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venerdì 27 novembre 2015

Il "bongo" di Francesco Carnelutti, l'attore di una generazione di ribelli da non dimenticare



roberto silvestri

Non temere è il titolo del suo ultimo film. Di Marco Calvise, ancora in post produzione. Ben gli si addice. Era un combattente, coraggioso. E, non mancava di confessare, “ho un caratteraccio”. 
L’attore e regista Francesco Carnelutti ci ha lasciato dopo una malattia non semplice, a 79 anni. E ha lasciato la sua inseparabile bicicletta, con la quale andava a far provini romani perfino a Monte Mario; i libri di Thomas Bernhard e un vuoto nel teatro e nel cinema italiano, al di là di ogni reference system (che funziona sempre alla rovescia, rispetto ai valori).
Dal suo eremo nell’isola d’Elba che aveva costruito negli ultimi anni, pietra su pietra, dopo una seria conversione cattolica, per entrare con ancor più forza nel mondo attraverso sensori spirituali diversamente appuntiti, in una sorta di dossettiano “esilio dell’Annunziata”, continuava a insegnarci a lottare per migliorare lo stato di cose vigente, con ogni mezzo, perfino la preghiera, se necessario, e che quel che importa è la conoscenza di sé. E a non giudicare mai ma, assai meglio, ad esplorare. La libertà non è uno slogan insensato, è combattimento contro forze possenti.
Un’altra via - meno individualistica di quella religiosa - al controllo dei nostri lati dark, è stata quella del gruppo artistico “informale” di cui faceva parte. Dei cineasti, degli scrittori, dei musicisti e degli attori laici e libertari della sua generazione. Dei trentenni e quarantenni del 68. Almeno li immaginiamo come una moltitudine involontariamente affiatata. I cantautori della guerra fredda, anzi sarcastica, come Maria Monti, Margot, Fausto Amodei, i Gufi, Michele Straniero, il Cantacronache di Italo Calvino, Fiorenzo Carpi, Bosio, Enzo Jannacci quasi tutti del nord, come lui. E prima di Luigi Tenco e Paolo Pietrangeli.
Alle loro spalle di performer virtuosi l’aggressività poetica incorporata da Marlon Brando (che non a caso ha doppiato un paio di volte) e James Dean e distillata, radiante e più potente, grazie a una tecnica cristallina più istintiva. Incidere a lettere di fuoco la propria alterità. E quel tocco surreale, naturale, da commedia dell’arte. E quella smarrita malinconia brechtiana… Mettersi di spalle, girarsi e non parlare dritto di fronte agli occhi era tecnica da Actors Studio che ereditarono anche i musicisti black della free jazz generation. Ma in Italia questa “maleducazione cool” diventava il segnale di una preoccupazione ereditata dalla guerra fredda. Le spie. Il controllo. L’emarginazione sociale cui venivano sottoposti i militanti e i simpatizzanti del partito d'opposizione eterna. La trascuratezza nella tenuta della propria persona diventava gesto antagonista, il simbolo di una igiene fisica e mentale superiore. Proprio come ci indicavano Kerouac e Ginsberg. Guardare a oriente, piuttosto che al medio oriente. Estremisti, non moderati. Tra i comunisti italiani e i ribelli di oltreoceano (e gli esistenzialisti francesi) c’era dunque contatto profondo.  Il cosmopolitismo così raro nei nostri attori spesso incapaci di suonare la musica di altri, le armonie altrui. Anzi perfino di interessarsene.

Indimenticabile, tra le sue performance da protagonista, ed emblematico in questo senso il suo Mehdi Ben Barka, il leader socialista che vinceva troppe elezioni democratiche a Rabat e che dunque, braccato a Parigi dai mostri torturatori della monarchia marocchina, con la complicità del governo francese, nordamericano e del Mossad, doveva essere brutalizzato e assassinato per ricostruire l’ordine mondiale. Successe il 29 ottobre del 1965. Il ministro degli interni di Rabat, Outfkir se ne vantò a lungo, occupandosi personalmente della chirurgica esecuzione. E tutti ad applaudirlo. Quella via moderata alla repressione di ogni istanza di libertà in Maghreb e Mashreq ci ha portato così direttamente e allegramente tra le braccia tatuate dell’Isis. Che si tratti di una trappola ben congegnata è ormai palese…
La regia di quello strano sceneggiato tv-film-documentario del 1978 (da Rai servizio pubblico, sebbene carente) Ho visto uccidere Ben Barka era di un cineasta importante e troppo oscurato, Tomaso Sherman. Lo potete trovare su You tube. E’ una lezione di storia indimenticabile. Tra gli attori c’erano anche Jacques Sernas, l’ex Paride, e Bruno Cirino, nel ruolo di un losco e nevrotico villain, che faceva parte della "brigata Garibaldi" del nostro cinema.  

