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giovedì 17 dicembre 2015

The Heliocentric World of George Lucas. Guerre Stellari Il risveglio della Forza. La recensione sul Pagina 99 on line


http://www.pagina99.it/2015/12/17/star-wars-7-il-sogno-barocco-di-lucas-colpisce-ancora/






http://www.pagina99.it/2015/12/17/star-wars-7-il-sogno-barocco-di-lucas-colpisce-ancora/




J.J. Abrams


giovedì 10 dicembre 2015

La congiura dei cooperanti. Perfect Day di Fernando Leon de Aranoa








roberto silvestri 




Non troveremo le armonie wagneriane di Kusturica e il sogno della grande Serbia a venire resterà dietro le quinte…. Ma a volte vedere le cose un po’ a distanza fa bene per mettere meglio a fuoco le cose. Il film della settimana è Perfect day, 5 minuti di ovazione alla Quinzaine di Cannes, una screwball comedy, uno svitato dramma di guerra che sputa sarcasmo già dal titolo, girata nell’Andalusia degli spaghetti western trasformata nella Bosnia di venti anni fa. 

il regista de Aranoa
Quattro operatori umanitari internazionali, Mambru, B, Sophie e Katya, più Damir, il traduttore, sul finir del conflitto fratricida devono rimuovere in 24 ore un cadavere da un pozzo. Era un tipaccio da vivo, ora è il corpo ciccione che inquina l’acqua della zona. 

Sembra facile la missione, condotta in una babele di lingue e con un orfanello tra i piedi. Ma imperizia, sfortuna, le regole d’ingaggio Onu e una burocrazia irresponsabile, oltre  a una corda robusta che non si trova da nessuna parte e alle mine disseminate ovunque, trasportano tutto nel grottesco più surreale…

Ridere della guerra e di chi ne approfitta, da Chaplin a Sordi, è già un modo per sovravvivere. In Spagna e a Sarajevo lo sanno bene.  Chissà perché poi alla globalizzazione dall’alto – per via tedesca - faceva comodo chiedere (o imporre) alla Slovenia di approfittare della minacciosa brama di potere di Milosevic per iniziare lo sgretolamento progressivo del paese di Tito e sganciare il povero Kossovo musulmano dall’occidente e la Croazia dalla Serbia. Dividere per comandare? E’ sempre quello il sistema?  

E’ distribuito in Italia dalla benemerita Teodora, come il gemello tragicomico dello scorso anno Pride, Perfect day, settimo film del madrileno Fernando León de Aranoa, 47 anni,  che nel 2002 con Lunedì al sole, sulla disoccupazione nei cantieri navali della Galizia, aveva già evocato l’umorismo operaio di Kenneth Loach, dentro toni più cupi di questo, e vinto il Goya, l’oscar spagnolo.

Qui de Aranoa è all’esordio in lingua inglese (ma farà presto il grande salto: un blockbuster su Escobar, boss cocalero di Medellin) e gli bastano pochi tocchi di agghiacciante serietà per non essere irriverente con i caduti dell’assurdo conflitto che smembrò in quattro anni dal 1991 al 1995 la Jugoslavia in 7 pezzi.
Qualche scena raccapricciante, di case sventrate e donne impiccate, a immagine mentale più che sensazionalistica, viene scodellata, perché stiamo parlando di una viaggio al termine della notte avvenuto a un passo da noi. Anche se ricordiamo che durante i giorni più cruenti arrivavano da Sarajevo assediata buffi short demenziali e davvero punk e controcorrente, deterrente per ogni retoricissimo piagnisteo umanista.

