Si è verificato un errore nel gadget

martedì 20 dicembre 2016

L'inventore del Brasile. E' morto a 72 anni il cineasta totale Andrea Tonacci





di Roberto Silvestri

Girare un film in sette sequenze in modo tale che, montandole differentemente, e non per colpa del proiezionista distratto, funzionassero sempre. Ecco l’idea. Bella no?
L’ironia era la sua forza. Oltre che una buona conoscenza del cinema giapponese, perché a San Paolo c’è un grande e attiva comunità (e il neorealismo a lui non piaceva molto). E quel certo sguardo camp sulle cose che lo avvicinano più ai cineasti paleolitici come John Waters che a quelli intellettuali, severi e “protestanti” come Glauber Rocha.

Bang Bang (1970) di Andrea Tonacci
Chanchada, clichés da film d’azione, noir, Iron Butterfly e pop art (la parodia del Pianeta delle scimmie) sono materiali eretici (e molto prima di Tarantino) che pochi registi bricoleur sanno incorporare e sovvertire come lui ha fatto nel suo primo lungometraggio di finzione in 35mm girato in 11 giorni a Belo Harizonte, e che fu alla Quinzaine di Cannes, Bang Bang, dopo aver fatto: il fotografo di scena; l’assistente del direttore della fotografia Dib Lufti; l’operatore di Sganzerla (l’entomologo di Orson Welles in Brasile) per il suo corto d’esordio Documentario (che poi avrebbe ricambiato il favore montando alcuni suoi film);  il regista dei corti Occhio per occhio  (1966), del film politico Bla Bla Bla (1968), girato a Rio, che avrebbe grande successo oggi perché fa la parodia del parlar senza dire nulla, cioè della retorica dei professionisti della politica di destra, sinistra e centro (e così che è costretto all’esilio sei mesi in Uk e sei in Italia: lo minacciano); l’insegnante di pratica cinematografica nella scuola di San Luigi  (1969-1970); l’autore di video musicali per Miles Davis e Milton Nascimento. Molta pubblicità...

Tonacci con Karapirù in "Montagne del disordine"
Per poi scappare un po’ dal paese, come tutti quelli che ci riuscirono, per le ragioni che si sanno (il fascismo militare) e tornare con Novos Baianos,  Hermeto e Macalé (1978) e una serie di mediometraggi per la tv Bandeirantes in 16mm (serie Araras) realizzati tra il 1980 e il 1983. Ha insegnato cinema a New York  (78-79 e 82-83). E’ stato sceneggiatore di Sylvio Lanna per Sacra Famiglia (1970) e montatore di Diacuì, a viagen de volta, del ceco esule Ivan Kudrna (’83).  Suoi anche i documentari Interprete mais, ganhe mais (’75), reportage sulla tournéé della troupe teatrale Oriente media di Ruth Escobar che ebbe notevoli grane censorie; Conversas no Maranha  (1977), sulla popolazione indigena di Canela, primo di una lunga serie di opere di antropologia patafisica sulle popolazioni native del Brasile. Dopo il video Biblioteca National (1997) gira infatti in 10 anni e oltre 150 ore di riprese il pluripremiato Montagne del disordine (2006), sul massacro degli indios Awa-Guja attraverso gli occhi di uno di loro, Karapiru, che dal 1977 al 1988 percorse a piedi duemila chilometri in fuga dal suo villaggio. Infine Jà visto jamais visto (2014), invitato alla Festa di Roma.