Volti da poeta e fisici da facchino o, come quello di Pasolini, da giocatore di calcio. Gian Maria Volonté e suo fratello, Laura Betti, Bruno Cirino, Riccardo Cucciolla, Cosimo Cinieri, Duilio Del Prete, Franco Citti, Dario Fo, le molto più giovani Ludovica Modugno e la situazionista Olympia Carlisi, l’onorevole a venire Carla Gravina…
Francesco Carnelutti che ci ha lasciato ieri mattina, sereno negli ultimi giorni di agonia, faceva parte di questo “gruppo”. Anche se non lo erano, o erano cittadini rivoluzionari anche peggiori, sono stati “i comunisti” scarnificati della nostra scena artistica. Facevano paura alla settimana Incom e alla tv di Bernabei più di Vittorio Gassman e Renato Rascel. Mica era facile scritturarli. Erano i sanculotti della nostra recitazione. Bisognava importarli dall’estero gli anti eroi digeribili, perché esotici, Tomas Milian, Lou Castel, Tina Aumont, Pierre Clementi, Jean Pierre Leaud, Eli Wallach, Clint Eastwood, Lee Van Clift… per non creare troppa indignazione.

Davanti ai “comunisti” nostrani e virtuosi e dentro i loro personaggi il paesaggio sconsolante di un paese da riplasmare. E i ricordi traumatici della guerra e della fame, dell’odio incivile del conflitto fratricida, che l’immemore generazione appena successiva, quella di Victor Cavallo, Rudiger Vogler, Klaus Kinski, Fabio e Mario Garriba, Daniela Gara… avrebbe frainteso o mal interpretato, smorzando l’efficacia e la forza devastante del 68 al crepuscolo.
Di fronte a Carnelutti, che forse era il più apollineo e spirituale del gruppo, certo quello dagli occhi più profondi e insondabili, e di fronte a Volonté & Co., invece, il controcampo dell’Italia, devastata e desolata già negli anni del boom economico, per pochi.  Non avremmo traccia della scultura interiore degli anni di Fanfani e Andreotti, al di fuori di come li si distorce oggi, senza il passaggio di quella generazione indisciplinata di attori e attrici trgici, e se comici grotteschi al vetriolo, che seppero regalarci un “cuore sapiente”, una griglia di sentimenti fuori mercato e la capacità mimetica di incorporare e esorcizzare i mostri dc doc di ultima generazione (e quelli ancora più infami che spargevano bombe vigliaccamente protetti dagli organi di stato fino ad oggi). Altro che Adriano Sofri. C’è ancora un pezzetto di Italia, grazie a questi paladini della libertà, che si chiede "chi ha ucciso Pinelli lo sappiamo. Perché non si ricorda mai?" Mentre la stragrande maggioranza del paese oggi è felice di infuriarsi solo per un titolo disdicevole e ingenuo di Lotta Continua.