Il pozzo, Mélanie Thierry e Benicio del Toro 
Il cast deve averli visti e ammirati. Così il turbolento e sregolato Tim Robbins (B), in grande forma, in duetto col carismatico e disincantato Benicio del Toro (Mambru) è irresistibile, come Elliot Gould con Donald Sutherland in Mash di Altman. Gli coprono le spalle la nuova arrivata, idealista e caparbia, Mélanie Thierry (Sophie) e la spregiudicata bond girl Olga Kyrylenko (Katya), una ex di Mambru, che ora lo comanda…


La satira dei cooperanti e degli avamposti Onu è mitigata per merito o per colpa del copione, tratto da “Dejarse llover” (lascia che piova), il libro autobiografico di Paula Farias (non tradotto in Italia), un “Medico senza frontiere” di Spagna. Non è la prima volta che dalla Spagna ci arrivano satire sui cooperanti, sui gruppi umanitari e sulle loro disastrose interferenze negli affari grevi del mondo. Deve averne combinate di cotte e di crude Aznar. Eppure le radiazioni di questo film sono benigne. Strano che molta critica italiana, soprattutto giovane non se ne sia accorta. Però in un certo senso il modello a cui si ispira Aranoa è alto. Ambizioso eguagliarlo. Non tanto To be or not to be  o La congiura degli innocenti, con quell’ingombrante cadaverone da nascondere.
Solo il genio comico del servo (di Praga) Slobodan Sijan, il più sottovalutato cineasta d’Europa, che nel suo gioiello dimenticato Chi canta laggiù  aveva anticipato con lo stesso humor nero disfacimento e fine della Jugoslavia, attraverso gli occhi e le armonie di due piccoli zingari (e dieci anni prima della guerra), avrebbe saputo fare di meglio.


 




mercoledì 9 dicembre 2015

A testa alta. Un altro film francese di recente esportazione, piuttosto malsano. Con Catherine Deneuve


di Roberto Silvestri 

Dal 1980 non ricordiamo un film d'apertura di Cannes così brutto e abietto. Neanche quel polpettone nazionalista di Fort Saganne, tanti anni fa. Con Gerard Depardieu legionario giovane, quello. E questo con l'altra gloria nazionale e leggenda vivente, Catherine Deneuve, nel ruolo di un giudice minorile, sempre con quell'aria distratta, sufficiente, appagata compunta ed “eternamente giovanile.
A testa alta, che era fuori competizione a Cannes e in Italia è uscito senza grande successo qualche settimana fa nelle sale, è diretto anzi riportato all'ordine da una messa in scena squadrata e autoritaria dall'attrice-sceneggiatrice-regista Emmanuelle Bercot (già semiresponsabile di quell'elogio lepenniano alle forze dell'ordine che era Polisse, 2011, regia della amica e complice Maiwenn, che l'ha diretta nel gemello Mon Roi). E comunque si avvale di due attor giovani, il biondo protagonista Malony (Rod Paradot) e la sua amata ragazzina skinhead Tess (Diana Rouxel) che sarà bene tener d'occhio perché sembrano sarcasticamente distaccati dall'atmosfera nella quale sono costretti a muoversi qui e cioé come - si immagina – facciano gli strafattoni adolescenti di oggi. Cinici maleducati arroganti e indemoniati.
La polemica sotterranea del film è contro l'ispirazione giuridica imposta dai rooseveltiani nordamericani nel 1945 alla Francia e nonostante tutte le sei sette riforme del settore postbelliche ancora valida, e che pretende la rieducazione e non la più severa punizione per i delinquenti (e non solo minorenni) che come si sa sono irrecuperabili. I film americani ci dicono che negli Usa quella ispirazione giuridica è stata già tradita (anche in Vizio di forma ce ne siamo accorti, e si era attorno al 68). Cosa aspetta l'Europa a girare pagina e privatizzare le carceri minorili e trasformarle in ditta di correzione severa?
Il nostro protagonista quindicenne-sedicenne guida senza patente e quasi non manda in paradiso il fratellino; si immagina che si faccia di tutto; distrugge macchine; ruba e rapina; lavora più che svogliatamente, altro che art.18; urla a perdifiato sempre; butta un tavolo contro la pancia di una donna incinta di 7 mesi; tenta di picchiare gli educatori, appena possibile; evade dal correzionale più volte (e, non essendo né nero né maghrebino, non verrà rispedito mai in carcere)... Ma è buono dentro, perché invoca sempre, quando è alle strette, la mamma e considera l'aborto il peggiore dei crimini. Ci fossero più schiaffoni paterni in famiglia, e manette più strette, tutto sarebbe risolto, sembra suggerirci la regista. E magari aboliamo anche il divorzio che ha davvero distrutto nel profondo la sacra famiglia... Oltre al matrimonio gay (non mancano battute omofobe di Malony) e alla marjiuana come erba curativa.
Liberation definisce A testa alta un “film sociale sarkoziano”. Di centro destra. Ed è un eufemismo. Si finge di far pubblicità al sistema giudiziario francese e agli sforzi immani e commuoventi di un magistrato (donna) e di un rieducatore dai femminei soprassalti emotivi (e dei carcerieri, mai così ridicolmente sensibili e comprensivi) per riportare, con faticosa abnegazione, ai sommi valori (la compostezza dei gesti, la paternità, l'ideologia del lavoro) un ragazzino francese di colore bianco (truccato e shakerato come fosse Brad Dourif da cucciolo), disadattato e nevrastenico, bisognoso piuttosto di un buon psicologo, perché a disagio perfino nella doom, X, no future e black block generation. Insomma. Una scarica di cattive vibrazioni adrenaliniche, addomesticate da uno sguardo paramilitare preoccupante. Cosa ribolle di malsano dentro la pancia della Francia?

