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lunedì 23 novembre 2015

Libri di cinema. Un classico sulla commedia sofisticata.







Stanley Cavell. Alla ricerca della felicità. La commedia hollywoodiana del rimatrimonio. 24 euro Einaudi. 1999. Traduttore Emiliano Monreale







di roberto silvestri 


“Si impara sempre qualcosa da qualunque film americano anche stupido, ma mai nulla da un saccente film inglese”. 
Semplifichiamo a memoria la celebre frase di Ludwig Wittgenstein scritta negli anni trenta, quando la commedia, il western, il musical e l’aspro dramma social-gangsteristico sono i generi principi di una Hollywood fabbrica di sogni ma anche di identità, che racconta la storia antica mentre fa storia contemporanea, tra ‘teoria della frontiera’ e ‘new deal’ come progetto inedito, fiaba quasi utopica, coreografia sincronizzata, per un attimo, tra classi sociali, sessi e melting pot in furiosa lotta. 
E se Martin Scorsese nella sua piccola, recente storia filmata (e privata) del cinema americano rimuove la commedia, perché gli sembra ovvia, è proprio ai botteghini dei film di Frank Capra e Howard Hawks che, durante la depressione, milioni di assegni di disoccupazione trovarono il loro più razionale senso facendo scandalizzare gli storici liberal più austeri. 
Lo spiegherà più tardi e li prenderà in giro Preston Sturges allora sceneggiatore poi diventato (non tanto facilmente) regista, in “I dimenticati”. Far ridere, vendere gioia, far dimenticare i guai della vita ai derelitti, agli sfruttati, ai poveri, ai carcerati. Produrre estasi, trance, deliri, fuoriuscita da sé. Evasione. Prefigurare ipotesi di giustizia, mondi nei quali i sopraffattori siano sopraffatti. Ecco un buon progetto di cinema militante o almeno consapevole, per un regista che voglia toccare il cuore sapiente del pubblico e innalzare il livello di coscienza politica sua e del proletariato tutto, infiammare le masse, progettare rivolte, almeno interiori. Non si comunica un bel niente se non si riesce a trasmettere direttamente, faccia a faccia - tramite la critica più spietata, la risata – e guardandosi negli occhi, non dall’alto in basso, il “grande no” allo stato di cose presenti. Stanley Cavell

E contemporaneamente produrre un grande sì alla vita, perché l’America è la terra dell’entusiasmo atletico e esuberante che fu cristallizzato nelle acrobazie cinetiche di Douglas Fairbancks sr. E anche l’unico che voglia garantire la felicità del popolo,  almeno secondo le Leggi fondative. Senza comicità, insomma, niente rivoluzione in occidente. Quando la dimentico, la Russia crollò come Urss.
Qualche decennio fa la Raitre di Guglielmi, per miracolo irripetibile, scodellò trenta commedie americane anni trenta, griffate La Cava, Hawks, Capra, Lubitsch... E per merito delle dense e aguzze presentazioni di Vieri Razzini (e dei sottotitoli che per la prima volta non deturparono la prima meravigliosa voce sullo schermo, quella di Jean Arthur) penetrò anche nel nostro immaginario così ben protetto da gerarchie cattoliche sanguinarie, materiale ludico sovversivo proprio perché finalmente spiritosamente non integralista. 
E siccome la commedia dei primi anni trenta è marxiana (i fratelli Marx), distruttiva (Fields), lussuriosa al limite del codice penale e ben al di là del perbenismo fascista (Mae West), corrosiva (Lubitsch), surrealista e dadà, cosa successe poi perché divenne nel corso del decennio “a glow of satisfaction”, ancor più “sofisticata” nei set e costumi, screwball (svitata) nel ritmo pazzo e capace di “riconciliare gli irriconciliabili”, di prefigurare la perfetta unità della coppia eterosessuale, sebbene sempre sul punto di disfarsi (l’omosessualità ne fu il controcodice quasi impercettibile)? Fu la fine della paura, della fame e della disoccupazione?
Il volume miliare dello studioso (e anche regista) Andrew Bergman “We’re in the money”del 1971 resta un classico del cinema rooseveltiano, il primo, di sinistra, che non vuole piu’ declinare insieme populismo e progresso. Anzi, ne divarica gli esiti. I populisti odiarono Roosevelt e da allora si spostarono per sempre a destra, traducendo forza lavoro con gente e classe operaia con cittadini.
Ma non della sola commedia tratta quel saggio, e si concentra, in questo genere, solo sul Capra commediante. Edoardo Bruno, più recentemente, alla commedia ha dedicato un volume prezioso, perché ricco di idee oblique (Pranzo alle otto). Ma solo adesso, grazie a questo incalzante testo post-cinematografico scritto dal pensatore di Harvard che si è anche misurato con la televisione, iniziamo a introdurci, attraverso sette commedie sofisticate perfette, Accadde una notte di Frank Capra, Susanna e La signora del venerdì di Howard Hawks, Scandalo a Filadelfia e La costola di Adamo di George Cukor, L'orribile verità di Leo McCarey e Lady Eva di Preston Sturges, scovate dal filosofo cinefilo Stanley Clavell (suo anche The World Viewed) dentro le stanze della tortura d’immaginario. Un laboratorio dove il vecchio mondo viene straziato dalla “gran dama”. E nasce la donna nuova americana, più che suffragetta, più che flapper, più che emancipata, la persona che punta al potere, e non solo simbolico (Eleonor Roosevelt, non una semplice consorte, ne è l’interfaccia a Washington)  - a differenza della sua collega europea, sottomessa ancora perché ha subito in termini di potere politico la carenza di uomini dopo il cataclisma della prima guerra mondiale che ha ridotto in cenere 10 milioni di soldati ventenni. Le basterà rassegnarsi a regnare nelle quinte, paga dell’adagio “dietro un grande uomo c’è una grande donna”. Ma la Serpieri nulla poté con il narcisismo del macho duce. E Mussolini attaccò l’Etiopia.
Invece in Usa. Nuova donna, nuove idee. Anche se Clavell utilizza antiche teorie protoeuropee ancora fertili per scavare nel substrato archetipo della commedia sofisticata, e quel terreno, rimosso e capovolto, è griffato non solo Freud, Nietzsche, Emerson, Kant….ma affonda le radici perfino dentro la contrapposizione tra commedia attica delle origini e della decadenza.
Quelle arcaiche suggestioni che restano fuoco e non cenere e che danno alla civiltà occidentale ancora una chance. Che le permettono di ipotizzare, dopo sicure complicazioni non solo erotiche, e il superamento di non facili ostacoli, un processo di trasformazione morale e maturazione interiore. E dolo la necessaria morte simbolico ecco che si giungerà a un ulteriore… ri-matrimonio con la storia. Eccitante come quello tra Rosalind Russell e Cary Grant in “My girl Friday” o tra lo stesso Cary Grant e Katharine Hpeburn in “Susanna”. Certo: ma perché bisogna aspettare venti anni per avere avere a disposizione tradotti i grandi classici della critica cinematografica? Siamo ormai alla crisi verticale anche dell’editoria? Oppure è troppo forte per il nostro sistema mentale bigotto concepire che il grande amore che ci trasforma in invincibili è l’unione non facilmente ipotizzabile tra un lui “in trance” e una lei in delirio come Cary e Kathy?     Leggere in questo senso il capitolo III, intitolato “Leopardi nel Connecticut” ci farà capire di più il retrogusto comico di Il giovane favoloso di Mario Martone.