L'invenzione di Monnezza. Tomas Milian e Umberto Lenzi |
Roberto Silvestri
Non solo l’inventore di Monnezza. Non
solo 30 anni di cinema italiano esportato nel mondo e, con Vivarelli e Fulci, l'anarchico della triade rossa del Cinema Bis. O, con i suoi 10 romanzi gialli
pubblicati, la risposta italiana a Stuart Kaminsky. E’ lui che nel 1988 ha
supervisionato l'horror beach La
spiaggia del terrore di Harry Kirkpatrick…..
Ma. Storico e militante, oltre che
cineasta, saggista e romanziere finissimo, mi aveva regalato qualche anno fa una
collezione fantastica di dvd anarchici, di finzione e di non finzione. Opere
rarissime e rivoluzionarie, girate dai film-maker di Buenaventura Durruti durante la guerra
civile spagnola, di cui era profondo studioso e collezionista. Volevo vedere la
sua biblioteca: i 300 volumi sull’aggressione nazi-franchista contro i
repubblicani, giornali, riviste d’epoca, 10 ore di filmati, 6500 fotografie e documenti vari…
Quei dvd hanno cementato una amicizia da
facebook, piena di suoi preziosi suggerimenti e di aforismi di raffinata
acutezza critica.
Però intervistare Umberto Lenzi, che è
morto ieri, 19 ottobre, all’età di 86 anni, a Roma, cosa che avevo intenzione
di fare, significava riuscire a studiare prima almeno 70 pellicole. Oltretutto
le sue immagini erano così finemente e saldamente intrecciate al contesto
storico e filosofico nel quale si ambientavano (dal XVI secolo inglese di Le avvenutre di Mary Read, film
d’esordio, dopo il diploma di regia al Csc del 1956 fino alla seconda guerra
mondiale di Attentato ai tre grandi, 1967,
il suo film preferito) da costringermi a un ritorno ai tomi di William Shirer e
Fernand Braudel.
Non ho fatto in tempo. Sono ozioso o
poltrone. Non saprò più cos’era quel film girato in Grecia, Mia Italida stin Ellada, nel 1958 e mai distribuito, né tante altre
cose … il segreto di produzioni affrontate con estrema non chalance, di
qualunque genere fossero, e con qualunque budget. Avrei anche voluto discutere il
motivo per il quale nel 1976 il cinema italiano incassava in Italia grazie a
lui, Castellari, Fulci e alla commedia di Sordi, Tognazzi, Gassman e Manfredi
il 76% degl totale mentre il cinema Usa solo il 19%. L’anno dopo arrivò Guerre
stellari, e solo Cozzi, Brass e Margheriti cercarono di entrare in competizione ...E poi sarebbe stato bello anche discutere con lui la frettolosa definizione di un suo semi-ammiratore francese,
Laurent Aknin, contenuta in Cinema Bis: 50
anni di cinema di quartiere: “E' un artigiano molto corretto e abile,
imitatore senza personalità e immaginazione”. Vedremo perché questa
definizione, apparentemente negativa, è in realtà un super complimento.
La biblioteca di Lenzi |
Così dello scrittore di gialli
eccellenti; dell’ottimizzatore finale – ma poi tradito - di Thomas Milian; del cineasta “di parte
proletaria” di Milano odia: la polizia
non può sparare, Roma a mano armata e
Napoli violenta, dell’uomo dai
tanti pseudonimi, - Hank Milestone, Bob Collins, Humphrey Humbert (questo
pseudonimo è molto Nabokov) e Harry Kirkpatrick, James Reed- e dell’allievo
a suo dire di Raoul Walsh e Sam Fuller, Don Siegel, Robert Siodmak e Henry Hathaway, Nicholas Ray e Michael Curtiz, posso solo scrivere sulla base dei
ricordi d’adolescente, quando i suoi Salgari e i suoi peplum dada (Maciste contro Zorro) non potevano
lasciare indifferente un fan di Marilù Tolo, Lisa Gastoni Hildegarde Knef, Alessandra
Panaro, Jacqueline Sassard e Steve Reeves (inseguiti nei doppi programmi di un
cinema estivo a Campi Salentina). E durante i mesi pre e post sessantottini
romani, quando più di Z, Petri e Sacco e Vanzetti trovavo consonanze
rivoluzionarie felicemente oblique in Kriminal,
1966, e poi nell’horror thriller Orgasmo,
che fu il suo grande successo; Così
dolce… così perversa, che era una variazione di Merletto di mezzanotte di David Miller; Paranoia, Il paese del sesso
selvaggio, Incubo sulla città
contaminata, il suo capolavoro cannibalesco che piacque perfino a Kezich e
Maltin. Era cambiato intanto il design divistico,
ovviamente, più problematico, più introverso… Jean-LouisTrintignant, Carrol
Baker, Lou Castel, Irene Papas, Rossella Falk e quel misterioso Ivan Rassimov.