Emmanuel Levinas contro Emmanuelle Bercot. Mon Roi e quel che sta succedendo in Francia oggi dopo il trionfo del Front National




Roberto Silvestri

Dopo il successo parziale del Front National nelle elezioni regionali di Francia, e le copertine dei quotidiani e dei settimanali transalpine che raffiguravano la biondissima Madame Le Pen come una novella Giovanna d’Arco, soldato della cristianità in armi contro pagani, infedeli e eretici, ci si chiede, analizzando un film che è nei nostril cinema in questi giorni, Mon roi,  cosa c’è questa volta dietro una grande donna di destra, che senza il suo uomo dominante non è nulla. Certo. C’è un papà illustre, come mon roi, anche se è stato messo provvisoriamente da parte perché più impresentabile del boss Trump. C’è lo Spirito della Francia cattolica. Ma io credo che ci sia qualcosa di più. Non l’Europa, che è sostantivo femminile e che andrebbe messa in epoché, secondo la signora col tricolore sbandierato.
C’è l’Idealismo come inguaribile mon roi delle nostre destre, dai Salvini agli Orban. C’è l’Io. C’è il solipsismo che di tanto in tanto riemerge a cancellare ogni vizio cosmopolita. C’è l’incapacità di definire l’altro se non alieno, differenze e anche un po’ pericoloso.

Emmanuelle Bercot in Mon Roi di Maiwenn

Secondo il filosofo fenomenologo Emmanuel Levinas, le cui origini ebraiche certo, secondo i Le Pen, compromettono la sua francesità, scriveva che “l’Io non è né soggetto, né amore attraverso i quali tenderebbe all’essere. Il dialogo non riassume la società, perché non include il terzo. La condizione di un io nel mondo non si definisce né con la sua struttura di soggetto – che pensa il mondo come oggetto – né con la sua struttura d’essere che ama scegliendo un essere ma dimenticando gli altri. L’Io si definisce, a differenza che nell’Idealismo, con la giustizia. Il rapporto tra uomini non va da me a te, o da me al mio alter ego, ma passa attraverso gli altri, l’apparizione degli altri. Io=io dono agli altri”. Tradotto in politica non c’è sinistra senza donare agli altri. Lo ha fatto Roosevelt I e II. Kennedy e Obama. Tradotto in cinema è il grande insegnamento etico che, dalla costituzione Americana, quella che punta alla felicità di tutti, è diventata nel cinema l’individualismo democratico, da Frank Capra a Spielberg, Dante, Zemeckis e Landis. Un quartetto composto dai valori che guidano il comportamento non degli europei ma di tutto il mondo anti fascista. Libertà, eguaglianza, fraternità e giustizia. Invece il cinema francese degli ultimi anni sta emanando cattivo odore e pubblicizzando cattivi umori.
Prediamo Mon Roi.  
     