Immagino che la sua vita sia terminata, a soli 72 anni, con una grande risata rivolta verso tutti noi. Simile a quella del suo attore Paulo Cesar Pereio, che dallo schermo investe il pubblico, inusuale happy end per chi ha coinvolto la sala tutta, alla Godard (regista che Tonacci ha sempre amato), nelle sue avventure in taxi, in quel capolavoro metropolitano del cinema latino-americano che si intitola Bang Bang e anche se è pieno di piani sequenze (utilizzati soprattutto per non spendere troppi soldi) e travelling. Strana scena finale, da cinismo ridanciano romano. Già. Tonacci era nato a Roma nel 1944 ed è stato portato via dalla famiglia in Brasile nel 1953. Poi gli studi di architettura. C’è un po’ di commedia romana in quell’opera prima.
Ma il film è una ermetica “metafora del potere”. C’è il cieco, che è il boss armato, il più spietato; il travestito che si cambia, da bianco in nero, a seconda delle opportunità; il grassone, che è la madre dei due banditi… e Pereira che è l’uomo qualunque, colui che non sa mai cosa sta succedendo… Ermetica perché a Tonacci non piaceva  dire il già saputo, ripetere il già visto. Per fabbricare poesia e liberare la fantasia delle persone la sua tecnica era eliminare dalla sceneggiatura tutto ciò che fosse ovvio, tutto ciò che poteva essere facile come “Ah! Questo vuol dire questo!”.
Racconta a Marco Giusti: “ No. Volevo lasciare sempre del vuoto, dello spazio per l’immaginazione dello spettatore, una chance dove tutto è possibile”. Tra Zen, Artaud e Sergio Citti.
Bang Bang
Ho incontrato il cineasta totale (fotografo, montatore, sceneggiatore, regista, documentarista, rivoluzionario, antropologo…) Andrea Tonacci, autore di quel mitico Bang Bang (1970) a San Paolo nel 1993. Mitico quel film, e gli altri di Tonacci, perché il sabotaggio alla progressione, alla continuity, di una storia, mai è stata condotta con tanta sapienza e ferocia, e che si simulasse un film in quel modo, esibendo la messa in scena in tutta la sua macchinosità da set,  perfino Brecht l’avrebbe trovato esageratamente straniante. Ma mitico solo per un ristretto numero di persone sparse per il mondo per i mangiatori di film che adorano le opere aperte e iper-frammentate, la cinepresa coinvolta nel gioco come uno di noi, la temporalità reversibile e il gioco della ricezione che trasforma un puzzle in allegoria comica ma niente affatto apologetica dell’esistente. Soprattutto dopo le delucidazioni critiche dei teorici brasiliani, esegeti attenti di Tonacci, Ismail Xavier e Jaro Ferreira. 
Occhio per occhio di Andrea Tonacci
Anche in Italia, non fosse per il bellissimo necrologio sul manifesto del 20 dicembre di Marco Giusti, che con Marco Melani gli rese un fondamentale omaggio a Torino in una fantastica monografia sui brasiliani sovversivi del 1995, e per qualche incursione di Fuori Orario (che la direttora di Raitre Bignardi dovrebbe sbrigarsi a riempire di nuovo di fondi, se no muore), nessuno conosce bene il cinema di Tonacci, e gli altri paulisti radicali del cinema marginal, che fu un movimento atipico, di singole personalità anarchiche, che in comune avevano sensibilità, visionarietà,  consapevolezza politica e una estroversa simpatia: Carlos Reichenbach, Julio Bressane e Rogerio Sganzerla…. Più alla mano e meno potenti socialmente di Nelson Pereira dos Santos, Joaquim Pedro de Andrade e Glauber Rocha (i pilastri del cinema novo “che aprì la visione nazionale delle cose, dei problemi politici, sociali, economici…” come ricordava con rispetto Tonacci). Ma intanto c'era stato Jimi Hendrix.
L’occasione di quell’incontro con Tonacci (organizzato dagli istituti culturali europei e anche da Amir Labaki, un pioniere del "cinema del reale", era un convegno paulista sulle nouvelle vague europee 50/60 e sulle loro sconfitte strategiche, con Sylvie Pierre e David Robinson, che molto ricordavano gli esiti funebri del cinema novo e della new Hollywood.  Lui e David Neves (che sarebbe morto l’anno successivo) erano i più presenti e appassionati al dibattito. 
Bla Bla Bla di Andrea Tonacci
Ero per la prima volta in Brasile. E lui, bello, magro, arguto e asciutto come Caetano Veloso, dopo avermi parlato del suo progetto nuovo (un film sulla paternità, in cui si racconta tre volte la stessa storia, e anche l'emigrazione italiana) che non so se abbia mai realizzato,  mi fa: “Se vai solo a Rio, dopo San Paolo, non capirai niente del Brasile. Il Brasile è immenso, e va conosciuto dal di dentro”.  E al Brasile pre-cristiano e pre-portoghese Tonacci ha dedicato la penultima parte della sua ricerca, tanto che il capitolo a lui dedicato da Jairo Ferreira nel suo libro sul cinema marginale, Cinema de invencao,  si intitola proprio “Andrea Tonacci, o guaranà aos guaranis”.   Nella intervista che Giusti ha fatto con Tonacci per il catalogo della retrospettiva sul cinema brasiliano Tonacci a proposito di quella esperienza e del suo cercare di far girare direttamente film da indios mai stati in contatto con i bianchi, ricorda che ha passato molti anni in Amazzonia ma ha compreso che si correva il rischio di trattarli, nonostante le migliori intenzioni, come oggetti da entomologo, “anche perché la tecnologia, se si mette in mano a qualunque persona, diventa una forma di dominio”. Come noi tra le mani di facebook. Già.
Bang Bang
C’è il cinema emerso, della professione, della perfezione, del just in time. La ricca cosmopolita Hollywood – modo di produzione seriale, fordista e post fordista - ne è la capitale.
E c’è il cinema povero e sotterraneo, dell’imperfezione, asincrono, della  marginalità come aspirazione, insomma “dell’invenzione”, per ricordare il titolo di un bel saggio del cinecritico brasiliano Jaro Ferreira, pubblicato trent’anni fa. Il cosiddetto terzo cinema – modo di produzione caotico/moltitudinario- una delle cui capitali è stata negli anni 60 e 70 Rio de Janeiro/Sao Paulo, tra atmosfera “cinema novo” porno chanchada e oltre.

Bang Bang
Sono due maniere di intendere il cinema di sperimentazione commerciale e di sperimentazione “celibe” e d’avanguardia (non rappresentazionale, direbbe Hans Richter, altrimenti narrativo), quel che si sperimenta è in sostanza la decostruzione del Mito, a mezzo icona, la scoperta dei territori postumani, al di là delle gabbie sessuali e razziali e di gender definite, dell’artisticità accademica e dell’autorialità feudal-europea, che, per smentire molti luoghi comuni, si intendono piuttosto bene tra di loro, si sovrappongono, giocano spesso insieme. Sono il sovrumano e il subumano dell’immaginario. A proposito di subumano. 1964. José Mojica Marins presenta al cinema Art/Palacio di San Paolo A Meia Noite Levarei Sua Alma. Non si è mai visto nulla di simile, e non solo nel limitato ambito del cinema di genere horror, che Marins maneggia come all’Universal Studios, e l’enfant terrible della critica paulista, il ventenne Rogério Sganzerla ne sottolinea le qualità esplosive e l’oltranzismo etico, e in un suo corto del 1966, Documentario ne farà la cine-critica. 

Bang Bang
Oltre a lui che ci darà un capolavoro assoluto di cinema imperfetto meraviglioso (O Bandido da Luz Vermilha) altri paulisti diventeranno i militanti del cinema udigrudi, e ci sono ancora ignoti, Ozualdo Candeias, Julio Calasso jr., Joao Callegaro, Walter Hugo Khouri (un cui film giace nei cellari della Rai senza che si sia ma proiettato), Luiz Rosemberg Filho…..