Il poliziesco metropolitano lenziano,
con Milian e Merli, che dominerà la seconda parte degli anni 70 “e che non ha
niente da invidiare ai tanto celebrati omologhi americani come Il braccio violento della legge” (affermò), non ha
niente a che fare invece con quello che scrive Piero Zanotto sul Filmlexicon (aggiornamento 1991) e cioè con
una “società italiana vittima dell’estremismo politico” semmai, in quegli anni già disperati, con un estremismo
politico di sinistra che fu vittima, come l’intera società italiana, di una
classe politica indecente e famelica. E nei decenni successivi addiritttura
ributtante.
Il regista con la macchina da presa |
Lenzi, pur diplomandosi con un corto
pasoliniano, I ragazzi di Trastevere,
ha continuato, finché ha potuto, il suo lavoro di scavo fertile dentro i generi
popolari: pirati, western spionaggio, il giallo all’italiana, il
poliziottesco metropolitano, il film di guerra, l’horror e il filone di
sua invenzione, il cannibalico (Mangiateli
vivi, Incubo sulla città, La casa 3, Cannibal ferox, La spiaggia del terrore,
Demoni 3, girato in Brasile, e che è uno dei film preferiti di Lenzi anche
perché ha girato durante una macumba vera…),
l’avventuroso esotico (Ironmaster, Cop
Target, Detective Malone), il filone barzellettesco di Pierino senza Alvaro
Vitali, (l’unica passione local in una filmografia glocal e zeppa di celebrità
hollywoodiane sul viale del tramonto), l’erotico, ma soprattutto lo spaghetti thriller alla Dario Argento,
che gli supervisionò la sceneggiatura di un kolossal bellico La legione dei dannati, 1961, e con il
quale restò sempre amico e complice di lunghe discussioni sula storia e la politica)
e che poi nei primi anni settanta clona e ramifica creativamente (lui è il mago
del deja-vu): il poco sessantottesco Un posto ideale per uccidere (1971), con Ornella Muti; il verbosissimo Sette orchidee macchiate di rosso (1972), Il coltello di ghiaccio (1972), tra Scala a chiocciola e Terrore
cieco; e Gatti rossi in un labirinto di vetro (1975), girato a Barcellona
con Martine Brochard in mezzo a mille difficoltà.
Di straordinario interesse e più
originale degli altri è soprattutto Spasmo,
1974, per il quale si avvale della collaborazione musicale di Ennio Morricone e
che oggi sembra un’opera chiave, estrema e radicale, per capire il segreto del
grande cinema commerciale italiano esportato all’estero nel decennio 70 e 80, tra
l’indifferenza dei poteri industriali forti, critica cinematografica che
contava compresa. Vediamo perché.
Il mystery ha per Lenzi un fascino particolare. Con tutti i misteri della
nostra storia, le stragi irrisolte, le bombe affibiate agli anarchici… Lenzi
vince nel 1983 a Cattolica il Mystfest con il racconto La quinta vittima, poi pubblicato nei
Gialli Mondadori n.1811, ma su Spasmo era
ipercritico, troppo macchinoso, aberrante, privo di senso… giudicava il
risultato “paranoico”: è la storia di un pazzo che incontra un altro pazzo (suo
fratello). Andò male. “L’ho rivisto ancora e non lo digerisco” afferma a Luca
Palmerini e Gaetano Mistretta in Spaghetti
Nightmares. Però. Lenzi era troppo autocritico.
La centralità di Spasmo
Nel regno della musica applicata, ma anche in quello della storia
del cinema italiano non c’è infatti Salò di Pasolini o Mission senza Spasmo (che è un film giallo di Umberto Lenzi
del 1974, molto importante come vedremo) alle spalle, e in particolare senza i
quattro brani avant-garde di Ennio Morricone, dal titolo Stress infinito, e senza l’esperienza accumulata dal più
celebre compositore romano di soundtrack negli horror e nei film spionistici
della metà degli anni 60, nei western, nelle commedie sexy e appunto nei tanti
“gialli” d’epoca sessantottina.