Louis Garrel in Mon Roi
"Tu, tu. Mio tetto, mio tutto, mio re" canta l'idolo pop uruguagio Elli Mederios in questo emblematico film dei nostril tempi. E’ nelle nostre sale, dopo la prima mondiale a Cannes e l’enigmatico trionfo in Costa Azzurra, il film-Eurocanzone Mon Roi, love story diretta da Maiwenn, genere sentimentale, quello che i registi e le registe transalpine sanno maneggiare con maggiore perizia e sfoggio di nuances - ma qui è più che altro idolatria da matrimonio che non ammette sfumature - e che ha permesso alla attrice e regista Emmanuelle Bercot (nonché collaboratrice alla sceneggiatura di Naiwenn in Polisse che fu a Cannes qualche anno fa e fu miracolosamente fu premiato) di aggiudicarsi ex aequo la Palma d’oro per per migliore sposina del festival.  Inspiegabile, anche se un riconoscimento ex aequo. Ma non va confuso (anche se i maligni lo hanno fatto) con il riconoscimento semiserio assegnato al cane di Le mille e una notte di Miguel Gomes, "miglior animale recitante" del festival.
Eppure Bercot, nel ruolo di una donna autodistruttiva, non smania forse a 360°, e con la gola e con la lingua, guaisce perfino, per essere o tornare ad essere "la più fedele adoratrice del maschio latino"?
Questi problemi d’identità sessuale, di riconquista del genere, più che una epidemia misteriosa da suicidio-omicida che colpisce i ventenni d’ambo i sessi, spiegano l’attrazione fatale di uomini molto barbuti verso il califfato molto fascista. E quella di donne inquiete in cerca di una collocazione più precisa, dentro un burka, e al fianco (e un po’ sotto) dei loro uomini tornati, grazie a dio, definitivamente machi padroni.
Mi sa che per la Bercot, in questa commedia deprimente serissima, "Je suis Charlie" vuol dire, approfittando del doppio senso in francese, "io seguo Charlie", vengo sempre dopo di lui... Se sono rotta dentro mi riaggiusto e ne riconquisterò la tenerezza che so nascondersi dentro la scorza del duro... Inquitante davvero se fosse così.
Il film (del genere rimatrimonio, ma per nulla screwball) è un inspiegabile duetto d'amore e odio, un'odissea di liberazione che dura estenuanti 2 ore e più, dopo una relazione decennale complicata da scenografie coi colori pop sparatissimi e oggettistica kitsch sbandierata ovunque, dentro e fuori gli interni domestici.
L'idea centrale è quella che il super macho smetta a un certo punto di esser solo attratto da donne-manichino, sempre tutte uguali e noiose. E a quel punto una donna che sa giocare di contro balzo e mettere nel sacco un paio di battute spiritose e inaspettate (aiutata da un fratello, Louis Garrel, per la prima volta davvero brillante, quasi lubitschiano) che riescano a sorprenderlo, a scoprirne le zone dark, intime e pornografiche del "sentimento", lo farà suo.
Non troppo originale, vero, questa apologia della donna con le palle che sa sottomettersi?