Addestrati nelle migliori università ma anche nelle  “scuole di strada” dei quartieri periferici, quando non era necessario che arrivasse in sezione Barca il moralizzatore, che li forgiarono anticonformisti, ribelli e mai accademici. Non avranno posseduto il prestigio fisico e la potenza demoniaca, a parte Laura Betti, di Marlon Brando. E neanche l’istino suicida e il fascino dell’abisso di James Dean, anche se il sentimento della morte li aggrediva e loro lo combattevano con una spiritualità laica, che ci sembrò più coraggiosa ed efficiente di quella religiosa. Ma anche i loro genitori per lo più borghesi li volevano professionisti o alti ufficiali e residenti nei quartieri alti. E non bohhemienne della Trastevere di allora.  O “suonatori di bongo”.  Il “bongo” di Francesco Carnelutti (suonare il bongo era la vera passione segreta e colpevole di Jimmy e Marlon, altro che recitare) è  stato la barca a vela e a remi dei veneziani, andar per la laguna senza l’aborrito motore. A 8 anni quello fu il regalo più bello ricevuto nella sua vita.
Regista, attore di teatro soprattutto ma anche attore del cinema e della televisione e della radio Francesco Carnelutti, se esaminiamo attentamente la sua filmografia incisiva, una settantina di film, dal 1969, è stato diretto spesso dai registi più coinvolti nello spirito ribollente di ciascun decennio, più coraggiosi a opporsi alle forze del male, di qua e di là della cortina di ferro. Miklos Jancso, per esempio (La pacifista, 1970). Theo Angelopoulos (Megalexandros, 1980, è l’anarchico italiano). Armenia Balducci, che sarà compagna di Volontà (Stark System, 1980). Peter del Monte (Irene, Irene, 1975). Fabio Carpi (Barbablu Barbablu e L’amore necessario, 1987 e 1991), Carlo di Carlo che con Antonioni sperimentava un altro tipo di immagine trascendentale, di tempo mentale, di  sguardo pensoso. Il critico di tendenza Ciriaco Tiso (Carillon, 1990) e il professore di semiologia e talent scout Gianfranco Bettetini (L’ultima mazurka, 1988). Maurizio Nichetti, sperimentatore ai confini tra virtuale e reale, animazione e animismo (Domani si balla, 1982)  E altri stranieri dalla grafica inquieta, come Peter Greenaway, nel suo film più affascinante e misterioso (Il ventre dell’architetto, 1987). E i giovani talenti emergenti e eretici nel fraseggio, come Massimo Guglielmi (L’estate di Bobby Charlton, 1995), dove fa “il professore”, i personaggi di intellettuale erano ovviamente i suoi cavalli di battaglia, omaggio al professore più vilipeso di tutti in quella generazione di partigiani criminalizzati, Aldo Braibanti; e ancora Giovanni Maria Maderna (L’amore imperfetto, 2001), Marco Simon Puccioni (Riparo, 2007), Angelo Orlando (Sfiorarsi, 2008) con la figlia attrice, Valentina con lui implicata da anni anche in un double-home movies ancora non montato. Sempre fuori come si vede dal cinema ufficiale nostrano, più facile ritrovarlo tra gli hollywoodiani più inquieti come Ron Howard che lo trasforma in un prelato vaticano nel sulfureo Codice da Vinci (2006). Atmosfere demoniache che gli si addicono, da fedele d’amore sempre combattente contro le forze del male, anche nella Setta dei dannati di Brian Helgeland (2003) e in Il nascondiglio di Pupi Avati (2007). 

Non c’è voce dai semitoni più intraducibili del gallese Anthony Hopkins, che sembra sempre Dylan Thomas quando parla. Ebbene, non poteva che essere Francesco Carnelutti la sua voce italiana.  Ha avuto spesso il coraggio morale di “rifutare il denaro che gli offrono”. Meglio il teatro. Fa anche il regista, Mal de viver, da Pessoa (dove debutta la figlia Valentina) e Maladie de la mort di Marguerite Duras.  Preferendo copioni fuori schema, come l’ultimo che è stato montato, Neuf Cordes di Ugo Arsac, artista francese di 23 anni che è in concorso al Festival di Torino.
Nato a Venezia i genitori lo volevano magistrato. Ovviamente. Era nipote del giurista esimio e omonimo. Ma di notte scappava al Piccolo di Milano, come Marlon Brando che si fece cacciare dall’accademia militare. Diventa assistente di Strehler e amico del (velista) milanese Gianmaria Volonté con cui lavorerà anche alla controinformazione sessantottina. E’ attivo molto in Rai, quando si poteva ancora fare (Autoritratto di Ugo Mulas), e anche quando è più difficile trovare parti interessanti (Ilaria Alpi, Don Matteo…). Non poteva mancare alla chiamata di Giuseppe Ferrara per il Caso Moro, con l’amico Volonté. Siamo nel 1986. Sarà l’ultimo segretario del Pci degno di nota.




Lo ricorda Corrado Franco (regista): 
Francesco Carnelutti tanti anni fa aveva splendidamente doppiato Rüdiger Vogler nel mio "Corsa in discesa". Gli somigliava anche fisicamente. Avevo subito legato con lui. Mi diceva: "Vedi, Corrado, io non sopporto più nessuno.." E io (molto più giovane di lui): "Ma no, Francesco, ma cosa dici, ma perchè, ma no, dai.." Bene, Francesco aveva ragione! Anch'io ora la penso come lui e non sopporto (quasi) più nessuno! (neanche me stesso..). Francesco era proprio una grande persona, umana, sensibile, buona, inquieta, intelligente. Mi piaceva il suo tagliente e sferzante sarcasmo. Un grandissimo attore. Sono contento di averlo conosciuto. Che la terra gli sia lieve.