Ma ciò che unifica l’intervento musicale di Morricone in queste
opere, alte e basse,
è qualcosa di più di una teoria musicale eccentrica.
E’ il concetto di “noia
creativa”.
E’ un punto chiave per
comprendere l’originalità del cinema italiano nella sua epoca aurea. Quella
caratteristica “vitalità e fertilità della noia” - secondo la suggestiva
sintesi fatta da un critico americano, Chris Fujiwara, nel saggio “Boredom,
Spasmo and the Italiam System” (nel volume Sleazers Artists, 2007) che si impossessa contemporaneamente della
letteratura, del fumetto, della musica, delle gallerie d’arte e soprattutto di
Cinecittà dagli anni 60 fino ai cinque maledetti iper-horror anni 80 super censurati in molti
paesi del mondo: Tenebre (Claudio
Simonetti) e Inferno (Keith Emerson) di Argento; Cannibal Holocaust di Ruggero Deodato (Riz Ortolani), Cannibal Ferox di Umberto Lenzi (Budy, alias
Roberto Donati e Fabia Magione, attrice e compositrice che compongono jazz
funky nelle scene metropolitane e utilizzano il sintetizzatore nell’Amazzonia
degli indios per accentuare i processi di alienazione nella foresta vergine,
espellendo pietà e commiserazione in una pellicola futurista adornata da scene efferate di violenza, omicidi e
antropofagia varia); L’aldilà di
Lucio Fulci (Fabio Frizzi).
Nei capolavori muti e noiosi
per eccellenza, del cinema moderno, per esempio in Sleep (1963) o Empire
(1964) di Andy Warhol, o nelle opere che il tempo riescono a visualizzare di Chantal
Ackerman, Michael Snow e Straub-Huillet,
l’illusione filmica, l’effetto sogno ad occhi aperti, resta intatta ma è
la nostra partecipazione affettiva e percettiva che sembra allontanarsi, a
differenza che nei blockbuster hollywoodiani, congegnati proprio per impedire
quella divaricazione.
Eppure l’esperienza dello
spettatore che non desidera più identificarsi con quel che vede cambia
semplicemente la modalità della visione e la gamma dei desideri, spezza il
gioco ipnotico per attraversare lo schermo e proiettarci verso la vita, da
analizzare, da ponderare, da modificare.
Napoli violenta |
Il giovane Tarkowski al
maestro Mikhail Romm che gli rimproverava l’eccessiva lunghezza dei piani del
suo saggio di laurea, replicava: “se allunghi la normale durata di una ripresa
certamente annoi, ma se l’allunghi ancora di più produci una nuova qualità di
visione e una nuova intensità dell’attenzione”.
Già, nella noia il tempo non
passa mai, ogni istante si dilata, il fluire cronologico è espulso
dall’esistenza e diventa esterno a noi. Non viviamo più nel tempo. Insomma
possiamo perfino amare questo stato… Gramsci diceva che alla catena di
montaggio l’operaio sfruttato dal lavoro ripetitivo pensa di più e si trasforma
da docile forza lavoro in ostinata e combattiva classe operaia, già organizzata
in partito e in strategia di lotta….
L’artista statunitense
Christian Marclay vince la Biennale d’Arte di Venezia del 2010 rendendo un
ironico e definitivo monumento pop alla noia. Il suo film è lungo ben 24 ore: The Clock scandisce minuto per minuto,
utilizzando brevi sequenze da film di tutto il mondo, proprio questa fluida
perdita del tempo, da mezzogiorno a mezzanotte. E’ l’orologio con le sue
lancette, da polso, a pendolo o a cucu, la super star unica dell’opera d’arte.
Chi sperimenta non è l’autore ma il ricettore
Con Quentin Tarantino |
Scrive
Fujiwara: “meno il film sembra cambiare, più lo spettatore diventa conscio dei
suoi moti interni, del proprio fluire, del cambiamento interiore”. Si mette in
moto nella ricezione, un meccanismo indipendente dalla vista, fatto di
riflessioni, collegamenti mentali, pensieri, piaceri, vibrazioni e dispiaceri
fisici che il critico francese Henri Wallon chiama “serie
propriocettive”.
Siamo
alle scaturigini, appunto, di quel lavoro dello spettatore critico che permette
di dire: lì sta il film, e il suo mondo, qui sono io, e il mio, fuori c’è un
altro mondo. Come dire l’entertainment diventa triplo. Un piacere
triadico. Freud scriveva: “nel lutto è il mondo che ci sembra povero e
vuoto, nella melanconia è il nostro ego a sembrarci povero e vuoto”. Al cinema,
che il film sia incalzante o meno, ci si riprende un po’. Ma la noia aiuta.