Così lei, Tony, in un night riadesca nel giorno giusto (letto sull'oroscopo?) un lui, Georgio, Vincent Cassel, che già l'aveva fulminata da studentessa-lavoratrice. Ora è un imprenditore farfallone di effimero successo (ristoratore) e, non lo manda a dire, da sempre un impenitente sciupa femmine. Ma la fa tanto ridere.  Tony e Georgio in effetti sembrano nomi scelti per rendere universale il film, e farlo piacere non solo fuori dalla Francia ma anche dalle coppie gay e lesbiche. Georgia on my mind.... Mon Roi Cassel (piacionissimo, che si compiace di farsi vedere, come al solito, dall'epoca di L'odio non riesce mai a portare se stesso in un viaggio schermico avventuroso e inquietante, fuori dall'ammirazione obbligatoria), il disinvoltone, miracolo, se la sposa. E prende tutti in contropiede. Poi il figlio. E le corna. Scandalo, urla, separazione. Forse un ritorno.. Più probabilmente un suicidio (di lei). Il pubblico dice: approfittane! scappa! scappa!


Il film inizia dalla fine, e poi fa un lungo flashback, con l'incidente di sci che rompe la gamba, malamente a Tony, ricoverata in un centro di riabilitazione dove la ritroveremo nel corso della storia tra le mani sapienti di un fisioterapista. Una paziente in via di guarigione, attorniata da una assistenza di lusso (congratulazioni per il ministero della sanità) e soprattutto da una rosa multiculturale e sorridente di riabilitati, che neanche Benetton.  
Cassel, Maiwenn e Bercot a Cannes 2015
La bionda Bercot, intimamente complice della regista, suo alter ego castano scuro, si è fatta confezionare una partitura rococò (merito anche di Etienne Comar) per sfogare narcisisticamente tutto il suo repertorio di smorfie, gesti di mano e sguardi ululanti, un po' come fa Mag Ryan o Camern Diaz quando producono un film con sé stesse super star.
Il suo personaggio si nasconde dietro il ben dire, ma non riesce mai a catturare una sonorità charming o la postura sexy e impudica di chi sa indagarsi dentro e rappresentare un orginale bersaglio del desiderio. Tony non è una donna problematica a tal punto da giustificare un approccio così  tecnicamente variegato e costantemente sopra le righe. E' una masochista moderata che ha perso la gioia di vivere, da quando il suo uomo, Giorgio l'ha abbandonata, facendole perdere l'equilibrio interno ed esterno. E soprattutto si è fatto pignorare maldestramente un mobile di famiglia a cui teneva profondamente.
Così assistiamo all'ascesa e alla caduta  e alla ricucitura di un personaggio senza essere mai "trascinati dal vento", senza esserne travolti. Piuttosto sfogliamo un saggio da scuola di recitazione. Bercot è manierata nel pianto, nel riso, nell'urlo di disperazione; se la cava così così nei litigi, nella seduzione, nell'amplesso, nell'amore filiale, sfuma lo sbigottimento, accentua la perplessità... come soltanto una professionista da sit-com sa fare, stile Giorgio Albertazzi nella parodia di Carmelo Bene.
Non è, purtroppo, un robot commuovente che cresce tra le mani del dottor Frankenstein. E' Bercot. Al naturale. Rappresenta solo i bordi estremi di un personaggio (non standogli mai "un po' accanto", secondo il saggio metodo brechtiano di Margherità Buy in Mia madre) memorizzato anche nei gesti più improvvisati, sempre conditi con tic e orpelli. Insomma passeggia sullo schermo come su un marciapiede. Diciamola tutta. E' tremendamente, oscenamente disinvolta. O è solo tutta colpa degli anti dolorifici? 


