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mercoledì 1 aprile 2015

L'altra heimat Cronaca di un sogno. Prima della Germania, prima del 1848. Edgar Reitz

Roberto Silvestri




Eppure questa volta, anche se siamo in piena Germania, anche se alle porte di una guerra civile improvvisa - per mancanza assoluta di libertà e perché le idee del romanticismo si sono ormai diffese capillarmente ovunque - e tutto dovrebbe avere una sua logica, Hegel è morto solo da 11 anni, sembra un grottesco di Raul Ruiz. L'Heimat altra, e un po' fuori di testa, piuttosto che L'altra Heimat, la patria da portare nel cuore anche se si è lontani. Bizzarro, estremamente strano, questo nuovo lavoro di Reitz che fu alla mostra di Venezia. Quasi un prototipo di dramma ottocentesco, ma dionisiaco e a retrogusto surrealista, l'incipit della mega Saga. 

Clima da Maestri cantori di Norimberga (anche se la Norimberga wagneriana è in Baviera e non è la Nurnberg di questi aspri paesaggi renani croce e delizia di Gernot Roll, il direttore della fotografia ex Ddr, alla caccia di un visuale plausibile) anche perché il villaggio è tutto ricostruito in un altro villaggio, a Gelhweiler, ricoprendo le facciate esistenti con "muri fedeli all'epoca". I costumi originali dell'epoca secondo una leggenda metropolitana erano ben custoditi in Brasile. Falso. Tutto rifatto. Scegliendo corpi bassi e magri, perché così si era all'epoca. E dentro le case galline pecore capre, maiali mucche, si fila la tela, appena fuori si ferrano i cavalli. Jakob (il protagonista del film, Jean Dieter Schneider) litiga con il padre e il fratello ex militare e che gli soffia la fidanzata, lui sa leggere e scrivere, come tutti perfino nelle campagne sperdute renane perché così hanno deciso i prussiani dal 1810 (servirà a far pagare le tasse con più precisione?), è difeso dalla mamma e dal nonno complice nel salvataggio dei preziosi libri, si coltiva il vino non molto distante... e si canta e si danza, ma solo nei giorni comandati dal calendario pagano. Ovvio che la figlia, traditrice, dei Simon, che ha sposato un viticultore cattolico subisca l'ostracismo. E' quasi un rito obbligatorio. E poi tutto si ricucirà con il tempo. E' quasi uno scherzo della natura che chi per tutto il film perseguirà la sua utopia di diserzione dall'oppressione, la fuga da quel mondo in cerca di nuovo mondo, sarà l'unico a doverlo gustare, il suo diritto inalienabile alla felicità, solo dentro la sua immaginazione. E non perché scritto, e controfirmato, sulla costituzione del suo paese.  Il paradiso in testa era il titolo originario del film di Reitz.

Nonni anarchici e messianici che si fanno capire con il cuore nonostante le incurabili malattie della vecchiaia; soldati che sembrano usciti da un telefilm di Zorro feroci e maldestri; ragazze che si denudano all'aria pura, anticipando i consigli libertari di Rudolf Steiner, ma solo per curare le malattie della pelle rotolandosi sull'erba delle colline secondo il consiglio della fattucchiera. Vendemmie e, poche settimanale dopo, un'insurrezione effimera e presto domata del vino novello (i tumulti del popolo sono così rari al cinema...). Eppure un gesto irreversibile. Di non ritorno. Come le rivoluzioni di primavera. 

E ancora. L'apatico e apateo Jacob, il figlio inetto e trasognato di un fabbro che invece di lavorare scappa nelle fratte per leggere e leggere e diventa un linguista sopraffino, un autodidatta che ne sa più del naturalista, esploratore e botanico Friedrich Heinrich Alexander Freiherr von Humboldt (Herzog nel film), e parla alla perfezione tutte le lingue al di qua e al di là del rio delle Amazzoni e dimostrerà perfino che la cultura umanistica e quella scientifica, altro che Urbani o Berlinguer, non sono due cose differenti. Chi ha gusto estetico è l'anima della crescita perché sviluppa meglio la tecnologia. A un tratto appare perfino una specie di abate Faria, nella segreta di una abietta prigione prussiana... Spettacoli di musica bahiana, all'improvviso in osteria, perché l'Imperatore del Brasile Dom Pedro II ha bisogno di manodopera tedesca nel Rio Grande do Sul e nel nuovo mondo il sogno di ricchezza diventerà realtà. La Germania è terra d'emigrazione, come oggi Ghana e Nigeria. 