Insomma
la noia è uno stato di libertà. Devi scegliere di essere annoiato. E la cosa
può anche eccitare. Ci succede davanti ai film di Michelangelo Antonioni che
sulla rappresentazione dell’immobilità, morale e mentale, della borghesia del
boom economico non ha rivali. Ma è Cinecittà tutta che vive e si arricchisce
per oltre 30 anni proprio… sulla immobilità (dei generi) e sulla noia attiva.
Come soggetto, da La dolce vita a Il Disprezzo, ma
soprattutto introducendo questo meccanismo perfino nel road movie (la noia del
viaggio, della vacanza) e nel cinema d’azione per eccellenza, quello dei
generi, filone dopo filone.
Debord e il “Lenzi touch”
L’analisi entusiastica fatta da Fujiwara dell’esperienza melanconica di Spasmo,
giallo solare che viviseziona la psicologia perversa, morbosa e criminale
dell’alta borghesia, e delle musiche corali e atonali di Morricone, è a questo
proposito illuminante.
Il film doveva essere girato da Lucio Fulci, ma Umberto Lenzi lo
ha completamente riscritto introducendo le astratte e inanimate bellezze degli
attori (Robert Hoffman, Suzy Kendall e Ivan Rassimov), l’elemento della
illuminazione solare e del clima balneare che contrasta con i nostri “dark
corner” (quelli che Argento affoga in thriller cupi e nerissimi black), le
bambole, oggetti immobili per eccellenza, la villa nascosta, dove i
protagonisti del film si annoiano a morte, il dialogo postsincronizzato (anche
perché i tre attori principali sono stranieri, l’effetto è straniante, le voci
sono tutte impersonali e neutrali, così staccate da quei corpi) e uno zoom
sempre attivo di cui il direttore della fotografia Guglielmo Marcori, e tutto
il cinema commerciale italiano di quell’epoca, abusa, continuando a manovrarlo
in avanti e indietro perché è l’unico soggetto cosciente capace di animare gli
ampi spazi nei quale i personaggi vagano,
senza comunicare e senza intenzionalità apparente.
Questa “dinamica immobilità” viene mascherata da un continuo,
quasi ridicolo uso del simbolo stesso del boom economico, l’automobile. Simbolo
di ricchezza conquistata (in Spasmo è
una Bmw), di sesso attivo, di mascolinità all’opera (sono sempre gli uomini
alla guida) e di libertà di movimento.
Zoom e automobile hanno l’incarico di annullare lo spazio e il
tempo delle soggettività. Come nei road movie il paesaggio diventa più
importante dei personaggi e il fatto che questi personaggi si muovano velocemente
è più importante di chi siano e di cosa abbiano intenzione di fare… Nel cinema
italiano al contrario di quello hollywoodiano non si è assolutamente
ossessionati dal rispkndere alla domanda “Se succede questo, cosa cambierà?”
Anche perché si nota una netta separazione tra voci e corpi, tra
menti e mondo. Ricordate l’effetto Kuleshov? L’espressione dell’attore cambia
nel montaggio tra sequenza A e sequenza B anche se il suo viso rimane
inalterato.
Ebbene l’effetto
Lenzi lascia al solo lavoro
dello spettatore la comprensione e interpretazione, per esempio,
dell’espressione di Fritz (Ivan Rassimov), per esempio, che guarda, in
campo/controcampo, un vecchio home movie d’infanzia.
Michel Piccoli nel Dillinger
è morto di Ferreri aveva
anticipato proprio questa sequenza. L’inespressività è fertile.
Le tante incongruenze e inconsequenzialità del film di
Lenzi/Morricone, come antidoto alla “distrazione affollatissima di segni” da
blockbuster (o im-segni, direbbe Pasolini per distinguerli dai fonemi e dai
grafemi), vengono rivendicate con forza da Fujiwara, che le affilia al
laboratorio teorico dei situazionisti dell’epoca, i più implacabili nemici del
capitalismo nell’era della biosfruttamento e dell’accumulazioni perversa di
immagini e cioè della “società dello spettacolo”. Qui funzionano tutte e due le
armi antisistemiche dei situazionisti: il détournement cioè il riuso in altri contesti di
segnaletiche d’arte immagazzinate e citate e la dérive, l’ attraversamento
creativo/distruttivo dell’ambiente urbano.