giovedì 3 dicembre 2015

Domenica 6 dicembre al Detour di Roma il capolavoro restaurato del cinema latino-americano. Limite di Mario Peixoto, del 1931. Con musiche di Mike Cooper e Alipio Carvalho Neto




roberto silvestri 

Un uomo e due donne misteriosamente naufraghi su una barca a remi in alto mare raccontano attraverso immagini ambigue e metaforiche, sensuali e inquietanti, tra tempeste e ricordi, incubi e fantasie, le loro esperienze interiori più estreme. Una sola delle due donne sopravviverà all’ennesimo, violento uragano…
E’ Limite il film brasiliano girato nel 1930, con Olga Breno, Taciana Rei, Raul Schnoor, dalla trama irraccontabile, ma di potenza fisica e visionaria sorprendente.
Circa due ore di esperimenti psico-ottici, scritti, diretti, montati e anche interpretati da Mario Peixoto, che verrà presentato al Detour di Roma domenica 6 dicembre alle ore 19 denudato delle sue musiche originariamente annesse (di Satie, Strawinski, Debussy, Borodin, Frank, Prokoviev, Ravel) e rivestito con le armonie free style di un duo, il chitarrista e musicista elettronico inglese Mike Cooper e il sassofonista new thing brasiliano Alipio Carvalho Neto. 


Considerato da Sergei Eisenstein “più o meno geniale” e da Pudovkin “espressione di una mentalità nuova, però magistrale”, amato da Welles e Sadoul e dai brasiliani post cinema novo come Walter Salles jr., è certamente uno dei film latinoamericani più atipici, anche se resta, tra gli oggetti mitici, il più longevo. Il festival di Cannes nel maggio scorso ha presentato la copia restaurata dalla fondazione Scorsese.
E i critici di San Paulo lo hanno appena eletto il miglior film della storia brasiliana. 


Ma Limite film d’esordio del diciannovenne Mario Peixoto, e praticamente la sua ultima opera,  e San Paolo, la metropoli del futuro e dell’industria, hanno molto, troppo in comune. Anche se Peixoto  nel 1928 aveva fondato il cineclub Chaplin proprio a Rio de Janeiro, con Octavio de Faria e Plinio Sussekind Rocha che programmava film dell’avanguardia europea e si batteva per un cinema come esperienza puramente visuale, sganciato da ogni servitù letteraria o teatrale e semmai più vicino come arte alle immagini  musicali e pittoriche.


