viaggio di formazione è finito. Si torna a casa. Emma non le ha mai perdonato il cedimento alla passione etero, il tradimento con un uomo.
Redenzione di Adèle.

Abdellatif Kechiche (al centro)
Le due attrici sono presenze palpitanti, motore a sé di grande sensualità, corpo stesso del film, tanto d'aver costretto la giuria a una Palma tripartita. Ma anche personaggi sottoposti all'esibizione della colpa, femmine dichiaranti la loro mostruosità ontologica.
Kechiche non è nuovo all'esibizione delle “malformazioni” femminile, a cominciare da Cous Cous (Leone d'argento 2007) con quel pancione ballonzolante in un'oscena danza del ventre. 

Fino alle vette da Terzo Reich nella spogliazione della Ve
nere nera (Mostra di Venezia 2010), l'ottentotta dalle natiche giganti, scrutata fin dentro il sesso, scorticata viva davanti al pubblico di un circo di strada e nei salotti “buoni” di Parigi. E poi “venduta” all'Accademia Reale di Medicina dove severi scienziati la palpano e la misurano per dimostrare le affinità anatomiche con la scimmia.

Dall'Ottocento a oggi, Kechiche trova le sue “veneri” anomale, aberrazioni da sbandierare nel suo cinema senza immagini, capace però di ipnotizzare le platee come ogni fenomeno da baraccone.

giovedì 23 maggio 2013

Kechiche a bocca aperta



Mariuccia Ciotta
Cannes
Il franco-tunisino Abdellatif Kechiche va in concorso con il film-fiume (2h59') incollato sulla faccia di una adolescente, Adèle (Adèle Exarchopoulos), personaggio di una storia a fumetti saldata a un progetto originale del regista. La vie D'Adele – chapitre 1 et 2, è un film girato in “interni”, ovvero nella carnosa bocca della ragazzina, scrutata anche mentre dorme, e ripresa per tre ore in primissimo piano. Film grondante sensualità, si direbbe, se non fosse che l'ossessione si trasforma in mania nell'inseguire il volto paffuto, i capelli scapigliati, lo sguardo attonito di Adele, che scoprirà di non amare gli uomini ma una sconosciuta dalla capigliatura tinta di blu, Emma (Léa Seydoux), aspirante pittrice. La seduta in tempo reale di amore lesbico è girata come le riprese delle statue di marmo esposte al museo, movimenti leziosi, pose da depliant, scatti di opere d'arte per fondoschiena e carnosi seni palpitanti, luce avvolgente sulla performance atletica.Klimt più di Schiele. La sequenza semi-hard ha inchiodato i festivalieri alle poltrone, sala stracolma, in attesa del bis. Gli spettatori sembravano i membri della Corte Suprema del film di Frears, che con la scusa di giudicare l'ammissibilità o meno di certi film porno, passavano il tempo libero nella sala di proiezione sotterranea. Tre ore vissute felicemente a bocca (di Adele) aperta, il contrario di di quel che è successo durante lo stesso spazio temporale per il film di Lanzmann sui lager nazisti, un lento esodo di massa. Eppure era molto più “pornografico”.
Kechiche dice di non aver pensato affatto alla relazione omosessuale, ma a una storia d'amore come un'altra, infatti si vede. Ogni cosa è banale, bacetti, litigi, sospiri, lacrime, addii. Qualcosa vorrà dirci il regista, sì. Mai disperare se l'eterosessualità è minacciata, Adele fa sesso anche con i ragazzi, perché c'è sempre un uomo che prima o poi spunterà all'orizzonte, e qui ha i caratteri somatici di un bel bruno magrebino. Chissà se voyeur come Kechiche.