E si sente che l'aria è elettrica. Che i sovversivi ci sono e perfino di notte li spiano. Che non si possono più pagare balzelli esosi ai signorotti, mentre muoioni i bambini denutriti dei poveri. E alla minima siccità tutti devono abbandonare le care terre degli avi...E ti sbattono in galera senza avvertire dove e fino a quando e se ci sarà un progesso. Le rivendicazione della Lega dei comunisti (appare sulla zattera, d'improvviso un manipoli di rivoluzionari, e trascina con sé Jacob, per una notte di gioia e utopia sulla zattera) diventano la sottotraccia del film, come se un suggeritore, ai piedi dello schermo, le recitasse subliminalmente. Un programma che sembra piuttosto moderato, da partito democratico: 

1. La Germania deve andare verso una repubblica unitaria e unica, aboliamo la monarchia e l'assolutismo feudale.  
2. Suffragio universale (arriverà solo nel 1919).  
3. Nel parlamento i rappresentanti degli operai e dei contadini hanno diritto a una diaria, se no ci andranno solo i ricchi (tanto per ricordare un po' di storia al M5S). 
4. L'esercito deve essere composto dai lavoratori, così si mantiene da solo. 5. Gli oneri feudali, i tributi, le corvée, le decime che pesano sulla popolazione contadina sono aboliti senza alcuna indennità.  
6. I possedimenti fondiari feudali, principeschi e altri, tutte le miniere, cave, etc, vengono trasformati in proprietà statale.  
7. L'agricoltura deve essere esercitata in grande, con le più moderne risorse della tecnica, per esempio con le macchine a vapore.  
8. Le ipoteche sulle proprietà contadine vengono dichiarate proprietà statale. 
9. Nazionalizzazione delle banche. 
10. Nazionalizzazione dei trasporti   
11. Stipendi uguali per tutti per i funzionari pubblici (indennità per i figli a parte). 
12. Separazione completa tra Stato e Chiesa. I ministri di culto devono essere mantenuti solo dalle proprie comunità.  
13. Limiti al diritto ereditario sulle proprietà. Introduzione di forti imposte progressive e abolizione delle tasse sui consumi.  
14. Nazionalizzazione delle industrie strategiche.  
15. Istruzione popolare gratuita e obbligatoria.  
16.  amministrazione della giustizia gratuita.. 

Antonio Bill (Jettchen) con il signorotto locale. Ama Jakob ma sposa Gustav, suo fratello 
Si capisce dal film, e soprattutto dal fuori campo, da ciò che già succede nelle città, che i lavoratori sono pronti a dare battaglia. Stanno arrivando le "due rivoluzioni" del 1848, con i proletari che abbandonano il terreno legale di scontro e con la borghesia, gracile e vile, che fa altrettanto "perché - scrive Marx - la controrivoluzione è una rivoluzione". E noi lo sappiamo bene, in questi decenni, cosa significa.  Una borghesia che non riesce, come a Londra, Milano, Parigi, come a Vienna, come a Berlino e in tutta Europa, a essere ancora se stessa, e a far suo quel semplice programma democratico, preferendo sacrificare "la scienza alla fede", "l'idustriosità all'eroica pigrizia" e "il telaio a vapore al telaio a pedale". E si allea per paura con il nemico di classe, il militarismo prussiano e con l'assolutismo aristocratico degli zar e degli austriaci.  Il libro da consigliare di leggere dopo la proiezione, e visto che ci si sta avvicinando al punctum, all'anno di svolta del XIX secolo, è il Quarantotto di Marx ed Engels.
   