Non credo però che la critica carioca, per esempio, o tropicalista bahiana, sarebbe in disaccordo con quella paulista, questa volta. Anche se il più ambizioso tra i cineasti geniali, anche politicamente, Glauber Rocha, che nella classifica è al secondo posto con Il dio nero e il diavolo biondo, trattò questo film con il disprezzo che riservava ai borghesi imbelli, che lui voleva disarcionare dal potere. “Arte per l’arte”: “Peixoto sarebbe diventato un artista al servizio delle classi dominanti”.
Un altro pioniere del cinema brasiliano invece, Humberto Mauro, contemporaneamente cineasta d’azione e antropologo del profondo, sarebbe invece d’accordo con Amir Labaki e compagni paulisti. Vedeva in Limite qualcosa che a Rocha sfuggiva. Il disinteresse per ogni realtà sociale del Brasile era solo apparente. Certamente Peixoto era nato in un ambiente della borghesia intellettuale, tra poeti e letterati raffinati, e, studente in Europa, si era accostato anche alle arti plastiche più estreme, affascinanti e complesse.
Il copione del film voleva affidarlo in un primo momento al produttore e regista di fama Adhemar Gonzaga, che lo trovò però disinteressante e poco commerciale. Peixoto prese così in prestito una macchina da presa, e con l’autorizzazione di Gonzaga, utilizzò gli studi Cinédia per girare direttamente la prima opera d’avanguardia autonoma del continente sudamericano nelle sue prime decadi di esistenza. 
Il movimento modernista brasiliano degli anni trenta del secolo scorso, di cui Limite è il manifesto nobile e mobile, catturato dal nitrato d’argento, mise a soqquadro la musica, la letteratura, la pittura, la scultura, il teatro, il cinema, la poesia, la politica, il motto di spirito, le regole estetiche, le rigide manie comportamentali, la gerarchia dei sessi e delle classi e la loro messa a fuoco, il marxismo e anche la psicoanalisi. Ma non era un movimento in ritardo rispetto alle avanguardie europee degli anni dieci e venti. Breton, di origine, era addirittura psicoanalista…La punta di colore differente e originale rispetto al dadismo, al surrealismo, al costruttivismo, all’espressionismo e al futurismo era infatti l’antropofagismo,  quella istigazione a divorare insaziabilmente proprio il meglio della cultura coloniale, francese, inglese, portoghese, olandese, russa, italiana ereditata o ancora attiva…da digerire, immagazzinare, metabolizzare e anche espellere ove necessario, secondo le buone abitudini degli indios locali…
Il rapporto modernismo-cinema novo-cinema udigrudi di Bressane e Sganzerla (che rappresentò la fertile continuazione-rottura dei novissimi, al di là di ogni Limite) è ben spiegato infatti da due film del cinema novo del 1969 e del 1981,  l’allegoria Macunaima dal romanzo di Mario de Andrade e la cinebiografia di Oswald de Andrade che è O Homen do Pao Brasil, diretti entrambi da Joaquim Pedro de Andrade (e non c’è nessuna parentela tra i tre de Andrade). Quest’ultimo è dedicato alla celebre Settimana d’arte moderna di San Paolo, e all’inaugurazione del Museo d’Arte Contemporanea che negli anni venti aveva scandalizzato i conservatori e i benpensanti ma consacrato San Paolo non solo capitale industriale dell’America Latina ma anche gioiello culturale inarrivabile.
Per tornare a Limite sono espliciti i debiti di riconoscenza dunque rispetto al clima paulista e rispetto alla tradizione d’avanguardia francese, tedesca e russa. Già Sao Paulo, sinfonia da metropole di Adalberto Kemeny e Rodolfo Rex Lustigg, immigrati ungheresi, nel 1929, si era ispirato, troppo esplicitamente però, al lavoro berlinese futurista-metropolitano di Walter Ruttman. 
Qui invece, Gance e Epstein, per i valori luministici, Vertov e i sovietici (soprattutto nel montaggio ad attrazione multipla) e le atmosfere dark degli espressionisti non solo convivono inspiegabilmente senza litigare, ma il tutto è messo in rigoroso controllo plastico grazie a una concezione spaziale dell’inquadratura che deve molto all’astrattismo fotografico equilibrato di Lazlo Moholy-Nagy.
Il pessimismo esistenziale (che è anche polemica romantica contro la paralisi neocoloniale della borghesia brasiliana asservita ai nuovi padroni yankee) è espresso dalle angolazioni curiose e capricciose della camera, che giocano e fanno la parodia del naturalismo (negli anni trenta alla moda ovunque), dalla cadenza lenta e sobria del montaggio, dal tono sinfonico che culmina nel grandioso movimento finale “maestoso fortissimo” della tempesta. Il film uscì al Cine Capitolio di Rio il 17 maggio del 1931, grazie all’iniziativa del Chaplin club ma poi solo nel circuito culturale, con accoglienza tiepida. 
Ma a Parigi e Londra ebbe un successo enorme, prima che Pixoto togliesse la pellicola dalla circolazione frustrato per la pessima accoglienze delle sue opere successive, Onde a terra acaba e Maré Baixa, realizzate nel 1931, Mario Peixoto abbandonò così definitivamente il cinema. E se non fosse stato per il suo amico Saulo Pereira de Mello, che conservò premurosamente una copia positiva di Limite, il film sarebbe andato perduto per sempre. Restaurato una prima volta nel 1958 e una seconda volta nel 1971, questa opera unica è stata riscoperta dagli storici e dai critici di tutto il mondo e oggi permette di inserire il nome di Peixoto tra i maestri latinoamericani del cinema mondiale.