La scatenata indeterminazione dei “noiosi film di genere” rigonfi
di memoria iconografica da annichilire (siamo sempre il paese di Giotto,
Raffaello, Michelangelo, Tiziano, Boccioni, De Chirico…) non ne fanno dei
candidati ideali per il détounement? Non sono l’ambiente ideale, quei film
noiosi, per una dérive estetica nella quale noi possiamo liberamente
circolare?
Ennio Morricone e l’immobilità dinamica.
Originalità e sovversione, dunque, quella dei cinema bis di
Cinecittà 1960-1980, che molto deve ai nostri artigiani del cinema ma anche ai
loro rapporti, diretti e indiretti, in quell’epoca di militanza politica forte,
di scrittori, pittori, architetti, drammaturghi, design, stilisti militanti,
che erano a contatto, pensiamo a Carmelo Bene o a Mario Schifano, con le zone
più fertili della ricerca estetica e della cultura mondiale.
Da musicista di formazione contemporanea, aleatoria ed elettronica,
Ennio Morricone è per esempio estraneo alla forma sonata classica che richiede
esposizione tematica e sviluppo. Lo irritano anche le canzonette, con la ferrea
struttura: “introduzione, strofa, ritornello” che spesso i produttori gli
impongono di scrivere per vendere di più gli lp del film. Se pensiamo che il metodo di lavoro di
Leone con Morricone partiva quasi sempre da alcuni motivi creati dal musicista
sui quali il regista imbastiva
il ritmo del suo girare ci accorgeremo della grande differenza con il metodo
fordista-taylorista di Hollywood nel
quale lo score viene creato interamente in
post-produzione.
L’immaginazione, nella musica applicata, anche in Europa, però,
data la brevità degli interventi generalmente richiesti (non più di 40 minuti
su un film di 90’-120’, e spesso molto meno), non ha proprio il tempo per
svilupparsi.
Dunque è il tema che torna, ininterrottamente, ciclicamente. Quel
che cambia è la strumentazione, i timbri, la tessitura orchestrale. Lo sviluppo
è inutile.
O meglio è affidato all’immaginazione dell’ascoltatore-spettatore.
E’ lui il vero sperimentatore,
come sosteneva John Cage, a lui affidato il compito di collaudare e chiudere
l’opera ‘aperta’, partecipando alla fase finale della sua creazione.
L’arte concettuale italiana, proprio in quegli anni, pensiamo a
Pascali, Fabro, Lombardo o Lo Savio, attiva lo stesso procedimento “politico”
di provocare la ricezione. E’ un po’ come reagire alla lingua attraverso la
materia audiovisiva, andare al di là dell’arte, verso il concetto, dentro la
poesia, scopo antropologico dell’essere vivente, come sosteneva Brodskji.
Quella macchia sonora mutante, quella “forma ciclica” musicale in
alcuni casi può addirittura fare a meno del tema, senza arrivare quasi mai
all’atonalità o alla dissonanza, lavorando su sonorità capaci di abolire la
melodia, fino alla “immobilità dinamica” o al “movimento nell’immobilità”, nel
caso dell’accordo unico o dei due accordi, come nella sequenza di Petri o in
altre partiture di Morricone.
Alola presentazione di uno dei suoi romanzi gialli |
Pasolini parlava di coesistenza, nell’immagine visiva o sonora, di
“profondità statica” e “orizzontalità ritmica” e Morricone di un’ “idea di
immobilità come quella che si può immaginare per la musica
orientale”.
Pensiamo contemporaneamente a Michelangelo Antonioni e alla sua
progressiva purificazione degli interventi musicali scritti, dopo la fine della
collaborazione con Giovanni Fusco, alla ricerca di uno stile sempre più spoglio
e asciutto, di una immagine visiva sempre più ascetica, affidata soprattutto al
suono concreto, fino all’uso progressivo del solo rumore diegetico tra L’Avventura e, grazie a Gelmetti, Deserto rosso. Profondità
statica e orizzontalità ritmica diventano la musica delle sue immagini.
Il filosofo francese Gilles Deleuze, nell’ Immagine-tempo spiega meglio il lavoro dello
spettatore moderno quando parla del cinema sonoro come di un immenso “monologo
interiore” che esteriorizza e interiorizza non un linguaggio, ma una materia visiva che è l’enunciabile di un linguaggio e
che rinvia a enunciati diretti (atti di parole, sostanza conoscitiva, suoni e
musiche) o indiretti (nel
caso delle didascalie del muto).
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