Erede di Roberto Rossellini e dell'école du regard, interprete di una poetica anti-spettacolare light, "nessuna drammaturgia del suspense", fautore di un cinema che abbia lo charme dell'università popolare, che capovolge cià che le università impopolari insegnano, ma anche anticipatore della sensibilità Netflix e del desiderio colpevole dello spettatore di appassionarsi a storie serie e seriali, politiche e d'amore, lunghe interi secoli, da oltre 30 anni uno degli esponenti più coraggiosi e innovativi del Nuovo Cinema Tedesco, Edgar Reitz, racconta da decenni, con intenti strabici (bisogna osservare cose che ci sono sfuggite) la storia interiore e inquieta della sua patria. Heimat. Iniziato nel 1984, con il sottotitolo Una cronaca tedesca - successo critico mondiale insuperato, dopo l'insorgenza della triade ribelle degli anni 70 Fassbinder-Wenders-Herzog - ebbe due seguiti, Heimat 2 - Cronaca di una giovinezza nel 1992 e Heimat 3 - Cronaca di una svolta epocale, terminato nel 2000.
Reitz, in tedesco "stimola" (è la seconda persona singolare di un verbo), racconta la Germania da dentro, attraversando la cronaca familiare e i conflitti sociali di una specie di dinastia anti-Dallas, i Simon. Proletari, artigiani, allevatori, emigranti e poi middle-class e artisti le cui radici poggiano da sempre in un immaginario villaggio di nome Schabbach, piccolo centro agricolo dell'Hunsruck, non distante dalla Mosella, dal Lussemburgo e dal confine francese. Caratteristica della zona è infatti il vino. I superlativi Riesling, Spatburgunder, Portugieser e Pinot neri. Niente a che fare, qui, con la Germania della birra. L'uomo politico più famoso del circondario è stato il cancelliere cristiano-democratico Helmut Kohl.
E' un territorio collinoso, freddo e piovoso, sul massiccio sudorientale della Renania Palatinato e della Saarland, a maggioranza cattolica. Anche se il ceppo Simon è luterano. Treviri, dove è nato Marx, Coblenza e Magonza sono le città più importanti dei dintorni. Inutile dire che Reitz è nato a Morbach, in Renania-Palatinato. Tutti questi dati non sono inutile wikipedismo. Serviranno a capire meglio il film, perché è storicamente e politicamente molto ben conficcato in un territorio. Si tratta infatti di una epopea di insolita lunghezza, a forte necessità autobiografica, raccontata in prima persona collettiva dinastica, anche se con l'auto del fido Gert Heidenreich. 

Nelle prime 50 ore di Heimat, dal 1919 al 2000, con la mamma Maria prima, e con il figlio Hermann, musicista contemporaneo, attraversiamo il nazismo, la seconda guerra mondiale, la ricostruzione e Adenauer, il Muro di Berlino, il movimento studentesco, la lotta armata e la riunificazione, voluta fortemente proprio da Kohl. Ma questa volta la macchina del tempo ci riporta nell'ottocento. Al prequel che, per la verità, sembra per ora piuttosto il prologo di Django unchained, visto che nel film di Tarantino due protagonisti sono proprio esuli wagneriani del 1848 tedesco, così ben raccontato nelle potenzialità rivoluzionarie e nella disfatta dal giornale radicale sovversivo Neue Rheinische Zeitung di Engels e Marx.
L'altra Heimat - Cronaca di un sogno racconta invece in circa 4 ore la storia, in banco e nero, solo a tratti sporcato da magie cromatiche, della stessa famiglia, ma dal 1842 al 1844. I Simon, nonno anarchico e papà fabbro, come tanti altri furono divisi dall'emigrazione in Brasile, perché carestia, povertà, feudalesimo, autoritarismo, imposte insostenibili, privilegi esagerati dei signorotti locali costrinsero all'esodo decine di migliaia di lavoratori.